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venerdì 3 luglio 2026

Il sogno sospeso di Amna

Widad Tamimi
Il sogno sospeso di Amna

il manifesto, 3 luglio 2026

Il 4 giugno 2026, a meno di un’ora dal giuramento del quarto governo sloveno di Janez Janša, la bandiera palestinese che sventolava sul palazzo del governo di Lubiana dal maggio 2024 è stata ammainata. Un colpo di spugna ideologico con cui il nuovo premier della destra nazionalista ha liquidato il riconoscimento dello Stato di Palestina operato dal precedente esecutivo di centrosinistra, bollandolo come «antisemitismo attivista».

Dietro i simboli e la spietata provocazione che infiamma la Slovenia in queste settimane, ci sono i corpi e i destini sospesi di chi da quella terra cercava protezione. C’è la storia di Amna. Ed è per lei, e per la sua famiglia sopravvissuta all’inferno di Gaza, che oggi si leva un appello urgente affinché l’Italia le conceda il diritto al resettlement, ovvero al reinsediamento, e a una protezione stabile. Questa richiesta non si limita a una pur doverosa spinta umanitaria, ma si fonda su precisi e stringenti presupposti di diritto internazionale, europeo e costituzionale.

HO CONOSCIUTO AMNA nell’ottobre del 2024. Era arrivata a Lubiana dal Cairo insieme a un gruppo di bambini e ventenni di Gaza che avevano subito gravi amputazioni, grazie al programma di una fondazione slovena. Amna si distingueva per un’eleganza austera: camminava avanti e indietro, senza darsi tregua, facendo saltellare le stampelle sul pavimento con l’unica gamba rimasta. Dietro una timidezza da passero, emergeva a tratti la grinta che avrei imparato a riconoscerle. Mi ha detto con fermezza che voleva finire gli studi in veterinaria.

QUALCHE MESE PIÙ TARDI, Amna ha varcato la soglia di casa nostra. Dividendo la stanza con nostra figlia Neza, è diventata in fretta la sorella che lei, cresciuta tra soli fratelli, non aveva mai avuto. Credo che per Amna, invece, quell’intimità domestica abbia rappresentato quantomeno un rifugio dall’angoscia di saper la sua splendida famiglia ancora intrappolata nell’inferno di Gaza. Eppure il futuro che attendeva lei e gli altri giovani palestinesi in Slovenia ha rischiato da subito di arenarsi in un vicolo cieco assistenziale.

Il primo muro è stato accademico: l’Università di Lubiana si è rifiutata non solo di concederle una borsa di studio, ma persino di riconoscere i tre anni di esami già superati a Gaza.

Di fronte a questa chiusura, ho scelto di superare ogni mia storica ritrosia verso l’idea di fondare l’ennesima associazione umanitaria. Per aiutare Amna, e allo stesso tempo evitare una logica meramente assistenzialista che mal si confaceva al mio modo di operare, con un gruppo di persone care abbiamo messo in piedi un progetto che offrisse strumenti reali di emancipazione, affinché ciascuna delle persone sostenute potesse riappropriarsi del proprio destino attraverso lo studio e il riscatto.

PER E GRAZIE ad Amna è nata così Ioien, un nome che si ispira al movimento verso il futuro racchiuso nell’unico frammento superstite, un ottativo, di una lirica di Saffo. Attraverso questa realtà, nata per scardinare l’inerzia dei canali istituzionali, siamo riusciti – grazie a borse di studio e a una faticosa raccolta fondi – a portare in salvo in Italia le sue tre sorelle, suo fratello e molti altri giovani palestinesi, oggi tutti studenti modello nelle università italiane. Il paradosso è che in questo mosaico di rinascite l’unico tassello mancante resti proprio lei, Amna, imprigionata in un limbo burocratico e politico ormai insostenibile.

La richiesta del suo trasferimento in Italia si fonda anzitutto su stringenti necessità mediche, un criterio espressamente previsto dal Resettlement Handbook dell’Unhcr quando il Paese di primo asilo non può garantire cure adeguate o percorsi di reale integrazione. Se il sistema sanitario sloveno ha mostrato pesanti limiti logistici, senza saper offrire le possibilità riabilitative e protesiche ad alta specializzazione necessarie per un trauma così profondo, l’eccellenza clinica italiana ha risposto alla paralisi amministrativa con i fatti.

ACCOGLIENDO l’appello lanciato da Ioien, la Fondazione Don Gnocchi e l’Istituto Carlo Besta di Milano hanno formalizzato la disponibilità a curare Amna, supportati da una donazione privata di 70mila euro già stanziata per coprire le spese assistenziali. Tanto costa, oggi, il diritto di riappropriarsi del proprio corpo e di una gamba nuova e meccanica.

A questo si aggiunge la piena garanzia del diritto allo studio: l’Università di Milano le ha già assegnato una borsa e un alloggio, rispondendo in tutto e per tutto al principio europeo di condivisione delle responsabilità, nonché ai doveri di solidarietà e cooperazione tra Stati membri. Il secondo criterio internazionale invocato riguarda invece l’unità familiare. Tutti i fratelli di Amna risiedono oggi legalmente in Italia. La burocrazia segue solitamente un rigido principio verticale, dai figli ai genitori, e impedisce il ricongiungimento orizzontale tra fratelli; eppure Amna necessita quotidianamente del supporto del suo unico nucleo familiare attivo per curare ferite sia fisiche sia psicologiche. La separazione forzata da loro lede apertamente il diritto alla vita familiare sancito dall’articolo 8 della Cedu e dall’articolo 7 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Ue.

Se già sotto il profilo logistico e medico la Slovenia ha mostrato pesanti carenze, la svolta geopolitica impressa dal governo Janša nel giugno 2026 rende la permanenza di Amna in territorio sloveno del tutto imprudente e rischiosa. Il nuovo esecutivo di destra ha impresso una sterzata radicale a tempo di record, allineandosi totalmente alla leadership israeliana di Benjamin Netanyahu.

L’11 GIUGNO 2026, il Consiglio dei ministri sloveno ha revocato ufficialmente il divieto di ingresso che il precedente governo Golob aveva imposto a Netanyahu e ai suoi ministri per via delle azioni a Gaza. Subito dopo, il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar ha annunciato l’apertura della prima ambasciata residente a Lubiana, mentre Janša ha confermato l’intenzione di trasferire l’ambasciata slovena da Tel Aviv a Gerusalemme, rompendo apertamente con la linea diplomatica dell’Unione europea. A rendere lo scenario ancora più opaco concorrono le rivelazioni dei media internazionali, secondo cui esponenti del partito di Janša avrebbero incontrato l’agenzia di intelligence privata israeliana Black Cube durante la campagna elettorale, sollevando denunce di attività occulte che avrebbero influenzato l’esito delle ultime elezioni a favore della destra nazionalista.

UN PAESE che cancella i simboli palestinesi e accoglie i responsabili dello stesso conflitto che ha amputato Amna non può più essere considerato un luogo adatto a garantirle protezione internazionale. Garantire il reinsediamento ad Amna in Italia non è solo un atto di giustizia, ma è l’unico modo per applicare il diritto internazionale e sottrarre una giovane vita palestinese alla violenta strumentalizzazione della geopolitica reazionaria.

lunedì 27 aprile 2026

Gerusalemme

 


Luc Bronner
Vincent Lemire, storico: "Nel conflitto israelo-palestinese, Gerusalemme non è la serratura, può diventare la chiave
Le Monde, 27 aprile 2026

Lo storico Vincent Lemire, professore all'Università Gustave Eiffel di Seine-et-Marne, pubblica, insieme all'ex diplomatico europeo Bernard Philippe, Gerusalemme, la storia non è mai scritta (Albin Michel, 288 pagine, 22,90 euro), una lunga analisi del conflitto israelo-palestinese attraverso il destino della "città tre volte santa".

La pace non è mai sembrata così lontana in Medio Oriente. Eppure lei ha pubblicato un libro sorprendente che propone di partire da Gerusalemme, epicentro di tutte le tensioni, per tentare di risolvere questi conflitti accumulati. Perché?

Questo libro è una controffensiva intellettuale, perché abbiamo urgente bisogno di un'utopia politica. Pubblicato nel caos, cerca di dischiudere l'orizzonte. Siamo tutti attoniti; dobbiamo alzare lo sguardo per continuare a pensare e a sperare, perché la disperazione è un'arma formidabile, brandita dai guerrafondai. Perché, dunque, concentrarsi su Gerusalemme? Perché è l'occhio del ciclone, che porta con sé diverse idee consolidate contro le quali combatto da trent'anni.

Il primo equivoco è che Gerusalemme sia il problema più difficile da risolvere, qualcosa da affrontare in seguito, una volta risolte tutte le altre questioni – un grave difetto del processo di Oslo. Noi sosteniamo esattamente il contrario: Gerusalemme non è la serratura, ma può diventare la chiave. Ciò richiede di abbandonare un altro equivoco: che il suo unico futuro possibile risieda nella spartizione. Al contrario, sosteniamo che possa essere la città di una spartizione senza divisione, fungendo così da laboratorio per l'intero territorio israelo-palestinese.

Ben lungi dai grandi trattati di pace, lei propone una politica di pianificazione urbana e servizi pubblici volta a stabilire l'uguaglianza tra i residenti, indipendentemente dalla loro religione o identità nazionale. Lei parla di "rattoppare" la città di Gerusalemme. Cosa intende con questa espressione?

Ricostruire Gerusalemme significa innanzitutto partire dalla realtà e dalle sue fratture. Ricostruire significa riparare, partendo da una terribile constatazione: case palestinesi distrutte, quartieri di Gerusalemme Est soffocati, famiglie ebraiche laiche in fuga da Gerusalemme Ovest, un muro di separazione che trafigge la città… Oggi Gerusalemme è una città emiplegica, con una parte israeliana sviluppata e una parte palestinese emarginata e soffocata.

Ma rattoppare non significa cancellare. Le cuciture rimarranno sempre visibili, perché Gerusalemme non è destinata a diventare una città omogenea, riunificata con la forza delle armi o per decreto. Gerusalemme è un palinsesto, un mosaico, senza dubbio una delle città al mondo in cui la diversità dei suoi abitanti, quartieri e stili di vita è maggiore. Bisogna ricucire senza standardizzare, riparare senza fantasticare.

Cosa si dovrebbe fare oggi a Gerusalemme?

Dobbiamo partire dai bisogni primari di ogni abitante della città. Prima fra tutti, l'alloggio. Oggi, a causa dell'impossibilità di ottenere permessi di costruzione, un terzo delle case palestinesi è minacciato di demolizione. Oltre 120.000 palestinesi vivono nel terrore del bulldozer, con questa spada di Damocle che pende sui loro tetti. La priorità assoluta, quindi, è garantire l'accesso all'alloggio attraverso la graduale legalizzazione delle costruzioni a Gerusalemme Est.

Ora, immaginatevi la situazione. A causa del muro, 160.000 residenti di Gerusalemme Est, che vivono entro i confini del comune israeliano, sono separati dalla propria città da 8 metri di cemento e da checkpoint che sono molto spesso chiusi. Una città in cui non si può più tornare a casa o andare al lavoro non è più una città, è un campo fortificato.

Infine, vivere con dignità. Il settanta per cento dei bambini palestinesi vive al di sotto della soglia di povertà. I ​​palestinesi rappresentano il 40% della popolazione, ma ricevono meno del 10% del bilancio comunale. Mancano loro tutti i servizi che una città dovrebbe garantire: scuole, marciapiedi, trasporti, pulizia, infrastrutture…

Si potrebbe sostenere che il suo approccio contribuisca a depoliticizzare il dibattito…

Al contrario, credo che ripoliticizzi la questione, nel modo giusto. Parlare di pianificazione urbana, alloggi, scuole e traffico non significa depoliticizzare; significa mostrare che la politica ha un impatto sui corpi, sulle famiglie e sui percorsi di vita. Le scelte dell'estrema destra israeliana hanno effetti molto concreti sui palestinesi di Gerusalemme.

Naturalmente, nulla di ciò che proponiamo sarebbe possibile con l'attuale coalizione, con la polizia di Itamar Ben Gvir, l'espansione coloniale promossa da Bezalel Smotrich o le continue espulsioni di famiglie palestinesi nel distretto di Silwan.

Nel nostro approccio non c'è né ingenuità né idealismo. Io sono uno storico, Bernard Philippe un diplomatico; sappiamo che condividere una città non significa improvvisamente amare il proprio prossimo. Significa garantire i diritti. Questa proposta politica è ben più radicale delle grandi dichiarazioni diplomatiche, spesso avulse dalla realtà.

Gli israeliani proclamarono Gerusalemme capitale di uno stato che aspirava ad essere al contempo ebraico e democratico. Lei dimostra che questo obiettivo è fallito su entrambi i fronti. Perché?

Dal punto di vista demografico, la situazione è chiara. Nel 1967, i palestinesi rappresentavano il 25% della popolazione di Gerusalemme; oggi ne costituiscono il 40%. La giudaizzazione demografica di Gerusalemme si è quindi rivelata un completo fallimento. Ironicamente, è stata proprio la minaccia di revocare i permessi di soggiorno ai palestinesi assenti dalla città per più di cinque anni a costringerli a rimanervi.

Se osserviamo da vicino la Città Vecchia, constatiamo che il 90% dei suoi abitanti non è né ebreo né israeliano. La proclamazione di sovranità non basta a cambiare la profonda composizione sociale di una città. Nonostante le bandiere, la polizia, le barricate e i gas lacrimogeni, chi vive e dorme lì è innegabilmente palestinese.

Dal punto di vista democratico, Gerusalemme funge da lente d'ingrandimento per la situazione israeliana: il 40% della popolazione non vota alle elezioni locali perché si rifiuta di legittimare l'occupazione e l'annessione. In effetti, storicamente, non c'è mai stato un tentativo riuscito di appropriazione esclusiva della Città Santa. Gli ultimi a provarci furono i Crociati, e per loro finì molto male! Gerusalemme è la culla comune delle tre religioni monoteiste; è sempre stata una città di compresenza, se non di coesistenza, una confutazione concreta di ogni fantasia di purezza etno-religiosa.

Molti israeliani liberali vedono Gerusalemme come qualcosa di ripugnante, come l'incarnazione di ciò che la visione messianica ed estremista potrebbe fare di Israele in futuro. Perché?

Gerusalemme è il laboratorio cruciale per ciò che i liberali temono per l'intero Paese. In primo luogo, l'ortodossizzazione della città: quello che un tempo appariva come un fenomeno periferico o folcloristico è diventato una dinamica demografica strutturante, che in definitiva pesa pesantemente sui processi democratici. Poi ci sono le conseguenze della svolta ultraliberale imposta da Benjamin Netanyahu: speculazione immobiliare, congestione urbana e costo della vita alle stelle. Per molti liberali israeliani, Gerusalemme non è più una promessa, ma un monito.

Alcuni leader israeliani, come il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, stanno cercando di provocare incidenti attaccando lo status quo religioso a Gerusalemme. Questo ti preoccupa?

Sì, perché la dinamica è esponenziale e quindi esplosiva. Quindici anni fa, circa 2.000 ebrei religiosi si recavano ogni anno sul Monte del Tempio per pregare in modo ostentato; oggi sono più di 50.000. Ben Gvir ci va regolarmente con i coloni militanti, per compiere gesti di preghiera, ballare, cantare, sdraiarsi a terra, protetto da decine di agenti di polizia.

Tuttavia, lo status quo sul Monte del Tempio è uno status quo israeliano, creato interamente nel 1967 da Moshe Dayan. Il 9 giugno 1967, gli israeliani presero due decisioni simultaneamente: demolirono il quartiere Mughrabi per ampliare la piazza del Muro Occidentale e destinarla all'uso esclusivo degli ebrei religiosi, e allo stesso tempo confermarono il carattere musulmano del Monte del Tempio.

Gli israeliani hanno quindi una responsabilità particolare nel preservare uno status quo che essi stessi hanno creato. Questo status quo è ciò che io chiamo la "soluzione dei due luoghi", riecheggiando la soluzione dei due Stati, ovvero spazi autonomi in cui tutti sono al sicuro e la loro fede e pratica religiosa sono protette. Il progetto Ben Gvir è l'esatto opposto; è il modello di Hebron, con una divisione militarizzata dello spazio e del tempo, vetri antiproiettile e attrito costante. È una macchina da guerra.

Lei scrive: "Per una fetta sempre più ampia della popolazione israeliana, il testo biblico è considerato un registro fondiario, e il potere politico, investito di santità, ha la missione di raggiungere questo orizzonte nel quadro di una restaurazione del Grande Israele". La Grande Gerusalemme e il Grande Israele stanno progredendo insieme?

Assolutamente. Stiamo assistendo alla sostituzione del sionismo con un altro progetto. In breve, stiamo passando dal sionismo di Herzl [Theodor Herzl (1860-1904), giornalista austro-ungarico, padre fondatore del sionismo] , per il quale la sicurezza degli ebrei era centrale, al post-sionismo dell'estrema destra suprematista, che promuove un progetto chiaramente messianico, anche a rischio di mettere in pericolo gli ebrei in Israele e nella diaspora. Questa è una rottura storica di enorme portata. Da questa prospettiva, la Grande Gerusalemme è l'avamposto del Grande Israele. Quando la Bibbia diventa un registro fondiario, la politica cessa di governare il presente: inizia a inseguire una profezia apocalittica.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/04/27/vincent-lemire-historien-dans-le-conflit-israelo-palestinien-jerusalem-n-est-pas-le-verrou-elle-peut-devenir-la-cle_6683606_3232.html

domenica 28 dicembre 2025

Una rete per Hamas

Come funzionavano i finanziamenti per Hamas e chi è l'ideatore
Avvenire, 28 dicembre 2025

Chiedevano soldi per i palestinesi ma li mandavano ad Hamas che li utilizzava per finanziare le operazioni terroristiche contro Israele. Un’accusa inquietante e gravissima che nasce dalle indagini iniziate nei giorni successivi alla strage del 7 ottobre e ha portato all’arresto, ieri, di nove persone (due ricercate forse a Gaza e in Turchia) e messo nel mirino tre associazioni che, secondo la Procura di Genova che ha coordinato l’inchiesta spiegata in un’ordinanza da 306 pagine, avrebbero fornito denaro all’organizzazione terroristica a scopo militare: tra sette e otto milioni di euro, di cui circa due in contanti e gli altri con bonifici e triangolazioni in Paesi esteri. Dati contenuti nei faldoni dell’inchiesta “Domino”, condotta dalle Procure di Genova e Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Digos con la Direzione Centrale di Polizia di Prevenzione, Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Genova e del Nucleo Speciale della Polizia Valutaria Guardia di Finanza.
Il capo dell’organizzazione sarebbe Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, 63 anni, di fatto legale rappresentante e amministratore delle tre associazioni coinvolte, la Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, La Cupola d'Oro e La Palma. L’uomo è stato fermato a Genova dove vive a Bolzaneto, periferia Nord occidentale della città e che al momento dell’arresto ha chiesto se sarebbe stato consegnato ad Israele. Quindi Ra'Ed Hussny Mousa Dawoud, 51 anni, referente della cellula italiana e dipendente della filiale milanese di una delle associazioni. L’elenco prosegue con Raed Al Salahat, referente per Firenze e Toscana, del board della European Palestinians Conference. La lista va avanti con Yaser Elasaly, di Milano; Jaber Abdelrahim Riyad Albustanji, 60nne promotore di raccolta fondi e del quale ci sono immagini in divisa e armi dell'ala militare di Hamas. Osama Alidawi è invece co-fondatore di una delle associazioni a Genova; Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa è referente per il Nord-Est d'Italia, già Ministro dei Trasporti del Governo a Gaza, presidente del Blocco Islamico dell’Unione Ingegneri. Quindi Khalil Abu Deiah, legale rappresentante di La Cupola d'Oro, custode della filiale di Milano e Mohammed Ismail Saleh Abdu, 35 anni, domiciliato in Turchia. Costoro, in quella definita «attuale fase delle indagini preliminari» da una nota della Procura di Genova, sono accusati di fare parte e avere finanziato «Movimento della resistenza islamica» che ha il proposito di gesti terroristici soprattutto contro Israele ed indicato come organizzazione terroristica dall’Unione Europea. A questa, oltre alla terribile vicenda del 7 ottobre con 1.200 morti e 2.200 ostaggi, vengono ricondotti attentati vari che hanno causato 484 morti e 3.305 feriti, molti dei quali civili. Per gli investigatori i finanziamenti in odore di terrorismo sarebbero avvenuti tramite le organizzazioni citate facendoli passare come aiuti al popolo palestinese mentre sarebbero stati aiuti ad attività militari. E proprio gli aiuti a familiari di persone coinvolte in attentati o parenti di detenuti per terrorismo avrebbero indotto molti ad abbracciare terrorismo e criminalità anche attraverso attentati suicidi. Finalità criminali che avrebbero incassato fino ad oltre il 71% dei fondi togliendoli invece allo scopo dichiarato di aiuti umanitari per Gaza.

A far scattare le indagini sono state operazioni finanziarie sospette e proseguite con intercettazioni telefoniche, monitoraggi di flussi di denaro destinati al finanziamento, acquisizione, tramite operazioni sotto copertura, di documenti e messaggi nel server di Abspp. poi trasmessi ufficialmente allo Stato di Israele. L’inchiesta si è avvalsa pure di collaborazione di varie Procure estere, tra cui la turca, mentre gli arresti in Italia sono stati operati a Genova, Modena, Firenze, Monza. Il comunicato di Procura di Genova e Dnaa non dimentica la situazione sul campo e rileva che «indagini e fatti emersi non possono in alcun modo togliere rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7 ottobre dal Governo di Israele. Né tali crimini possono giustificare gli atti di terrorismo di Hamas né costituirne attenuante».
Per Noemi Di Segni, presidente Unione Comunità Ebraiche Italiane, «le indagini gettano luce di verità sui finanziamenti facendo leva sui sentimenti di pietà e prontezza ad aiutare il popolo palestinese, usando strumenti e spazi che l'ordinamento costituzionale italiano riserva a valori alti, invece abilmente abusati. Siamo grati alle forze dell’ordine e alla magistratura per il loro instancabile impegno», conclude Di Segni. 

CHI È HANNOUN, IL CAPO DELLA CELLULA ITALIANA

Sapeva di avere il fiato sul collo degli investigatori. Mai così insidiosi. E sembrava consapevole che stavolta sarebbe stato difficile evitare conseguenze serie. Ecco perché stava per lasciare l’Italia. Del resto, troppe volte il nome di Mohammad Hannoun viene accostato a indagini delicate. A partire dal 1991, quando i Servizi iniziano a “familiarizzare” con i movimenti e le attività di Hannoun, all’epoca neanche 30enne ma già accreditato dalla nostra Intelligence di essere il coordinatore di una cellula di Hamas operante nel Centro islamico genovese. Dieci anni dopo, nel corso di una perquisizione a suo carico, vengono rinvenuti documenti del gruppo terroristico che l’uomo, scrivono gli inquirenti, «aveva dichiarato di aver reperito proprio nel Centro islamico genovese». Su quest’ultimo, e sulla rete di finanziamenti, si indaga dal 2003 al 2010: emerge un quadro indiziario rilevante, a detta degli inquirenti, sulla operatività della cellula genovese di Hamas. Ma tutto il lavoro di indagine serve a poco. Il tribunale di Genova archivia.

Mohammad Hannoun, presidente Associazione Palestinesi di Italia al corteo pro Palestina a Milano, 18 ottobre 2025. ANSA/Paolo Salmoirago
Mohammad Hannoun, presidente Associazione Palestinesi di Italia al corteo pro Palestina a Milano, 18 ottobre 2025. ANSA/Paolo Salmoirago
Da quel 1991, il giordano-palestinese Mohammad Hannoun (cittadinanza giordana), oggi 63enne, di professione architetto, in Italia da 40 anni con domicilio genovese - arrestato ieri per «avere finanziato l’associazione terroristica Hamas», della quale è ritenuto membro del comparto estero e al vertice della cellula italiana - è un attivista instancabile. Fonda nel 1994 l’“Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese” (Abspp), descritta dalla Digos e dalla Guardia di Finanza come un importante strumento (ma non il solo) per raccogliere fondi per Hamas. Nel frattempo, scrive il gip di Genova, Silvia Carpanini, nelle 306 pagine con le quali accoglie la richiesta dei pm di arrestare Hannoun e altri otto indagati, il presidente dell’Abspp organizza «congressi in cui venivano invitate personalità di spicco del mondo islamico i cui interventi esaltavano la strategia del terrore».
Dunque su Mohammad Hannoun, anche per via di una serie di Segnalazioni di operazioni sospette (Sos) arrivate alla Dna di Roma e trasmesse a Genova, pm e forze dell’ordine lavorano ben prima del 7 ottobre 2023 (data dell’attacco di Hamas a Israele), come riferisce il procuratore capo di Genova Nicola Piacente. Ma quell’anno resta centrale. Perché è nel 2023 che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti inserisce Hannoun e la sua Abspp nella black list dei finanziatori del terrorismo. Lui si sente braccato ma subito dopo il 7 ottobre 2023 partecipa pubblicamente ad una lunga serie di manifestazioni di solidarietà con il popolo di Gaza, ed è molto attivo a favore della Sumud Flotilla, partita in parte da Genova. La sua adesione agli eventi è spesso contestata per i sospetti di complicità con Hamas. Il 15 novembre 2024, la questura di Milano emette nei suoi confronti un foglio di via per istigazione all'odio e alla violenza: in un comizio, Hannoun elogia i giovani che ad Amsterdam aggrediscono i tifosi israeliani del Maccabi, che avrebbero insultato gli arabi. Le polemiche politiche divampano. E tornano, violente, a ottobre di quest’anno, quando il 63enne riceve un altro foglio di via per aver giustificato le uccisioni da parte di Hamas di presunti collaborazionisti: «Dopo la tregua – dice –, la resistenza palestinese, che ha pagato con il sangue, ha fatto giustizia, come in tutte le rivoluzioni del mondo». E pochi mesi prima commenta: «È una bufala che io sia un leader di Hamas. Sono un palestinese impegnato da decenni nella lotta per i diritti del suo popolo. Hamas ha avuto più del 70% dei voti a Gaza e in Cisgiordania, quindi è un legittimo rappresentante del popolo palestinese. E io sono simpatizzante di Hamas come lo sono di ogni fazione che lotta per i miei diritti». A proposito di polemiche. Le dichiarazioni dell’avvocato di Hannoun, Dario Rossi, non buttano certo acqua sul fuoco: «C'è una chiara volontà di metterlo a tacere – afferma –, perché ha una grande capacità politica ed è andato più volte in Palestina con numerosi esponenti della politica italiana del centrosinistra. Ci chiedevamo quando sarebbe successo».
Sta di fatto che per i pm genovesi sussisteva un «concreto e attualissimo pericolo di fuga, avendo egli da tempo manifestato il progetto di trasferirsi in Turchia e di aprire lì un ufficio». Era quasi fatta: la partenza per Istanbul, informa il gip, era in programma ieri. Digos e Finanza sono arrivati prima.

lunedì 8 dicembre 2025

L'insensatezza del dolore e l'alterità


Lara Ricci
Corpo a corpo con il mostro ibrido

Il sole 24ore, 7 dicembre 2025 

Il mostro ibrido sta al centro del labirinto. È lui, il Minotauro, la bestia vergognosa. Ma per uscire dal labirinto questa volta non serve il volo – l’immaginazione – non serve il filo - la memoria. Vanni Bianconi se ne rende conto quando ormai sta navigando, capitano improvvisato di una delle sessanta imbarcazioni che lo scorso settembre sono salpate per arrivare a Gaza senza arrivarci. Per uscire dal labirinto che «decostruisce e confonde» bisogna «diventare soltanto chi si riesce a diventare, chiunque esso sia, nel presente». Questo presente fatto di specchi contro specchi, da cui pare impossibile uscire; in cui - in realtà - non riusciamo a essere. Essere presenti a noi stessi, vivi, con tutti i sensi all’erta. Il poeta e traduttore ticinese capisce che «ogni passo che adesso ci sta portando verso il pericolo ci porterà anche, se lo ripercorreremo a ritroso, alla salvezza. Ogni passo che adesso ci allontana da chi siamo combacerà con il passo di chi ne uscirà diverso. Se ne usciremo».

Un viaggio iniziatico che narra in Wahoo! Un’odissea al contrario. Un viaggio verso l’assedio, verso il Minotauro, verso la violenza, l’«ipocrisia sistemica», l’indifferenza. Un viaggio per tradurre «ciò per cui non abbiamo parole, il dolore di Gaza» in una «lingua conosciuta». «L’essere umano riesce a soffrire, a patire insieme, fino a qualche grado di prossimità, poi il corpo non capisce e tutto diventa astratto». Per poter provare il dolore dell’altro bisogna mettersi nella sua pelle. Solo specchiandoci in lui possiamo provare ciò che sente. L’empatia è il corpo che risuona della sofferenza altrui, che attiva gli stessi meccanismi che ci fanno percepire il nostro dolore: la conferma scientifica è arrivata sul finire del millennio, con la scoperta dei neuroni specchio. Ma Giacomo Rizzolatti, lo scienziato che li ha individuati, avverte che tale meccanismo innato può essere compromesso dall’educazione, dalla cultura.

Bianconi osserva che percepire quel che prova l’altro è più facile se lo conosciamo: «Non dovrebbe fare la differenza ma la fa». O se, almeno, l’altro è una persona che sentiamo simile a noi. Non sappiamo cosa vuol dire sopportare due anni di assedio, i bombardamenti incessanti, la morte di tante persone care «ma possiamo capire cosa vuol dire rischiare di perdere un figlio, morire in mare, essere messi in ginocchio per ore sotto il sole, se chi lo fa è qualcuno che fino a quel momento ha vissuto più o meno come viviamo noi». Così la flottiglia, fatta di corpi provenienti da tutto il mondo, compreso il nostro, è divenuta un catalizzatore del sentire, ha ridato forma al corpo sociale.

Wahoo! Un’odissea al contrario, uscito meno di due mesi dopo l’intercettazione della Global Sumud flotilla, la missione di pace che cercava di rompere l’assedio di Israele, è un instant book sui generis: non è cronaca né mera testimonianza, la voce è letteraria, il racconto trasfigurato. Lo è già nella prima parte, dove il viaggio, l’arresto, il carcere, il ritorno in Svizzera è raccontato una prima volta, sotto forma di un diario dove il presente è confrontato col mito, lo si guarda riflesso nell’Odissea, l’immagine invertita, da destra a sinistra: il protagonista non torna dall’assedio, va verso l’assedio per trovare casa, la sua casa, una vera casa che accoglie e non tiene prigionieri con un incantesimo. Poi, nella seconda parte, Bianconi il viaggio lo ri-racconta ancora, raggiunta a Londra sua figlia quattordicenne, e la narrazione si carica ulteriormente di metafore, si fa più ossessiva: episodi prima accennati si espandono, danno misura della paura, delle emozioni che si sono infiltrate e diffuse sottopelle, nel «corpo-palco», di nascosto, senza che il mero racconto dei fatti possa rivelarle. Le domande diventano più incalzanti e introspettive. Il viaggio lo racconta un’altra volta nella terza parte, dove torna a casa, a Ambrì. La narrazione si rarefà, si slabbra, sfocia nel sogno. S’immagina un gazawi che cerca casa in un deserto di macerie. Tra un episodio e l’altro, tra un’immagine e l’altra si formano dei filamenti, connessioni da cui pare emergere una nuova comprensione, nell’insensatezza di tutto questo evitabile dolore.

Interessante e straziante anche un altro instant book, scritto - con un coraggio e un’onestà intellettuale impressionante - dall’ostaggio israeliano Eli Sharabi appena dopo il suo rilascio. Straziante non è solo la sua storia: quella di un uomo che ha resistito 491 giorni nei tunnel di Hamas aggrappato alla speranza di rivedere le sue due figlie adolescenti Noiya e Yahel, sua moglie Lianne, la sua famiglia, e che quando gli è finalmente restituita la libertà si trova solo davanti alle lapidi delle sue bambine, di Lianne e del fratello Yossi. Straziante è leggere il racconto delle interazioni con i suoi carcerieri, lui che parla arabo e che pian piano inizia a sviluppare un dialogo, una vicinanza, una comprensione reciproca che lo fa affermare che, in altre circostanze - con un’altra narrazione, con una lingua comune, diciamo noi - lui e alcuni dei suoi carcerieri avrebbero potuto essere buoni amici. Fratelli addirittura. Corpi che risuonano insieme. 

Vanni Bianconi
Wahoo! Un’odissea al contrario
Marcos y Marcos, pagg. 168, € 17

Eli Sharabi
L’ostaggio
Trad. di A. Biagini e A. Russo
Mondadori, pagg. 288, € 12,90

lunedì 1 dicembre 2025

I cattivi presagi di una ebrea

Anna Foa
I cattivi presagi di Arendt su sionismo e Palestina
La Stampa, 28 novembre 2025

Quando nel 1933 Hitler prese il potere in Germania, Hannah Arendt aveva ventisette anni. Laureata in filosofia e teologia, aveva studiato con i maggiori filosofi del tempo, Heidegger, Jaspers e Bultmann. Fu arrestata perché i suoi studi sull’antisemitismo erano considerati illegali, ma fu poi liberata e riuscì a lasciare la Germania per Parigi, dove visse fino a quando, allo scoppio della guerra, fu internata come straniera nemica nel campo di Gurs. Liberata, nel 1941 riuscì a fuggire attraverso la Spagna raggiungendo gli Stati Uniti e stabilendosi a New York. Qui la giovane profuga cominciò a collaborare regolarmente al giornale che ben presto divenne il maggior giornale ebraico in lingua tedesca degli Stati Uniti, Aufbau.

Questo libro raduna appunto i suoi scritti su Aufbau fra il 1941 e il 1945, cioè lungo tutta la durata della guerra, con una lunga interruzione però fra il 1942 e il 1943, quando smise di scrivervi perché in disaccordo con la linea politica del giornale. Sono brevi saggi che ci mostrano le riflessioni e le posizioni che la giovane filosofa traeva dalle notizie terribili che arrivavano dall’Europa. Allo stesso tempo, questi sono gli anni più intensi dell’impegno sionista della Arendt, impegno che la aveva già spinta nel suo periodo parigino a lasciare la filosofia per la politica. Aveva finito a Parigi di scrivere il suo libro su Rahel Varnhagen, una critica netta dell’assimilazione degli ebrei. Scrive ora sul sionismo, sulla prospettiva di uno Stato ebraico in Palestina e sul ruolo che il popolo ebraico avrebbe dovuto avere in quella guerra e poi nel dopoguerra. Ampia era in quegli anni l’adesione al sionismo dei tanti profughi ebrei negli Stati Uniti, e nette le divergenze e i conflitti fra le diverse anime del movimento. Un mondo politico diversificato che Arendt pone sotto la sua acuta lente di ingrandimento e di cui analizza il ruolo, prima che la nascita dello Stato di Israele diventasse un’opzione attuabile e prima che tramontasse la prospettiva del mantenimento del protettorato britannico sulla Palestina. Come Enzo Traverso sottolinea nell’introduzione, lo sguardo di Arendt è uno sguardo potremmo dire viziato da “orientalismo”, ed è fortemente europeo anche nell’adesione al sionismo. Per lei, lo Stato di Israele, se si fosse realizzato, avrebbe dovuto essere un’emanazione della vecchia Europa, della sua cultura, del suo ebraismo.

Era però, quello di Hannah Arendt, un sionismo molto speciale, come ancora ci dice Enzo Traverso. Un sionismo, come lei stessa lo definirà più tardi, legato direttamente alla guerra di Hitler contro gli ebrei e alla necessità di combattere l’antisemitismo. È in quest’ottica, non in quella di una vicinanza al gruppo sionista revisionista che anche sosteneva la necessità della formazione di un esercito ebraico, che bisogna interpretare la sua decisa battaglia per la costituzione di questo esercito, allo scopo di combattere il nazismo e restituire dignità al popolo ebraico. E fu proprio il naufragare di questa prospettiva che la spinse, fra il 1942 e il 1943, a non scrivere per un anno su Aufbau, mentre nel 1944 le notizie che giungevano sulla Resistenza ebraica e sulle rivolte dei ghetti la spinsero a riprendere questa battaglia in un’ottica leggermente diversa. È comunque l’ottica che ritroveremo nel suo seminale volume sulle origini del totalitarismo del 1951, della critica alla mancanza di autonomia del popolo ebraico, la critica insomma al parvenu e l’esaltazione del paria consapevole e rivoluzionario.

È quello di Arendt uno sguardo complessivo non solo sul mondo ebraico ma in generale sulle trasformazioni che la guerra stava introducendo ovunque, con la diffusione di una massa ingente di profughi, apolidi e senza patria. Era la prospettiva di un superamento dell’immagine di un antisemitismo onnipresente e eterno su cui si sarebbe costruito lo Stato di Israele? Certamente la riflessione successiva di Arendt sarebbe andata nella direzione di una critica radicale alle fondamenta ideologiche del nuovo Stato, quella che all’epoca del processo Eichmann e dei suoi scritti sulla banalità del male l’avrebbe spinta a rompere col suo vecchio amico Gershom Scholem, che la accusò di non amare abbastanza Israele, e a riconsiderare ulteriormente la questione palestinese, già presente nei suoi scritti del 1944. La stessa preoccupazione che già nel 1948 la aveva spinta, insieme ad Albert Einstein e ad altri 28 intellettuali ebrei, a scrivere una lettera al New York Times in cui si denunciava il massacro di palestinesi compiuto da membri della destra israeliana diretta da Menachem Begin, una lettera che ebbe vasta risonanza.

Oggi, che i nipoti degli autori di quel massacro e di altri simili sono al governo in Israele, vale forse la pena di rileggerla e meditarla.

lunedì 10 novembre 2025

Francesca Albanese si pente

William Zanellato
"Non rifarei quel commento" La retromarcia di Albanese sugli ostaggi di Hamas

Il Giornale, 10 novembre 2025

Il rapporto con Israele e il sionismo, le minacce ricevute e il suo ruolo di giurista. Francesca Albanese si racconta in una lunga intervista sul Corriere della Sera. Non manca un passo indietro per quanto riguarda gli episodi che l’hanno vista protagonista insieme al sindaco di Reggio Emilia. Incalzata dalle domande del giornalista, la relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, ammette di aver sbagliato a dire “ti perdono” al sindaco di Reggio Emilia Marco Massari che aveva citato gli ostaggi di Hamas. "Quando ho rivisto quel mio commento, me lo son detta: no, non è proprio da me", racconta.

Ma facciamo un passo indietro. Ormai un mese fa l’Albanese era finita al centro delle polemiche per aver criticato il primo cittadino di Reggio Emilia. Il motivo è presto detto: il sindaco aveva appena detto, prima di consegnare a Francesca Albanese il Primo Tricolore (massima onorificenza cittadina), che per il processo di pace serviva pure liberare gli ostaggi israeliani in mano ad Hamas. "Non giudico il sindaco e lo perdono. Ma non dica più una cosa così”, aveva replicato seccamente la relatrice dell’Onu accompagnata dall’ovazione dei pro Pal presenti. Da qui il passo indietro della giurista che, ad oggi, afferma che sicuramente non rifarebbe quel commento al sindaco di Reggio Emilia, che aveva detto che per il processo di pace serviva la liberazione degli ostaggi israeliani.

Nell’intervista, però, la giurista italiana si è concentrata anche sulle sanzioni e le minacce gravissime nei suoi confronti. La pressione è molto forte. Nel 2024, sono cominciate le minacce di morte, lettere in cui dicevano “sappiamo dove vivi”, minacce di stupro verso mia figlia: “Le faremo quel che han fatto alle donne israeliane”. Lì, dice, è partita “l’esigenza d’avere protezione dove vivo, in Tunisia”. Sulle sanzioni è ancora più netta. “Sono la prima funzionaria nella storia delle Nazioni Unite a subire un simile trattamento - dice in merito alle sanzioni -, che condivido con Putin, Khamenei e Maduro. E che mi viene riservato perché collaboro con la Corte penale internazionale.La verità è che ho denunciato le violazioni dei diritti umani compiute da Israelè. Su Hamas, 'non c'è dubbio che ci sia stato un attacco terroristico violento, da condannare. Però Israele cosa cavolo fa da 60 anni, nel territorio palestinese occupato?”, conclude.

sabato 8 novembre 2025

Yitzhak Rabin, israeliano


Umberto De Giovannangeli 

“Yitzhak Rabin non avrebbe mai combattuto per la Grande Israele”, l’intervista della nipote del premier assassinato 30 anni fa
l'Unità, 5 novembre 2005

Chi scrive intervistò, per Il Riformista, Noa Rothman. L’intervista è del 14 luglio 2020. La riproponiamo oggi, per la sua straordinaria, toccante attualità.

«Mio nonno, Yitzhak Rabin, ha combattuto per tutta la sua vita in difesa di Israele. Lo ha fatto perché in gioco c’era la sicurezza stessa del Paese, del suo popolo. Ma mai avrebbe intrapreso una qualsiasi azione militare per realizzare il disegno della Grande Israele. L’ultima battaglia che lui ha combattuto è stata quella della pace. E per questo è stato assassinato». A sostenerlo, è Noa Rothman, la nipote del premier laburista assassinato la notte del 4 novembre 1995 da un giovane estremista di destra, Yigal Amir, al termine di una imponente manifestazione per la pace a Tel Aviv.

Il nuovo governo israeliano ha in programma l’annessione di una parte della Cisgiordania. La discussione sembra riguardare i tempi e le dimensioni di tale annessione…
È una scelta gravissima, irresponsabile, che rischia di innescare una nuova ondata di violenza e di isolare Israele sul piano internazionale. Un tale passo viola il diritto internazionale e dell’Onu, crea una discriminazione istituzionalizzata. L’annessione rappresenta quindi un pericolo irreversibile e costituisce una minaccia esistenziale per i palestinesi, per gli israeliani, per la stabilità regionale e per un ordine globale già fragile. L’annessione unilaterale è un atto di coercizione che codifica la disuguaglianza e si fa beffe della dignità umana. A muovere Netanyahu non vi sono ragioni di sicurezza, bensì la volontà di portare a compimento quello che è sempre stato il disegno della destra più oltranzista: la grande Israele. È una scelta ideologica, prim’ancora che politica. Dietro a essa c’è una visione messianica di Israele, un misto di ultranazionalismo e fanatismo religioso. A ispirarla è l’idea di un Paese in trincea, sempre alle prese con un Nemico, sia esterno che interno. Ma il sionismo non è stato mai questo. I fondatori dello Stato d’Israele erano animati da una concezione aperta, inclusiva, dello stesso ebraismo e il loro sogno era quello di far vivere un Paese “normale”, che non aveva missioni divine, da popolo eletto, da dover condurre né territori da conquistare in nome di “Eretz Israel”, la sacra Terra d’Israele. Mio nonno, Yitzhak Rabin ha trascorso gran parte della sua vita a combattere i nemici d’Israele: alla storia è passata una foto, che conservo gelosamente, di lui e Moshe Dayan al Muro del Pianto, dopo la vittoria nella Guerra dei Sei giorni. Ma quella guerra, nella visione di coloro che la combatterono veramente, era comunque una guerra di difesa, che non aveva nulla di mistico: una narrazione che invece fu portata avanti dalla destra oltranzista. L’Israele di Yitzhak Rabin era un Paese orgoglioso dei suoi successi in campo economico, dell’innovazione tecnologica, oltre che fiero di Tsahal, il suo esercito. Ma mio nonno era anche consapevole che la sicurezza d’Israele non può reggersi sempre e solo sulla forza militare, e che la pace comporta anche il riconoscimento dell’altro da sé, in questo caso dei Palestinesi, e necessita di compromessi. E la pace la si fa con il nemico. Per lui, mi creda, non fu facile stringere la mano a Yasser Arafat, quel giorno di settembre del 1993 alla Casa Bianca, davanti agli occhi di tutto il mondo e, quello che per lui contava sopra di ogni altra cosa, agli occhi del popolo d’Israele. No, non fu affatto facile, ma lo fece per dimostrare che il dialogo era possibile, e che la più grande vittoria che Israele avrebbe potuto conquistare era quella di una pace nella sicurezza. Per averci provato, è stato accusato dalla destra di essere un traditore, che aveva svenduto Israele ai terroristi di Arafat. Forse Yigal Amir (il giovane estremista di destra che assassinò Rabin, ndr) ha agito da solo, ma una cosa è certa: in molti hanno ideologicamente armato la sua mano, e alcuni hanno anche provato a giustificare, se non addirittura a esaltare, il suo gesto criminale. L’odio è un virus letale, che può portare a uccidere una persona o a distruggere le fondamenta di una convivenza civile tra cittadini dello stesso Paese. Ma a questa deriva io non mi arrendo, né la ritengo iscritta in un destino ineluttabile per il Paese che amo.

Dell’attuale governo fa parte, come ministro della Difesa e co-premier anche il leader di Blu e bianco Benny Gantz. Lei nelle precedenti elezioni aveva sostenuto la candidatura a Primo Ministro dell’ex Capo di Stato Maggiore. Alla luce di tutto ciò Lei si sente tradita?
Più che tradita mi sento, e come me tantissimi altri, delusa, amareggiata. Gantz si era presentato come l’uomo del cambiamento, come un’alternativa, e non come un vassallo dal volto pulito, a Netanyahu. La realtà è stata un’altra: Gantz, pur di andare al potere, ha spaccato il suo partito (Blu e Bianco, ndr), avallato il piano Trump, e ora cerca di ritagliarsi un ruolo di “moderatore” rispetto ai propositi di Netanyahu di annettere il 30% della Cisgiordania. Ma il problema non è la dimensione dell’annessione, è l’annessione in sé. È la logica che la sottende, e le conseguenze che inevitabilmente scatenerà. Mi lasci aggiungere che in gioco non c’è solo la pace con i palestinesi, ma anche l’identità stessa di Israele. A rischio vi sono i due pilastri che sono stati a fondamento della nascita dello stato di Israele: l’identità ebraica e la democrazia. Tutto il mondo è alle prese con la crisi pandemica che ha ricadute pesantissime non solo sul piano della salute ma anche dal punto di vista economico e sociale. Eppure, in Israele la priorità del governo sembra essere quella dell’annessione. Siamo davvero fuori dal mondo!

Perché questi due pilastri sarebbero a rischio?
Perché annettersi territori occupati significa “inglobare” anche i loro abitanti palestinesi. Cosa ne sarebbe di loro? Di certo Netanyahu e i suoi sostenitori non intendono farne cittadini di Israele, con tutti i diritti anche elettorali che ciò comporterebbe. L’annessione istituzionalizzerebbe l’apartheid, e così facendo darebbe un colpo mortale alla nostra democrazia. L’annessione sarebbe la morte del sionismo.

Tra i sostenitori esterni di Netanyahu, al primo posto c’è senz’altro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Purtroppo è così. Senza il totale, incondizionato appoggio di Trump, Netanyahu non si sarebbe spinto a tanto. A Trump non interessa la sicurezza di Israele, tanto meno una pace giusta e duratura, fondata sulla soluzione “a due Stati”. Trump è in piena campagna presidenziale e avallare l’annessione significa per lui garantirsi il sostegno degli evangelici ancor più che delle componenti più conservatrici dell’ebraismo americano. Sia per Netanyahu che per Trump il fattore-tempo è decisivo: bisogna chiudere prima del 3 Novembre, quando gli americani decideranno il nuovo presidente e, se come spero e come sembrano indicare tutti i sondaggi dovesse vincere il candidato democratico Joe Biden, le cose nei rapporti tra Israele e Usa potrebbero cambiare, e di certo Netanyahu non avrebbe carta bianca come gli è stata garantita non avrebbe quell’assoluta libertà di manovra che ha sempre ricevuto dal suo amico Donald.

Nel mondo si moltiplicano gli appelli contro l’annessione. Netanyahu ne terrà conto?
Conoscendolo, non credo proprio. Per lui ciò che importa veramente è il sostegno dell’America. Ma queste prese di posizione aiutano quanto in Israele? Continuano a battersi e a manifestare contro l’annessione. Sapere che nel mondo sono in tanti a dire “no”, e tra questi anche personalità non certo sospettabili di essere filopalestinesi, come il premier britannico Boris Johnson, questo ci dà speranza e forza per continuare la nostra lotta.

Il grande storico israeliano, recentemente scomparso, Zeev Sternhell, sosteneva che l’oppressione verso il popolo palestinese e ora il piano di annessione sanciscono la morte del sionismo così come era stato concepito dai fondatori dello Stato di Israele. È anche Lei di questo avviso?
Assolutamente sì! I fondatori dello Stato di Israele avevano realizzato il sogno di un focolare nazionale ebraico come una casa sicura per quanti erano sopravvissuti alla Shoah. Non erano animati da visioni messianiche da popolo eletto, ma intendevano edificare uno Stato che non emarginava ma includeva. È questa l’idea di Israele in cui io continuo a credere e per la quale continuerò a battermi. La sicurezza di Israele non passa attraverso l’oppressione di un altro popolo.

Ma Netanyahu potrebbe replicare che dietro di lui ha una solida maggioranza di governo.
Per tenere insieme questa maggioranza ha dovuto moltiplicare all’invero simile il numero di ministri e vice. Il collante di questo governo è il potere e non una visione condivisa di ciò che dovrebbe essere il futuro di Israele. La politica non è riducibile a un pallottoliere. Le manifestazioni di queste settimane, nonostante il coronavirus, dimostrano che c’è un Israele del dialogo che non si è arresa. Di essa fanno parte ebrei e arabi israeliani, uniti da una comune idea di convivenza e di pace. Ed è importante che di questo movimento siano protagoniste le donne con la loro determinazione e la loro concretezza. L’annessione, infatti, incarna anche l’esclusione di genere. È stata concepita quasi interamente da uomini senza alcun riferimento alle diverse prospettive delle donne di diverse estrazioni sociali. Non so se l’Israele del dialogo rappresenti oggi la maggioranza degli israeliani, ma mio nonno ha insegnato che un vero leader, un grande statista è colui che sa andare controcorrente quando è necessario. Ma questa grandezza non è propria di coloro che oggi governano Israele.

A conclusione di questo nostro colloquio, le chiedo: dove sta andando Israele?
È una domanda a cui è doloroso più che difficile rispondere. Sono orgogliosa del mio Paese, dell’ingegno, del coraggio, della determinazione che hanno caratterizzato la nostra ancora giovane esistenza come stato, ma al tempo stesso ho paura della deriva “fondamentalista” che rischia di ipotecare il nostro futuro, soprattutto quello dei giovani. Lo dico anzitutto come madre. So che non sono la sola a pensarlo. Nel Paese si sta saldando la protesta sociale, come testimonia la grande manifestazione di sabato scorso in piazza Rabin a Tel-Aviv, con la crescita di un movimento contro i piani di annessione. In passato, nei momenti più difficili Israele si è rivolto ai suoi “grandi vecchi”. Oggi, purtroppo, non esistono più. Ma questa consapevolezza deve moltiplicare le nostre energie e unirci sempre più per difendere Israele, la pace è la sua democrazia.

mercoledì 29 ottobre 2025

Anna Foa, l'impegno per la pace in Palestina

Anna Foa
Ca' Foscari e Fiano, senza dialogo non c'è pace

La Stampa, 29 ottobre 2025

Innanzitutto, la piena solidarietà a Emanuele Fiano, a cui un gruppo di squadristi ha impedito di parlare a Ca’ Foscari al grido di «Fuori i sionisti dall’Università».

L’episodio non ci ricorda il 1938, perché allora ci fu un antisemitismo di Stato che tolse agli ebrei diritti e alla lunga cittadinanza, ma ci ricorda, questo sì, gli autonomi che negli anni Settanta circolavano armati di bastone nei corridoi delle facoltà per colpire chiunque non appartenesse al loro gruppo di estremisti. Intollerabile allora e oggi.

Qualunque obiettivo i teppisti di Ca’ Foscari si proponessero di raggiungere, colpire Fiano in quanto ebreo, dal momento che per questi gruppi di estremisti ebreo e sionista si identificano, o colpirlo per le sue posizioni in «Sinistra per Israele», troppo «sionista» e non sufficientemente critica a loro avviso della politica del governo israeliano, questo obiettivo non è stato raggiunto.

Ne è invece stato raggiunto un altro, quello di scavare un solco più profondo nella scissione che si è determinata negli ultimi mesi tra chi accusa in genere tutti gli israeliani di essere ugualmente colpevoli della politica del loro governo, chi più e chi meno, e chi invece riconosce l’importanza della battaglia che da due anni tanti gruppi e individui combattono, con gravi rischi personali, contro il governo di Netanyahu: manifestazioni in cui accanto alle foto degli ostaggi oggi liberati ci sono i volti dei bambini di Gaza morti di fame, prese nette di posizione, gruppi di attivisti che difendono gli ulivi dei palestinesi a Gaza o che interpongono contro la cieca violenza dei coloni il loro corpo di “ebrei” per difendere quello dei palestinesi, giovani che bruciano in pubblico le cartoline precetto, come tanti anni fa i giovani americani richiamati nella guerra del Vietnam, per non andare a Gaza a commettere un “genocidio”.

Mi direte, voi estremisti di Ca’ Foscari, che non bastano a rovesciare il governo. Ma per quanti anni i vostri padri non hanno mosso un dito contro il governo fascista di Mussolini, anch’esso ricordiamolo genocidario in Africa finché non è intervenuta la guerra a rovesciarlo?

Proprio a quanti si sono in questi due anni impegnati a denunciare lo sterminio di Gaza, la fame indotta come mezzo di guerra, il razzismo crescente in Israele, le terribili violenze di un IDF sempre più permeato di estremismo religioso, tocca ora, credo, il compito di impedire questa deriva che in un mondo invece giustamente solidale con le vittime sembra portare ad aderire all’idea di distruggere Israele, sembra negarne la battaglia di questi anni, e finisce per legittimare l’antisemitismo. Con il plauso di chi, come il governo israeliano e i suoi amici in Europa e in Italia, taccia tutti di antisemitismo. E con la conseguenza di ricompattare attorno alle politiche di Netanyahu almeno una parte dei suoi oppositori.

Come fare? Fra chi si è opposto con forza a quanto succedeva a Gaza, non pochi hanno aderito negli ultimi mesi, all’apice della distruzione di Gaza, all’idea del boicottaggio. Anche chi non lo aveva prima appoggiato. In assenza del vero boicottaggio, quello economico e militare, perfino quello culturale è parso uno strumento legittimo e pacifico di fronte all’inimmaginabile.

Oggi è forse il momento di porgere invece la mano all’opposizione israeliana, di sollecitare i rapporti culturali e accademici con le università israeliane, di por fine al boicottaggio culturale chiedendo invece a gran voce quello economico. E al tempo stesso, di sollecitare i contatti con gli intellettuali e i giornalisti palestinesi ancora in vita, di creare spazi di discussione e di scambio. Non con chi spara sui civili, ma con chi ha tentato di fermare questa guerra inuguale.

Difficile farlo mentre ancora cadono le bombe, sia pur in maniera più limitata, mentre ancora i rifornimenti alimentari sono in gran parte bloccati alle frontiere, mentre coloni ed esercito distruggono la Cisgiordania. Ma se non lo proviamo a fare ora, il confine diventerà quello fra chi vuole negare l’esistenza di Israele e chi vuole negare quella dei palestinesi, a Gaza come in Cisgiordania. Ancora distruzione, quindi, non nascita dello Stato di Palestina, non rinascita di Israele come un paese democratico e aperto a tutti, ebrei e palestinesi.