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lunedì 29 giugno 2026

Hezbollah escluso e presente

Naim Kassem

Francesca Mannocchi
Così l'accordo del Libano con Israele può scatenare una guerra civile

La Stampa, 29 giugno 2026

Il 26 giugno, a Washington, Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro. Alla cerimonia era presente il Segretario di Stato Marco Rubio, che ha definito il momento «l’inizio dell’inizio». È una frase onesta, forse più di quanto intendesse: perché nel momento stesso in cui i rappresentanti dei due Paesi firmavano, nel Sud del Libano le forze israeliane continuavano a colpire, Hezbollah dichiarava l’accordo nullo e senza valore, e Benjamin Netanyahu precisava che le sue truppe rimarranno nella zona di sicurezza finché Hezbollah non sarà disarmato – cioè, nelle condizioni date, a tempo indeterminato. Otto giorni prima gli Stati Uniti e l’Iran avevano firmato un memorandum d’intesa con la stessa regia: stessa cerimonia ordinata, stesso linguaggio della condizionalità, stesse promesse di sequenze verificabili. Anche quel testo si era incrinato nel giro di ventiquattr’ore. La diplomazia americana produce accordi con grande efficienza. Tenerli in piedi è un’altra questione.

L’accordo tra Israele e Libano è un testo breve, costruito con il linguaggio ordinato della diplomazia americana: ritiro graduale, zone pilota, verifica, ritorno dei civili, ricostruzione, rafforzamento dell’esercito libanese. Sulla carta disegna una sequenza razionale: Israele arretra da alcune aree del Sud, l’esercito libanese vi entra, prende il controllo del territorio, smantella le infrastrutture dei gruppi armati, garantisce sicurezza e permette agli abitanti di tornare. Ma il Libano raramente obbedisce all’ordine delle carte, per questo l’accordo nasce fragile nel suo punto più importante cioè chiedere allo Stato libanese di comportarsi come se avesse già il monopolio della forza, mentre l’intero testo esiste proprio perché quel monopolio, in Libano, non esiste ancora. E qui sta il primo limite dell’accordo. Il soggetto che dovrebbe essere disarmato non è al tavolo. Hezbollah è il grande assente formale e il grande presente reale, è assente nella firma, ma è presente in ogni riga che parla di «gruppi armati non statali», di infrastrutture da smantellare, di minaccia da rimuovere, di libertà d’azione israeliana, di ritorno dei civili, di fondi per la ricostruzione da impedire a entità affiliate alla milizia. Questa è la contraddizione originaria: l’accordo è negoziato tra Stati, mentre il potere che deve essere sciolto non coincide con lo Stato. Hezbollah è stato indebolito, è vero, è stato colpito nella leadership, logorato dalla guerra e dalla pressione su Teheran, ma trattarlo come una variabile esterna allo Stato serve alla diplomazia, perché consente di firmare un testo tra governi, ma non serve alla realtà, perché la realtà libanese è costruita proprio sull’intreccio tra istituzioni statali, comunità confessionali, poteri armati e protettorati regionali. Il secondo limite è nelle “zone pilota”, una dovrebbe trovarsi a Sud del Litani, l’altra a Nord. Israele arretrerebbe da porzioni limitate di territorio, l’esercito libanese entrerebbe, gli Stati Uniti verificherebbero, la ricostruzione comincerebbe solo dopo la conferma del disarmo e dello smantellamento delle infrastrutture. La parola chiave è “verifica”. Il testo la usa come garanzia, ma rinvia i dettagli a un allegato di sicurezza. Chi verifica? Con quale mandato? Con quali strumenti? Con quale accesso al terreno? La supervisione viene affidata a un gruppo di coordinamento militare trilaterale con partecipazione americana, ma la catena di responsabilità resta opaca. L’esercito libanese riceverà aiuti, fondi, addestramento e condizioni, gli Stati Uniti metteranno risorse e pretenderanno risultati misurabili, Israele conserverà una zona di sicurezza e rivendicherà libertà d’azione finché riterrà che Hezbollah rappresenti una minaccia. Il Libano dovrà dimostrare che l’autorità dello Stato può prevalere su un attore armato senza trasformare la prova di sovranità in una guerra interna. E questa è la parte più pericolosa dell’accordo. Il testo parla di pace e sicurezza, ma il suo meccanismo operativo può riaprire lo spettro più antico della storia libanese: la guerra civile.

Hezbollah ha già respinto l’intesa, l’ha definita umiliante, nulla, costruita per imporre la resa del Libano a Israele. Hassan Fadlallah, deputato del blocco di Hezbollah, ha detto con chiarezza che l’accordo potrà essere applicato solo trascinando il Paese verso una guerra civile e il Libano conosce questa grammatica. Ogni volta la domanda rimane aperta: chi ha abbastanza forza per trasformare queste parole in comando effettivo? Il governo di Joseph Aoun e Nawaf Salam prova a rispondere che lo Stato deve tornare a essere il solo titolare della guerra e della pace. È una posizione necessaria. È anche una posizione fragile, perché il ritorno dello Stato non si decreta in un testo firmato a Washington, si misura nelle cittadine del Sud in cui l’esercito entra, nel checkpoint che apre o chiude, nella famiglia che torna a casa, nella milizia che accetta o rifiuta di arretrare, nella comunità che decide se vedere lo Stato come protezione o come esecutore di un ordine straniero. Israele, da parte sua, ha ottenuto il punto decisivo: il ritiro resta subordinato al disarmo di Hezbollah. Netanyahu ha presentato l’accordo come un successo proprio perché consente all’esercito israeliano di restare nella zona di sicurezza finché la minaccia non sarà rimossa. Il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di una permanenza prolungata. Questo significa che l’accordo, nato per costruire una via d’uscita dall’occupazione, può diventare il dispositivo che la organizza nel tempo. Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano, ma conserva il criterio militare con cui decidere quando la minaccia sarà finita. In un conflitto asimmetrico, chi definisce la minaccia definisce anche la durata dell’eccezione.

Gli Stati Uniti chiamano l’approccio dell’accordo performance based, fondato sui risultati, è un linguaggio solo apparentemente pragmatico, che in realtà applica a una frattura storica la logica della condizionalità: aiuti in cambio di riforme, ritiro in cambio di disarmo. Funziona nei documenti ma si inceppa nella realtà perché il soggetto chiamato a compiere l’azione principale, lo Stato libanese, deve agire contro un soggetto armato che rappresenta una parte del suo stesso corpo politico. La diplomazia americana ha interesse a presentare l’accordo come una vittoria: sottrae il dossier libanese all’Iran, Israele ha interesse a presentarlo come una vittoria: ottiene il principio del disarmo totale di Hezbollah, mantiene una zona di sicurezza, lega il proprio ritiro a condizioni che può giudicare insufficienti, trasforma la pressione militare in architettura negoziale. Il governo libanese ha interesse a presentarlo come una possibilità: ha bisogno di far tornare gli sfollati, ricostruire il Sud, fermare l’avanzata israeliana, impedire che l’Iran parli per il Libano e dimostrare che la sovranità nazionale appartiene ancora a Beirut. Ma il giorno dopo la firma, l’accordo era già dentro la sua contraddizione. Hezbollah lo ha respinto, Israele ha colpito ancora nel Sud, a Beirut i sostenitori del partito scendevano in strada. Per questo la parola pace, in questo accordo, resta fragile.

Una pace vera riduce il potere delle armi e riapre lo spazio della politica. Qui il rischio è l’opposto: che la politica venga ridotta a una procedura di sicurezza e che siano ancora le armi a decidere se quella procedura potrà vivere. L’accordo promette di restituire sovranità al Libano, ma affida tutto al punto che da decenni rende quella sovranità incompiuta: la capacità dello Stato di imporre il monopolio della forza senza trasformare il disarmo di Hezbollah in uno scontro tra libanesi.

sabato 13 giugno 2026

Ve lo meritate Erri De Luca

Alessandro Trocino Popstar della cultura. La parabola del sionista Erri De Luca, venerabile maestro. Facebook

Dalla Rassegna
Fenomenologia di Erri De Luca (che difende Israele e poi chiede scusa)
Verrebbe da dire - parafrasando Nanni Moretti - «ve lo meritate» Erri de Luca. O meglio, se lo merita chi a suo tempo lo ha eletto a coscienza poetica e politica della sinistra, trasformando uno scrittore oracolare e sentenzioso in una sorta di guru, di maestro, di condottiero del pensiero, infallibile e carismatico. I suoi adepti lo hanno adorato e lui a lungo si è schermito, schivo e ieratico, come ogni sacerdote illuminato. Poi è arrivata un’intervista al quotidiano israeliano Israel Haiom, prontamente tradotta e parzialmente pubblicata ieri dal Foglio, e tutto è crollato.
Ma come, l’ex muratore e operaio della Fiat, l'ex militante di Lotta Continua, attivista No Tav così accanito da essere incriminato per istigazione alla violenza (poi assolto), il volontario in Africa, l’autista di convogli umanitari nella ex Jugoslavia, l’uomo che definì il terrorismo «una piccola guerra civile», inorgogliendo l’ex br Barbara Balzerani di cui presentava il libro, l’amico dei migranti e di Zerocalcare. Insomma, quest’intellettuale così illuminato e di sinistra si definisce fieramente «sionista» e nega che a Gaza ci sia stato un genocidio? Com'è possibile? Ai suoi discepoli e a quella frangia della sinistra radicale che adora il suo misticismo aforistico, il panteismo narcisista e l’impegno sociale, è crollato un mondo. Come amanti traditi, si sono sfogati sui social. La destra e i «pro Isr» hanno esultato. Claudio Cerasa ha consigliato all’«allegra flottiglia» di mandare a memoria «il pensiero favoloso non esattamente di un fascista schiavo della propaganda della lobby ebraica». Luigi Mascheroni sul Giornale ha scritto che la sinistra lo ha scaricato «come un sacco di datteri»: «Finirà isolato come Pansa. Basta recensioni su Repubblica, niente festival né premi, fine delle ospitate in tv. E le librerie Feltrinelli terranno a malapena i suoi libri. A testa in giù».
Ma cosa ha detto De Luca? Innanzitutto ha annunciato la sua partecipazione all’International festival di Mishkenot Sha'ananim a Gerusalemme, boicottato invece dal Nobel sudafricano J.M. Coetzee. Poi ha spiegato che si sente «sionista», parola che in Italia e in Occidente «oggi è una maledizione, un insulto». Per lui, invece, esprime «il diritto a una patria nazionale, a una difesa esistenziale». Lo aveva già detto a febbraio su X, senza troppi clamori. Spiegando che chi riconosce la necessità della convivenza di due entità, Israele e Palestina, è un sionista. Semplicemente non sa di esserlo, o ha paura di dirlo. E su questo ha ragione. Il sionismo è un movimento storico e laico che, sulla scorta delle idee di Theodor Herzl, e non solo, ha teorizzato la necessità per gli ebrei, dispersi nel mondo da pogrom e antisemitismo e poi sterminati dal nazismo, di avere una patria. Uno Stato, visto che si era nella temperie nazionalista. Se si riconosce il diritto di Israele a esistere, e non dovrebbe essere altrimenti, ci si può dire tranquillamente sionisti, senza timore di essere confusi con le politiche di un qualunque governo israeliano. Del resto, chi è per la soluzione dei due Stati in Medio Oriente, si può tranquillamente definire sionista e Pro Pal. Termine, invece, che per certa destra – e purtroppo anche per chi gestisce l’ordine pubblico in alcune manifestazioni – suona talvolta come un’affiliazione terrorista.
De Luca poi nega che quello che è successo a Gaza sia un genocidio: dirlo è una «distorsione storica e verbale». Legittima opinione e sostenibilissima. Se non fosse che poi aggiunge delle specifiche. Spiega che quando sente questa parola gli viene «una rabbia grammaticale». Che è stato invitato a un evento a Firenze a parlare e ha detto che partecipa volentieri, ma non siederà nello stesso palco di chi vuole la distruzione di Israele o di chi definisce genocidio la reazione al 7 ottobre. Per lui quello che è successo è l’effetto «di una guerra brutale e moderna». Anzi, «l’effetto inevitabile» - dice proprio così, inevitabile – «del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili». Il problema è la densità dello spazio urbano. E la «modernità» della guerra. Che sia «un’assurdità» definire lo sterminio un genocidio lo proverebbe anche «il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e poi da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo». Per qualcuno, quelle migrazioni sono state un’ulteriore umiliazione di un popolo privato di casa e diritti, che non lo hanno neanche difeso dai bombardamenti, come dimostrano le 75 mila vittime e i 170 mila feriti.
Poi De Luca dice altre due cose opinabili. La prima è misteriosa. Il 7 ottobre, oltre all’insipienza dell’intelligence, ci sarebbe stata «un’ignoranza volontaria da parte del governo israeliano. Un rifiuto cosciente e profondo di capire la situazione». Non è chiaro il perché. Troppo buonismo dal governo israeliano? La seconda è un parallelo storico. Spiega De Luca che i palestinesi si devono liberare di Hamas e degli Hezbollah. Come? Da soli non ce la possono fare. Per quello è necessaria una guerra: «La libertà interna nasce dalla sconfitta esterna». Come è successo, dice, con il fascismo di Mussolini. Quello di Franco, invece, è sopravvissuto fino agli anni '70 perché la Spagna non è entrata in guerra. L’unica speranza per i palestinesi, insomma, è «la sconfitta militare dei suoi leader tirannici». Ci sarebbe un popolo massacrato, un governo che ha l’esplicito obiettivo di conquistare Eretz Israel, ovvero tutta la Palestina storica e biblica, e di cacciare i palestinesi.
Per concludere, De Luca spiega che se ne frega delle reazioni, anzi «guarda con cortese disprezzo l’establishment culturale italiano», che «da un quarto di secolo» si è ritirato lontano dai premi letterari e «gli insulti della cricca letteraria» non lo toccano. Non gli interessano «le conventicole» né «la politicizzazione a buon mercato delle case editrici». Perché, aggiunge senza rinunciare al suo impagabile compiacimento di uomo delle montagne e scalatore dell’Himalaya: «Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda». E lui, modestamente, sta ben saldo sulla roccia.
O almeno, stava, perché la roccia ha dato segno di sgretolarsi. Poche ore fa è arrivata una mezza abiura, per rassicurare il suo bacino di lettori. Evidentemente bombardato dalle reazioni indignate dei suoi ammiratori, De Luca ha voluto scusarsi. Quando parlava di sionismo, ha spiegato, non lo associava certo «alla peggiore destra israeliana», ma parlava del senso originario del termine. Scrive sui social ora De Luca: «La constatazione che chi crede in due Stati è sionista è stata ricevuta come una grave provocazione. Non è mia intenzione offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese che naturalmente condivido. È accaduto e me ne dispiace». Non si capisce il senso della correzione, visto che non si corregge nulla (e si omette tutto il resto, dal non genocidio ai paralleli storici). Si chiede solo scusa, «visto il surriscaldamento dei commenti»: tipo, non siete voi che non avete capito, sono io che non mi sono spiegato bene.
Qualche avvisaglia che sarebbero arrivate delusioni per chi confidava troppo nel suo posizionamento di sinistra radicale era arrivata con l’invasione dell’Ucraina. Per niente tentato da filoputinismi di alcun genere, De Luca si è autoproclamato «un partigiano della resistenza ucraina». Poi, parlando con Cinzia Sciuto, non ancora direttrice di Micromega, aveva vaticinato: «Mi aspetto la fine della guerra in poche settimane e il ritiro delle truppe russe». Era il 30 marzo 2022 e stiamo ancora aspettando.
Ma tutto si può perdonare a un poeta e scrittore (abbiamo perdonato persino gli «esperti» di geopolitica). A proposito di critici, se n’è giovato molto in tempi non sospetti. Michele Trecca, parlando con Stas’ Gawronski, aveva detto che le sue parole «di muscoli e di nervi» sono «chiodi piantati su una parete», «in perfetto equilibrio tra etica ed estetica». All’intervistatore che parlava di «storie punteggiate di scampoli di infinito», rispondeva dicendo che il suo era «un tentativo di una via di fuga dall’apparenza della verità». E insomma grazie a questo «nitore lirico» e a questa autorevolezza – che univa alto e basso, l’operaismo e la conoscenza dello swahili, il servizio d’ordine e l'ebraico antico – De Luca è diventato un punto di riferimento.
Non per tutti. Qualcuno si era insospettito. Leggendo i titoli dei romanzi, molti dei quali spezzati da una virgola: «Non ora, non qui», «Aceto, arcobaleno», «Tu, mio». Il suo corto «Il turno di notte lo fanno le stelle». E poi «Alberi che camminano», «Una nuvola come tappeto», «Il peso della farfalla». I testi poi sono da «orologiaio delle parole», come è stato definito: laconici e profetici, parabole e metafore poetiche che uniscono il rigore dell’impegno con un’assertività oracolare.
Su Pangea Paolo Ferrucci, nel 2020, scriveva che «Erri è un mostro sacro, un vecchio campione della sinistra movimentista, rigorosamente ortodosso e intransigente nei giudizi, simbolo di una generazione, adulato dai recensori». Faceva il calcolo: dal 1989 (fino al 2020) ha pubblicato 68 titoli di narrativa, escludendo poesia e teatro. Tanto prolifico quanto parsimonioso nel contenuto: i suoi libri – «condensati di narrativa, distillati di letteratura, sublimati di esistenza» - vanno da 25 a 120 pagine.
Il critico Massimo Onofri parlò di «neodannunzianesimo proletario»: «Ha una scrittura rarefatta, concentrata, di una sapienzialità e una ieraticità che dissimula appena la sua radice piccolo borghese. È un fenomeno interessante a livello di sociologia della letteratura, perché i libri di De Luca, che coniugano il sublime con il comunismo o il post-comunismo, forniscono facilmente ai fan la patente di anima bella e politicamente corretta».
Però De Luca, in fondo, è sempre stato coerente con se stesso. Se ora giustifica e legittima lo sterminio israeliano di Gaza, nel nome di una presunta palingenesi bellica dei palestinesi «buoni» (quelli sopravvissuti), in passato ha difeso le lotte della «gioventù rivoltosa e comunista» di cui si dice orgoglioso di avere fatto parte: «La violenza - ha scritto in passato - è stata lo strumento politico di un secolo di rivoluzioni. Dal punto di vista del ’900, è stata una forza promotrice del miglioramento di miriadi di masse umane».

sabato 23 maggio 2026

Il nemico facile


Francesca Mannocchi
Ben Gvir, il nemico facile, ecco perché non si può accusare solo lui

La Stampa, 23 maggio 2026

Il video di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, che cammina tra le centinaia di attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati sul ponte di una nave, mani legate dietro la schiena, volti a terra ha fatto il giro del mondo. Ben-Gvir ha la bandiera israeliana in pugno, si avvicina a uno di loro e dice: «Benvenuti in Israele. Siamo i padroni di casa». Da un altoparlante si diffonde l’inno nazionale. Una donna urla «Free Palestine» e viene buttata a terra da un agente. Lo sdegno è stato immediato e pressoché universale. Canada, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi hanno convocato gli ambasciatori israeliani. Il presidente Mattarella ha parlato di «trattamento incivile». Tajani di «linea rossa superata». Persino Netanyahu ha preso le distanze, definendo il comportamento del suo ministro contrario ai valori e alle norme di Israele. Ed è esattamente qui, in questo sdegno compatto e soddisfatto, che si annida il problema.

Le immagini sono insopportabili non perché mostrino qualcosa di sconosciuto, ma perché lo mostrano senza più mediazioni, ed è precisamente qui che comincia l’ipocrisia. Perché Ben-Gvir è un nemico facile. È volgare, esplicito, compiaciuto della propria brutalità. Non chiede neppure lo sforzo dell’interpretazione. È l’estremista che si presenta come estremista, il ministro che fa della crudeltà una scena pubblica, l’uomo che consente alle democrazie occidentali di indignarsi senza interrogarsi troppo. Se il problema è lui, allora basta sanzionare lui. Se il problema è la sua oscenità personale, allora basta espellerla simbolicamente dal perimetro della rispettabilità.

Ma Ben-Gvir non è il contrario del sistema israeliano. Ne è una forma più esibita, più sfrontata, più impaziente. Non è l’incidente che contraddice la norma. È l’estremo che permette di leggere il centro. Da anni, e con una accelerazione feroce dopo il 7 ottobre, Ben-Gvir ha fatto delle prigioni uno dei luoghi centrali della sua politica. La novità è che questa volta i corpi inginocchiati erano corpi europei, occidentali, riconoscibili all’opinione pubblica che di solito riesce a distogliere lo sguardo quando gli stessi gesti e umiliazioni ben peggiori che vengono inflitte ai palestinesi. È questa la soglia morale che il video rivela: per anni la detenzione palestinese è stata raccontata come un capitolo interno alla sicurezza israeliana, un materiale opaco, periferico, confinato nelle denunce delle organizzazioni per i diritti umani. Quando la stessa grammatica è stata applicata agli attivisti stranieri, è diventata scandalo internazionale. Non perché fosse più grave, ma perché era leggibile come violazione di un corpo che l’Europa riconosceva come simile a sé.

Ma l’errore più grave sarebbe fermarsi al carattere grottesco del ministro. Ben-Gvir non nasce nel vuoto. Non cade dal cielo sulla politica israeliana come una deviazione improvvisa. È il prodotto di una lunga abitudine al doppio regime: democrazia per alcuni, dominio militare per altri; cittadinanza piena da una parte, permessi, check-point, detenzione amministrativa, demolizioni, espropri dall’altra; diritto come garanzia interna e diritto come amministrazione della subordinazione nei territori occupati. Una democrazia può continuare a chiamarsi tale mentre governa per decenni milioni di persone senza concedere loro sovranità, uguaglianza, libertà di movimento, rappresentanza politica? La domanda non nasce con Ben-Gvir. Lui la rende soltanto più difficile da eludere. C’è un modo molto comodo di guardare all’estremo: usarlo per assolvere il centro. Ma le società non precipitano nell’estremo soltanto quando eleggono uomini estremi. Ci arrivano prima, quando si abituano a eccezioni permanenti, quando costruiscono categorie di esseri umani per i quali la dignità diventa condizionata, quando convincono sé stesse che il diritto può valere pienamente dentro i propri confini e sospendersi appena oltre una linea militare.

Lo stesso vale per gli insediamenti. Pensare che l’annessione strisciante della Cisgiordania sia una invenzione esclusiva di Netanyahu o della destra messianica significa cancellare una parte decisiva della storia israeliana. L’impresa degli insediamenti comincia dopo il 1967, attraversa governi diversi, anche laburisti. La destra religiosa e nazionalista l’ha radicalizzata, ha smesso di dissimularne il fine, ha trasformato l’occupazione in annessione dichiarata. Ma non l’ha inventata. Netanyahu l’ha protetta, accelerata, normalizzata dentro alle istituzioni. Smotrich e Ben Gvir l’hanno resa programma ideologico esplicito. Quegli insediamenti non sono cresciuti solo sotto governi di destra. Sono cresciuti sotto Rabin, sotto Barak, sotto Olmert. Successivi governi israeliani hanno sfruttato il complesso schema giurisdizionale degli accordi e le numerose scappatoie per minimizzare il trasferimento di territorio e autorità alle istituzioni palestinesi, usando Oslo come copertura per l’espansione massiccia degli insediamenti.

Ben-Gvir non è il padre di questa storia. Ne è il figlio più rumoroso.

Per questo la sanzione individuale contro Ben-Gvir, da sola, serve a dire: abbiamo identificato il mostro, abbiamo isolato l’eccesso, il resto può continuare. Ma il punto non è punire un ministro per avere umiliato degli attivisti davanti a una telecamera, il punto è riconoscere che quella umiliazione appartiene a una politica di Stato, a una cultura dell’impunità che nessun governo europeo può più fingere di non vedere. L’Europa non manca di strumenti. Può sospendere accordi, interrompere privilegi commerciali, bloccare cooperazioni, applicare misure contro lo Stato e contro le istituzioni che rendono possibile la violazione sistematica del diritto internazionale. Quello che manca non è l’architettura giuridica. È la volontà politica. Guardare Ben-Gvir, allora, serve se capiamo che l’estremo è un rivelatore, mostra ciò che il linguaggio istituzionale aveva reso più accettabile, ciò che i governi precedenti avevano amministrato con toni più sobri, ciò che l’alleanza occidentale ha tollerato perché veniva ancora pronunciato nel vocabolario della sicurezza.

La domanda, dunque, non è se Ben-Gvir meriti sanzioni. La risposta è ovvia. La domanda è perché si continui a pensare che sanzionare Ben-Gvir basti. Perché un ministro può essere rimosso, isolato, interdetto, e tuttavia il sistema che lo ha reso possibile può restare in piedi, continuare a espandere insediamenti, a incarcerare senza processo, a restringere il cibo dei detenuti, a governare vite palestinesi come materiale amministrativo. L’indignazione per Ashdod avrà senso solo se smetterà di funzionare come una parentesi morale. Solo se porterà l’Europa a dire che il problema non è l’imbarazzo prodotto da un video, ma la lunga normalizzazione politica di ciò che quel video ha mostrato. Ben-Gvir è la faccia più facile da guardare. Proprio per questo è anche la più pericolosa: perché permette di non guardare tutto il resto

giovedì 21 maggio 2026

Ben Gvir

Lucia Capuzzi
Chi è Ben Gvir, il colono pluriarrestato per sostegno al terrorismo

Avvenire, 20 maggio 2026

A lungo, alle pareti della casa dell’insediamento illegale di Kiryat Arba, dove il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir risiede, spiccava il ritratto di Baruch Goldstein, il medico che il 25 febbraio 1994 ha massacrato 29 islamici in preghiera alla Tomba dei Patriarchi di Hebron, prima di venire a sua volta linciato dalla folla. Come lui, anche Itamar Ben-Gvir - al centro delle polemiche di queste ore per il trattamento di scherno e disprezzo riservato agli attivisti della Flotilla - è un fedele seguace del rabbino estremista Meir Kahane. Da adolescente ha militato nel suo partito radicale Kach e per questo è stato esonerato dal servizio militare. Arrestato più volte per incitamento all’odio e sostegno alle organizzazioni terroristiche, è diventato noto all’opinione pubblica nel 1995 quando, durante un corteo contro gli Accordi di Oslo, è stato filmato mentre gridava, con in mano il cofano dell’auto di Yitzhak Rabin: «Abbiamo la sua auto, prima o poi avremo anche lui». Qualche settimana dopo, il premier è stato assassinato da un estremista. Avvocato specializzato nella difesa dei coloni e agitatore esperto, Ben-Gvir, 49enne, ha abbinato la partecipazione politica legale alle azioni provocatorie, come le marce nei quartieri musulmani di Gerusalemme o le preghiere alla Spianata della Moschee (o Monte del Tempio). Gesti ripetuti anche da ministro della Sicurezza. Il suo partito, Otzmah Yehudit, “potere ebraico”, ha sei seggi: un pacchetto chiave – con gli 8 delle altre formazioni ultrà – per la maggioranza di Netanyahu. Come il collega ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, per le sue tesi razziste dallo scorso giugno è sotto sanzioni da parte di Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia.

lunedì 27 aprile 2026

Gerusalemme

 


Luc Bronner
Vincent Lemire, storico: "Nel conflitto israelo-palestinese, Gerusalemme non è la serratura, può diventare la chiave
Le Monde, 27 aprile 2026

Lo storico Vincent Lemire, professore all'Università Gustave Eiffel di Seine-et-Marne, pubblica, insieme all'ex diplomatico europeo Bernard Philippe, Gerusalemme, la storia non è mai scritta (Albin Michel, 288 pagine, 22,90 euro), una lunga analisi del conflitto israelo-palestinese attraverso il destino della "città tre volte santa".

La pace non è mai sembrata così lontana in Medio Oriente. Eppure lei ha pubblicato un libro sorprendente che propone di partire da Gerusalemme, epicentro di tutte le tensioni, per tentare di risolvere questi conflitti accumulati. Perché?

Questo libro è una controffensiva intellettuale, perché abbiamo urgente bisogno di un'utopia politica. Pubblicato nel caos, cerca di dischiudere l'orizzonte. Siamo tutti attoniti; dobbiamo alzare lo sguardo per continuare a pensare e a sperare, perché la disperazione è un'arma formidabile, brandita dai guerrafondai. Perché, dunque, concentrarsi su Gerusalemme? Perché è l'occhio del ciclone, che porta con sé diverse idee consolidate contro le quali combatto da trent'anni.

Il primo equivoco è che Gerusalemme sia il problema più difficile da risolvere, qualcosa da affrontare in seguito, una volta risolte tutte le altre questioni – un grave difetto del processo di Oslo. Noi sosteniamo esattamente il contrario: Gerusalemme non è la serratura, ma può diventare la chiave. Ciò richiede di abbandonare un altro equivoco: che il suo unico futuro possibile risieda nella spartizione. Al contrario, sosteniamo che possa essere la città di una spartizione senza divisione, fungendo così da laboratorio per l'intero territorio israelo-palestinese.

Ben lungi dai grandi trattati di pace, lei propone una politica di pianificazione urbana e servizi pubblici volta a stabilire l'uguaglianza tra i residenti, indipendentemente dalla loro religione o identità nazionale. Lei parla di "rattoppare" la città di Gerusalemme. Cosa intende con questa espressione?

Ricostruire Gerusalemme significa innanzitutto partire dalla realtà e dalle sue fratture. Ricostruire significa riparare, partendo da una terribile constatazione: case palestinesi distrutte, quartieri di Gerusalemme Est soffocati, famiglie ebraiche laiche in fuga da Gerusalemme Ovest, un muro di separazione che trafigge la città… Oggi Gerusalemme è una città emiplegica, con una parte israeliana sviluppata e una parte palestinese emarginata e soffocata.

Ma rattoppare non significa cancellare. Le cuciture rimarranno sempre visibili, perché Gerusalemme non è destinata a diventare una città omogenea, riunificata con la forza delle armi o per decreto. Gerusalemme è un palinsesto, un mosaico, senza dubbio una delle città al mondo in cui la diversità dei suoi abitanti, quartieri e stili di vita è maggiore. Bisogna ricucire senza standardizzare, riparare senza fantasticare.

Cosa si dovrebbe fare oggi a Gerusalemme?

Dobbiamo partire dai bisogni primari di ogni abitante della città. Prima fra tutti, l'alloggio. Oggi, a causa dell'impossibilità di ottenere permessi di costruzione, un terzo delle case palestinesi è minacciato di demolizione. Oltre 120.000 palestinesi vivono nel terrore del bulldozer, con questa spada di Damocle che pende sui loro tetti. La priorità assoluta, quindi, è garantire l'accesso all'alloggio attraverso la graduale legalizzazione delle costruzioni a Gerusalemme Est.

Ora, immaginatevi la situazione. A causa del muro, 160.000 residenti di Gerusalemme Est, che vivono entro i confini del comune israeliano, sono separati dalla propria città da 8 metri di cemento e da checkpoint che sono molto spesso chiusi. Una città in cui non si può più tornare a casa o andare al lavoro non è più una città, è un campo fortificato.

Infine, vivere con dignità. Il settanta per cento dei bambini palestinesi vive al di sotto della soglia di povertà. I ​​palestinesi rappresentano il 40% della popolazione, ma ricevono meno del 10% del bilancio comunale. Mancano loro tutti i servizi che una città dovrebbe garantire: scuole, marciapiedi, trasporti, pulizia, infrastrutture…

Si potrebbe sostenere che il suo approccio contribuisca a depoliticizzare il dibattito…

Al contrario, credo che ripoliticizzi la questione, nel modo giusto. Parlare di pianificazione urbana, alloggi, scuole e traffico non significa depoliticizzare; significa mostrare che la politica ha un impatto sui corpi, sulle famiglie e sui percorsi di vita. Le scelte dell'estrema destra israeliana hanno effetti molto concreti sui palestinesi di Gerusalemme.

Naturalmente, nulla di ciò che proponiamo sarebbe possibile con l'attuale coalizione, con la polizia di Itamar Ben Gvir, l'espansione coloniale promossa da Bezalel Smotrich o le continue espulsioni di famiglie palestinesi nel distretto di Silwan.

Nel nostro approccio non c'è né ingenuità né idealismo. Io sono uno storico, Bernard Philippe un diplomatico; sappiamo che condividere una città non significa improvvisamente amare il proprio prossimo. Significa garantire i diritti. Questa proposta politica è ben più radicale delle grandi dichiarazioni diplomatiche, spesso avulse dalla realtà.

Gli israeliani proclamarono Gerusalemme capitale di uno stato che aspirava ad essere al contempo ebraico e democratico. Lei dimostra che questo obiettivo è fallito su entrambi i fronti. Perché?

Dal punto di vista demografico, la situazione è chiara. Nel 1967, i palestinesi rappresentavano il 25% della popolazione di Gerusalemme; oggi ne costituiscono il 40%. La giudaizzazione demografica di Gerusalemme si è quindi rivelata un completo fallimento. Ironicamente, è stata proprio la minaccia di revocare i permessi di soggiorno ai palestinesi assenti dalla città per più di cinque anni a costringerli a rimanervi.

Se osserviamo da vicino la Città Vecchia, constatiamo che il 90% dei suoi abitanti non è né ebreo né israeliano. La proclamazione di sovranità non basta a cambiare la profonda composizione sociale di una città. Nonostante le bandiere, la polizia, le barricate e i gas lacrimogeni, chi vive e dorme lì è innegabilmente palestinese.

Dal punto di vista democratico, Gerusalemme funge da lente d'ingrandimento per la situazione israeliana: il 40% della popolazione non vota alle elezioni locali perché si rifiuta di legittimare l'occupazione e l'annessione. In effetti, storicamente, non c'è mai stato un tentativo riuscito di appropriazione esclusiva della Città Santa. Gli ultimi a provarci furono i Crociati, e per loro finì molto male! Gerusalemme è la culla comune delle tre religioni monoteiste; è sempre stata una città di compresenza, se non di coesistenza, una confutazione concreta di ogni fantasia di purezza etno-religiosa.

Molti israeliani liberali vedono Gerusalemme come qualcosa di ripugnante, come l'incarnazione di ciò che la visione messianica ed estremista potrebbe fare di Israele in futuro. Perché?

Gerusalemme è il laboratorio cruciale per ciò che i liberali temono per l'intero Paese. In primo luogo, l'ortodossizzazione della città: quello che un tempo appariva come un fenomeno periferico o folcloristico è diventato una dinamica demografica strutturante, che in definitiva pesa pesantemente sui processi democratici. Poi ci sono le conseguenze della svolta ultraliberale imposta da Benjamin Netanyahu: speculazione immobiliare, congestione urbana e costo della vita alle stelle. Per molti liberali israeliani, Gerusalemme non è più una promessa, ma un monito.

Alcuni leader israeliani, come il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, stanno cercando di provocare incidenti attaccando lo status quo religioso a Gerusalemme. Questo ti preoccupa?

Sì, perché la dinamica è esponenziale e quindi esplosiva. Quindici anni fa, circa 2.000 ebrei religiosi si recavano ogni anno sul Monte del Tempio per pregare in modo ostentato; oggi sono più di 50.000. Ben Gvir ci va regolarmente con i coloni militanti, per compiere gesti di preghiera, ballare, cantare, sdraiarsi a terra, protetto da decine di agenti di polizia.

Tuttavia, lo status quo sul Monte del Tempio è uno status quo israeliano, creato interamente nel 1967 da Moshe Dayan. Il 9 giugno 1967, gli israeliani presero due decisioni simultaneamente: demolirono il quartiere Mughrabi per ampliare la piazza del Muro Occidentale e destinarla all'uso esclusivo degli ebrei religiosi, e allo stesso tempo confermarono il carattere musulmano del Monte del Tempio.

Gli israeliani hanno quindi una responsabilità particolare nel preservare uno status quo che essi stessi hanno creato. Questo status quo è ciò che io chiamo la "soluzione dei due luoghi", riecheggiando la soluzione dei due Stati, ovvero spazi autonomi in cui tutti sono al sicuro e la loro fede e pratica religiosa sono protette. Il progetto Ben Gvir è l'esatto opposto; è il modello di Hebron, con una divisione militarizzata dello spazio e del tempo, vetri antiproiettile e attrito costante. È una macchina da guerra.

Lei scrive: "Per una fetta sempre più ampia della popolazione israeliana, il testo biblico è considerato un registro fondiario, e il potere politico, investito di santità, ha la missione di raggiungere questo orizzonte nel quadro di una restaurazione del Grande Israele". La Grande Gerusalemme e il Grande Israele stanno progredendo insieme?

Assolutamente. Stiamo assistendo alla sostituzione del sionismo con un altro progetto. In breve, stiamo passando dal sionismo di Herzl [Theodor Herzl (1860-1904), giornalista austro-ungarico, padre fondatore del sionismo] , per il quale la sicurezza degli ebrei era centrale, al post-sionismo dell'estrema destra suprematista, che promuove un progetto chiaramente messianico, anche a rischio di mettere in pericolo gli ebrei in Israele e nella diaspora. Questa è una rottura storica di enorme portata. Da questa prospettiva, la Grande Gerusalemme è l'avamposto del Grande Israele. Quando la Bibbia diventa un registro fondiario, la politica cessa di governare il presente: inizia a inseguire una profezia apocalittica.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/04/27/vincent-lemire-historien-dans-le-conflit-israelo-palestinien-jerusalem-n-est-pas-le-verrou-elle-peut-devenir-la-cle_6683606_3232.html

domenica 19 aprile 2026

Le mosse della disperazione

David Barnea

Alberto Negri
Trump e Netanyahu, le mosse della disperazione

il manifesto, 19 aprile 2026

Cosa c’è in fondo allo Stretto di Hormuz?

Il prezzo non solo del barile di petrolio ma della follia di due leader, Trump e Netanyahu, che non si rendono più conto delle proprie azioni e si dibattono nel caos che hanno provocato senza sapere come uscirne.

Cosa del resto abbastanza evidente dall’inizio del conflitto. L’unica mossa razionale sarebbe aprire un tavolo internazionale – che sia l’Onu o l’Europa a farlo – con la Repubblica islamica iraniana per tentare di arrivare a un accordo prima di finire in un baratro che incendierà il Medio Oriente e forse mezzo mondo.

Non si possono lasciare i destini dell’umanità nelle mani di un «disperato» come il Wall Street Journal definisce Trump. E ovviamente neppure in quelle di Netanyahu, capo di quella carovana dei folli che si chiama Grande Israele e vorrebbe fare un boccone del Libano del Sud. Questa coppia prometteva una guerra lampo che è diventata di logoramento mentre lo Stretto di Hormuz da una parte è sotto controllo dell’Iran e dall’altra degli americani che così facendo aprono a una nuova fase di conflitto, altro che resa dell’Iran come blatera Trump.

La superpotenza americana ormai non la salva più nessuno perché ha perso la bussola: come alleato è rimasto solo Israele e un premier inseguito da un mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra. Cosa aspetta ancora l’Europa a mettere sanzioni?

Il 14 maggio, se il mondo non crollerà, Trump sarà in Cina, proiettato a Pechino dagli esiti della guerra. Sembra quasi fantapolitica in uno scenario internazionale così fragile e incerto ma questo è scritto, per il momento, nell’agenda delle due potenze che si confrontano. Trump a questo faccia a faccia con Xi Jinping ci andrà solo: che lui non rappresenti l’Occidente solleva ormai pochi dubbi. Non c’è quasi leader europeo con cui non abbia litigato e ora è rimasto orfano pure di Orbán.

Nel suo corteo immaginario di alleanze non c’è più la Nato, che non manca di insultare ogni giorno. E forse – ma qui la prudenza è d’obbligo – non è neppure accompagnato idealmente da Netanyahu e dal suo progetto di Grande Israele, apparso a lungo in questi anni come l’unico orizzonte geopolitico certo di Washington. Pur di avere la riapertura di Hormuz e la tregua in Libano Trump ha messo momentaneamente a cuccia persino il premier israeliano. Eppure costui è quello che la mattina dell’11 febbraio è entrato alla Casa Bianca e si è seduto nella situation room come se fosse il padrone, almeno così descrive la scena il New York Times, mentre alle sue spalle su uno schermo compariva collegato il capo del Mossad, David Barnea. La presentazione di Netanyahu è stata decisiva per avviare la guerra, il 28 febbraio.

Netanyahu è apparso assai convincente. Il suo scenario prevedeva una vittoria quasi certa. Il programma missilistico iraniano poteva essere distrutto in poche settimane, il regime sarebbe stato così debole da non potere bloccare lo Stretto di Hormuz, le probabilità che l’Iran colpisse interessi americani nel Golfo era minima. Inoltre secondo il Mossad, con il contributo delle spie israeliane, sarebbero riprese le dimostrazioni di massa moltiplicando le possibilità di rovesciare il regime. Trump, nonostante le perplessità di suoi consiglieri da Rubio a Vance al generale Caine, si è comprato il pacchetto di Netanyahu convinto che avrebbe polverizzato le ambizioni nucleari di Teheran. Non è la prima volta: nel 2002 Netanyahu a una commissione del Congresso disse: «Se eliminate Saddam vi garantisco che cambieremo il Medio Oriente».

Ecco invece come è andata. La repubblica islamica, pur decapitata della leadership, è ancora lì, con un potenziale missilistico e di droni ridotto ma consistente, sul nucleare e l’uranio arricchito al 60% non mostra segnali di cedimento a Trump, del cambio di regime non si parla più, lasciando soltanto gli sprovveduti di Fratelli d’Italia a litigare se sia meglio lo Shah o il Mek. Quanto allo Stretto di Hormuz l’Iran in queste ore lo aveva temporaneamente liberato ma agganciato diplomaticamente alla tregua in Libano, costringendo il presidente Usa a fare la voce grossa con Netanyahu. Il premier israeliano si dice «scioccato» ma sa perfettamente che per ora deve fare marcia indietro nel suo progetto di ridurre il Sud del Libano come Gaza. Non solo. La tregua libanese non coinvolge direttamente Hezbollah che mai come adesso non ha nessuna intenzione di disarmare. Ma – e questa è forse la cosa che indispettisce Netanyahu – i profughi libanesi, in gran parte sciiti, in lunghe code tentano di tornare a casa. La zona a sud del fiume Litani, roccaforte di Hezbollah, è obiettivo del movimento sionista da un secolo che è entrato dentro ripetutamente con l’esercito e ci ha lasciato per anni milizie fedeli a Tel Aviv. Qui l’esercito libanese non conta nulla e contano ben poco anche le forze dell’Unifil che hanno compiti di peacekeeping: ma qui la pace chi l’ha mai vista? Questo è un campo di battaglia. E l’esercito israeliano riconosce di aver sottovalutato Hezbollah.

A migliaia di chilometri da qui, dal Libano e da Hormuz, Pechino si prepara ad accogliere il presidente Usa per un vertice cruciale nei rapporti commerciali e strategici sino-americani. Trump ha già fatto gravi errori e rischia di arrivarci da presidente dimezzato come già appare evidente: in fondo a Hormuz c’è la sua follia.

giovedì 9 aprile 2026

Un uomo solo al comando

Alberto Negri 
Comanda Bibi, e Washington deve adattarsi

il manifesto, 9 aprile 2026

Ancora una volta Netanyahu ha dimostrato chi comanda tra lui e Trump. Escluso dalle trattative di Islamabad, ha annunciato che la guerra in Libano va avanti nonostante Hezbollah abbia dichiarato di partecipare all’accordo raggiunto in Pakistan con il sostegno non tanto segreto dell’alleato cinese. In poche parole dimostra che lui, quando vuole, può far saltare l’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Iran e Usa e tenere in scacco il mondo.

Del resto la dottrina Netanyahu la conosciamo bene: è quella della guerra permanente, un po’ per salvare se stesso dai processi e un po’ per tenere in stato di emergenza un intero Paese e tutta la regione.
Con queste premesse o Trump chiede a Netanyahu di aderire oppure già le presunte trattative tra Vance e Ghalibaf partono male ancora prima di cominciare.

Se cominceranno, perché l’Iran ha minacciato di riprendere le operazioni militari dopo i gravissimi raid israeliani su Beirut con decine e decine di morti: una fonte diplomatica iraniana ieri affermava che a Teheran si sono diffuse due tipi di sensazioni. Una è che Trump non tenga sotto controllo Netanyahu, l’altra che il premier abbia in realtà ottenuto via libera in Libano dagli stessi comandi militari di Washington.
La terza sensazione, sempre più diffusa nelle cancellerie, è la ormai cronica instabilità di Trump che non può certo stupire Nassir Ghaemi, psichiatra della Harvard medical school di Boston che ha editato di recente un libro assai utile, Una straordinaria follia, storie di disturbi mentali dietro a grandi leader (Apogeo edizioni).

Che la fiducia in Trump sia prossima allo zero lo avevano già verificato tutti, non solo gli iraniani. La guerra è partita il 28 febbraio quando si era già convenuto un incontro diplomatico tra le parti. Qual è oggi la credibilità di Trump? Assai scarsa fuori e anche in patria. Il rifiuto di Netanyahu di fermare la guerra libanese fa apparire la tregua con la repubblica islamica non come una decisione di Washington ma una sorta di concessione di Tel Aviv al suo grande alleato, ormai in estrema difficoltà per l’aumento dei prezzi dell’energia e per una guerra iniziata senza sapere come finirla.

Forse una piega non del tutto inattesa visto come è iniziata la guerra «decisa da Netanyahu e dalla lobby sionista negli Stati Uniti», come ha scritto nella sua recente lettera di dimissioni Joe Kent da capo dell’agenzia anti-terrorismo. Impantanato nello Stretto di Hormuz, il presidente americano sembrava essere riuscito a evitare due scenari per lui disastrosi, quello di un passo indietro senza aver ottenuto nulla e quello di una escalation militare senza una strategia reale.

Trump cercava una via d’uscita e potrebbe averla trovata ma resta il fatto che non ha ottenuto i successi sperati e soprattutto ora il «comandante» Netanyahu lo tiene appeso a un filo.

Del resto è Trump che ha scelto di affossare la Nato (o almeno così dice ripetutamente) perché ha sostituito l’alleanza atlantica e gli europei «infigardi» con il progetto di Grande Israele di cui fa parte anche il Libano, oltre alla Palestina, pezzi di Siria, di Iraq e di Egitto, un piano demenziale propagandato non solo dagli estremisti al governo a Tel Aviv ma anche dall’ambasciatore Usa Gerusalemme Mike Huckabee.

Del resto i genitori del genero Kushner, uno dei capi della sua diplomazia, avevano riservato per anni un camera permanente a Nethanyau e lo stesso Kushner è socio del principe saudita Bin Salman, un altro dei fautori della guerra all’Iran, che gli ha prestato due miliardi di dollari da investire nella società israeliana Phoenix.

Questo è solo un pezzo, ma importante, della compagnia di giro dei sionisti estremisti che circonda Trump.

La sua strategia si è basata su scommesse avventate e influenzate dalla visione israeliana, che gli è stata «venduta» da Netanyahu. La prima che il regime iraniano avrebbe capitolato, la seconda che gli Usa avrebbero controllato Hormuz, mettendo sotto pressione anche la Cina, la terza che la popolazione iraniana si sarebbe sollevata (ricordate gli appelli di Netanyahu prima e di Trump poi?).

Niente di tutto questo è accaduto. Vatti a fidare dei «liberatori» a colpi di bombe per distruggere un intero Paese e persino una «civiltà», come pretendeva il presidente americano.




domenica 5 aprile 2026

La nuova Rafah

Le macerie nella città di Tiro

Mattia Fontanella
Hanno fatto un deserto: il sud del Litani è la nuova Rafah
il manifesto, 5 aprile 2026 

A sud del fiume Zahrani, nella zona di evacuazione imposta unilateralmente da Israele, le strade sono vuote. L’autostrada può essere attraversata ad alta velocità, senza rallentamenti fino al ponte Qasmyieh sul fiume Litani bombardato il 22 marzo.

Si devia quindi sulla provinciale che scorre fra aspre colline a sinistra; a destra verdi bananeti fino all’azzurro del mare placido. La provinciale è attraversata in direzione nord da camioncini carichi di verdura e frutta, ma i camionisti e automobilisti non si fermano più nei negozi e i cafè a bordo strada: sono chiusi, offrono allo sguardo una lunga serie di serrande abbassate.

ARRIVATI AL LITANI, il piccolo ponte è presidiato dall’esercito libanese; i soldati in mimetica oliva controllano il passaggio, alle loro spalle una piccola base Unifil bianca e blu, mentre la strada è una prospettiva accompagnata dalle grandi bandiere verdi e gialle dei partiti sciiti libanesi.

Si entra così nel distretto di Tiro dove sull’asfalto appaiono i segni recenti degli attacchi israeliani: una stazione di benzina della Amana Company è sventrata da un profondo cratere (il portavoce dell’esercito israeliano Avichay Adraee aveva anticipato gli attacchi contro la compagnia accusata di legami con Hezbollah), più avanti due auto giacciono sfondate da due missili che hanno assassinato i conducenti poche ore prima.

La città di Tiro è deserta, pochissime auto e nessuno che cammini per strada. Le persone si incontrano attorno agli ospedali, a qualche forno rimasto aperto, ai negozietti di prossimità che non hanno chiuso.

Sul lungomare, dietro il famoso ristorante Abu Deeb che si ostina a servire le migliori shawarma al pollo di tutta la regione, tre uomini e una giovane donna con un uccellino in gabbia fumano la shisha, alternando risate a momenti preoccupati guardando una decina di chilometri a sud, verso Naqura: colonne di fumo e polvere sulle colline rivelano i combattimenti in corso e gli echi cupi delle esplosioni gli attacchi ben più vicini in direzione est.

Le notizie dal fronte sono confuse, le truppe israeliane avanzano ma vengono colpite dai guerriglieri libanesi. L’esercito israeliano sta cercando di rafforzare il fronte, creando avamposti nelle poche case che non rade al suolo, ma anche quelle aree sono soggette a continui attacchi.

LA STRATEGIA DICHIARATA israeliana è quella di creare una zona deserta, «tampone», dentro il territorio libanese, ma non è chiaro quanto in profondità possa inserirsi e quale funzione possa avere: creare una striscia di qualche chilometro esporrebbe i militari a una guerriglia continua; pensare di fare pulizia etnica fino al Litani, svuotando Tiro, villaggi cristiani e musulmani, campi profughi palestinesi non toglierebbe a Hezbollah la capacità di colpire in profondità viste le basi della guerriglia a nord del fiume.

Occupare una parte del territorio si inserisce però nel modus operandi visto già altrove nella regione: supportare partiti e milizie identitarie attentando alla sicurezza interna, esacerbare tensioni comunitarie, destabilizzare il paese e la sua economia, portare al collasso uno stato con istituzioni già precarie.

CIÒ CHE SI VEDE ORA nel sud è il rischio di ecocidio con danni alle fonti idriche, distruzione e avvelenamento del suolo e la pulizia etnica con la distruzione di villaggi e la minaccia di espulsione di centinaia di migliaia di persone ora stipate nelle case delle famiglie che le accolgono, nelle scuole diventate rifugi collettivi, o ai bordi delle strade. Chi resta per ora nella zona a sud del Litani è circa il 15% della popolazione residente.

Resta chi non vuole andarsene o chi non può: anziani, disabili, agricoltori con campi e animali, comunità cristiane che chiedono, invano, all’esercito libanese di non ritirarsi dai villaggi, il personale delle strutture sanitarie che vive dentro gli ospedali, i migranti senza documenti, o che devono continuare a lavorare per vivere.

All’ospedale Lebanese Italian di Tiro (che di italiano ha solo il nome scelto dal proprietario) sono ricoverati alcuni dei lavoratori siriani colpiti da un missile israeliano pochi giorni fa: una quindicina di operai agricoli stavano raccogliendo limoni in un campo, in pieno giorno, quando una esplosione ne ha uccisi cinque, i feriti sono stati portati in ospedale. Tre restano in terapia intensiva.

L’ospedale cerca di dimetterli al più presto per avere sempre letti disponibili, oggi occupati dalle vittime dei nuovi bombardamenti di ieri notte: due civili e quattro paramedici bombardati successivamente durante i soccorsi con la tecnica del double tap.

LA NOTTE VIENE considerato il momento più pericoloso. Durante la sera il quartiere cristiano del porto e il centro storico di Tiro, dove si trovano le rovine di una delle più antiche città del Mediterraneo, si popolano di chi vive negli altri quartieri e nei villaggi circostanti; ma chi non ha auto o tende dove dormire, o non può spostarsi, rischia di essere un bersaglio o una vittima collaterale delle decisioni dell’aviazione israeliana e dei suoi software che analizzano il numero di vittime innocenti accettabile per il supposto valore del bersaglio da colpire. Nelle zone da cui tutti gli abitanti sono stati espulsi, sia di giorno che di notte si procede alle demolizioni sistematiche.

Si osserva in Libano un vortice lessicale: poco tempo fa i generali annunciavano per Gaza la dottrina Dahiyie (nome del quartiere del sud di Beirut devastato dagli israeliani nel 2006) per descrivere una violenza totale su un’area densamente popolata, violenza usata come punizione collettiva e leva strategica del conflitto.

ORA CON I LIVELLI di sterminio inimmaginabili visti con il genocidio di Gaza, la leadership israeliana promette al mondo intero di far sperimentare al Libano la dottrina Rafah, la città meridionale di Gaza distrutta dalle bombe, depopolata e letteralmente rasa al suolo.

Una spirale di violenza lessicale e effettiva dove i rappresentanti dello stato israeliano propongono e brandizzano, a ogni nuova fase bellica, un ulteriore livello di crudeltà per seminare il terrore sulle popolazioni vicine.



lunedì 16 marzo 2026

La guerra che sfugge di mano

Mohsen Rezaei

Con l'aggravarsi della crisi in Medio Oriente, 
Stati Uniti e Israele potrebbero perdere l'iniziativa

Jason Bourke a Gerusalemme
Non si intravedono segnali di un imminente cambio di regime in Iran, mentre il blocco 
dello stretto di Hormuz sconvolge l'economia globale.
The Guardian, domenica 15 marzo 2026

Pochi dubitano che nei primi giorni della nuova guerra in Medio Oriente l'iniziativa sia spettata agli Stati Uniti e al loro alleato Israele . Ora, tuttavia, la situazione sembra meno certa.

Domenica, Mohsen Rezaee, un alto ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, ha dichiarato che "la fine della guerra è nelle nostre mani" e ha chiesto il ritiro delle forze di Washington dal Golfo e un risarcimento per tutti i danni causati dall'attacco.

Tre settimane fa, sembrava improbabile che alti funzionari di Teheran potessero mai mostrare una tale sicurezza.

Il conflitto ebbe inizio con un attacco a sorpresa di Israele che uccise la Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei. Gli aerei da guerra statunitensi e israeliani dimostrarono poi rapidamente di poter operare impunemente sull'Iran, attingendo a ingenti risorse di intelligence per colpire migliaia di obiettivi. Le uniche perdite significative furono causate dal fuoco amico .

L'Iran ha reagito lanciando contro Israele numerosi missili e droni, in gran parte intercettati dai sistemi di difesa aerea israeliani. Finora, 12 persone sono rimaste uccise in Israele a causa di attacchi iraniani. Il bilancio delle vittime è comunque nettamente inferiore rispetto al conflitto, molto più breve, dello scorso anno tra le due potenze.

I paesi del Golfo hanno avuto meno fortuna quando sono stati presi di mira dall'Iran , ma sono comunque riusciti a proteggere i propri residenti e le infrastrutture da danni irreparabili, sebbene si discuta molto sulla possibilità che le loro scorte di missili intercettori, fondamentali per la loro sopravvivenza, si esauriscano, e la loro reputazione di oasi di pace, lusso e ricchezza sia ormai in rovina.

Gli Stati Uniti e Israele dimostrano ogni giorno la loro schiacciante superiorità militare convenzionale con ulteriori attacchi contro l'Iran, ma sembra che l'iniziativa stia sfuggendo loro di mano.

Donald Trump ha fornito diverse ipotesi sulla durata del conflitto, ma negli ultimi giorni ha suggerito che si concluderà solo dopo che l'Iran sarà stato costretto a fare delle concessioni. Molti analisti ritengono che gli Stati Uniti si stiano intrappolando in una guerra molto più lunga di quanto desiderassero.

Il cambiamento cruciale è stata la chiusura dello Stretto di Hormuz , che trasporta un quinto delle riserve mondiali di petrolio e gas. Ciò ha provocato un'ondata di shock nell'economia globale, facendo impennare i prezzi del petrolio e facendo schizzare alle stelle i prezzi alla pompa. Il presidente degli Stati Uniti è ora sottoposto a pressioni interne e internazionali affinché ponga fine rapidamente alle ostilità.

Danny Orbach, professore di storia militare all'Università Ebraica di Gerusalemme, ha tuttavia insistito sul fatto che Israele e gli Stati Uniti continuavano a dettare le dinamiche della guerra.

«Avere l'iniziativa significa dettare l'agenda... L'Iran sta esaurendo i lanciamissili... quindi l'unica cosa che restava a Teheran era intensificare il conflitto e sperare che in qualche modo si fermasse. Ecco perché ha attaccato gli stati del Golfo e poi ha chiuso lo stretto di Hormuz», ha affermato.

Alcuni hanno ipotizzato che Trump potrebbe ordinare ai marine statunitensi, attualmente in viaggio verso il Medio Oriente, di occupare l'isola di Kharg , principale centro di esportazione petrolifera iraniana, per fare pressione su Teheran. Tuttavia, i marine non arriveranno prima di almeno due settimane.

Trump potrebbe anche ordinare la distruzione degli impianti petroliferi di Kharg, paralizzando potenzialmente l'economia iraniana per gli anni a venire. Finora, sono stati colpiti solo obiettivi militari, una scelta fatta "per decenza", ha dichiarato Trump sabato.

"L'Iran dipende dalla decisione degli Stati Uniti di bombardare o meno la propria economia. Se si verificasse una situazione di stallo, non sarebbe una situazione di parità", ha affermato Orbach.

Ma altri analisti non sono d'accordo. Peter Neumann, professore di studi sulla sicurezza al King's College di Londra, ha affermato che l'Iran ha giocato una carta sfavorevole con successo.

"Da diversi giorni ormai, gli Stati Uniti stanno cercando di trovare una risposta adeguata alla chiusura dello stretto di Hormuz, che chiaramente non si aspettavano... Credo che ora l'iniziativa sia passata agli iraniani", ha affermato Neumann.

Trump ha invitato altri Paesi a inviare navi da guerra per unirsi al tentativo statunitense di riaprire lo stretto. Finora nessuno ha accettato e la maggior parte degli analisti ritiene che un'impresa del genere sarebbe irta di rischi. Non solo la protezione di centinaia di petroliere richiederebbe l'impiego di ingenti risorse militari, ma non potrebbe mai garantire la totale sicurezza della navigazione. Un singolo missile, una mina o una piccola imbarcazione iraniana carica di esplosivo potrebbero avere un effetto devastante.

Ciò suggerisce che la decisione di riaprire lo stretto dovrà essere presa a Teheran. Vi sono poche prove che l'attuale leadership iraniana sia disposta a fare qualcosa che possa mitigare la minaccia per l'economia globale, o che il cambio di regime che Israele e gli Stati Uniti speravano di realizzare in Iran sia imminente.

Neumann ha aggiunto: “Nonostante il grande successo nella distruzione delle infrastrutture militari ed economiche in Iran, ciò non ha avuto l'effetto politico sperato. Il regime sembra debole ma stabile”.

Domenica, commentatori israeliani hanno descritto gli sforzi del governo per ridimensionare le aspettative suscitate all'inizio della guerra. Yoav Limor ha scritto sul quotidiano a diffusione nazionale Israel Hayom che i funzionari ritengono che un cambio di regime sia meno probabile e hanno attribuito la colpa "alla forte presa che il regime continua a mantenere sulle forze di sicurezza e alla spietata repressione che ha profondamente terrorizzato l'opinione pubblica iraniana".

Ma all'interno di questa crisi regionale in escalation, altri conflitti minori potrebbero seguire dinamiche proprie.

Le milizie filo-iraniane in Iraq sembrano ancora restie a impegnarsi completamente nella difesa dell'Iran, mentre gli Houthi in Yemen non sono ancora entrati in guerra.

In Libano, Hezbollah ha sorpreso Israele cercando di vendicare la morte di Khamenei con una serie di intensi attacchi missilistici e con droni. Da allora, il movimento islamista sostenuto dall'Iran ha continuato a bombardare il nord di Israele, rivelando una forza insospettata da molti analisti.

Israele ha risposto con una massiccia offensiva aerea che ha causato la morte di oltre 800 persone e lo sfollamento di circa 800.000.

David Wood, analista del Libano presso l'organizzazione non profit International Crisis Group, ha affermato che Hezbollah non possiede le stesse carte degli iraniani.

"Israele ha un obiettivo chiaro e ambizioso: eliminare Hezbollah come minaccia alla propria sicurezza nazionale, sebbene i mezzi per raggiungere tale obiettivo non siano chiari. Hezbollah ha un obiettivo ben preciso: sopravvivere", ha affermato Wood. "Hezbollah potrebbe aver sorpreso persino gli israeliani all'inizio del conflitto, ma non dobbiamo presumere che sarà in grado di mantenere questo risultato a lungo termine, data la schiacciante superiorità militare israeliana".