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sabato 14 marzo 2026

La morte di Jürgen Habermas


Nicolas Weill
Jürgen Habermas, filosofo tedesco, intellettuale combattivo e spirito enciclopedico, è morto all'età di 96 anni

Le Monde. 14 marzo 2026

Jürgen Habermas è morto all'età di 96 anni a Starnberg, nel sud della Germania, come annunciato sabato 14 marzo dalla sua casa editrice, Suhrkamp Verlag, all'Agence France-Presse. Nato a Düsseldorf nel 1929, il filosofo tedesco crebbe a Gummersbach, vicino a Colonia. Si stabilì poi a Starnberg, in Baviera, dove sposò Ute Wesselhoeft (1930-2025), professoressa di storia, con la quale ebbe tre figli: Tillmann, Rebekka (1959-2023) e Judith. Con la scomparsa di Jürgen Habermas, se n'è andato uno dei pochi pensatori contemporanei che potevano essere definiti filosofi senza esitazione o uso improprio del termine. Egli coltivò quella che definiva una concezione "fallibilista" della sua disciplina, in un'epoca che considerava "post-metafisica" in cui la filosofia doveva mirare a una verità non sistematica, accettare i propri errori e sottoporsi a continue revisioni.

Il suo nome e la sua immensa opera rimarranno segnati da concetti chiave, la cui eco è stata percepita dal grande pubblico nonostante la complessità del suo pensiero. Tra le nozioni più famose tipicamente habermasiane si annoverano l'"etica discorsiva", ovvero lo sviluppo collettivo di norme politiche e sociali nello spazio democratico, la "sfera pubblica" – titolo anche dell'opera tratta dalla sua tesi di abilitazione pubblicata nel 1962 (Payot, 1988) – o l'"azione comunicativa", eponima di una delle sue opere più importanti e impegnative, Teoria dell'azione comunicativa (1981, tradotta da Fayard nel 1987). Con questo trattato, si distaccò dal marxismo coltivato dalla teoria critica della società praticata dai suoi primi mentori della Scuola di Francoforte (nome dato a un gruppo di intellettuali tedeschi), e propone un aggiornamento basato sulla "comunicazione" (scambi non gerarchici tra cittadini, condizione della democrazia). Ha tenuto conto della svolta linguistica in filosofia avvenuta negli anni '60 e '70, ovvero della nuova attenzione rivolta agli "atti linguistici", che considerava essenziali per comprendere la libertà.

Arricchimento della teoria critica

Pensatore di rottura, intellettuale pubblico che non si è mai sottratto al dibattito sulla stampa, abituato fin dai tempi degli studi a contribuire alle rubriche "a puntate" dei giornali tedeschi (pagine dedicate alla cultura e alle opinioni), Habermas seppe esprimere le sue opinioni, indignazioni e opposizioni con forza e chiarezza, supportandole sempre con rigorose argomentazioni e dimostrando una sorprendente competenza nei campi più disparati che affrontava. Ma questo intellettuale combattivo fu anche un filosofo delle confluenze, uno dei primi ad armonizzare le due correnti antagoniste della filosofia contemporanea: la tradizione analitica anglosassone, incentrata sulla logica e sul linguaggio, e la tradizione continentale, focalizzata sulle idee e sull'esperienza vissuta, che si confronta criticamente con l'eredità storica della metafisica fin da Platone.

Per Habermas, il terreno per trascendere la metafisica pura era già stato preparato dall'Istituto per la Ricerca Sociale (nome effettivo della Scuola di Francoforte), al quale inizialmente si era identificato. Uno dei suoi leader, il filosofo e musicologo Theodor Adorno (1903-1969), lo nominò addirittura suo assistente negli anni Cinquanta. L'istituto, fondato in Germania, vi si era ristabilito dopo un periodo di esilio in America. "Francoforte" aveva dimostrato l'inutilità di una filosofia politica che funziona senza il supporto della sociologia o della psicoanalisi. Pur non condividendo il pessimismo di Adorno, inorridito dagli eccessi a cui la ragione moderna poteva condurre, e in particolare da Auschwitz, Habermas, come Adorno, si sforzò di legare il destino della filosofia alle scienze sociali, ma senza avere, come Adorno, una particolare inclinazione per la musica (ammise di essere "amusicale").

La sua mente enciclopedica ha tuttavia lasciato il segno sulla corrente, tuttora viva, della teoria critica. Ha saputo arricchirla e nutrirla con gli insegnamenti della filosofia pragmatica americana, quelli di John Dewey (1859-1952) e Charles Sanders Peirce (1839-1914). In effetti, nulla poteva essere meno "autoctono" rispetto al percorso di questo giovane che, dopo il 1945, si immergeva con passione nella letteratura e nei film proibiti, persino bruciati, dal regime nazista in cui era stata immersa la sua infanzia e adolescenza. Il film *Gli assassini sono tra noi*, di Wolfgang Staudte (1946), sebbene prodotto nell'Est, ebbe un forte impatto su di lui, confidò. Lettore insaziabile, divorò autori marxisti, ma anche scrittori francesi (Paul Claudel, Georges Bernanos, ecc.), sia cattolici che esistenzialisti.

Fin dai suoi esordi, Jürgen Habermas si oppone a una tradizione intellettuale tedesca che coltivava il nazionalismo, un rifiuto conservatore della modernità, l'irrazionalismo e il provincialismo. Da questo punto di vista, Habermas rappresentava il modello alternativo all'altro importante filosofo del suo tempo, Martin Heidegger (1889-1976). L'influenza dell'autore di Essere e tempo (1927) si fece sentire soprattutto sui primi due mentori di Habermas – e, per estensione, sullo stesso Habermas – il filosofo e sociologo Erich Rothacker (1888-1965) e il logico Oskar Becker (1889-1964).

Compromessi – come il loro mentore – con il nazismo, le loro carriere non ne avevano subito un vero e proprio declino. Consapevoli del passato dei loro professori, gli studenti di quell'epoca mantenevano comunque separate le proprie opinioni politiche dagli studi. La tesi di dottorato di Habermas era quindi, in modo molto convenzionale, dedicata all'idealista tedesco Friedrich Wilhelm Joseph Schelling (1775-1854), che Heidegger ammirava profondamente. Eccezionalmente, Habermas non ne autorizzò mai la pubblicazione.

Rifiuto della "copertura mentale"

In seguito, avrebbe contrapposto questa tradizione intellettuale a una genealogia altrettanto "tedesca", ma più vicina all'Illuminismo francese e soprattutto più democratica, dominata dalla figura spirituale del poeta e pensatore di origini ebraiche esiliato in Francia, Heinrich Heine (1797-1856) – Habermas ha ricevuto il Premio Heinrich Heine nel 2012. Nelle sue opere sulla storia della filosofia, Habermas ha anche tenuto a sottolineare il contributo dei "pensatori ebrei" alla filosofia tedesca (e si è mantenuto vigile contro qualsiasi manifestazione o recrudescenza dell'antisemitismo). Così, in Profili filosofici e politici (1974, tradotto da Gallimard nel 1987), si trova un affascinante elogio del filosofo ebreo Solomon Maimon (1753-1800), precursore dimenticato dell'idealismo tedesco, la principale corrente filosofica nella Germania del XIX secolo.

In un'intervista parzialmente inedita rilasciata a Le Monde nel 2018, Habermas descrive l'atmosfera della sua formazione universitaria, evocando la mentalità di una generazione – la sua – che aveva respirato solo l'aria pestilenziale di una dittatura e aveva assaporato tardivamente il gusto della libertà, troppo tardi o troppo presto per confrontarsi con i più anziani che si aggrappavano alle loro posizioni: "Non eravamo la generazione del 1968. Non sentivamo il bisogno di spingere e confrontarci con i nostri insegnanti riguardo al loro passato". "La psicologia di quel tempo è difficile da spiegare", aggiunge. "Certamente vivevamo con l'innegabile realtà di trovarci in un'università dove insegnavano ex nazisti. Era così e basta; non potevamo farci niente". Possiamo essere critici per questo, ma dobbiamo considerare la mentalità dell'epoca, quella degli anni '50 e '60, di una popolazione in gran parte convinta che "tutto ciò sia alle nostre spalle". Il nazismo era spiacevole, ma ce lo eravamo lasciati alle spalle. Questa era la mentalità prevalente.

Questa "copertura mentale", tuttavia, fu qualcosa che Habermas rifiutò molto prima di altri. Questo gesto va comprendendo alla luce del suo contesto familiare. Suo padre, Ernst Habermas (1891-1972), consulente legale e protestante liberale, si era infatti iscritto al Partito Nazionalsocialista. Nelle categorie di denazificazione applicate dai tribunali del dopoguerra, fu classificato come Mitläufer ("seguace"). Jürgen era membro della Gioventù hitleriana di Gummersbach. Sebbene rientrasse negli ultimi gruppi di età idonei alla mobilitazione, essendo nato tra il 1929 e il 1930 (il suo gruppo era noto con il soprannome di Flakhelfer, ausiliari in servizio nelle batterie antiaeree), non andò mai al fronte e rimase confinato al ruolo di soccorritore militare.

Il suo biografo, Stefan Müller-Doohm, autore di Jürgen Habermas. Une biographie (Gallimard, 2018), rende giustizia alle calunnie che gli avversari di Habermas in Germania hanno continuato a diffondere riguardo a questi inizi, che tuttavia non hanno nulla in comune con quelli di un altro celebre membro della "generazione del 1945", il suo quasi contemporaneo, lo scrittore Günter Grass (1927-2015), il cui impegno volontario nelle Waffen-SS fu reso pubblico solo tardivamente.

Inoltre, la disabilità di cui Habermas soffriva dalla nascita, che gli rendeva difficile parlare – labbro leporino e palatoschisi – difficilmente lo conformava agli standard della cosiddetta "razza superiore". Per sua stessa ammissione, questa infermità si sarebbe poi rivelata decisiva in alcuni suoi impegni teorici, in particolare negli anni '90 e 2000, quando condusse un'ampia e inquietante riflessione sulla manipolazione genetica (Il futuro della natura umana: verso un'eugenetica liberale?, 2001, tradotto da Gallimard nel 2002). "Ho scritto su questo argomento", spiegò a Le Monde, "perché in me si era accesa una forte opposizione all'idea che i genitori potevano conoscere in anticipo i potenziali difetti del loro futuro figlio e che un individuo poteva essere geneticamente manipolato". "Il mio difetto fisico può essere spiacevole", aggiunge, "ma ripensando alla mia biografia dall'età di quindici anni, posso dire che mi ha aiutato piuttosto che ostacolato".

Vicino al neomarxismo

Essendo stato immerso nel "linguaggio del Terzo Reich" durante la sua giovinezza, Habermas non ebbe difficoltà a riconoscerne il gergo in una conferenza di Martin Heidegger del 1935, pubblicata nel 1953 con il titolo *Introduzione alla metafisica* (Gallimard, 1980). Heidegger parlò francamente della "verità e della profonda grandezza" del movimento nazionalsocialista. In un articolo d'opinione pubblicato lo stesso anno sulla *Frankfurter Allgemeine Zeitung*, intitolato "Pensare con Heidegger, contro Heidegger", il filosofo ventiquattrenne, "inorridito", protestò contro questa sfacciata dimostrazione di forza. Successivamente si spostò ulteriormente a sinistra, scegliendo di scrivere la sua tesi di abilitazione questa volta sotto la supervisione di un professore marxista perseguitato dai nazisti, Wolfgang Abendroth (1906-1985).

Dopo l'incontro con Adorno, Habermas fu rapidamente identificato come un pensatore vicino al neomarxismo, influenzato dall'ungherese Georg Lukács (1885-1971), dal tedesco-americano Herbert Marcuse e dai "giovani hegeliani" del XIX secolo, Marx e Feuerbach, la cui influenza riconobbe per tutta la vita, anche quando, da convinto ateo, esaminò il ruolo della fede nella modernità, a partire dagli anni '90 (Storia della filosofia, volumi I e II, Gallimard, 2021 e 2023). "I Giovani Hegeliani volevano rompere con la metafisica a cui Hegel era ancora aggrappato, che è anche la mia intenzione", ha dichiarato a Le Monde. "Marx, come Feuerbach, criticava Hegel per il peso della religione nella sua filosofia. (...) I giovani hegeliani volevano forse rompere con la concezione professionale di sé stessa che la filosofia aveva mantenuto fino al loro tempo?" Sì, in un senso specifico e nella misura in cui pretendeva di rendere conto della totalità del mondo cogliendolo come un oggetto.

Alla fine degli anni Cinquanta, Habermas iniziò la sua lunga carriera accademica all'Università di Francoforte. Tuttavia, nonostante gli stretti legami con Adorno e il suo coinvolgimento nella Scuola di Francoforte, non gli succedette alla guida dell'Istituto di Ricerca Sociale. Il riflessovo filosofo e sociologo Max Horkheimer (1895-1973), figura di spicco della Scuola di Francoforte fin dal 1931, diffidava di lui e lo considerava un teorico troppo marxista, mettendo in guardia l'amico Adorno contro questo collaboratore e rifiutandosi persino di concedergli l'abilitazione all'insegnamento presso l'istituto (Habermas avrebbe poi conseguito l'abilitazione all'Università di Marburgo).

Dal 1971 al 1983, Habermas ha ricoperto la carica di direttore presso l'Istituto Max Planck di Starnberg, in Baviera. Desideroso di confrontarsi con discipline empiriche che si intersecavano con il suo pensiero – che si trattasse di genetica, linguistica, teologia, integrazione europea o, più recentemente, degli statuti della Corte Internazionale di Giustizia – gli fu affidato il compito di implementare un programma incentrato sulle condizioni di vita nel mondo scientifico e tecnologico. Stabilì anche la propria residenza presso l'istituto.

Nel 1972, fece costruire sulla collina una "lunga casa bianca indipendente" in stile modernista Bauhaus, una presenza insolita in quella località borghese vicino a Monaco, in una Baviera conservatrice e cattolica, abitata da intellettuali di sinistra che si sentivano, lui e sua moglie, come "frankensteiniani in esilio", come ammetteva ai suoi visitatori con la cordiale ironia che non perse mai.

Una lettura critica del "tardo capitalismo"

Pur essendo un progressista, un simpatizzante – seppur scettico e critico – della socialdemocrazia tedesca, la rivolta studentesca degli anni '60 mise il professore Habermas in una posizione difficile, proprio come accadde al suo mentore Adorno, che fu contestato nella sua aula alla vigilia della sua morte. In Germania, non si era dimenticato che la politicizzazione del mondo accademico, e in particolare degli studenti, era stata una caratteristica dell'era hitleriana, quando i falò di libri venivano accesi senza problemi davanti agli edifici universitari. Nonostante la simpatia che poté aver provato per il movimento, Habermas non vedeva alcuna contraddizione tra l'ordine costituzionale e l'emancipazione.

A differenza della generazione tedesca del '68, per lui la legge era la condizione essenziale per una democrazia autentica. Inoltre, criticava i leader studenteschi per la natura retrograda del loro marxismo, che rimaneva "scientifico". Nonostante l'influenza che *L'Espace public* (La sfera pubblica) aveva esercitato sui giovani universitari di quel decennio, ne condannò la violenza e la definì una "farsa rivoluzionaria" (Scheinrevolution), sottolineando la somiglianza, non nei contenuti, ma nel metodo, con il fascismo italiano. Da qui l'espressione "fascismo di sinistra" (Linksfascismus), che pronunciò nel bel mezzo di un'assemblea generale, suscitando grande scandalo tra i presenti.

Ciononostante, egli saluta le rivolte studentesche, da Berkeley a Berlino, come l'emergere di una nuova sensibilità etica. "L'identificazione personale con gli affamati, i poveri e gli oppressi del Terzo Mondo testimonia la facoltà dell'immaginazione morale; costituisce inoltre un impulso necessario per la ricerca di un rapporto di causa-effetto tra la repressione nel nostro paese [la Germania] e la repressione nei paesi in via di sviluppo", scriveva in *Il movimento di protesta e la riforma universitaria* (1969). Dieci anni dopo, mentre la Germania si trovava ad affrontare il terrorismo della Rote Armee Fraktion, avrebbe denunciato con veemenza gli intellettuali moderati che attribuivano la colpa del caos alle "teorie di sinistra" e ai "liberali di merda" - incluso lui stesso.

La sua lettura costantemente critica del "tardo capitalismo", sviluppata in una delle opere del suo corpus che ha raggiunto fama mondiale, Ragione e legittimità (Payot, 1978), portò a osservare che la lotta di classe si era in definitiva trasformata in un compromesso di classe e che l'interventismo insito nello stato sociale aveva determinato una distribuzione delle risorse basata su criteri politici, contrariamente a quanto avrebbe potuto credere il marxismo classico, impantanato nel materialismo e nell'economicismo meccanicistico. Le crisi nelle società democratiche potevano quindi essere superate solo politicamente, attraverso il rafforzamento delle libertà civili e dell'uguaglianza. Per Habermas, queste crisi erano come tante "lacerazioni nel tessuto comunicativo della società", che al contempo facilitavano l'accesso a una verità rimasta fino ad allora inosservata.

Contrariamente alla filosofia neoliberale, che fondava la libertà esclusivamente sull'equilibrio degli interessi, una vera democrazia, svincolata dal capitalismo, non poteva, secondo Habermas, basarsi sul mercato. In *Tra naturalismo e religione: le sfide della democrazia* (Gallimard, 2008), Habermas denunciò questa concezione neoliberale come "democrazia post-verità". Per lui, la democrazia poteva emergere solo da un dibattito continuo tra i cittadini, volto a generare legittimità sottomettendosi all'"argomentazione migliore".

Sebbene a volte fosse etichettato, con un misto di ammirazione e irritazione, come "praeceptor Germaniae" ("educatore della Germania"), Habermas non esitava mai a suscitare malumori quando ricordava le esigenze e i limiti di un certo modo di pensare e di una Repubblica – la Repubblica Federale di Germania – nata dalle rovine del dopoguerra. Pertanto, intervenne con fermezza nella "disputa degli storici tedeschi" (1986-1989, Historikerstreit) per denunciare i tentativi di relativizzazione del nazismo intrapresi all'epoca da tre specialisti: Andreas Hillgruber (1925-1989), Michael Stürmer ed Ernst Nolte (1923-2016).

Genio professionista

Analogamente, ne Il discorso filosofico della modernità (Gallimard, 1988), attaccò i suoi colleghi francesi noti come "post-strutturalisti" o "postmoderni", in particolare Michel Foucault (1926-1984) e Jacques Derrida (1930-2004) – con quest'ultimo si sarebbe poi riconciliato nella comune opposizione all'intervento americano in Iraq nel 2003. In questi colleghi, pur di sinistra, ravvisava troppe tracce di nietzschianesimo e heideggerismo, tendenze contro le quali la sua generazione di tedeschi non poteva che ribellarsi.

Habermas non si trovava sempre dove ci si aspettava di trovarlo. Nel febbraio 2023, ad esempio, non esitò a sorprendere: mentre sul settimanale Die Zeit aveva difeso con riserve, contro i pacifisti, l'intervento militare tedesco in Kosovo (1998-1999), il primo dalla Seconda Guerra Mondiale, di fronte al conflitto in Ucraina, si lanciò, su un altro quotidiano di centrosinistra, la Süddeutsche Zeitung, in un appello a favore dei negoziati tra Ucraina e Russia, soprattutto alla luce degli orrori che i combattimenti stavano moltiplicando sul campo.

A differenza di altri filosofi che hanno scritto un solo libro importante, mentre il resto del loro insegnamento consisteva in lezioni, articoli o bozze, Jürgen Habermas ha pubblicato in modo prolifico. Ha inoltre ricevuto un numero considerevole di premi (tra cui, nel 2001, il prestigioso Premio per la Pace dell'Associazione dei Librai Tedeschi), è stato oggetto di una biografia estremamente dettagliata durante la sua vita e di manuali che riassumono tematicamente il suo pensiero (Habermas. Handbuch, Metzler, 2009). La sua opera ha generato una considerevole letteratura secondaria e innumerevoli esegeti le cui interpretazioni egli stesso ha approvato o contestato, come si evince da *Il futuro della democrazia* (Bouquins, 2024), una selezione dei suoi scritti politici curata dalla studiosa francese Clotilde Nouët, che ha intervistato il filosofo.

Della "ragione discorsiva", tema costante della sua esplorazione, non fu solo un teorico, ma anche un brillante praticante, capace di dialogare alla pari con i capi di Stato (tra cui il presidente francese Emmanuel Macron all'inizio del suo mandato nel 2017). Questo status "cosmopolita" si estese oltre i confini della Germania. Folle, persino nei paesi autoritari che visitò, accorrevano ad ascoltare questo filosofo della democrazia e del diritto, in Cina nel 2001 e a Teheran nel 2003. Nella sua raccolta di brevi scritti politici del 1990 (Flammarion, 1999), questo razionalista, senza illusioni ma mai disperato, descrisse così l'ideale che animò la sua carriera: "Se conservo una traccia di utopia, essa risiede unicamente nella concezione che la democrazia – e il dibattito pubblico nelle sue forme ottimali – abbia la capacità di sciogliere il nodo gordiano di problemi che altrimenti sarebbero praticamente insolubili".

In un'epoca in cui né la democrazia né l'integrazione europea, di cui era un fervente sostenitore, ispirano sogni, la sua voce mancherà ancor più, così come la cerchia dei filosofi sentirà la mancanza di colui che si era affermato come uno dei più grandi.

Jürgen Habermas in breve

18 giugno 1929 Nascita a Düsseldorf (Germania)

1956 Assistente presso l'Istituto di ricerca sociale dell'Università di Francoforte (Assia)

1961 Difende la sua tesi di abilitazione sullo Spazio pubblico.

1971 Condirettore dell'Istituto Max Planck di Starnberg (Baviera)

1978 Pubblicazione di "Ragione e legittimità" (Payot)

Nel 1981 pubblicò "Teoria dell'azione comunicativa" (tradotta da Fayard nel 1987)

1983 Ritorno a Francoforte

2001 Il futuro della natura umana: verso un'eugenetica liberale? (tradotto da Gallimard nel 2002)

2021 Pubblicazione del primo volume della sua Storia della filosofia (Gallimard)

2026. Morte all'età di 96 anni.


https://www.lemonde.fr/disparitions/article/2026/03/14/jurgen-habermas-philosophe-allemand-intellectuel-combatif-et-esprit-encyclopedique-est-mort-al-age-de-96-ans_6671207_3382.html

lunedì 9 marzo 2026

La vittoria dei verdi nel Baden-Württemberg

Ricarda Lang e Cem Özdemir

Elsa Conesa 
In Germania, i Verdi hanno mantenuto di misura il Baden-Württemberg e hanno inflitto una sconfitta al partito del cancelliere Friedrich Merz
Le Monde, 9 marzo 2026

Nonostante le previsioni di sconfitta nei sondaggi di poche settimane fa, i Verdi tedeschi sono riusciti a mantenere per un soffio il controllo dell'unico dei 16 stati federali del paese da loro governati negli ultimi quindici anni. Alle elezioni regionali tenutesi domenica 8 marzo nello stato meridionale del Baden-Württemberg, vicino al confine con la Francia, hanno vinto con un margine molto risicato sull'Unione Cristiano-Democratica (CDU) del Cancelliere Friedrich Merz, che sperava di riconquistare questa regione storicamente conservatrice, caduta nelle mani dei Verdi nel 2011. Si prevede la formazione di un governo di coalizione tra i Verdi e la CDU, guidato da Cem Özdemir, 60 anni, candidato principale dei Verdi ed ex Ministro dell'Agricoltura. Succederà al popolarissimo Winfried Kretschmann, Ministro-Presidente dei Verdi dello stato ininterrottamente dal 2011.

Le elezioni nel Baden-Württemberg, le prime delle cinque elezioni regionali che si terranno nel 2026, hanno suscitato notevole interesse a livello nazionale. Terzo Land più popoloso della Germania, con oltre 11 milioni di abitanti, il Baden-Württemberg è anche uno dei motori economici del Paese grazie al suo settore automobilistico, che negli ultimi due anni sta attraversando una crisi strutturale.

Le elezioni hanno rappresentato anche un banco di prova per il governo del conservatore Friedrich Merz, al potere a Berlino dal maggio 2025, che si trova ad affrontare l'ascesa del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) a livello federale. "I Cristiano-Democratici tedeschi hanno ancora la forza di vincere le elezioni?" , si è chiesto il Cancelliere, giunto venerdì 6 marzo per sostenere il candidato della CDU nel sud del Land in un ultimo comizio elettorale, riferendosi a un'elezione di rilevanza nazionale ed europea.

L'AfD sotto il 20%

La CDU, che a dicembre 2025 era ancora in vantaggio sui Verdi di quasi 10 punti, non è riuscita a capitalizzare questo vantaggio. Friedrich Merz, molto attivo sulla scena internazionale, è criticato per la mancanza di riforme in patria, nonostante la sua retorica assertiva, persino di disapprovazione, ad esempio accusando i tedeschi di lavorare part-time troppo spesso per motivi di comodità. "Tutti avremmo preferito che il dibattito sul lavoro part-time non si fosse svolto", ha riconosciuto giovedì 5 marzo Tim Bückner, candidato della CDU nella regione di Schwäbisch Gmünd, a un'ora da Stoccarda. " Il governo ha mantenuto le sue promesse, ad esempio, su immigrazione e tassazione. Ma tutto questo è stato oscurato da dichiarazioni inutilmente divisive".

Guidati da Cem Özdemir, un tedesco di origine turca, i Verdi si erano indeboliti a livello federale dopo le elezioni parlamentari del febbraio 2025, che erano costate loro un terzo dei seggi al Bundestag. Il crollo della coalizione socialdemocratica del cancelliere Olaf Scholz nel 2024, di cui facevano parte, sembrava segnare la fine della linea centrista sostenuta dalla leadership del partito. Si prevede che la vittoria di Cem Özdemir rafforzerà questa fazione, soprannominata l'ala "realista", poiché i Verdi del Baden-Württemberg sostengono posizioni ancora più a destra, sostenendo l'industria automobilistica e una posizione più dura sull'immigrazione.

Il partito di estrema destra AfD è riuscito a raddoppiare il risultato delle elezioni del 2021, ma secondo le stime iniziali è rimasto al di sotto del 20%. Il partito è stato penalizzato da una serie di rivelazioni sul nepotismo nel Land. "Questo equivale a raddoppiare il nostro punteggio, quindi possiamo essere molto soddisfatti", ha comunque dichiarato domenica ad ARD la co-presidente Alice Weidel. Il Partito Socialdemocratico (SPD), gravemente indebolito, ha visto il suo punteggio del 2021 dimezzarsi al 5,5%, mantenendo di misura i suoi seggi nel parlamento regionale. "È una serata molto amara", ha ammesso il vicecancelliere e co-presidente della SPD Lars Klingbeil alla ZDF, esprimendo la speranza di un risultato migliore alle prossime elezioni regionali, che si terranno in Renania-Palatinato il 20 marzo.

Si prevede che le elezioni segneranno anche il destino del Partito Liberale Democratico (FDP), sceso sotto il 5% e quindi non più rappresentato nel parlamento regionale. Il Baden-Württemberg era la sua roccaforte storica, con centinaia di piccole imprese familiari nella Mittelstand tedesca che ne sostenevano il liberalismo economico. "Se l'FDP non riesce a entrare in parlamento nella sua roccaforte del Baden-Württemberg, non avrà successo da nessun'altra parte", aveva previsto il candidato locale del partito, Hans-Ulrich Rülke , al Tagesspiegel l'8 marzo, prima delle elezioni. "È qui che si deciderà se un partito liberale avrà ancora un futuro in Germania".

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/03/09/les-verts-allemands-conservent-de-justesse-le-bade-wurtemberg-et-infligent-un-revers-au-parti-du-chancelier_6670060_3210.html?utm_term=Autofeed&utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwY2xjawQbf-dleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETFnVlo5aDBOR0VvYmFNZ05Uc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHnFZMNSvPGAPBBTlBWkA3lBkxpjhS9VmZiZeUkjN93fBudLVBAJLSIlpyWdL_aem_nzsPEvZbepRhzQXiJUyVXQ#Echobox=1773041654

https://www.rivistailmulino.it/a/i-verdi-al-bivio#:~:text=Non%20solo.,un'invenzione%20politica%20di%20parte.

domenica 15 febbraio 2026

Meloni e la sfida di Merz

Andrea Malaguti
Meloni-Maga. L'attrazione fatale per Trump

La Stampa, 15 febbraio 2026

«Ciò che Trump offre è una via di fuga facile dal dolore. Le sue promesse sono l’ago nella vena collettiva dell’America. Lui è eroina culturale. Fa sentire alcuni meglio per un po’. Ma non sa sistemare ciò che li affligge, e un giorno lo capiranno».
JD Vance (Atlantic Magazine, 4 luglio 2016)

Monaco, conferenza internazionale per la sicurezza. Ascoltavo affascinato il cancelliere tedesco Friedrich Merz prendere radicalmente le distanze dal mondo Maga (Make America Great Again), dunque da Donald Trump, JD Vance, Peter Thiel e persino dall’ormai marginale, ma pur sempre aggressivo Steve Bannon, e mi chiedevo quale sarebbe stata la reazione di Giorgia Meloni che, appena ventiquattro ore prima, aveva annunciato al mondo la costruzione di un sorprendente asse Roma-Berlino (absit iniuria verbis), pensato per creare, dirigere ed esaltare una nuova, illuminata, strategia Mega, Make Europe Great Again. Loro sono forti, ma anche noi non scherziamo.

L’America ci considera parassiti, ci schiaccia con i dazi, reclama la Groenlandia, strizza l’occhio a Putin e manda l’Ice in strada a rastrellare gli immigrati e a sparare in testa ai propri concittadini di Minneapolis?

Noi democrazie liberali del Vecchio Continente, forti delle atomiche di Parigi e Londra e di un mercato che solo nell’Unione raduna quasi quattrocentocinquanta milioni di esseri umani, dichiariamo la nostra estraneità a questo modo di agire e al supposto universo valoriale che lo sostiene. La violenza della Casa Bianca, amplificata dall’ossessione per il dominio delle Big Tech guidate da Palantir, non farà mai parte della nostra idea delle relazioni internazionali. Eccola qua la posizione di Merz. E, si supponeva, anche nostra. Errore.

Impegnata in Africa per il Piano Mattei (forse la cosa migliore studiata dal suo governo), la Presidente del Consiglio, nel giro di ventiquattro ore, ha pensato bene di chiarire il suo pensiero: Merz sbaglia, Trump ha ragione. Testualmente: «Non condivido le critiche di Merz al mondo Maga». A lei, gli ultranazionalisti bianchi piacciono. Scaricato il Cancelliere, bye bye asse Roma-Berlino. Difficile stupirsi se l’Europa sarà ancora una volta a trazione franco-tedesca.

Non paga, la Presidente ha annunciato che l’Italia parteciperà come «osservatrice» al Board of Peace, allegra organizzazione privata di dittatorelli orientali, desiderosi di dar vita ad una strampalata Onu parallela e di trasformare quel che resta di Gaza nella spettacolare Hollywood sul Mediterraneo. Domanda: perché da osservatore e non da azionista diretto? Le risposte sono due. La prima: la nostra Costituzione glielo vieta, ma la premier non ha resistito alla tentazione di schierarsi con l’immobiliarista di Mar-a-Lago, chissà che non ci scappino un paio di grattacieli anche per noi. La seconda: nonostante la plateale sintonia con Trump e con il trumpismo, Palazzo Chigi continua a fingere di condividere il destino di Bruxelles, nella speranza che le cancellerie confinanti siano cieche e sorde. Se il fato ci avesse assegnato il territorio canadese al posto del nostro meraviglioso Stivale, oggi saremmo orgogliosamente il cinquantunesimo Stato americano. A salvarci ci ha pensato l’Oceano. Per ora.

Convinti che Meloni avesse la forza di gestire gli incomprensibili umori variabili dell’irascibile Tycoon, abbiamo scoperto che è invece l’ottantenne presidente americano ad orientare lei, unica leader europea ad evitare da tre anni la Conferenza di Monaco, dove sarebbe costretta a spiegare ufficialmente quale ruolo intendiamo giocare sullo scacchiere del mondo, e a snobbare anche l’incontro delle élite globali a Davos. Trump era lì, il Board of Peace era lì. Lei no. Sarebbe stata una brutta fotografia da restituire ad un Paese, il nostro, in cui – come testimonia un sondaggio di Alessandra Ghisleri – sette elettori su dieci detestano il Caro Presidente Donald.

In questo scenario senza né capo né coda, ripensavo a Piero Gobetti. Al fascismo come autobiografia della nazione. Alla sua avversione per il «giolittismo», cioè per il regime del compromesso, per il voltagabbanismo, per il salto istintivo sul carro del vincitore, per il tentennamento da «vediamo dove soffia il vento». È morto domani, esattamente cent’anni fa. Aveva venticinque anni, ma era un tipo di leader cristallino e inflessibile che oggi non abbiamo. Non mi sembra un caso che il presidente Mattarella partecipi qui a Torino alle sue celebrazioni.

Rigore, coerenza, valori. Merce di seconda mano per un governo ormai certo che qualunque passo esplicito per uscire dall’ambiguità produca un danno elettorale. Meglio il piccolo cabotaggio che ti garantisce cinque anni di potere ulteriore, di un vincolo strategico che ti mette al centro del progetto europeo con il rischio di perdere una quota, per quanto risibile, di consenso interno. Fa impressione pensare che le destre continentali, dopo averci spiegato per decenni che Bruxelles era lenta e incapace di decollare a causa di pastoie burocratiche e interessi di bottega, oggi siano la sabbia di un motore che Berlino, Parigi, persino Londra, e si sperava Roma, hanno finalmente acceso. Meloni si è lasciata scappare il suo momento Churchill, giurando fedeltà a The Donald, lo stesso uomo che, nel 2016, JD Vance raccontava così: «Ciò che Trump offre è una via di fuga facile dal dolore. Le sue promesse sono l’ago nella vena collettiva dell’America. Lui è eroina culturale. Fa sentire alcuni meglio per un po’. Ma non sa sistemare ciò che li affligge, e un giorno lo capiranno». Quel giorno è ancora lontano, Vance si è convertito sulla strada lastricata d’oro che porta al 1600 di Pennsylvania Avenue e Giorgia Meloni ha sposato assieme a lui la religione Maga. Un culto che l’intelligenza artificiale del mio computer fotografa con questa neutra chiarezza: «Antiglobalismo, eurofobia, protezionismo economico, lotta alle energie rinnovabili, remigrazione, disprezzo per le élite liberali, per le Università e i media tradizionali». Il movimento, mi spiega ancora l’Ai, si avvale di una vasta rete di influencer e podcaster della “manosphere”, crasi tra le parole “man”, uomo, e “sphere”, sfera. Neologismo che identifica i paladini del machismo in lotta perenne contro il femminismo. Naturalmente America First. Come non sognare di finire tra le braccia di questi stravaganti squinternati?

Capace di tenere a bada lo scomposto Salvini e di disinnescare, per il momento, il Generale Vannacci, grazie ad una capacità politica superiore, la premier rischia di scivolare però sul referendum di marzo, sempre più simile a una consultazione su di lei, e sull’imperdonabile subalternità al Monarca americano ormai impossibile da nascondere. Nessuno è in grado di giocare tutte le parti in commedia, neppure lei. Il Cancelliere Merz si rifiuta di passare alla Storia come un nuovo Paul von Hindeburg, Feldmaresciallo e presidente della Germania che consegnò il potere a Hitler. E la durezza delle sue dichiarazioni ha spinto il Segretario di Stato americano Mark Rubio ad abbassare i toni e a giurare una posticcia fedeltà a noi vecchi alleati. Dimostrazione che perdendo la dignità si perde automaticamente la battaglia politica.

Giorgia Meloni sembra avere risolto il dilemma in modo opposto, fiera del suo rapporto con Trump come Cervantes lo fu del suo braccio paralizzato e Beethoven della sua sordità. Sostegno senza se e con pochi ma ai Nuovi Stati Uniti degli Orchi, un Paese dominato da un’élite trasversale che si sente al di sopra della legge e che ha prodotto lo sconvolgente scandalo Epstein, un abisso fatto di ricatti, torture e pedofilia. Un mondo marcio, ricchissimo e buio, in cui le Big Tech si fanno Big State, manipolato dai servizi segreti di più Paesi, costruito attorno alle penose debolezze e ai deliri di onnipotenza degli uomini più in vista della Terra. Davvero le piacciono queste élite, davvero le piace questa America, davvero è disposta a lasciar naufragare l’Europa in nome dei principi Maga, davvero non è in grado di interrompere questa lunga camminata nel giardino del suo orgoglio?


Mario Monti
Ue, i rischi delle idee Maga

Corriere della Sera, 15 febbraio 2026

La settimana che si è chiusa ha permesso di cogliere meglio come in Europa (Consiglio europeo di giovedì) e nel mondo (Conferenza sulla sicurezza di Monaco da venerdì a oggi) i diversi Paesi si stanno posizionando in risposta al sisma Trump di un anno fa e ai continui moti sussultori e ondulatori che continuano.

Ci limitiamo qui a considerare gli aspetti di maggiore interesse per l’Italia, che proprio nei giorni scorsi è stata protagonista di un’iniziativa importante con la Germania sul mercato unico e sulla competitività.

Chi scrive non può che rallegrarsi per un’intesa tra questi due Paesi. Quindici anni fa tra il governo di Silvio Berlusconi, costituito dalle forze politiche dell’attuale maggioranza e nel quale Giorgia Meloni era ministro, e il governo di Angela Merkel (come peraltro quello di Nicolas Sarkozy) si era creata una profonda frattura, con gravi conseguenze finanziarie e politiche per il nostro Paese. Il primo compito del governo che seguì fu proprio quello di ricostruire, in pochi giorni, un rapporto di reciproco rispetto e fiducia, premessa per il risanamento dell’Italia e, qualche mese dopo, per ottenere con la Francia che la Germania mollasse la presa sulla Bce, permettendole di intervenire e porre fine alla crisi.

Ciò non toglie che le proposte specifiche del documento Meloni-Merz possano sollevare critiche.

Come è stato osservato da più parti, esse sono contrarie all’interesse europeo perché frammenterebbero il mercato, invece di renderlo più «unico»; e contrarie all’interesse italiano, dato che le nostre imprese verrebbero penalizzate a vantaggio di quelle tedesche. Quindici anni fa l’Italia persuase la Germania a limitare se stessa nell’interesse dell’Europa; ora l’Italia aiuta la Germania ad avere più mano libera in Europa, anche a danno della stessa Italia.

La vocazione dei tre Paesi maggiori della Ue dovrebbe essere, come fu allora, di esercitare congiuntamente una leadership, superando nel dibattito tra loro divergenze anche rilevanti, senza riversarle in pubblico e alimentare tensioni di falso patriottismo tra le opinioni pubbliche.

Se tra due dei tre Paesi si verifica in un certo momento e su determinate questioni un’obiettiva convergenza, stiano attenti i governi, ma anche gli osservatori, a non presentarla come «asse». Altrimenti può accadere, come questa settimana, che un giorno si brindi all’asse italo-tedesco, gustando l’emarginazione della Francia, e che il giorno dopo ci si accorga, con malcelato disappunto, che è ancora vivo l’asse franco-tedesco.

È naturale che sia così. Non c’è niente di male se i due Paesi più industriali d’Europa elaborano una linea comune e cercano di sostenerla a Bruxelles. Se mai, si può auspicare che ne valutino più accuratamente le conseguenze e non dimentichino che la crescita industriale non si giova, a lungo termine, di poteri pubblici proni alle organizzazioni imprenditoriali come avviene oggi in Italia e Germania; così come, nell’epoca in cui era la classe operaia ad essere considerata «classe egemone», tanti provvedimenti presi in Italia nell’interesse dei lavoratori hanno finito alla lunga per danneggiarli.

Altrettanto naturale è che la Francia, unico Paese della Ue dotato dell’arma nucleare, intrattenga un rapporto particolare con la Germania, il Paese che in questa fase è più orientato a rafforzare molto la propria difesa. È bene che questi due Paesi lavorino insieme, su una difesa il più possibile europea. Più volte, in passato, quei due Paesi non si parlavano. Si affrontavano direttamente in guerra.

Del resto, Keir Starmer, primo ministro dell’altro detentore in Europa dell’arma nucleare, il Regno Unito, pur essendo tra i Paesi europei quello tradizionalmente più vicino agli Stati Uniti, ha ribadito la volontà di intensificare la cooperazione con la Ue, in particolare sulla difesa ma non solo.

Per parte sua il cancelliere tedesco Merz, apparso finora tra i capi di governo dei grandi Paesi Ue il più riluttante dopo Giorgia Meloni a pronunciarsi criticamente sulla nuova amministrazione americana, a Monaco ne ha preso le distanze con parole molto ferme, criticando anche la cultura Maga.

In proposito la premier Meloni, ad una domanda di un inviato del Corriere della Sera che le chiedeva se condividesse le critiche di Merz a tale cultura, ha risposto: «No, queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di interesse e competenza della Ue, sono valutazioni che spettano ai partiti».

Giorgia Meloni ha ragione, queste sono valutazioni eminentemente politiche, che toccano ai partiti e ai leader. Ma non ha interamente ragione. Vari aspetti della cultura Maga, se tradotti in azione di governo, sarebbero certamente di interesse e competenza della Ue, così come porrebbero in Italia problemi di costituzionalità. Ciò avverrebbe là dove superano lo Stato di diritto, che deve cedere di fronte all’imperativo di affermare quella visione, negli Stati Uniti ma anche altrove nel mondo, in particolare in Europa.

Questo emerse con brutale chiarezza nell’intervento dell’anno scorso del vice presidente Vance proprio a Monaco, dove ieri il segretario di Stato Rubio, in modo più diplomatico, non è arretrato. Del resto in più occasioni durante l’anno intercorso il presidente Trump ha dato concretezza a quelle idee.

L’ordinamento della Ue è estremamente flessibile. Gli Stati membri possono praticare politiche molto conservatrici o molto progressiste, possono dare dimensioni piccole o grandi al loro settore pubblico, possono avere imprese a proprietà interamente privata o interamente pubblica, senza per questo violare i trattati su cui si fonda la Ue. Non possono però violare i pochi principi fondamentali dello Stato di diritto che vi sono sanciti, né la legislazione comunitaria anche se possono cercare di modificarla.

Se l’adesione alla cultura Maga, da ideologica si trasformasse in azione politica e di governo, essa assumerebbe rilievo non solo per il Paese in questione, ma anche per la Ue.


venerdì 16 gennaio 2026

Il tempo inenarrabile della vita offesa

Elena Loewenthal
Quelle lettere di Levi al suo traduttore tedesco
La Stampa, 16 gennaio 2026

C'è una foto che narra tutta questa storia, nella sua forza e anche, nonostante tutto, nella sua dolcezza. È stata scattata a Ettal, in Baviera, nell’agosto del 1961. Primo Levi e Heinz Riedt si sono appena incontrati di persona, per la prima volta. La foto ha al centro un piccolo gruppo di adulti e bambini. Non tutti, anzi non più di uno o due, guardano verso l’obiettivo. Forse qualcuno sorride forse no. È un momento importante, perché i Riedt hanno appena deciso che non torneranno a Berlino est, abbandonandovi tutto quello che hanno e la loro vita di prima. Proprio in quei giorni vengono posate le prime pietre del Muro.

C’è un assente, nell’immagine, che però è presente. Primo Levi non compare nella fotografia per il semplice motivo che è lui a scattarla. Questa assenza/presenza è così vera, così piena di senso e sentimento, che non si può non cogliervi quel paradosso che è, forse, la vera cifra di tutto: l’inenarrabilità di ciò che è stato e al tempo stesso il lucido, stupefacente bisogno che ha Primo Levi di comprendere, disegnare, mettere per iscritto l’esperienza del campo. Questa foto che segna un momento cruciale e tuttavia non il primo né l’ultimo della storia di amicizia fra lo scrittore e il suo traduttore in tedesco, dice e tace.

«La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. È questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento», scrive Levi all’inizio di quello che è il suo libro forse più nitido e al tempo stesso profondo, I sommersi e i salvati. Il libro si chiude con un capitolo dedicato alle Lettere di tedeschi: tutto comincia con la, relativamente precoce, traduzione in tedesco di Se questo è un uomo, pubblicata nel novembre del 1961. «Si ricordi, da Auschwitz erano passati solo quindici anni: i tedeschi che mi avrebbero letto erano “quelli”, non i loro eredi». Levi non si fida troppo dell’editore tedesco. Vuole controllare la traduzione, la sua fedeltà non solo lessicale ma intima. È così che comincia la storia dell’amicizia fra lo scrittore sopravvissuto ad Auschwitz e il suo traduttore nella lingua dei carnefici. Heinz Riedt è un intellettuale a tutto tondo, profondo conoscitore dell’italiano e della sua letteratura, in particolare di Goldoni e del teatro. Ha tradotto tantissimo, da Pirandello a Collodi a d’Arrigo e Gadda. Ha studiato a Padova, è stato partigiano durante la guerra. I due sono coetanei, parlano quella stessa lingua interiore che li spinge ben presto verso un’amicizia epistolare che va ben al di là del mestiere dell’uno e dell’altro e dei dubbi nella traduzione in corso. Il corpus di queste lettere è stato pubblicato nel 2024 da Einaudi per la cura di Martina Mengoni.

Ma la storia non finisce affatto qui, in questo scambio dove ci sono tanto l’abisso della distanza quanto una condivisione ininterrotta – di cose dette e tante altre taciute. Di strazio e consolazione. Di inermità e impegno. Di vita, insomma.

«Non ho mai nutrito odio nei riguardi del popolo tedesco, e se lo avessi nutrito ne sarei guarito ora, dopo aver conosciuto Lei. Non comprendo, non sopporto che si giudichi un uomo non per quello che è ma per il gruppo a cui gli accade di appartenere (...) Ma non posso dire di capire i tedeschi: ora, qualcosa che non si può capire costituisce un vuoto doloroso, una puntura, uno stimolo permanente che chiede di essere soddisfatto», scrive Levi a Riedt nel maggio del 1960, alla fine del lavoro di traduzione del libro in tedesco, e della loro “laboriosa collaborazione”.

Questa incapacità di Levi diventerà ben presto lo stimolo, la puntura di cui dice, come testimonia la vasta “rete epistolare” - in tedesco, francese, inglese e italiano – con lettori e lettrici germanofoni che è ora oggetto di un’edizione digitale con il progetto ERC starting grant LeviNet – Primo Levi’s correspondance with german readers and intellectuals (www.levinet.eu), che fa capo a un team di studiosi e traduttori dell’Università di Ferrara coordinato da Martina Mengoni. Si tratta di quasi cinquecento lettere di cui in questi giorni ne viene pubblicata più della metà (il progetto ha durata quinquennale, e si concluderà nel 2027).

Sono scambi di diversa misura e natura, talora di circostanza ma più spesso che puntano al cuore di quel passato recente e del presente che si attraversa da diversi punti di vista. Ci sono destinatari “lettori comuni” (più spesso donne) e intellettuali. Ci sono nostalgici del nazismo e ci sono animi inguaribilmente tormentati. Sono, sì, lettere “sparse” che sfuggono per natura ad ogni classificazione: è una corrispondenza a volte sporadica, a volte costante. C’è, in questo materiale, quella discontinuità tipica degli scambi epistolari – per lo meno di quelli di prima dell’era digitale.

Ma questo corpus – e il magnifico lavoro che c’è intorno alla sua pubblicazione – sta, a ben pensarci, proprio al cuore dell’esperienza leviana. Contiene tutto il detto e tutto il non detto della “sua” Auschwitz, della sua scrittura. Della inaffidabilità della memoria e pure della necessità di ricordare. Non perché non accada più (il fatto che sia già accaduto moltiplica le probabilità che accada di nuovo, diceva) ma perché non possiamo fare a meno dei nostri pur labili e fallaci ricordi. È un paradosso proprio come quella «analogia fra vittima e oppressore» che pone entrambi nella «stessa trappola» anche se a Levi preme essere chiaro: «È l’oppressore, e solo lui, che l’ha approntata» e a ogni sofferenza subìta corrisponde un’offesa insanabile e iniqua.

È proprio quel vuoto doloroso di Levi, che non riesce a capire i tedeschi, a innescare questa corrispondenza lunga decenni e decine e decine di voci diverse. Ma questo vuoto doloroso è anche lo specchio fedele dell’inenarrabilità di Auschwitz, del confronto con l’indicibile. Della necessità di raccontare i salvati sapendo che la storia dei sommersi non c’è modo raccontarla perché è tutta fatta di una materia oscura e impenetrabile.

sabato 15 novembre 2025

I Mann. La ribellione borghese

 

Giulia Ciarapica
I Mann. Storia di una famiglia
Il Foglio, 22 febbraio 1918 

This amazing family, scrisse Harold Nicolson sul Daily Telegraph a proposito dei Mann, questa famiglia straordinaria. 
Di Thomas, il Mago, della moglie Katia e dei figli Erika, Klaus, Golo, Monika, Elisabeth e Michael si è scritto molto ma il giornalista e storico della letteratura Tilmann Lahme fa qualcosa di più di un resoconto ricco e dettagliato, perché con la biografia romanzata I Mann. Storia di una famiglia ci porta direttamente all’interno del nucleo famigliare, senza filtri e senza inganni, con l’ausilio dei diari e delle lettere di corrispondenza.

Folle, impetuosa, ribelle. Due genitori, sei figli, i turbamenti di personalità, l’estro, le derive emotive. Fecero e videro di tutto, fuori e dentro la Germania, lo spettro del nazismo li avrebbe rincorsi a lungo nel loro giro intorno al mondo.
Un percorso intimo che, sì, indaga i fatti salienti della vita dei Mann – dal premio Nobel nel 1929 a Thomas all’esilio in America, dal successo delle opere più famose del Mago al suicidio di Klaus e probabilmente anche di Michael, entrambi per overdose di barbiturici – ma Lahme vuole osare, va oltre e ci conduce in un territorio minato, “denuda” l’identità intellettuale e lascia che il lettore osservi la persona in carne e ossa, in moralità e spirito, con tutte le sue inevitabili contraddizioni e indiscusse qualità.

C’è qualcosa di torbido e geniale in questa grande famiglia, che sbalordisce e inquieta chi non ne fa parte; Thomas, lo scrittore simbolo della letteratura tedesca prima e di quella d’esilio poi, non vuole saperne dell’educazione dei figli, lui deve creare, il resto è nelle mani della paziente Katia, donna di tempra e di grande animo. Nonostante la tendenza omosessuale di Thomas il matrimonio con Katia è perfetto, non una sbavatura, lei è comprensiva e complice, lui ripaga la sua dedizione con il saggio Sul matrimonio, in cui spicca la teoria del contratto matrimoniale come delimitazione dell’omoerotismo. Mielein – Katia – apprezza molto, ma sembra dello stesso avviso l’adorato figlio Klaus, che comprende subito di essere omosessuale, esattamente come la sorella Erika, la sua “twin”. Se l’intera prole dei Mann ha avuto una vita quantomeno avventurosa, Erika e Klaus superano di gran lunga tutti gli altri: legati da un affetto morboso – Klaus dipende emotivamente da Erika, mentre lei dimostra una maggiore indipendenza, salvo considerarsi “impensabile senza di lui” dopo il suicidio – fin da piccoli coltivano il sogno del teatro, mettono in scena spettacoli e girano il mondo arrivando a prosciugare il patrimonio famigliare. Il dandy Klaus, in balìa delle droghe e alla perenne ricerca di uomini da amare, furoreggia tra Parigi, Londra, Berlino e New York pubblicando a ventisei anni la sua autobiografia. Convinto antinazista pubblicherà nel 1939, durante l’esilio americano, un romanzo sull’emigrazione mentre Erika darà il meglio di sé nel suo cabaret politico-letterario di grande successo in Svizzera, il “Pfeffermühle”, suscitando l’ira dei nazisti. Ma il destino della Mann è altrove, in Inghilterra, dove si trasferirà procurandosi un passaporto grazie al matrimonio “formale” con il poeta W. H. Auden. Diventerà reporter durante la guerra civile spagnola, gettandosi a capofitto in relazioni omosessuali e non.
Lo spettro di Thomas – padre amato e odiato – incombe sui figli, soprattutto su Golo, che cercherà sempre invano l’approvazione paterna, e su Klaus, che continuerà a chiedersi fino alla morte: “Uscirò mai dalla sua ombra?”. Il peso dello scrittore Thomas grava sulla coscienza dei figli, un peso che soltanto Katia riesce a sopportare con fermezza e dignità: lui è la Germania, lui è la letteratura.

 

I MANN. STORIA DI UNA FAMIGLIA
Tilmann Lahme
EDT, 489 pp., 26 euro

lunedì 15 settembre 2025

La frontiera della rabbia

Hendrik Wüst e Friedrich Merz

Tonia Mastrobuoni
Germania, vola l'ultra destra. Il contagio Afd arriva a Ovest: al ballottaggio in tre città

la Repubblica, 15 settembre 2025

BERLINO – Il sorriso sulla faccia da eterno ragazzo di Hendrik Wuest è teso. La sua Cdu ha retto. E il 33,7% in Nordreno-Westfalia è anche merito suo, del popolare governatore ‘merkeliano’. Ma il principale esponente della sinistra cristianodemocratica lo ammette subito: «Non possiamo più dormire tranquilli». Il vero trionfatore di queste elezioni comunali nel land più popoloso, nel motore del Made in Germany, è l’Afd. Il primo test elettorale del governo Merz è andato male, per il cancelliere che aveva promesso di “dimezzare” l’ultradestra. Tino Chrupalla, leader dell’Afd, esulta: «Siamo una Volkspartei», un partito radicato in tutti gli strati della popolazione. Che sta infettando anche l’Ovest.

Rispetto a cinque anni fa, l’Afd ha triplicato i voti: ora supera il 15%. Già alle elezioni federali era emerso che l’ultradestra fosse diventato il primo partito tra i lavoratori tedeschi. Aveva scippato ai socialdemocratici lo scettro di “partito operaio”. Adesso il travaso dalla Spd all’Afd è confermato anche nella regione più industrializzata della Germania. In alcune storiche medie città “rosse” come Duisburg quartier generale della Thyssen -, Gelsenkirchen e Hagen, il candidato dell’Afd è arrivato persino secondo e potrà presentarsi al ballottaggio per la poltrona di sindaco, previsto per il 28 settembre. La Cdu e la Spd hanno già fatto sapere che nelle città in bilico si coalizzeranno contro l’Afd. “Là dove la Cdu va al ballottaggio con l’Afd per me è ovvio che appoggeremo la Cdu”, ha annunciato la capa dei socialdemocratici del Nordreno- Westfalia Sarah Philipp. Il governatore Wuest ha assicurato che per la Cdu vale lo stesso. Il capo dell’Afd regionale, Martin Vincentz, ha dichiarato invece che l’ultradestra è pronta a una collaborazione con i partiti tradizionali: “Per noi non esistono cordoni sanitari”.

I socialdemocratici hanno sempre incassato l’en plein nelle fabbriche della Ruhr. Ma ieri la forza politica che da un secolo e mezzo ha avuto - con la significativa eccezione degli anni del nazismo - nelle acciaierie e nelle miniere di carbone la sua più incrollabile roccaforte, è precipitata al 22,1%. È il peggior risultato del dopoguerra. Una catastrofe, per il partito che per decenni ha anche guidato la regione “operaia”. E fa il paio con il tracollo del partner di governo di Wuest, i Verdi, che crollano di quasi nove punti all’13,1%.

Il successo in Nordreno-Westfalia è la conferma che il flagello blu - il colore dell’Afd - ha contagiato ormai anche l’Ovest, che non è più soltanto un fenomeno delle vecchie regioni della Germania comunista. Nel land di Duesseldorf è andato a votare un tedesco su quattro, quasi quattordici milioni di elettori su sessanta.

Qualche giorno fa, Wuest era ancora a Friedensdorf, una straordinaria iniziativa, un ospedale dove si curano bambini afgani o africani da malattie incurabili, ed era lì a sottolineare la differenza tra la sua linea politica moderata e la perenne caccia ai migranti dell’Afd. Ma da lì, il governatore si è concesso un analisi implacabile del declino degli eterni rivali della Spd: «Ha avuto per decenni profonde radici nella Ruhr, era un faro per i cittadini di lì. Ora l’enorme crollo di fiducia nella Spd in quelle aree è il motivo essenziale del successo dell’Afd».

Uno che ha fatto campagna elettorale a tappeto per l’ultradestra è il controverso deputato Afd Matthias Helferich, che una volta si definì «il volto buono del nazionalsocialismo». Ai giornalisti adora mostrare ad esempio la zona degradata di un’altra città leggendaria della Ruhr, Dortmund, guidata da un sindaco della Spd. Sulla piazza del mercato i tossici scaldano briciole di crack in pieno giorno, i senzatetto sbronzi insultano i passanti e le prostitute minorenni si offrono a ogni ora. Qui nove anni fa l’ex allenatore della Bundesliga Sascha Lewandowski fu trovato, ubriaco, in compagnia di un bambino romeno dodicenne. Fu lo scandalo che lo spinse al suicidio. E a Dortmund, alla rabbia per il degrado urbano si aggiunge quella per un partito che si è occupato troppo di rimpolpare il reddito di cittadinanza e troppo poco degli interessi dei lavoratori.

Come ha detto alla Zeit un leader regionale della Cdu, Paul Zemiak, «la linea del conflitto non è tra tedeschi e stranieri ma tra chi lavora e paga i contributi e chi sfrutta il sistema sociale». È lì che corre la frontiera della rabbia, tra i vecchi compagni.

domenica 3 agosto 2025

Croce e Goethe


Maria Fancelli
Croce, trent'anni di resistenza con Goethe

il manifesto, 3 agosto 2025


Da Sorrento, nell’ottobre del 1944, Benedetto Croce siglava l’introduzione a quella che sarebbe diventata l’edizione definitiva dei suoi studi goethiani, usciti in due volumi nel 1946 dopo un lungo percorso storico-critico durato quasi un trentennio.

Questi studi sono ora riapparsi nel quadro dell’Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce nella «Sezione di scritti di storia letteraria e politica»: Goethe Con una scelta delle liriche nuovamente tradotte, due bellissimi volumi accompagnati da un prezioso apparato storico e critico (Bibliopolis, Napoli, pp. XII-305 + 414, euro 65,00).

Per la lunga storia editoriale dei suoi studi goethiani è naturale che in quell’introduzione l’autore abbia sentito il bisogno di storicizzarsi e di sottolineare come il suo itinerario si fosse svolto significativamente tra le due grandi guerre; e anche di ribadire che le opere di Goethe, così come gli erano state di conforto nell’ultimo anno della prima guerra mondiale, erano tornate a esserlo «nel triste tempo del regime di oppressione e di vergogna in cui l’Italia era caduta» (vol. primo, p. XII).

Nel mezzo di questo trentennale confronto, potremmo aggiungere noi, era venuto a cadere nel 1932 anche il primo centenario della morte di Goethe che il governo fascista si era ritenuto in dovere di onorare a suo modo. Da questo punto di vista la lunga ricerca di Croce su vita e opere di Goethe può essere considerata senza dubbio anche come un aspetto della sua resistenza e della sua opposizione al regime.

In ogni caso al Croce che scrive l’introduzione di Sorrento nel 1944 sta a cuore ribadire la funzione che quegli studi avevano avuto per lui in quei decenni drammatici: «lenimento e rasserenamento», proiezione dello stesso desiderio di mantenere, come Goethe, «l’animo sopra e fuori degli affetti politici» (vol. primo, p. IX), empatia e rifugio presso uno dei più alti rappresentanti dello spirito, uno scrittore che era stato capace di riunire in sé l’attitudine riflessiva e quella poetica.

Nei Terzi Saggi Croce si spinge a dire che «nessuno dei sommi poeti presenta questa doppia eccellenza di poeta e letterato» (vol. secondo, p.164), mostrando una tale intensità e continuità di ricerca che possiamo ben dire oggi che nessun altro in Italia ha dedicato tanto studio, e per così tanto tempo, all’opera di Goethe come lo ha fatto Croce.

Riproporre oggi, a distanza di quasi un secolo, il Goethe di Croce suona dunque come un giusto omaggio al filosofo napoletano e alla cultura napoletana; insieme si configura anche come un atto di coraggio visto che nella seconda metà del Novecento l’opera di Goethe ha conosciuto, anche da noi, innovazioni critiche profonde, importanti edizioni e nuove ipotesi storiografiche.

Se guardiamo, infatti, alle acquisizioni storiche, critiche e filologiche più recenti, ma anche a quelle ancora vicine al 1944 (per esempio al volume di Lukács Goethe und seine Zeit che, uscito nel ’46 e tradotto nel ’49, fu misconosciuto da Croce che ammise di non averne finito la lettura), è comprensibile che a qualcuno questo Goethe possa apparire oggi soltanto come un insigne monumento del passato; e da un certo punto di vista anche lo è. Ma se non si può chiedere a Croce ciò che oggi noi sappiamo in più di Goethe, forse proprio la distanza intercorsa ci permette di vedere meglio il valore di quegli studi, le loro contraddizioni, il loro senso oggi. Tanto più che i due volumi si presentano con tutti gli aggiornamenti possibili, grazie alle attente cure di Domenico Conte e di Chiara Cappiello.

È evidente che qui dobbiamo limitarci a sintetizzare i punti essenziali della lunga riflessione di Croce su Goethe. La prima considerazione riguarda un dato consolidato: i suoi studi hanno segnato un’inversione di rotta nella tradizione letteraria italiana tardo classicista, in ampia parte di matrice cattolica e «dantesca», che nella seconda metà dell’Ottocento aveva mostrato forme diverse di resistenza e difficoltà a capire il fenomeno Goethe, e soprattutto il Faust.

Anche se Croce rischia ogni tanto di rientrare lui stesso nella linea d’ombra antifaustiana quando afferma, per esempio, che il secondo Faust ha un approccio librettistico e che l’autore è l’ultimo grande poeta di corte (vol. 1, p. 117), la sua adesione al progetto etico-estetico di Goethe è totale e viene da una visione laica, non moralistica, di ascendenza desanctisiana; viene da un vasto orizzonte di letture e in particolare da un intenso confronto con la romanistica tedesca coeva, che gli permetteva di vedere e di andare oltre le riserve formali e strutturali della tradizione italiana. Non a caso tra i suoi interlocutori c’erano alcuni tra i più fini conoscitori delle culture romanze, anche loro al centro delle riflessioni teoriche sulla letteratura, quali ad esempio Karl Vossler e Leo Spitzer.

Come i due grandi romanisti, infatti, Croce è stato parte attiva del processo di mutamento che investì la ricerca letteraria nel passaggio al nuovo secolo e che fornì impulsi teorici anche nel campo della critica stilistica e perfino della linguistica, come ammise anche Cesare Cases in Saggi e note di letteratura tedesca (Einaudi 1963).

Superfluo ricordare che nel quadro della ricezione goethiana in Italia ebbero un ruolo anche le traduzioni che il filosofo aveva cominciato a pubblicare già nel 1919: traduzioni di testi poetici, nate «senza un deliberato proposito» e «come naturale risonanza delle letture che facevo», frutto e continuazione del lavoro ermeneutico (vol. 1, p. X). Croce traduttore ebbe un ruolo non solo per la conoscenza e divulgazione della poesia di Goethe, ma lo ebbe anche nella riflessione sulla traduzione come opera di libertà. Rileggendole oggi, si deve dire che alcune di esse stanno ancora nel novero delle migliori di cui disponiamo.

La seconda riflessione riguarda il vasto orizzonte europeo di Croce e il rapporto con quella grande cultura letteraria e filosofica tedesca che a metà Settecento era entrata nel contesto mondiale con opere e con autori fondamentali della storia moderna. Gli studi goethiani ebbero una parte centrale in questo rapporto, ed è molto significativo che la prima raccolta di saggi, apparsa nel 1919, seguisse di poco le grandi e allora notissime monografie, quella del norvegese Georg Brandes (’15) e quella monumentale di Friedrich Gundolf (’16).

Altrettanto significativo è il fatto che il libro crociano del ’19 venisse rapidamente tradotto in tedesco e in inglese ed entrasse quindi quasi subito in un circuito sovranazionale di scambio. In questo quadro l’attenzione ostinata di Croce sul processo creativo e sulle singole opere fu senz’altro lo strumento più efficace per contrastare la diffusa ricostruzione titanica ed enfatica della figura di Goethe, il biografismo esasperato, le varie forme del faustismo.

Nella nuova edizione il curatore Conte riserva giustamente grande spazio a questa dimensione europea di Croce e lo estende fino all’incontro con Thomas Mann, a cominciare dalla dedica a Mann che Croce fece della Storia d’Europa nel secolo decimonono e al loro breve carteggio. Goethe, come Mann, è per Croce la Germania grande e amata, parte dell’Europa che nel 1932 una generazione di scrittori e di intellettuali ardentemente desiderava e vedeva venire.

Ma il punto davvero centrale, il presupposto che ha reso possibile e che, nonostante le contraddizioni e gli errori, ha alimentato l’incontro con Goethe è stato senza dubbio il processo di fondazione dell’Estetica, il lavoro teorico e critico che aveva al centro l’operare artistico e che secondo Gianfranco Contini aveva segnato «il discrimine tra due secoli» (L’influenza culturale di Benedetto Croce, Ricciardi 1967). È stato il lavoro all’estetica che ha saldato l’interesse di Croce alla persona e all’opera di Goethe, che nelle sue molteplici articolazioni formali e fantastiche, soprattutto nel decennio che lo aveva visto solidale con Schiller, gli offriva un progetto etico, estetico e politico molto vicino al proprio sentire.

Nel lungo rapporto con Goethe il filo rosso che attraversava tutti i saggi goethiani del filosofo è stato il primato dell’opera singola, la convinzione che la poesia appartiene sempre al divenire e non all’essere, che la storia è sempre storia dell’opera e non della persona (Goethe, Bibliopolis, vol. 1, p. 157). Tutte le indagini di Croce sono state condotte dentro all’officina goethiana, fuori dall’ossessione unitaria e biografica, sempre alla ricerca del momento aurorale del discorso estetico, della nascita della poesia, dell’unità tra intuizione ed espressione, della compiuta autonomia dell’opera.

In questo quadro il Goethe di Croce fu un ostinato banco di prova, attraversò fasi diverse e non poté evitare errori, ma fu sempre per tutto l’arco di un trentennio, visione «ergocentrica». E se ci chiediamo alla fine quale è stato il Goethe di Benedetto Croce che oggi ci appare nella sua vera specificità, possiamo tranquillamente rispondere riprendendo, insieme a Vittorio Santoli (Fra Germania e Italia, Sansoni 1962), le sue stesse parole: Goethe è «una serie di singole creazioni… ciascuna delle quali costituisce per sé una ‘epoché’ che porta il nome collettivo di Goethe».