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martedì 16 giugno 2026

Il sapore della vittoria

Francesca Luci 
L'Iran incassa una vittoria che rafforza i moderati

il manifesto, 16 giugno 2026

«Oggi è diverso. La pace porta un sorriso, timido, tra le labbra, come se avesse paura di restare. So che domani pesa. Ma oggi non voglio saperlo». Sono le parole di Farahnaz, mamma single con due bambini. La vita frenetica della capitale Teheran continua in un vortice di energia contrastante. Correnti conservatrici e manifestanti alzano la voce, chiedendo cosa ne sarà del sangue del loro Leader. «Hanno venduto il sacrificio dei nostri martiri che nessun memorandum potrà ripagare», grida Mehdi.

I MERCATI FINANZIARI iraniani, “giudici imparziali”, rispondono con entusiasmo. Il prezzo del dollaro ha ceduto oltre il 10%; anche il costo delle monete d’oro ha registrato cali record. La Borsa di Teheran segna un balzo storico del 3,35%, trainata da un afflusso senza precedenti di capitali reali. Dopo mesi di guerra e paralisi economica, il mercato sembra respirare di nuovo.

Tutto ha avuto inizio il 28 febbraio quando Stati Uniti e Israele hanno colpito il quartier generale di Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran. L’86enne leader, al potere da oltre trent’anni, non è sopravvissuto. La sua morte ha aperto una crisi in un paese già logorato da anni di sanzioni, tensioni interne e isolamento internazionale.

La reazione iraniana però è stata immediata e viscerale: manifestazioni di piazza a Teheran, dichiarazioni di guerra del Parlamento, unità malgrado profonde differenze per salvare la patria. Pochi giorni dopo, mentre il paese era ancora sotto choc, Mojtaba Khamenei, 56 anni, figlio della Guida assassinata, è stato nominato terzo leader supremo con una procedura rapida, quasi convulsa. «Sarebbe stata davvero difficile la successione di Mojtaba se il padre non fosse stato assassinato e non fosse cominciata la guerra. È stato il punto di divergenza tra tutti i gruppi conservatori e i Guardiani della Rivoluzione» ci spiega Mehran, ricercatore a Teheran.

L’IRAN HA CHIUSO lo Stretto di Hormuz, mossa che ha scatenato la risposta americana con un blocco navale contro i principali porti strategici iraniani. Conseguenze economiche devastanti: «Il blocco navale e i porti paralizzati hanno portato a un’inflazione fuori controllo – continua Mehran – Il pericolo di collasso economico era realistico». Le famiglie iraniane, già stremate da anni di sanzioni, si sono trovate a fronteggiare una crisi senza fine.

I PRIMI COLLOQUI diplomatici, avviati ad aprile e mediati da Qatar e Pakistan, si sono arenati subito sulla questione nucleare. Lo stallo è sembrato invalicabile, un muro che nessuna delle due parti pareva disposta ad abbattere. «Ci sono voluti anni prima della firma dell’accordo nucleare del 2015 che Trump ha poi stracciato – osserva Mehran – Era impensabile raggiungere un’intesa in pochi giorni». Americani e israeliani scommettevano su una spaccatura tra i Guardiani della Rivoluzione e il clero, convinti che il paese fosse di fatto controllato dai militari. «Il clero non ha mai avuto problemi con i militari e viceversa: da 47 anni controllano il paese in simbiosi – spiega ancora Mehran – Una spaccatura sarebbe stata una rovina per entrambi, oltre a mettere in pericolo l’integrità del paese». L’unità del sistema iraniano, forgiata in decenni di coesistenza tra potere religioso e militare, si è dimostrata più solida di quanto i suoi nemici avessero previsto.

La svolta è giunta a metà aprile a Islamabad. Una delegazione Usa di alto profilo, composta dal vicepresidente J.D. Vance, dall’emissario Steve Witkoff e dal consigliere Jared Kushner, ha incontrato direttamente le controparti iraniane: lì qualcosa si è incrinato nel muro diplomatico. «Dopo Islamabad le divergenze rimangono all’interno dei vari gruppi conservatori e ultraconservatori», racconta Mehran. La posizione del nuovo leader era chiara: «Pragmatismo puro. Ecco che siamo entrati in una nuova era. Non diventeremo democratici da un giorno all’altro, ma ora c’è almeno una speranza di cambiamento».

Domenica 15 giugno Iran e Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa per estendere il cessate il fuoco di 60 giorni, con l’obiettivo di porre fine al conflitto. L’intesa, secondo gli iraniani, poggia su tre assi strategici: la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, con una menzione specifica per il Libano, la cui stabilizzazione viene considerata parte integrante del pacchetto; sullo Stretto di Hormuz, nonostante le pressioni americane per garantire il libero transito, l’Iran mantiene la sovranità sulle proprie acque territoriali, prevedendo la riscossione di costi legati ai servizi di navigazione e assicurazione secondo le convenzioni internazionali; un meccanismo finanziario da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione e allo sviluppo del paese, sostenuto non solo da capitali occidentali ma anche da Qatar, Emirati e Arabia saudita.

IL PRESIDENTE IRANIANO Masoud Pezeshkian ieri ha lodato la gestione del paese durante lo stato di guerra, sottolineando che la coesione nazionale ha impedito il collasso del sistema previsto dai nemici. Se il memorandum rappresenti davvero l’inizio della fine del conflitto o solo una pausa prima di nuove tensioni è difficile da dire. Non è facile sciogliere in 60 giorni nodi che affondano le radici in decenni di ostilità, diffidenza reciproca e interessi regionali contrapposti. Ma nulla può impedire la pace quando esiste una reale volontà politica di perseguirla. Il tempo darà la sua risposta.

giovedì 11 giugno 2026

Solo Trump ha le carte


Fabiana Magrì
Shain: "In questa partita solo Donald ha le carte. Se cambia idea sarà il requiem di Netanyahu"

La Stampa, 11 giugno 2026

Yossi Shain non ha dubbi: «La relazione tra Stati Uniti e Israele non è mai stata così solida» ma Benjamin Netanyahu è sempre più esposto agli umori di Donald Trump, «che quasi lo umilia». Dopo le “f...ing” telefonate, il presidente statunitense ha recentemente insinuato che il premier israeliano potrebbe essere vicino alla fine della sua carriera politica. Il Likud – il partito di Netanyahu – ha replicato che il primo ministro «si candiderà alle prossime elezioni e, se Dio vuole, vincerà». Ma la cosa che davvero è importante osservare – secondo il politologo israeliano, professore all’università di Tel Aviv, ex parlamentare e studioso delle relazioni tra Israele e la diaspora e tra Israele e il resto del mondo – non è tanto la dinamica del rapporto tra i due leader quanto se c’è ancora convergenza di obiettivi come all’inizio di Epic Fury: la necessità di abbattere il regime di Ayatollah e Pasdaran, neutralizzare l’uranio arricchito iraniano e i missili balistici.

C’è ancora una visione strategica comune?

«No, non credo. Netanyahu potrebbe desiderare di abbattere definitivamente l’Iran, quello che definisce “la piovra” della regione. Ma per Trump ci sono altri interessi in gioco. Non può permettersi di passare per il perdente contro l’Iran, sarebbe una macchia sulla sua reputazione e minerebbe la sua eredità di presidente che porta solo vittorie. Quindi potrebbe decidere di scatenare una guerra totale contro il regime di Teheran pur di riparare la sua aura di leader globale, soprattutto agli occhi della Cina e di tutti gli altri attori nella regione».

Quale sviluppo prevede?

«Non sappiamo ancora se Trump troverà un’onorevole via d’uscita da presentare come un grande risultato, con l’Iran che rinuncerà alle sue ambizioni nucleari. Ma è solo lui a tenere le carte in mano, solo lui può decider se e quando ordinare all’esercito americano di distruggere le infrastrutture in Iran. Cosa che non ha ancora fatto. Certamente la frustrazione tra la sua cerchia ristretta è dovuta sia al fatto che questa guerra si sta prolungando oltre le loro aspettative sia, in parte, che il premier israeliano, a loro avviso, sta prolungando il conflitto invece di fare progressi e concludere accordi come vorrebbe Trump, a cui piacciono le vittorie rapide».

Tra Donald e Bibi è quindi un disaccordo tattico, una nube passeggera o la fine di un’era?

«Neanche questo sappiamo. Ma non credo sia la fine di un’era. Da un lato le relazioni Usa-Israele stanno diventando sempre più personali ma questa alleanza è antica e, anche se può subire battute d’arresto, ci sono questioni – strategiche e non – ancora molto interconnesse».

Vede un collegamento tra la dichiarazione di Trump sulla carriera politica di Netanyahu e l’appoggio che ha sbandierato alla grazia per l’amico Bibi?

«Si potrebbe sostenere in modo cinico che Netanyahu sia completamente in debito con Trump. Come il presidente stesso ha detto in uno dei loro litigi a suon di urla: “Ti ho salvato il culo dalla prigione”. Quindi il premier sa che se Trump gli si oppone, è spacciato. Se lo considererà un fardello che lo trascina giù, senza dubbio Netanyahu si troverà rapidamente compromesso».

In un eventuale scenario successivo alle elezioni israeliane, in cui un leader diverso da Netanyahu si trovasse a fare i conti con Trump, cosa prevede?

«La situazione migliorerà drasticamente e rapidamente. Si apriranno molte possibilità. Le persone si renderanno conto che Israele ha una posizione securitaria per necessità, a prescindere da chi è al governo. Il Paese tornerà a essere attraente per lo spettro politico statunitense più ampio perché Netanyahu, così allineato a Trump, è la nemesi dei Democratici. E Trump avrà buoni rapporti di lavoro con la nuova leadership perché l’alleanza militare con l’America rimarrà, è un pilastro fondamentale per Israele, una sicurezza strategica. Netanyahu, per una serie di ragioni, è diventato tossico per Israele in Europa, negli Stati Uniti, tra i Democratici. E lo sta diventando sempre di più anche tra i Maga. Ha esaurito sostegno ed empatia. L’unico che rimane in contatto con lui in modo più franco è il presidente americano. Ma se Trump cambiasse idea, sarebbe davvero il requiem di Bibi».

Ritiene che le prossime elezioni in Israele siano in qualche modo parte integrante o un punto chiave per porre fine alla guerra in Medio Oriente?

«È difficile fare previsioni sulla triste storia di Netanyahu che fino a pochi anni fa, fino agli Accordi di Abramo, si comportava come il gallo nel pollaio. Persino dopo il 7 ottobre e dopo la guerra dei 12 giorni contro l’Iran, lui e Trump erano ancora percepiti come potenti. Erano stati in grado di sedare la minaccia iraniana, avevano creato aperture con l’Arabia Saudita e altri interlocutori in Medio Oriente. C’erano le basi per un’eredità politica di Netanyahu come leader che, sia pure in una fase successiva, avrebbe finito per prevalere su Hezbollah, Hamas e sull’Iran. Ma la realtà sta diventando corrosiva per l’immagine di Bibi. Nonostante nei suoi discorsi continui a ripetere che, grazie alle sue azioni, abbiamo indebolito i nemici fino a renderli innocui, questa non è l’opinione degli israeliani. Non di quelli che continuano a vivere nella necessità di correre al riparo nei rifugi».

mercoledì 6 maggio 2026

Il papa portavoce dell'umanità

 


Alla fine Leone XIV non è un papa così cauto

Che idee ha sulla politica internazionale e com'è che le sue posizioni siano diventate così nette, specialmente contro Trump

Francesco Gaeta
Il Post, 21 aprile 2026

Nel suo primo anno di pontificato, Leone XIV è stato raccontato come un papa prudente, quasi trattenuto, meno esposto del suo predecessore Francesco nella politica internazionale. Il termine più usato per definirlo, anche tra chi già lo conosceva, è stato «cauto». Nelle ultime settimane però questa immagine è cambiata. Davanti all’ampliarsi delle guerre e soprattutto nello scontro con Donald Trump il linguaggio del papa è diventato netto, diretto, emotivamente intenso. Soprattutto sulle questioni di politica internazionale è emerso un atteggiamento tutt’altro che cauto, e perfino inaspettato.

Al momento della sua elezione in piazza San Pietro, Leone XIV aveva nominato nove volte la parola pace, accostandola agli aggettivi «disarmata e disarmante». Nelle ultime settimane invece ha parlato molte volte della guerra, definendola «uno scandalo per la famiglia umana». A proposito delle guerre in corso, ha parlato di una violenza che può diventare «una voragine irreparabile». Ha definito il mondo come devastato da «un manipolo di tiranni». Ha anche accusato «chi manipola la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari, economici e politici», e ha aggiunto che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta», cosa che a molti è sembrata un riferimento alle ripetute citazioni bibliche – a volte inventate – usate dall’amministrazione statunitense a sostegno delle azioni di guerra contro l’Iran.

Questo cambiamento è avvenuto soprattutto dalla fine di febbraio, dopo l’avvio della guerra in Medio Oriente. Si è accentuato durante le celebrazioni della Pasqua, mentre la guerra si aggravava, e si è rafforzato durante il viaggio in Africa, che si è appena concluso. A bordo dell’aereo su cui viaggiava, rispondendo a una domanda sul tema, Leone XIV si è espresso in modo diretto: «Troppe persone innocenti vengono uccise. E penso che qualcuno debba alzarsi e dire: “C’è un modo migliore”».

Secondo Iacopo Scaramuzzi, giornalista di Repubblica molto esperto di Vaticano, non è Leone XIV a essere cambiato ma il contesto in cui si muove oggi rispetto a qualche mese fa. «La situazione internazionale lo ha quasi costretto a essere più netto. C’è anche il fatto che si sente più a suo agio nel ruolo di pontefice: lui stesso aveva parlato di “curva di apprendimento”. Quella fase è evidentemente conclusa». Secondo Scaramuzzi c’è un momento preciso che segna uno scarto: «È stato il 4 aprile, quando ha detto che la pretesa di Donald Trump di “cancellare l’intera civiltà iraniana” era inaccettabile. Una parola chiara, pronunciata a braccio, fuori dal protocollo. Del tutto inattesa».

Nella stessa occasione il papa aveva aggiunto qualcosa di ancora più forte. Aveva invitato «i cittadini a contattare le autorità, i leader politici, i membri del Congresso, per dire loro di lavorare per la pace e rifiutare la guerra». Sebbene rivolto a tutti i popoli, il riferimento al Congresso collocava l’invito in un ambito molto preciso: il papa statunitense invitava i cittadini statunitensi a prendere posizione sulle politiche di chi li governa.

Secondo il professore di Ecclesiologia Massimo Faggioli quella frase segna una fase nuova del pontificato, non solo nei rapporti con gli Stati Uniti. Faggioli insegna al Trinity College di Dublino e ha da poco scritto un libro sul cattolicesimo negli Stati Uniti (Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana, edito da Scholé). Dice che il trumpismo è «una forma di messianismo politico, in un paese dove non c’è mai stata una separazione netta tra politica e religione. Oggi però si è andati oltre: c’è un presidente che si sente investito da Dio, si pensa e si raffigura come un nuovo messia e usa un linguaggio da guerra santa per gestire gli affari del mondo».

Per il Vaticano questa «logica premoderna» in cui la teologia serve a legittimare la politica è «estremamente disturbante e chiaramente inaccettabile», dice Faggioli. Leone XIV non solo sta dicendo no alla guerra, sta anche rifiutando che il potere si faccia consacrare dalla religione. Si crea così un ribaltamento quasi paradossale: «Il Vaticano di Leone XIV è oggi portatore di un approccio laico alla politica, perché difende il diritto internazionale, le Costituzioni, lo stato di diritto contro chi è al potere sentendosi investito da Dio. La Santa Sede è diventata il bastione più visibile dell’Illuminismo», dice ancora Faggioli.

lunedì 27 aprile 2026

Gerusalemme

 


Luc Bronner
Vincent Lemire, storico: "Nel conflitto israelo-palestinese, Gerusalemme non è la serratura, può diventare la chiave
Le Monde, 27 aprile 2026

Lo storico Vincent Lemire, professore all'Università Gustave Eiffel di Seine-et-Marne, pubblica, insieme all'ex diplomatico europeo Bernard Philippe, Gerusalemme, la storia non è mai scritta (Albin Michel, 288 pagine, 22,90 euro), una lunga analisi del conflitto israelo-palestinese attraverso il destino della "città tre volte santa".

La pace non è mai sembrata così lontana in Medio Oriente. Eppure lei ha pubblicato un libro sorprendente che propone di partire da Gerusalemme, epicentro di tutte le tensioni, per tentare di risolvere questi conflitti accumulati. Perché?

Questo libro è una controffensiva intellettuale, perché abbiamo urgente bisogno di un'utopia politica. Pubblicato nel caos, cerca di dischiudere l'orizzonte. Siamo tutti attoniti; dobbiamo alzare lo sguardo per continuare a pensare e a sperare, perché la disperazione è un'arma formidabile, brandita dai guerrafondai. Perché, dunque, concentrarsi su Gerusalemme? Perché è l'occhio del ciclone, che porta con sé diverse idee consolidate contro le quali combatto da trent'anni.

Il primo equivoco è che Gerusalemme sia il problema più difficile da risolvere, qualcosa da affrontare in seguito, una volta risolte tutte le altre questioni – un grave difetto del processo di Oslo. Noi sosteniamo esattamente il contrario: Gerusalemme non è la serratura, ma può diventare la chiave. Ciò richiede di abbandonare un altro equivoco: che il suo unico futuro possibile risieda nella spartizione. Al contrario, sosteniamo che possa essere la città di una spartizione senza divisione, fungendo così da laboratorio per l'intero territorio israelo-palestinese.

Ben lungi dai grandi trattati di pace, lei propone una politica di pianificazione urbana e servizi pubblici volta a stabilire l'uguaglianza tra i residenti, indipendentemente dalla loro religione o identità nazionale. Lei parla di "rattoppare" la città di Gerusalemme. Cosa intende con questa espressione?

Ricostruire Gerusalemme significa innanzitutto partire dalla realtà e dalle sue fratture. Ricostruire significa riparare, partendo da una terribile constatazione: case palestinesi distrutte, quartieri di Gerusalemme Est soffocati, famiglie ebraiche laiche in fuga da Gerusalemme Ovest, un muro di separazione che trafigge la città… Oggi Gerusalemme è una città emiplegica, con una parte israeliana sviluppata e una parte palestinese emarginata e soffocata.

Ma rattoppare non significa cancellare. Le cuciture rimarranno sempre visibili, perché Gerusalemme non è destinata a diventare una città omogenea, riunificata con la forza delle armi o per decreto. Gerusalemme è un palinsesto, un mosaico, senza dubbio una delle città al mondo in cui la diversità dei suoi abitanti, quartieri e stili di vita è maggiore. Bisogna ricucire senza standardizzare, riparare senza fantasticare.

Cosa si dovrebbe fare oggi a Gerusalemme?

Dobbiamo partire dai bisogni primari di ogni abitante della città. Prima fra tutti, l'alloggio. Oggi, a causa dell'impossibilità di ottenere permessi di costruzione, un terzo delle case palestinesi è minacciato di demolizione. Oltre 120.000 palestinesi vivono nel terrore del bulldozer, con questa spada di Damocle che pende sui loro tetti. La priorità assoluta, quindi, è garantire l'accesso all'alloggio attraverso la graduale legalizzazione delle costruzioni a Gerusalemme Est.

Ora, immaginatevi la situazione. A causa del muro, 160.000 residenti di Gerusalemme Est, che vivono entro i confini del comune israeliano, sono separati dalla propria città da 8 metri di cemento e da checkpoint che sono molto spesso chiusi. Una città in cui non si può più tornare a casa o andare al lavoro non è più una città, è un campo fortificato.

Infine, vivere con dignità. Il settanta per cento dei bambini palestinesi vive al di sotto della soglia di povertà. I ​​palestinesi rappresentano il 40% della popolazione, ma ricevono meno del 10% del bilancio comunale. Mancano loro tutti i servizi che una città dovrebbe garantire: scuole, marciapiedi, trasporti, pulizia, infrastrutture…

Si potrebbe sostenere che il suo approccio contribuisca a depoliticizzare il dibattito…

Al contrario, credo che ripoliticizzi la questione, nel modo giusto. Parlare di pianificazione urbana, alloggi, scuole e traffico non significa depoliticizzare; significa mostrare che la politica ha un impatto sui corpi, sulle famiglie e sui percorsi di vita. Le scelte dell'estrema destra israeliana hanno effetti molto concreti sui palestinesi di Gerusalemme.

Naturalmente, nulla di ciò che proponiamo sarebbe possibile con l'attuale coalizione, con la polizia di Itamar Ben Gvir, l'espansione coloniale promossa da Bezalel Smotrich o le continue espulsioni di famiglie palestinesi nel distretto di Silwan.

Nel nostro approccio non c'è né ingenuità né idealismo. Io sono uno storico, Bernard Philippe un diplomatico; sappiamo che condividere una città non significa improvvisamente amare il proprio prossimo. Significa garantire i diritti. Questa proposta politica è ben più radicale delle grandi dichiarazioni diplomatiche, spesso avulse dalla realtà.

Gli israeliani proclamarono Gerusalemme capitale di uno stato che aspirava ad essere al contempo ebraico e democratico. Lei dimostra che questo obiettivo è fallito su entrambi i fronti. Perché?

Dal punto di vista demografico, la situazione è chiara. Nel 1967, i palestinesi rappresentavano il 25% della popolazione di Gerusalemme; oggi ne costituiscono il 40%. La giudaizzazione demografica di Gerusalemme si è quindi rivelata un completo fallimento. Ironicamente, è stata proprio la minaccia di revocare i permessi di soggiorno ai palestinesi assenti dalla città per più di cinque anni a costringerli a rimanervi.

Se osserviamo da vicino la Città Vecchia, constatiamo che il 90% dei suoi abitanti non è né ebreo né israeliano. La proclamazione di sovranità non basta a cambiare la profonda composizione sociale di una città. Nonostante le bandiere, la polizia, le barricate e i gas lacrimogeni, chi vive e dorme lì è innegabilmente palestinese.

Dal punto di vista democratico, Gerusalemme funge da lente d'ingrandimento per la situazione israeliana: il 40% della popolazione non vota alle elezioni locali perché si rifiuta di legittimare l'occupazione e l'annessione. In effetti, storicamente, non c'è mai stato un tentativo riuscito di appropriazione esclusiva della Città Santa. Gli ultimi a provarci furono i Crociati, e per loro finì molto male! Gerusalemme è la culla comune delle tre religioni monoteiste; è sempre stata una città di compresenza, se non di coesistenza, una confutazione concreta di ogni fantasia di purezza etno-religiosa.

Molti israeliani liberali vedono Gerusalemme come qualcosa di ripugnante, come l'incarnazione di ciò che la visione messianica ed estremista potrebbe fare di Israele in futuro. Perché?

Gerusalemme è il laboratorio cruciale per ciò che i liberali temono per l'intero Paese. In primo luogo, l'ortodossizzazione della città: quello che un tempo appariva come un fenomeno periferico o folcloristico è diventato una dinamica demografica strutturante, che in definitiva pesa pesantemente sui processi democratici. Poi ci sono le conseguenze della svolta ultraliberale imposta da Benjamin Netanyahu: speculazione immobiliare, congestione urbana e costo della vita alle stelle. Per molti liberali israeliani, Gerusalemme non è più una promessa, ma un monito.

Alcuni leader israeliani, come il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, stanno cercando di provocare incidenti attaccando lo status quo religioso a Gerusalemme. Questo ti preoccupa?

Sì, perché la dinamica è esponenziale e quindi esplosiva. Quindici anni fa, circa 2.000 ebrei religiosi si recavano ogni anno sul Monte del Tempio per pregare in modo ostentato; oggi sono più di 50.000. Ben Gvir ci va regolarmente con i coloni militanti, per compiere gesti di preghiera, ballare, cantare, sdraiarsi a terra, protetto da decine di agenti di polizia.

Tuttavia, lo status quo sul Monte del Tempio è uno status quo israeliano, creato interamente nel 1967 da Moshe Dayan. Il 9 giugno 1967, gli israeliani presero due decisioni simultaneamente: demolirono il quartiere Mughrabi per ampliare la piazza del Muro Occidentale e destinarla all'uso esclusivo degli ebrei religiosi, e allo stesso tempo confermarono il carattere musulmano del Monte del Tempio.

Gli israeliani hanno quindi una responsabilità particolare nel preservare uno status quo che essi stessi hanno creato. Questo status quo è ciò che io chiamo la "soluzione dei due luoghi", riecheggiando la soluzione dei due Stati, ovvero spazi autonomi in cui tutti sono al sicuro e la loro fede e pratica religiosa sono protette. Il progetto Ben Gvir è l'esatto opposto; è il modello di Hebron, con una divisione militarizzata dello spazio e del tempo, vetri antiproiettile e attrito costante. È una macchina da guerra.

Lei scrive: "Per una fetta sempre più ampia della popolazione israeliana, il testo biblico è considerato un registro fondiario, e il potere politico, investito di santità, ha la missione di raggiungere questo orizzonte nel quadro di una restaurazione del Grande Israele". La Grande Gerusalemme e il Grande Israele stanno progredendo insieme?

Assolutamente. Stiamo assistendo alla sostituzione del sionismo con un altro progetto. In breve, stiamo passando dal sionismo di Herzl [Theodor Herzl (1860-1904), giornalista austro-ungarico, padre fondatore del sionismo] , per il quale la sicurezza degli ebrei era centrale, al post-sionismo dell'estrema destra suprematista, che promuove un progetto chiaramente messianico, anche a rischio di mettere in pericolo gli ebrei in Israele e nella diaspora. Questa è una rottura storica di enorme portata. Da questa prospettiva, la Grande Gerusalemme è l'avamposto del Grande Israele. Quando la Bibbia diventa un registro fondiario, la politica cessa di governare il presente: inizia a inseguire una profezia apocalittica.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/04/27/vincent-lemire-historien-dans-le-conflit-israelo-palestinien-jerusalem-n-est-pas-le-verrou-elle-peut-devenir-la-cle_6683606_3232.html

giovedì 9 aprile 2026

Tregua, guerra e diplomazia

Massimo Recalcati
La lezione della tregua

la Repubblica 10 aprile 2026

Non è la pace e non è la guerra. Delude i falchi perché interrompe la violenza crudele della guerra, ma delude anche le colombe perché non ne segna davvero la fine. La tregua accade nel mezzo della guerra e dunque non la può redimere, non la può lasciare alle spalle. Piuttosto la interrompe solo provvisoriamente. È una pausa, un varco incerto che si apre in un tempo sospeso. Essa porta sempre con sé una ambivalenza di fondo: è nello stesso tempo un sollievo e una minaccia, una preparazione possibile della pace e un ritorno altrettanto possibile della guerra.

La caduta di Troia ci consegna una delle figure più inquietanti della falsa tregua. Conosciamo il racconto: gli achei escogitano, attraverso l’astuto Ulisse, una sospensione solo apparente della guerra. Lo stratagemma del cavallo di legno si offre come il segno del loro ritiro, della fine del conflitto, ma in realtà prepara il saccheggio e la distruzione definitiva di Troia. È una tregua che non lavora per la pace ma per il massacro totale.

La storia lo insegna: la tregua può diventare un inganno, una maschera. Non ogni tregua è infatti finalizzata alla pace. Esistono tregue tattiche, manipolate, utilizzate per riorganizzare l’offensiva e perfezionare le proprie ambizioni di dominio. Esistono tregue che non sono tentativi di fermare la guerra ma di proseguirla con altri mezzi. Quando questo accade la tregua diviene un mero travestimento della spinta bellica alla distruzione.

E tuttavia sarebbe un errore soffermarsi solo sulla dimensione della tregua come falsificazione di una volontà segreta di guerra. Esiste infatti anche un’altra versione della tregua che comporta il ritorno alla legge della parola là dove lo scoppio della guerra l’aveva sconvolta e azzerata. Ogni guerra, prima ancora di uccidere i corpi dei soldati e dei civili, uccide la parola.

In questa prospettiva, per quanto non sia ancora la pace, la tregua segnala la riapparizione della parola nella forma dell’azione politico-diplomatica. L’imperativo militare cede il passo alla tortuosità inevitabile della concertazione. La tregua comincia quando il nemico, pur rimanendo tale, ritorna a essere un interlocutore perché ritorna a condividere la dimensione umana della parola. È un movimento fragile, esitante, ma decisivo.

Beirut (Libano), 9 aprile: una foto di famiglia in una casa bombardata
Beirut (Libano), 9 aprile: una foto di famiglia in una casa bombardata 

La scelta compiuta da Primo Levi di titolare il proprio racconto dell’uscita da Auschwitz La tregua riflette il fatto che in gioco non era affatto l’illusione di una liberazione senza strascichi dall’orrore, la riconciliazione finale con il mondo, un passaggio lineare dall’inferno del campo alla ripresa della vita ordinaria. Piuttosto la tregua scava un intervallo che non può cancellare l’orrore. Un tempo intermedio e precario nel quale la crudeltà del campo aveva smesso di regnare in forma assoluta, senza però essersi del tutto dissolta. Il trauma infatti resta e non può essere dimenticato.

Levi chiama questo tempo di mezzo tregua proprio per nominare lo statuto sospeso dell’esistenza dopo la catastrofe. Il male storico della Shoah non può terminare davvero con l’apertura dei cancelli di Auschwitz ma è destinato a proseguire nella memoria, nei sogni, nella fatica del ritorno alla vita. Questo significa che nessuna tregua può coincidere con un’innocenza ritrovata perché è solo il nome fragile di una sopravvivenza che prova a ricominciare senza poter cancellare ciò che è stato. Per questo la tregua non è soltanto una categoria politica o militare, ma è una profonda figura dell’umano.

Beit Lahia (Striscia di Gaza): una famiglia a tavola nella casa distrutta
Beit Lahia (Striscia di Gaza): una famiglia a tavola nella casa distrutta (ansa)

È sempre un errore madornale pensare alla pace come a un ordine che si è definitivamente compiuto. Sarebbe più corretto invece considerare la nostra vita collettiva in una condizione permanente di tregua. Solo in questo modo saremmo costretti a lavorare davvero per rafforzare le nostre iniziative politiche, culturali, sociali in grado di tutelare la pace prevenendo la tentazione “umana troppo umana” della guerra.

È proprio nel suo statuto incerto che ogni tregua custodisce una verità profonda che tendiamo invece a voler ignorare: il tempo della pace non può mai essere un tempo definitivo, ma porta sempre con sé la natura instabile della tregua, dunque un tempo necessariamente sospeso. In ogni tregua la macchina della guerra si arresta ma nulla garantisce che si arresti davvero per sempre. Il nemico come oggetto d’odio e di ostilità resta tale.

Per questa ragione nessuna pace può mai assicurare un ordine stabile, immune dalla tentazione umana della guerra. Sicché la tregua non è solo un tempo sospeso nel mezzo di una guerra ma anche un tempo dove la pace dovrebbe essere alimentata di continuo, in modo attivo, così da prevenire ed evitare l’esplosione della guerra. L’esperienza della tregua ci ricorda che la nostra storia non procede mai per assoluti ma solamente per passaggi instabili, per interruzioni, per aperture incerte.

È questa la lezione più severa della tregua: non esiste nessuna pace davvero compiuta per sempre, non esiste un ordine assoluto della pace. Piuttosto a essere permanente è sempre l’incertezza della tregua. Non ce ne siamo affatto accorti in questi ultimi decenni. È la nostra colpa più profonda. Abbiamo confuso la pace come un ordine stabile delle cose realizzato una volta per tutte quando invece la pace — ogni forma umana di pace — dovrebbe essere sempre pensata a partire dalla figura tremendamente incompiuta della tregua.

domenica 29 marzo 2026

No Kings, la politica ritrova il suo posto


No Kings, no party, verrebbe da dire. Party come partito, in questo caso. Un corteo imponente, anche se la cifra di 300mila è esagerata. Forse 50mila si avvicina di più alla consistenza reale. E il Manifesto sceglie come titolo del giorno Realpolitik. Come dire che è questa la politica vera. Per carità, è vera pure la politica dei palazzi romani, anche se non sembra avere lo stesso respiro e soprattutto è malata di senescenza acuta, lontana da ogni freschezza. Ezio Mauro oggi nel suo editoriale sulla Repubblica chiama in causa "lo spirito repubblicano residuo del paese, quel patriottismo costituzionale che ci tiene insieme, in una storia comune". Gli fa eco, sullo stesso giornale, Giuliano Amato quando scrive: "L'ingresso dei più giovani nell'arena politica è un cambiamento davvero importante per la nostra asfittica e fragile democrazia. Contro il populismo della destra ma anche contro il populismo di sinistra. Schiacciata sui sondaggi, la nostra politica ha perso il futuro. E possono restituirglielo solo i giovani che il futuro ce l'hanno dentro, sensibili più di tutti gli altri ai temi della sostenibilità del pianeta e alla difesa della pace". Messaggio ricevuto (e trasmesso), in fin dei conti. La verità, come la menzogna, è contagiosa. Una volta emersa, si diffonde, si espande, guadagna proseliti cammin facendo. Prima o poi è destinata a raggiungere anche i piani alti del potere costituito. La persistente popolarità del presidente Mattarella era già un segnale premonitore del cambiamento in atto. Altri seguiranno per via di una svolta che ormai si impone alla luce del sole. Altro che primarie, altro che campo largo. Campo aperto agli istinti vitali della democrazia. 

Fabrizio Caccia
"No Kings", in migliaia alla sfilata contro le guerre. Gli attacchi a Meloni
Corriere della Sera, 29 marzo 2026

Da piazza della Repubblica a San Giovanni, a Roma, è sfilato il corteo Nokings Italy, la manifestazione internazionale «contro i re e le loro guerre». E anche per dire «no all’autoritarismo, no alla guerra, no al riarmo, no al genocidio e no alla repressione», e «no al governo». Bloccata la tangenziale. A poche ore dall’inizio della manifestazione l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis è stata «controllata» dalla polizia nella sua camera d’albergo. «L’Italia è ormai un regime» ha commentato Salis. «Un atto dovuto in base agli obblighi internazionali» per una richiesta arrivata dalla Germania, la replica della Questura.

ROMA «Questa è la piazza del No al referendum», dice il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, dalla testa del corteo dei No Kings Italia, con lo striscione «Per un mondo libero dalle guerre» dietro cui sfilano 700 sigle tra partiti, sindacati, associazioni (Anpi, Arci), pacifisti, pro Pal. È la tappa nazionale della mobilitazione globale, da Londra a Minneapolis, intitolata «Together: contro i Re e le loro guerre». Così, la piazza intona slogan contro Trump, Netanyahu, Orbán, ma anche contro la nostra premier («Giorgia Meloni vattene») perché il sottotesto del grande corteo romano, il primo dopo il referendum, è proprio quello di «mandare a casa il governo» nel 2027. In piazza, oltre a Landini e alla Fiom, ci sono anche Angelo Bonelli («un’altra Italia è possibile») e Nicola Fratoianni di Avs.

Davvero, come dice Landini, sembra la piazza dei No: ci sono i giovanissimi della Genz, ma anche i nuovi e vecchi leader dei movimenti. C’è Andrea Alzetta, detto «Tarzan», dello spazio romano occupato Spin Time a rischio sgombero e a pochi metri sfila Luca Casarini dell’ong Mediterranea. Nel 2000 militavano insieme nei Disobbedienti. E poi ecco Piero Bernocchi dei Cobas («l’anno prossimo compirò 80 anni, abbiamo perso un sacco di volte, ora godiamoci il momento») e il veneziano no global Tommaso Cacciari, nipote di Massimo, che mette in guardia il centrosinistra: «La potenzialità per mandare a casa Meloni ci sarebbe, ma questi partiti non riescono a intercettare la grande voglia di cambiamento, hanno dietro vecchie logiche, invece dovrebbero mettersi in ascolto, al servizio dei movimenti».

Si temevano violenze, mille agenti mobilitati, per l’arrivo dei torinesi di Askatasuna, bloccati però in partenza dal debutto del «fermo preventivo». Lo striscione verde «Il consenso è sexy! Fermiamo il ddl Bongiorno» dell’associazione Non una di meno regala invece un sorriso. Restano però impresse brutte immagini: bruciati due cartelloni con le bandiere di Usa e Israele. E poi le foto di Meloni, del presidente del Senato La Russa e del ministro della Giustizia Nordio a testa in giù. Alla loro destra una lugubre ghigliottina di cartone. «Quanto odio», s’indigna Simonetta Matone, deputata della Lega. E Stefania Craxi, neo presidente dei senatori FI, parla di «segnali di regressione democratica».

È il 28 marzo, per gli anarchici l’anniversario del suicidio di «Baleno», Edoardo Massari, a Torino nel 1998. Ci sono anche loro a Roma (i milanesi del Ponte della Ghisolfa hanno portato pure una bandiera del Leonka) e all’esquilino viene srotolato uno striscione per Alfredo Cospito («contro il 41bis, lo Stato tortura, Alfredo libero») e un altro per Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti a Roma preparando un ordigno («se viviamo è per far saltare la testa dei re»).

Sventolano bandiere della Palestina, dell’iran, di Cuba e del Venezuela, insieme a quelle della Pace. «Siamo 300 mila», annunciano gli organizzatori. Così tanti, anche se la Questura non conferma, che il percorso inizialmente previsto, da piazza Esedra a San Giovanni, si allunga fino al Verano passando per la tangenziale est: «Blocchiamo la tangenziale, blocchiamo il governo», si grida dal carro di testa.

mercoledì 25 febbraio 2026

Per una Ucraina neutrale

Riccardo Michelucci
Ucraina, c’è una proposta di pace in arrivo dalla Germania. "Sì a una Kiev neutrale"
Avvenire, 25 febbraio 2026

Michael von der Schulenburg è tra i promotori dell'appello lanciato da un gruppo di personalità tedesche, tra cui Peter Brandt, figlio del cancelliere della distensione: «Si cessi di aizzare l'odio, anche da parte del Parlamento europeo. Irrealistica la richiesta di Bruxelles di un ritiro totale delle truppe russe prima dell'avvio dei negoziati».
Un cessate il fuoco immediato, negoziati sui territori e garanzie di sicurezza, uno status internazionale che assicuri la sovranità dell’Ucraina e insieme un nuovo quadro di sicurezza paneuropeo: è il cuore della proposta di pace elaborata da un gruppo di personalità tedesche con lunga esperienza diplomatica e militare, che invita l’Ue ad assumere un’iniziativa autonoma per fermare la guerra. Il documento – “Ukraine and Russia: How this war can be ended with a negotiated peace” – entra nel merito dei nodi più controversi: dalla gestione delle aree occupate al possibile assetto di neutralità di Kiev o a un suo diverso rapporto con la Nato, dalle garanzie internazionali alla futura consistenza delle forze armate ucraine, fino a un trattato di pace accompagnato da un cessate il fuoco e da una nuova architettura di sicurezza regionale.
Tra i promotori c’è Michael von der Schulenburg, per oltre trent’anni diplomatico delle Nazioni Unite in scenari di crisi e oggi deputato al Parlamento europeo, dove si occupa di politica estera e sicurezza. Con lui hanno firmato la proposta l’ex generale Harald Kujat, ex capo di Stato Maggiore della Bundeswehr e presidente del Comitato militare della Nato, lo storico Peter Brandt (figlio del cancelliere fautore della distensione con la Ddr), il politologo Hajo Funke e Horst Teltschik, già consigliere per gli affari esteri e la sicurezza del cancelliere Helmut Kohl.
La proposta parte dalla constatazione dello stallo bellico e dal fatto che l’ipotesi di una soluzione puramente militare appare sempre più remota e rischiosa. Per questo indica tre obiettivi generali da condividere prima ancora di sedersi al tavolo: garantire l’esistenza di un’Ucraina sovrana, indipendente e funzionante; porre le basi di un ordine di sicurezza europeo che tenga conto anche della minaccia russa; sviluppare compromessi concreti e graduali per chiudere il conflitto.
Von der Schulenburg, perché sostenete che l’Ue deve cambiare linguaggio?
Nel quarto anniversario della guerra in Ucraina, il Parlamento europeo ha presentato una risoluzione carica di odio e di richieste completamente irrealistiche. Noi crediamo che, se l’Europa vorrà mai negoziare, o vorrà far parte di futuri negoziati, dovrà convincersi che l’unico modo per salvare l’Ucraina e porre fine alla guerra passa attraverso la diplomazia. Ma finché i politici occidentali crederanno di poter mettere in ginocchio la Russia prolungando la guerra a tempo indeterminato, i negoziati non saranno possibili. Questa convinzione è anche pericolosa, perché dopo il ritiro degli Stati Uniti, i membri europei della Nato non hanno né le risorse finanziarie né quelle militari per mantenere tale linea. Dobbiamo evitare a tutti i costi che le forze armate ucraine crollino, perché ciò causerebbe inevitabilmente anche il crollo politico di Kiev.
Ritenete realistica la richiesta di Bruxelles di un ritiro totale delle truppe russe prima dell’avvio dei negoziati?
È assolutamente inverosimile. Non accadrà, né ora né in futuro. Per il semplice motivo che non siamo in grado di cambiare le sorti della guerra in Ucraina sul piano militare. Dobbiamo accettare il fatto che certi territori sono stati occupati e che gran parte della popolazione di queste aree non vuole più far parte dell’Ucraina. Come accadde anni fa in Kosovo, dove molta gente non voleva più far parte della Serbia.
Quindi cosa proponete per questi territori?
Il congelamento della linea del fronte nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson e la rinuncia da parte di Mosca di parte dei territori che attualmente occupa. In cambio, Kiev dovrebbe riconoscere l’indipendenza di Donetsk e Luhansk, con un ritiro reciproco delle forze armate e una fase di amministrazione fiduciaria sotto l’egida Onu. Entro cento giorni dovrebbe poi tenersi un referendum sulla secessione delle due regioni, sotto osservazione internazionale. Con l’impegno di entrambe le parti a rispettarne e recepirne l’esito.
Pensate che la neutralità dell’Ucraina sia l’unica soluzione praticabile?
Sì. Un’Ucraina neutrale potrebbe ristabilire le sue relazioni con la Russia, con l'Asia centrale, con la Cina, ma anche con l’Ue. Kiev non può diventare parte di un’alleanza militare, così come non sarebbe possibile per Cuba, il Messico o il Venezuela far parte di un'alleanza ostile agli Stati Uniti.
Quali garanzie di sicurezza renderebbero credibile tale soluzione?
Dobbiamo garantire innanzitutto la sopravvivenza dell’Ucraina come stato sovrano indipendente e poi gettare le basi di un ordine paneuropeo che tenga conto degli interessi di sicurezza di entrambe le parti. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dell’Ucraina, che oggi è distrutta. E dobbiamo garantire un futuro agli ucraini.