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mercoledì 22 aprile 2026

Basta Mattei


Ilario Lombardo

Gli eredi Mattei a Palazzo Chigi: “Via il nostro nome dal piano Africa”
La Stampa, 22 marzo 2026

Lo scorso 27 marzo Giorgia Meloni ha trovato sull’indirizzo di posta elettronica della presidenza del Consiglio la seguente mail, inviata via Pec: «Diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto “Piano Mattei”». Firmata Pietro Mattei. È uno dei nipoti ed eredi del fondatore dell’Eni, morto nel 1962 in un incidente aereo incastonato nella storia come uno dei grandi misteri d’Italia. Pietro Mattei aveva otto anni quando lo zio scomparve, sposato ma senza lasciare figli. La sua eredità oggi è divisa tra i nipoti, i figli dei suoi fratelli.

Le storie che qui raccontiamo sono due. Legate a un’eredità, potente, ricca e complicata. Materiale e immateriale. Sono storie che corrono parallele e si intrecciano nel nome dell’Eni e dell’ingegnere Mattei, e coinvolgono un governo alle prese con disgrazie energetiche e terremoti geopolitici. La prima storia riguarda la lettera di diffida a Meloni. La seconda tratta dei beni che i nipoti reclamano da Eni: oggetti, lettere, e diversi quadri del primo Novecento, soprattutto due nature morte di Giorgio Morandi, appartenute all’industriale, noto mecenate e collezionista di artisti italiani, per i quali è stata presentata una citazione in civile per petizione ereditaria al tribunale di Macerata contro l’azienda di Claudio Descalzi. Protagonisti sono Pietro e Rosangela detta Rosy, entrambi figli di Italo, fratello minore di Enrico, tenaci nel tenere vivo il mito della zio. Pietro è l’erede unico della vedova di Mattei, Margherita Paulas, ex ballerina austriaca morta nel 2000, il che lo rende il titolare del 66% dei beni della famiglia. Rosy la descrivono come la nipotina prediletta di Enrico e cura una Casa Museo a Matelica. La Stampa ha parlato con tutti e due.

Pietro Mattei ha deciso di diffidare Meloni dall’uso del cognome di famiglia dopo tre anni di governo e due dall’avvio del Piano strategico di partenariato con i Paesi africani intitolato al fondatore dell’Eni, proprio in virtù del rapporto che aveva saputo coltivare con queste nazioni. Vale la pena ricordare di cosa si parla. Mattei fonda Eni nel 1953 e lancia la sfida alle Sette Sorelle, le principali compagnie petrolifere americane e inglesi che nel Dopoguerra hanno il monopolio mondiale del greggio. Firma accordi con l’Urss e propone ai Paesi produttori del mondo arabo e all’Iran di rompere questo cartello, con una più equa distribuzione dei profitti e in forza di una relazione «paritetica». In cambio Eni diventa un gigante e l’Italia conquista una politica energetica più autonoma. «Il contrario di quello che sta facendo Meloni», spiega Pietro. Perché aspettare fino a oggi? «All’inizio ho detto “vediamo che fanno”. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?». È tutto scritto nella lettera che qui riportiamo. L’operato di Meloni è definito in «totale antitesi» con le gesta di Mattei, e l’uso del suo nome «finalizzato a scopi di propaganda» che rischiano di «distorcere» figura ed eredità politica del fondatore. Invece di perseguire «la sovranità energetica nazionale» il governo mostra «una marcata subordinazione agli interessi degli Usa».

Meloni dice di essersi ispirata all’industriale marchigiano quando nel Piano parla proprio di «rapporto paritetico e non predatorio» con l’Africa. Ma per Pietro non è così. «Basta vedere come tratta i migranti», perché, scrive nella diffida, Mattei «selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi. Un approccio lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici». Pietro è pronto a fare tutto quello che serve se il nome dello zio continuerà a essere legato al programma gestito da una struttura di coordinamento a Palazzo Chigi guidata dal consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio. «Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota».

Anche Rosy, la sorella, considera tale il Piano. A sentirla parlare di energia, di rapporti personali che intrattiene con il presidente algerino Tebboune, e di Russia, non le piace quello che sta facendo questo governo. Ma non ha firmato la diffida. Il figlio Aroldo Curzi Mattei, ammette, è un imprenditore con relazioni vaste ed è stato coinvolto nel Piano. Il 29 aprile saranno 120 anni dalla morte dello zio e nella Casa Museo è stata organizzata una giornata di ricordo. Ci saranno l’ambasciatore algerino, il console russo, e personalità che difendono le ragioni di Vladimir Putin come Marzo Rizzo e l’ex ambasciatore Bruno Scapini.

Tra i due fratelli i rapporti non sembrano dei migliori, ma hanno comunque presentato assieme la denuncia contro l’Eni per riavere i quadri dello zio. Le due nature morte di Morandi – datate 1919 e 1941 e in mostra fino allo scorso gennaio al Palazzo delle Esposizioni di Roma – sono i pezzi più pregiati di una collezione personale di enorme valore (con opere di artisti come De Pisis, Carrà, Rosai) che Mattei aveva accumulato negli anni ’40 e ’50. «Sono di sua proprietà – è convinta Rosy –. Molti li ha comprati quando l’Eni neanche esisteva. Quindi se sono di Mattei devono essere restituiti alla famiglia». La nipote ha scoperto della loro esistenza per caso, nel 2018, quando andò a Roma a recuperare dall’azienda la Giulietta sulla quale lo zio la portava a spasso. In quell’occasione un dipendente dell’Eni le si avvicinò e le sussurrò che nel caveau della sede di via Ripetta era conservato ben altro patrimonio. «Mi sono fatta aiutare da diversi avvocati. E abbiamo chiesto l’inventario». Ma dei quadri pare non ci fosse traccia. «Omessi» sostengono gli eredi. Rosy è furiosa con l’Eni pure per altro: per aver ceduto alcuni beni al comune di Acqualagna per il Museo Casa Natale di Mattei che lei disconosce e con cui è in causa (a novembre è stata indagata perché accusata di aver sottratto alcuni cimeli): «Se sono della famiglia perché darli a loro? ». Anche Pietro in questi anni ha provato a sollecitare i legali di Eni: «Mia zia mi aveva raccontato che il marito firmava il retro dei quadri che comprava per sé. Abbiamo chiesto di visionarli e affidarli a un perito. Ma niente. A questo punto deciderà un giudice». La società la vede diversamente. E a La Stampa affida questo commento: «I beni rientrano nel patrimonio aziendale di Eni che pertanto farà valere tale posizione nel giudizio avviato dai familiari».

martedì 27 gennaio 2026

Memoria per chi, memoria perché

Mario Barenghi
Antelme e la distruzione della specie umana

Doppiozero, 27 gennaio 2026

Mai come quest’anno è necessario celebrare il Giorno della Memoria. Mai come quest’anno la ricorrenza è stata così attuale, così significativa, così pregnante. Per molto tempo è stato lecito ritenere che il 27 gennaio fosse una data importante soprattutto per i non ebrei. Alla memoria ebraica, infatti, la Shoah s’imponeva comunque: era a tutti gli altri che conveniva ricordare quanto era accaduto. Erano coloro che per loro fortuna non erano stati toccati da quella tragedia, nemmeno indirettamente, che potevano dimenticarsene – o magari essere tentati di farlo. Ora le cose sono cambiate. Una celebrazione che anno dopo anno rischiava di logorarsi, diventando per molti, specie fra i più giovani, un rituale ripetitivo e privo di mordente, ha riacquistato una bruciante attualità, nel più paradossale e doloroso dei modi.

I tragici eventi degli ultimi ventiquattro mesi hanno messo in evidenza con inedito nitore il divario che sussiste fra due divergenti e non compatibili visioni del Giorno della Memoria. Il politologo franco-libanese Gilbert Achcar (Gaza, génocide annoncé. Un tournant dans l’histoire mondiale, La Dispute, 2025) le ha sintetizzate in due motti. Il primo suona «Plus jamais ça aux Juifs»: mai più questo agli ebrei. Il secondo, semplicemente, «Plus jamais ça»: mai più, a nessuno; mai più, e basta. Da un lato un’interpretazione limitativa, esclusiva e nazionalistica; dall’altro l’interpretazione universalistica, che riguarda l’umanità in quanto tale. Ed è quest’ultima – è quasi inutile precisarlo – l’unica conforme all’insegnamento dei grandi testimoni dello sterminio. Mai ce ne eravamo resi conto tanto chiaramente come oggi, quando lo Stato fondato all’indomani della tragedia della Shoah, e in buona misura proprio a seguito di essa, si è reso responsabile di una guerra che nell’arco di pochi mesi, dopo il 7 ottobre 2023, ha assunto carattere genocidario. Il che significa che nessuno può dirsi immune dai perversi meccanismi mentali che possono produrre i comportamenti mostruosi rappresentati in maniera paradigmatica da quello che fu lo Stato delle SS. I germi della disumanità covano nell’animo di ogni essere umano: contenerli, controllare che non si propaghino e prendano forza, impedire che abbiano il sopravvento, è un dovere perennemente attuale.   

Oggi, israeliani e palestinesi (la maggioranza degli israeliani, una frazione comunque determinante dei palestinesi) appaiono accomunati dal reciproco disconoscimento dell’umanità dell’altro. I nemici non sono uomini, sono nemici e basta: dei lutti degli altri non si fa alcun conto. Con la differenza che Israele è un Paese libero e prospero, mentre Gaza, prima della distruzione seguita all’assalto del 7 ottobre 2023, denominato “Diluvio di al-Aqsa”, non meno assurdo che atroce (umanamente atroce, politicamente assurdo), assomigliava a una prigione a cielo aperto. Analogamente, israeliani e gazawi sono accomunati dal fatto di aver scelto di affidare la propria rappresentanza politica alle forze più radicali e intransigenti: da una parte l’estrema destra israeliana, che da sempre persegue la strategia della pulizia etnica nei territori occupati, dall’altra Hamas, movimento islamista che ripudia ogni compromesso e coltiva il terrorismo. Con la differenza che a Gaza le uniche elezioni sono state tenute nel 2005, mentre in Israele, da allora, si è votato nove volte.

Anche in questa luce, rileggere Primo Levi è sempre istruttivo. Nel 1982 l’autore di Se questo è un uomo fu tra coloro che condannarono l’invasione del Libano, e dopo i massacri di Sabra e Chatila chiese le dimissioni del primo ministro Menachem Begin. Non ci possono essere dubbi sul giudizio che avrebbe formulato sulla politica, ben altrimenti spietata e sanguinaria, di Netanyahu. In generale, da tutti i suoi scritti e interventi – in particolare dalle interviste, spesso notevolissime per lucidità ed equilibrio – emerge una visione della vita associata lontana quanto più non si potrebbe dell’attuale recrudescenza del primato della forza bruta sui valori della ragione e del dialogo.    

Un’altra buona occasione per ripensare il senso del Giorno della Memoria è offerta dalla nuova traduzione, sempre presso Einaudi, di uno dei classici della memorialistica concentrazionaria, L’Espèce humaine di Robert Antelme, apparso in Francia nel 1947 (lo stesso anno di Se questo è un uomo), e molto apprezzato da Elio Vittorini, che lo pubblicò, sia pur in versione ridotta, nei «Gettoni» (La specie umana, 1954); solo nel 1969 uscì la prima traduzione integrale, ad opera di Ginetta Vittorini. Questa nuova versione è firmata da una traduttrice di vaglia, Stefania Ricciardi, alla quale si deve fra l’altro la proposta per i tipi di Neri Pozza di uno dei maggiori scrittori belgi francofoni contemporanei, Antoine Wauters, e che qualche anno fa si era cimentata con un altro monumento della letteratura dello sterminio, la Suite francese di Irène Némirovsky (Bompiani, 2020). Il volume comprende inoltre tre testi di Antelme legati alla Specie umana finora inediti in Italia, uno storico intervento di Georges Perec, a titolo di Prefazione, il saggio Robert Antelme o la verità della letteratura, sulla cui importanza si era già soffermato Alberto Cavaglion nella prefazione all’edizione einaudiana del 1997, e una dotta e corposa postfazione di Domenico Scarpa, seguita da una ricca bibliografia.