Djarah Kan Lesbica e sposata con una srilankese: la valanga AfD e il caso Alice Weidel Domani, 19 settembre 2026
Con la vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt e l’imminente voto in Meclemburgo, i media sono tornati a occuparsi di Alice Weidel e della sua vita privata. Negli ultimi anni la copresidente di AfD è stata spesso accusata di essere una politica incoerente. Weidel è lesbica, ma è anche copresidente di un partito apertamente contrario al matrimonio egualitario e alla “normalizzazione” dell’omosessualità. Vive da anni con una regista svizzera di origini srilankesi, e insieme hanno due figlie. La sua è una tipica famiglia omogenitoriale degna di una pubblicità progresso. Eppure, per i valori dello stesso partito che guida, una famiglia come la sua non dovrebbe nemmeno esistere, dato che AfD riconosce come legittima solo l’unione tra un uomo e una donna.
Lo scollamento tra vita privata e valori politici è evidente. Ma Weidel non sembra avvertirlo e, visti gli indici di gradimento, nemmeno la sua base elettorale lo ritiene un problema. Il suo non è un caso isolato. Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale, si batte per una legge sulla remigrazione pur avendo sposato una donna rumena, madre dei suoi figli. JD Vance, sostenitore della teoria della “grande sostituzione” etnica, ha sposato una donna americana di origini indiane. Trump, accanto alla moglie di origini slovene, descrive gli immigrati come portatori di un patrimonio genetico che li spingerebbe a delinquere. In nessun caso questo scarto costa loro consenso: a sinistra la coerenza è un obbligo morale che, se infranto, costa la carriera; a destra sembra opzionale.
Torniamo al “caso Weidel”. Le accuse di incoerenza e ipocrisia restano lì, sul tavolo, da anni. Eppure la sua immagine non vacilla. La sua credibilità politica, semmai, aumenta, soprattutto quando è lei stessa a usare le proprie scelte personali come prova che la Germania di AfD non discrimina per odio, ma per amore del «buonsenso».
Tutti si chiedono se una politica incapace di seguire i valori del suo stesso partito sia degna di essere presa sul serio. Ma credo ci sia un errore di fondo nei presupposti che alimentano questo tipo di domande. Chi accusa Weidel di incoerenza legge le sue scelte dentro un ragionamento in cui tutti i cittadini, a prescindere dal loro orientamento politico, siano concordi sul fatto che un politico capace è un politico onesto e coerente, sottoposto a quelle regole che valgono per tutti. Ma il patto che AfD offre ai propri elettori non richiede l’uguaglianza universale per funzionare. Non promette che le stesse regole varranno per tutti allo stesso modo. Il patto che AfD stringe coi suoi elettori promette qualcos’altro: la possibilità di appartenere a un gruppo superiore agli altri, detentore assoluto del sacro e tanto ambito diritto di escludere.
Questa struttura si ripete su due piani identici. I leader politici di estrema destra che credono nell’esercizio di un potere autoritario e senza contestazioni si sentono legittimati a infrangere le regole che impongono alla propria base, perché in questo terreno culturale l’eccezione alla regola applicata a sé stessi è prova di forza, non un difetto. Lo stesso principio vale, un piano più in basso, per la base elettorale che li vota. Anche loro si sentono legittimati a discriminare chi sta fuori dal perimetro nazionale, etnico o sessuale tracciato dal partito, concedendo di volta in volta dei lasciapassare strategici all’immigrato o alla donna lesbica neonazista di turno che desidera lo status di cittadino “assimilato”.
In questo stato di cose dove l’eccezione è un meccanismo di controllo, non esistono né uguaglianza universale né diritti dell’uomo in quanto tale. Esistono solo i diritti del gruppo che in quel momento ha più potere. È per questo motivo che agli occhi della base elettorale di AfD Weidel non è incoerente. È semplicemente più meritevole di qualsiasi altra donna lesbica sia mai nata in Germania.
Il problema è che continuiamo a pensare a Weidel e al suo partito dentro i margini del pluralismo democratico, come se l’obiezione dell’incoerenza dovesse necessariamente danneggiarli. Ma AfD non condivide quella cornice: pensa che la stagione della democrazia liberale sia finita, e che il proprio modello, fondato sull’eccezione – non sull’uguaglianza – sia il futuro.
Weidel occupa contemporaneamente due posizioni che in teoria dovrebbero essere incompatibili: è il soggetto che promuove una politica che disciplina in maniera totalmente illiberale i corpi altrui, e al tempo stesso si rende “eccezione sovrana” che non è tenuta a sottostare ai valori e alle regole che vorrebbe imporre. Il corpo non bianco della compagna Bossard, la loro relazione omosessuale non sfuggono allo sguardo del partito: sono parte di una messa in scena che deve performare i privilegi di chi sta in cima alla piramide sociale, che per tenersi su deve negare qualsiasi forma di eguaglianza. Solo così si tiene in piedi un modello in cui solo alcuni possono sposarsi, avere figli, ottenere la cittadinanza; in cui solo un tipo molto specifico di cittadino ha il diritto di realizzarsi, votare, restare.
Per questo, a un certo punto, la domanda «Weidel è ipocrita o no?» smette di essere quella giusta. Non c’è alcuna ipocrisia da smascherare. L’incoerenza qui è funzionale, non accidentale. L’ipocrisia presuppone un soggetto che tradisce i propri principi dentro un ragionamento che mette l’uguaglianza strutturale al centro. Paradossalmente, l’unica ipocrisia rilevabile è quella di una democrazia che tollera chi non crede nella tolleranza, convinta che prima o poi imparerà a farlo.
Edoardo Rialti Tolkien non era di destra, né razzista o capitalista ma conservatore ecologista La Stampa Tuttolibri, 27 giugno 2026
Tolkien ha vinto. E ha perso. A guardarsi intorno il pensiero di chi ammira la sua opera oscilla tra queste due opzioni. Il fantasy, di cui egli costituisce ancora il crocevia e lo spartiacque (A.T- D.T), si è imposto come uno degli orizzonti più pervasivi per le nuove generazioni: persino la mera struttura dei social media - come ha notato Vanni Santoni - si ispira ai giochi di ruolo, alle schede personaggio. Una citazione di Gandalf compare addirittura nella più recente enciclica papale. Al tempo stesso, dentro una simile onnipresenza, spiccano abusi, storture ideologiche. E la riduzione a brand commerciale del suo immaginario sforna prodotti sempre più numerosi, e scialbi. La situazione è spesso dolorosa, frustrante, per chi lo ama e studia. Negli editoriali e interventi televisivi si sentono ripetere i vecchi mantra sul “fantasy reazionario”. Ad ogni nuovo intervento della destra che sventola Tolkien, si avverte la pressione d’ una sorta di interiorizzato sogghigno di vecchi detrattori: «Avete visto. Anni di raffronti con Joyce o Yourcenar e poi le mostre patrocinate dal governo o i comizi di partito. Allora era veramente fascista». La vera domanda preliminare sarebbe perché proprio quest’opera abbia colpito così tanto il 900, perché questa mitologia privata sia diventata un punto di riferimento così esteso e intenso, suscitando entusiasmi e immedesimazioni che altre grandi voci letterarie non sembrano in grado di innescare. La destra continua spasmodicamente a “arruolare Tolkien”, appellandosi all’eroismo “conservatore” degli Hobbit per svolgere - invece - il lavoro sporco degli Orchi: plutocrati avvelenano il pianeta e sognano di divorare la luna, politici agitano i vessilli dell’odio razziale e del disprezzo per gli oppressi, compagnie di sorveglianza sono battezzate Palantir, e si teorizza lo sconfinamento di tutti i limiti (morte compresa, che per il professore di Oxford era l’unica garanzia di senso per ogni anelito umano). A ciò cerca di fare da goffo contraltare un saltuario inseguimento “a sinistra”, da partiti che alle risorse di senso del mito e della immaginazione hanno così lungamente preferito lo stesso culto del mero progresso materiale del capitalismo che dicevano di avversare o “regolare”, comunque asserviti ai giocattoli luccicanti del progresso tecnologico che alimentano l’erosione degli spazi sacri dell’esistenza.
In tutto questo, l’Anello del Potere trionfa. Il talismano stregato non è allegoria di niente in particolare, la Bomba H o l’AI, ma incarna una tentazione costante del nostro rapporto col mondo, quella della fuga e controllo, nelle parole di Rowan Williams: vedere senza essere visti, dominare e in fondo essere dominati dalle forze a cui abbiamo delegato la nostra realizzazione. Quella contrapposizione tra vittoria e sconfitta è comunque sbagliata, in fondo. Le stelle continuano a brillare ben oltre la loro esistenza. Non possiamo misurare con questi metri il lascito di una voce che ci ha consegnato “la” più grande storia condivisa del ventesimo secolo.
Tra le correnti profonde che la attraversano, non separabile dalla dinamica stessa delle vicende, spicca il leitmotiv d’un “complesso di Atlantide”, la premonizione di un perenne cataclisma, più o meno esteso, nel quale la nostra vita individuale e collettiva può precipitare, e che va contrastato con vigilanza costante: la catastrofe ambientale e quella morale in Tolkien sono tutt’uno, come ci insegnano anche la Caduta di Adamo, le tragedie di hybris della mitologia greca.
Sulla natura profondamente ecologica di tale “ossessione” tolkieniana si impernia Tolkien contro le macchine del giornalista Sébastien Fontanelle (ed Blackie, con la prefazione di Wu Ming 4), un saggio che del pamphlet combattivo ha il pregio della limpidezza e della chiarezza su tanti punti tuttora così facilmente ignorati dell’affaire Tolkien, e i limiti (i riferimenti critici esterni son o- forse necessariamente - molto circoscritti). Conservatore non è sinonimo di reazionario, men che meno di razzista o capitalista. La questione è cosa si vuole conservare, come e perché: è possibile sempre partire e ripartire da un principio “altro”, lo sviluppo organico della vita individuale e collettiva - di cui il processo creativo è parte integrante - senza soggiacere a quello meramente additivo di sempre più innesti che atrofizzano - nel sostituirle - altre facoltà già potenzialmente presenti, come semi.
Gli uomini trovano la loro anima quando amano, notava Simone Weil: anche per Tolkien, unico vero eroismo è quella dedizione dell’amore a una storia cosmica che ci precede e ci comprende e supera di gran lunga. «Prima l’amore, poi la tecnica», sentenziava Gaudì: l’architetto della Sagrada parlava di competenza, ma è possibile dare a quelle parole un significato più ampio, quella preminenza accordata al non essere padroni del mondo, ma giardinieri, che consente di non piegarsi alle facili seduzioni di un rapporto falsato col cosmo e con noi stessi.
Quirino Principe Note sulla vicenda editoriale di Tolkien in Italia endore.it La rivista della Terra di Mezzo
L’avvento di Tolkien in Italia è una storia da narrarsi in breve, tutt’altro che complicata per
ciò che riguarda i fatti puri e semplici. È molto intricata, e richiederebbe un discorso lungo e
analitico, se la poniamo in relazione con le controversie ideologiche degli anni Settanta e Ottanta, e
con gli indecorosi tentativi di strumentalizzazione che sono stati messi in atto di recente da varie
parti. Per fortuna mia e dei lettori, ho il compito di parlare soltanto del primo aspetto, anche se non
giuro di non sfiorare mai il secondo.
Il caso, che mi è stato benevolo, ha voluto che la vicenda editoriale di John Ronald Reuel
Tolkien in Italia sia in gran parte legata al mio lavoro. Era, credo, il 1964 quando mi fu noto per la
prima volta il nome dello scrittore anglo-sudafricano, e non per The Lord of the Rings bensì grazie
a una citazione che fuggevolmente, in un libro sulle poetiche della fiaba, chiamava in causa Tree
and Leaf. Dell’opera maggiore udii parlare Elémire Zolla nel 1968. Ne fui molto incuriosito, e
decisi che avrei letto The Lord of the Rings non appena fosse possibile. Nessun presentimento,
allora, di ciò che avrebbe riempito la mia esistenza per anni.
Nel 1969 ero impegnato part time alla Garzanti, come redattore di dizionari e di enciclopedie
nella sezione “Grandi Opere” diretta da Giorgio Cusatelli, più tardi divenuto eccellente maestro di
germanisti all’Università di Pavia. Onoravo quell’impegno dal 1962, l’anno in cui da Gorizia mi ero
trasferito a Milano. Dal 1964 ero professore di ruolo in un liceo classico milanese, il “Manzoni”.
Lavoravo negli uffici di via della Spiga nel pomeriggio, mentre la mattina insegnavo. Sorvolo sui
rapporti che l’editore Livio Garzanti riusciva a intrattenere non soltanto con me ma con qualsiasi
redattore laureato e dotato di idee passabilmente chiare: rapporti nevrotici e instabili, aleatori e
sempre periclitanti, umorali e varianti da una predilezione ostentata a un odio freddo e umiliante,
con alti e bassi sovente ripetuti a ciclo nell’arco di una sola giornata. L’autunno 1969 era stato una
fase aurea: ero stato “promosso” per volontà dello stesso Garzanti, e divenuto coordinatore della
sezione storica dell’Enciclopedia Europea allora in gestazione. Per la prima volta in vita mia avevo
avuto un ufficio mio, una scrivania mia e persino una segretaria (che mi odiava, ma allora non lo
sapevo). Nel tardo pomeriggio di venerdì 12 dicembre uscii dalla sede di via della Spiga alle 19.30
(ostentavo un piglio da stakanovista), percorsi via Manzoni e vidi una folla agitata dinanzi alla
Libreria Feltrinelli. Il muro esterno era tappezzato da giornali della sera che annunciavano la strage
di piazza Fontana. La mattina dopo, al Liceo, si discusse dell’avvenimento con toni arroventati e
con acri veleni ideologici. Nel pomeriggio andai alla Garzanti, e verso le 17.30 arrivò negli uffici
Livio Garzanti, che imponeva spesso la propria presenza parlando con i dipendenti di argomenti a
ruota libera, amando ascoltarsi e dando libero sfogo ai propri umori. Entrò, assunse un’aria cordiale,
domandò che cosa ne pensassimo, finse d’interessarsi alle nostre opinioni, e infine, rivolto a me,
proclamò con voce tagliente: «Dottor Principe, secondo me sono stati i suoi amici, i terroristi
altoatesini». Sono notoriamente impulsivo e violento. Senza riflettere neppure per una frazione di
secondo, sollevai in alto la scrivania su cui avevo collocato qualche settimana prima — all’apice
delle mie fortune garzantiane — un barattolo con penne e matite e la fotografia di mio figlio appena
nato, e la lasciai cadere con fragore. Il piano della scrivania si spaccò in due, la fotografia andò in
mille pezzi, penne e matite si sparsero crepitando sul pavimento. Afferrai la mia cartella e a grandi
passi, con l’ira che mi devastava, scesi le scale e in pochi istanti fui sulla strada. Non misi mai più
piede in quell’edificio, e lasciai là lo stipendio dell’ultimo mese.
Perché ho narrato tutto questo ? Sembrerà strano, ma devo a quell’atto violento e a quella
scrivania infranta il mio destino tolkieniano. L’ambiente editoriale milanese è discreto e riservato.
Cinque minuti dopo, in tutte le case editrici della città si parlava del mio gesto, gonfiandolo e
variandolo a dismisura. Il giorno dopo mi telefonò Alfredo Cattabiani, che avevo conosciuto
fortuitamente due mesi prima. Commentò brevemente l’inqualificabile frase di Livio Garzanti, e mi
propose di entrare, come consulente e redattore, nella casa editrice che proprio in quei giorni stava
nascendo e che era stata ideata da Edilio Rusconi. Fu Cattabiani, uomo di altissima qualità
intellettuale, colui che fondò di fatto la “Rusconi Editore”, più tardi denominata “Rusconi Libri”;
colui che la organizzò e articolò, facendone una protagonista della cultura italiana per almeno
quindici anni, prima che una decadenza tutt’altro che inevitabile, dovuta esclusivamente
all’avversione che essa suscitava in Alberto Rusconi figlio di Edilio, la conducesse alla morte. Ad
essere precisi, si trattava almeno formalmente di una “rifondazione”: era esistita negli anni Sessanta
la Rusconi & Paolazzi, che aveva pubblicato un numero esiguo di buoni libri, ma senza una linea
riconoscibile, e poi si era arenata. Ad essere meno ufficialmente precisi e più veritieri, l’editrice
messa in piedi e governata con mano ferma da Cattabiani era tutt’altra cosa: una cosa nuova, e in
quel momento storico inattesa e a giudizio di alcuni scandalosa, poiché politicamente e
culturalmente scorrettissima, tale da scontentare la “sinistra” ma anche (e forse più) la “destra”.
Pongo sempre tra virgolette questi termini sciocchi e banali che rispondono a metafore puramente
segnaletiche e sono assolutamente privi di qualsiasi significato.
Intelligentemente, Cattabiani scelse in principio un numero ristrettissimo di collaboratori. Si
trattava per lo più di consulenti: fra essi, i più attivi erano Elémire Zolla, Augusto Del Noce,
Rodolfo Quadrelli, io stesso. Ma soltanto io, nei primi due anni di vita della Rusconi, lavorai sia
pure part time in sede. Nell’edificio di via Vitruvio 43 eravamo in quattro: Cattabiani, la segretaria
tuttofare Maura Bastiglia (i visitatori, vedendola, rimanevano a bocca aperta per qualche minuto,
tanto era bella), l’indimenticabile Lorenzo Fenoglio, leggendario e onnisciente editor e correttore
di bozze e tante altre cose insieme, e io.. Poca brigata, vita beata.
Era la fase progettuiale. In poche settimane si costituì il primo nucleo del catalogo Rusconi.
Cattabiani volle realizzare alcuni suoi antichi amori, fra cui Heschel, Sedlmayr, Reck-Malleczewen,
le Soirées di Joseph de Maistre. Quadrelli propose alcuni libri di Demant, di Muggeridge e di
Voegelin per la collana tascabile “Problemi attuali”. Io intervenni proponendo libri miei, che avrei
pubblicato a partire dai primi mesi del 1970. Zolla suggerì autorevolmente alcune opere
fondamentali: Heliopolis di Ernst Jünger e Il significato della musica di Marius Schneider (entrambi
curati da me), e, rendendosi conto della mole di lavoro che ciò avrebbe implicato, The Lord of the
Rings di Tolkien. Ma da parte di Cattabiani non ci fu alcuna resistenza, grazie a una circostanza
fortunata: egli aveva già, sugli scaffali del suo studio, l’edizione originale in lingua inglese
pubblicata dalla Allen & Unwin di Londra, e per giunta possedeva il dattiloscritto completo ( e di
immani dimensioni) della traduzione italiana del Signore degli Anelli (d’ora in poi userò il titolo
nella nostra lingua) realizzata da Vicky Alliata di Villafranca, che era quindicenne quando l’aveva
ultimata. Tanto di cappello, malgrado le acerbità, le ingenuità e gli errori di scelta commessi dalla
bella signorina dallo straordinario talento. Non basta: Cattabiani aveva nel suo ufficio anche una
copia dell’ormai mitica edizione del I volume, La compagnia dell’Anello, unica parte edita della
traduzione della Alliata, uscita presso Ubaldini nel 1967 e rimasta senza seguito dopo avere venduto
in tutto qualche decina di copie. Come mai Cattabiani era in possesso dei tre oggetti, edizione
inglese, dattiloscritto della traduzione, I volume ubaldiniano ? Semplice: quando nell’ambiente
editoriale si era sparsa la voce che sarebbe nata la Rusconi editore, che Cattabiani (la cui vocazione
intellettuale a favore della Tradizione, della fiaba, del mito era nota) ne sarebbe stato il direttore e il
fondatore di fatto, e che Zolla era previsto come uno dei principali consulenti, Ubaldini aveva
“regalato” al caro Alfredo, allora poco più che trentenne, tutto il materiale che, a mo’ di nobile
relitto, testimoniava il fallimento dell’impresa tolkieniana sub specie Ubaldinorum. «Per me è stato
un disastro: se ti interessa, tutto questo è tuo e fanne quel che vuoi». Cattabiani aveva fiutato la
grandezza possibile dell’esito, e vale la pena osservare che, sin dalla prima apparizione rusconiana
del capolavoro di Tolkien, Il Signore degli Anelli fu per Rusconi una miniera d’oro, il best seller per
eccellenza e senza fluttuazioni di fortuna presso il pubblico, anzi, semmai, in progressiva crescita.
Cattabiani chiese il parere di Zolla e il mio. Zolla, più che confermare il proprio
suggerimento, ordinò imperiosamente che il libro fosse pubblicato in edizione italiana, pena
l’anatema, e propose che fossi io il curatore totale. Ne fui entusiasta. Quando mi fissarono i tempi di
consegna, inorridii e mi disperai: pochi mesi. Poi mi rinfrancai e mi misi all’opera, rinvigorito
anche dalla pubblicazione presso Rusconi, nel febbraio 1970, del mio primo libro, Vita e morte
della scuola (andò benissimo, fu subito esaurito, ebbe una seconda edizione e un'ulteriore ristampa,
e se ne parlò molto, con entusiasmo da parte dei tradizionalisti, con apprezzamento a denti stretti da
parte dei marxisti e dei demoproletari, con vituperio e volgari insulti da parte dei cattolici, ciò che
mi rese felice). Acquisito un minimo di prestigio d’autore, ebbi l’incarico d’incontrare Vicky
Alliata, venuta espressamente da Roma, per un colloquio. Ammiravo la Alliata da tempo, come
traduttrice: anch’io sono traduttore, e di innumerevoli scritti fra cui molti libri, e considero quel
mestiere uno fra i più nobili e decisivi nella storia della specie umana. Sentivo grande rispetto per
quella ragazza, che all’inizio del 1970 aveva diciotto anni: era veramente brava, e vorrei avere il suo
talento e la sua velocità nel tradurre, per non parlare della sua mirabile conoscenza della lingua
inglese e di questo o quello slang. Ma ero preoccupato, poiché in nome della verità avrei dovuto
dire alla giovanissima principessa che molte sue soluzioni traslatorie erano inaccettabili. Il punto
più dolente era l’eccesso di italianizzazione, che tendeva a trasformare la prosa italiana del Signore
degli Anelli in una sorta di mega-albo di Walt Disney. Mi limito a tre esempi tipici, topici e
tipologici (l’assonanza con “Topolino” è puramente casuale).
I Baggins, nella traduzione Ubaldini e nel resto del dattiloscritto, erano divenuti “i Sacconi”:
brutto e semanticamente sbagliato, poiché l’onomastica fuori dal tempo e dello spazio poteva e
doveva essere adottata nelle parti del libro ambientate fra gli Elfi, o a Brea, mentre nelle pagine
ambientate nella Contea occorreva qualcosa d’inglese che alludesse alla similarità tra la Contea
medesima e, che so, il Galles, la campagna britannica, i paesaggi di Thomas Hardy o di Montague
Rhodes James. Benissimo “i Serracinta”, famiglia di contorno, benissimo lo “scattanello”, ballo
simpatico ma un po’ troppo sfrenato, ma i Baggins devevano rimanere Baggins, per non scivolare in
un’aura troppo realistica e familiare. I Serracinta si limitano a mangiare e a bere, come nella bassa
padana; i Baggins, vivaddio, sono quelli che contendono il tesoro a Gollum, che lottano contro
Shelob e contro i cavalieri neri. Non prendiamoci troppe confidenze con loro.
Secondo esempio: Thorin Oakenshield era stato trasformato dalla Alliata in “Torinio
Ochescudo”. Soluzione orripilante, e soprattutto fuorviante, che butta via imperdonabilmente la
semantica implicita nel bel nome inventato da Tolkien. Restaurai immediatamente i significati,
decidendomi per “Thorin Scudodiquercia”, la qual cosa ha un vago sentore araldico che ben si
addice ai Nani tolkieniani, per lo più impettiti e vanitosi oltre che autenticamente coraggiosi e
generosi. (Io stesso sono un nano, e mi riconosco in simili vizi e virtù).
Terzo esempio, e questa è davvero grossa. Merry era diventato, manu alliatensi, “Felice”:
insomma, traduzione letterale. Poteva anche andare, ma come si poteva poi giustificare il fatto che
“Merry” (lo si dice nel testo) fosse il diminutivo di “Meriadoc” ? Un errore madornale. Restaurai la
forma originale. E via dicendo. Avrei reso ragione delle mie scelte correttive o restauratrici nella
prefazione del curatore che figura all’inizio dell’edizione italiana.
Vicky Alliata disdisse più volte l’appuntamento, e finalmente venne a Milano al principio
dell’estate. L’abbigliamento dell’aristocratica diciottenne era quasi da spiaggia: la gonna era una
sottile striscia di pelle annodata alla vita, e si armonizzava con il resto, e, malgrado tutto, con
eleganza, incredibile dictu. Entrò, sedette, accavallò le gambe sprofondata in una poltrona, sì che
non sapevo dove guardare. Per tutto il colloquio fissai più o meno il soffitto. Mi accorsi subito che
la traduttrice non opponeva alcuna resistenza alle mie angosciate osservazioni. Non si offese per
nulla e accettò tutto. Era svagata, languida, mondana, ciarliera, simpaticissima, cordialona. Liquidò
la mia problematica traslatoria in pochi secondi, e preferì chiedermi consiglio su come trovare casa
a Milano. Non sapevo come aiutarla. Mi propose di accompagnarla da qualche antiquario per
scegliere i mobili: cominciai a sudare freddo, trattandosi di operazione che mi ripugna anche
quando riguarda me. Si accomiatò, e mi telefonò qualche giorno dopo per annunciarmi festante che
da un “rigattiere” aveva trovato bellissimi mobili antichi “per niente” (lei diceva: «per nìente», con
l’accento tonico sulla ì). Cinguettando, mi disse: «Vediamoci presto, chiacchieriamo, magari
scambiamoci idee su Tolkien. Le telefonerò». Non la vidi mai più in vita mia, né so dove ora ella
viva. So che in quei tempi tenne una rubrica mondana sullo «Specchio» e più tardi andò in Medio
Oriente per scrivere un libro sugli harem. È una delle persone più amabili che io abbia mai
conosciuto. Eppure, sentii sollievo quando vidi che non avrei lavorato con lei a fianco a fianco.
Libero da imbarazzanti concorrenti e da un’ingombrante partner, mi misi all’opera
sistematicamente. Il testo di Tolkien mi sommerse, mi assorbì, mi inabissò Rividi interamente la
traduzione, producendo migliaia di schede topiche e casistiche. Mio figlio, allora di due anni,
crebbe e cominciò a parlare in modo logico-sintattico sulla base di una materia tolkieniana. Per lui
inventavo fiabe con i personaggi del Signore degli Anelli, soprattutto quelli malvagi e negativi che
sono i più affascinanti. Poiché mi riesce facile disegnare, dipingere e scolpire, fabbricai per il mio
bambino decine di statuine di creta o di Das, accuratamente dipinte e smaltate, che raffiguravano
Frodo, Bilbo, Gandalf, Smaug, Ancalagon, Sauron, Gollum, Galadriel, Aragorn, eccetera. Mi
strozzai durante l’estate, rinunciando anche a un solo giorno di vacanza, alle notti, alle domeniche:
un inferno, un carcere. Riscrissi da cima a fondo le intricate appendici, per adattarle al lettore
italiano. Disegnai la cartina che si trova tuttora nell’edizione Bompiani, erede di Rusconi. Passavo
a Fenoglio cento pagine per volta: Fenoglio le inviava in tipografia, sicché già correggevo le prime
e seconde bozze e magari le cianografiche dei sedicesimi da pagina 1 a pagina 800 mentre ancora
lavoravo sul dattiloscritto della Alliata o rielaboravo le appendici. Consegnai l’ultima infornata ai
primi di settembre. Si finì di stampare l’edizione italiana del Signore degli Anelli, da me curata, il
18 ottobre 1970, presso la Cromotipia E. Sormani in via Solari (angolo con via Montevideo) a
Milano. The Return of the King, terza e conclusiva sezione del romanzo tolkieniano, era stata
pubblicata da Allen & Unwin nel 1955. Quindici anni separano l’apparizione dell’opera originale
dalla nascita dell’edizione italiana da me curata.
Nacque una controversia interna alla Rusconi. Lo zelante e un po’ interventista Fenoglio aveva
trasformato gli “Elfi” in “Gnomi”, restaurando la soluzione della Alliata, da me modificata in “Elfi”
sin dalla prima fase del mio lavoro, e male interpretando un’osservazione di Cattabiani. A me non
era stato detto nulla. Quando lo seppi andai su tutte le furie e volli intervenire, ma era troppo tardi
poiché si era già alle cianografiche. Quel che è peggio, Fenoglio, che venerava il dogma della
“uniformazione”, modificò anche l’introduzione di Elémire Zolla, in cui giustamente si parlava di
“Elfi”. Questa volta fu Zolla ad andare in collera, e ritenendomi responsabile se la prese con me.
Non mi fu possibile spiegarmi, dato il carattere dell’illustre saggista, e così Zolla e io non ci
parlammo più vita natural durante. Peccato! L’inconveniente trovò presto rimedio: la prima tiratura
rusconiana del Signore degli Anelli andò a ruba, e bastò poco tempo per stamparne un’altra con
l’opportuna correzione di “Gnomi” in “Elfi”.
Sfioro, come avevo minacciato, questioni non propriamente editoriali. L’apparizione del
Signore degli Anelli suscitò equivoci odiosi e un ridicolo imbarazzo. La “destra” decise che quel
libro e quell’autore le appartenevano: una convinzione che continua nei decenni. In primo luogo,
Tolkien non appartiene ad alcuni se non a sé stesso. In secondo luogo, se si vuol parlare di
consanguineità intellettuale e poetica, può essere veramente apparentato per sangue con Tokien
soltanto chi combatta senza compromessi e senza timori in nome dell’Occidente, contro ogni
ecumenismo, contro ogni vile terzomondismo, contro ogni religione che imponga un
comportamento cosiddetto “etico”. Tutta l’opera di Tolkien è felicemente pagana, lontanissima
dalla cultura cristiana e da qualsiasi altra cultura confessionale, celebratrice della qualità innata
contro le miserabili valutazioni della morale. Il panorama della cultura italiana, eccettuati rari
individui numerabili sulle falangi di un dito, non offre alcunché di compatibile con Tolkien. Oggi
l’equivoco mostra la corda. La sciocca presunzione e arroganza della “destra” nel far proprio
Tolkien è contraddetta dalla tendenza sempre più accentuata, nella “destra”, a privilegiare tutto ciò
che è non-occidentale e anti-occidentale, tutto ciò che è afroasiatico o islamico o “tradizionale”
(ripugnante aggettivo !). Da un’altra sponda, la cultura cosiddetta “di sinistra” prese le distanze
mostrando però un vivo desiderio di ridurle non appena fosse possibile. Esemplare resta nella
memoria l’articolo di Umberto Eco, La parabola del buon reazionario, uscito sull’ «Espresso» nel
dicembre 1970: vi si descriveva l’editrice Rusconi come un killer mascherato da buon samaritano,
esponente di una “destra” colta e non violenta, presentabile in pubblico e persino seducente, e
Tolkien era visto come l’esperimento strategicamente più astuto di questo maquillage rusconiano.
Più perplesso, non cinico come Eco, di conseguenza più attento e pronto all’apprezzamento, fu Tito
Perlini su una colta e seriosa rivista dell’ultrasinistra, all’inizio del 1971: Rusconi era un ircocervo,
e nella sua sembianza proteiforme si nascondeva un’ammirevole abilità di proposte culturali.
Proporre un testo inattaccabile (così Perlini) qual è il romanzo di Tolkien era stata una mossa
magistrale. Perlini lo scriveva con disappunto, rendendo all’avversario (?) l’onore delle armi.
Infame e ridicolo ad un tempo è stato il tentativo di annettersi Tolkien da parte della cultura
cattolica. Negli anni Ottanta, l’arcivescovo di Bologna indisse un convegno dedicato al corpus
tolkieniano e in particolare al Signore degli Anelli. Le interpretazioni espresse negli interventi erano
a senso unico: io, naturalmente, non fui invitato. Si ignorò la mia esistenza. Non essendo stato
presente, posso soltanto immaginare quel convegno: ci sarà stato di che divertirsi. Simili tentativi da
parte di settori del mondo cattolico sono divenuti numerosi da allora. Oggi, il desiderio di
dimostrare che Il Signore degli Anelli è un grande testo cristiano è addirittura spudorato: non c’è,
nel grande libro di Tolkien, né esiste in qualsiasi altro libro tolkieniano, il minimo riferimento alla
religione, al cristianesimo o a qualsiasi altro culto. Una volta espressi questa mia considerazione a
un alto prelato, il quale mi fece notare che nel discorso di Faramir a Frodo si dice. «La verità è figlia
del tempo», il che fa venire in mente «veritas filia temporis», tre parole che, come pretendeva il
porporato cattolico, «vengono dai Vangeli» [!!!]. Da quale Vangelo, da quale capitolo e versetto,
domandai all’Eminenza. Vidi perplesso il coltissimo pastore d’anime. In realtà, quelle parole non
sono scritte in un testo cristiano né religioso purchessìa, bensì in un passo di un antico scrittore
latino che più pagano non potrebbe essere (Aulo Gellio, Noctes Atticae, XII, 11, 2 ). Del resto, per
avere la misura di quanto sia arrogante e velenoso questo atteggiamento, si pensi a come la
pubblicistica cattolica diffamò a suo tempo l’onesta e laica biografia di Tolkien scritta da Daniel
Grotta (1976) e pubblicata in Italia da Rusconi (1983); la sprezzante liquidazione recensoria era il
movente da cui partire per vantare i pregi della biografia di Humphrey Carpenter uscita presso Ares
(l’editoriale dell’Opus Dei) e ora ripubblicata da Fanucci.
Altre case editrici, colpite dal successo culturale e commerciale del Signore degli Anelli,
s’incamminarono sulla via dell’emulazione e dello scavo. Come Wagner quando ideò Der Ring des
Nibelungen (anche qui un anello: una mera coincidenza o un archetipo narratologico ?) e procedette
a ritroso mediante una catena di antefatti e antefatti degli antefatti, così Tolkien, negli anni Sessanta,
aveva scritto una serie di testi che idealmente andrebbero letti “prima” del Signore degli Anelli,
come per esempio Le avventure di Tom Bombadil (1962). Esistono però anticipazioni reali, il cui
ordine cronologico di scrittura corrisponde alla logica della successione narrativa. The Silmarillion,
libro fondante e “arcaico” che espone sistematicamente i miti impliciti in tutti gli altri testi del ciclo
Hobbit compreso The Lord of the Rings, fu iniziato da Tolkien già nel 1917, quando egli era
venticinquenne (era nato a Bloemfontein in Sudafrica domenica 3 gennaio 1892). Egli vi lavorò per
tutta la vita, e quando morì il 2 settembre 1973 (ancora una domenica, giorno fatale per lui !) in un
ospedale di Bournemouth, in terra britannica, non era riuscito a dargli un assetto definitivo. L’opera
fu completata e data alle stampe da Christopher Tolkien, figlio dello scrittore, nel 1977.
Ma, prima di The Lord of the Rings, Tolkien aveva prodotto un testo assolutamente compiuto
e perfetto, pietra miliare nella creazione della Terra di Mezzo, della Contea, di Numenor e delle
varie stirpi, e immediato antefatto all’opera maggiore: il raffinatissimo The Hobbit (1936-1937),
primo frutto della fantasia “elfica” di Tolkien ad essere edito. L’editrice milanese Adelphi ne
pubblicò nel 1973 la traduzione italiana, realizzata da Elena Jeronimidis Conte. Proprio Lo Hobbit,
libro importantissimo nella sfera tolkieniana, sfuggì dunque a Rusconi, malgrado i miei fermi
consigli che ne suggerivano l’edizione italiana. Come mai ? Fu, forse, uno strano capriccio di Zolla,
che influì su Cattabiani; una stecca un poì malinconica fra gli accordi armoniosi della rusconiana
età dell’oro. Ce ne consolò la preziosa accuratezza dell’edizione Adelphi. Eppure, eppure… Bella,
elegante, vivace, la traduzione adelphiana è maculata da strani errori di gusto, isolati ma vistosi. Ne
segnalo uno, terribile. La Jeronimidis rese il nome del drago Smaug con “Smog”, regolarizzando
così l’onomastica secondo il suono della pronuncia inglese. Ma per un lettore italiano, tale
soluzione è fuorviante e infelicissima: qualsiasi italiano, ignorando che smog (“smoke” + “fog”,
fumo più nebbia) vuole la o aperta mentre la au di “Smaug” vuole la o chiusa, leggendo “Smog”
pensa allo smog, e la magia fiabesca va a farsi friggere. “Smaug” è efficacissimo proprio se viene
letto alla maniera italiana, poiché fa pensare all’imitazione del verso del drago che spaventa i
bambini: «Smaaaaaaaaauuuuughhhhhh…!».
Durante l’era Cattabiani, che si concluse nel 1980 ma si era già rannuvolata irrimediabilmente
verso il 1977 a causa di incomprensioni con Edilio Rusconi, uscirono in ambito rusconiano le
traduzioni italiane di Tree and Leaf (Albero e foglia, 1976), e nel 1978 Il Silmarillion e Tom
Bombadil. A Cattabiani seguì una diarchia: un direttore generale, Ugo Braga, e un direttore
editoriale in sottordine, Raffaele Crovi. In quel breve interregno gli interessi tolkieniani della
Rusconi si affievolirono: uscirono soltanto le Lettere di babbo Natale (1980) e i Racconti
incompiuti.(1981) secondo l’originale curato da Christopher Tolkien. Tutto il resto edito in italiano
uscì presso Rusconi durante l’era successiva, in cui Ferruccio Viviani fu l’ottimo direttore editoriale
(Braga come direttore generale rimase per un periodo limitato) e, dal 1989, Cristina Poma fu
direttore letterario e capo redazione. A quegli anni risalgono le edizioni italiane dei Racconti
ritrovati a cura di Christopher Tolkien ( la cui arroganza e invadenza creò non pochi problemi alla
casa editrice e al lavoro sul corpus tolkieniano), delle Immagini (1990), di una scelta di lettere (La
realtà in trasparenza, 1991). Questi ultimi due volumi furono curati da me. Nel 1991 uscì anche
presso Rusconi Lo Hobbit annotato, secondo l’originale inglese: una bella iniziativa, tale che le
moltissime note ai margini e in calce costituiscono una vera enciclopedia della Terra di Mezzo in
compendio. Fu quasi un rimedio postumo all’infortunio del 1973, quando Adelphi aveva “soffiato”
Lo Hobbit alla casa di via Vitruvio. Fu l’ultima bella impresa tolkieniana della Rusconi, che allora
conosceva una seconda giovinezza, un’età argentea dopo quella aurea del 1969-1974, grazie alla
diarchia Viviani-Poma. Quella diarchia, storicamente, sta all’era Cattabiani come l’impero di
Traiano e Adriano sta all’età augustea, “si parva licet [parvis] componere magnis”.
Nel 1993, Viviani abbandonò la casa editrice per crescenti attriti con il nuovo proprietario ed
erede, Alberto Rusconi: il futuro distruttore dell’azienda, poi passata al gruppo RCS RizzoliBompiani. Quel che seguì fu una sorta di decadenza imperiale del III secolo dopo Alessandro
Severo: réguli incompetenti, piccoli mestieranti. La Rusconi rovinò sempre più: ciò che il suo
proprietario, in fondo, bramava. Alla fine spuntò all’orizzonte l’Aureliano (o il Diocleziano) della
situazione: il bravo colto e coraggioso Alberto Conforti, che prese in mano le redini con forza e con
idee illuminate. Ma era troppo tardi: l’azienda era in crisi inarrestabile, e Alberto Rusconi aveva
deciso irrevocabilmente di liquidarla, ciò che avvenne nel 1997-1998. Nel periodo 1992-1998 ci
furono soltanto ristampe del Signore degli Anelli, nelle quali una mia introduzione aveva preso il
posto di quella originaria scritta da Zolla.
Al di là della vicenda editoriale, non particolarmente clamorosa né avventurosa, l’opera di
Tolkien ha lasciato un forte segno in me, e ne ho parlato volentieri. La mia persona, tuttavia, è stata
cancellata dalla memoria storica. Del disprezzo con cui i cattolici mi hanno sempre considerato, ho
già detto. Da altro fronte, il disprezzo si è trasformato in giudizio di nullità ontologica. Qualche
anno fa, parlando di Tolkien sulle pagine culturali del «Corriere della Sera», Cesare Medail narrava
a beneficio dei lettori, in poche righe e con innumerevoli errori, la storia che io ho narrato in queste
pagine. A proposito del Signore degli Anelli, Medail scrisse che «uscì a cura di Cattabiani». Mi
affrettai a scrivergli una lettera presso il «Corriere», pregandolo di rettificare. Non rettificò, né mai
si degnò di rispondermi. Anzi, in un intervento successivo su quel quotidiano egli ribadì l’assurda
notizia. Serbo un caro e grato ricordo di tanta gentilezza e di così squisita civiltà; spero di
ricambiare, all’occasione.
Quest’anno, quando uscì la seconda e bella versione cinematografica del romanzo tolkieniano,
la RAI (Radio 3) pose un quesito lampo a uno scrittore, Alberto Bevilacqua, e a un critico
letterario, Emanuele Trevi: Il Signore degli Anelli è o non è un capolavoro ? Bevilacqua rispose che
un vero capolavoro deve parlare della vita quotidiana e dei problemi “reali”. Ecco finalmente serviti
a dovere e pronti per l’immondezzaio Le mille e una notte, i Kinder- und Hausmärchen dei Grimm,
l’Iliade, l’Odissea, il Ramayana, Pinocchio, Orlando Furioso, la Commedia di Dante, i Racconti di
Poe. Trevi fu più drastico, osservando che Il Signore degli Anelli, quasi un fumettone, induce a
paragoni impietosi se confrontato con l’opera di scrittori contemporanei a Tolkien, per esempio con
i romanzi di Céline. Giusto: è sempre un utile esercizio intellettuale domandarsi se siano più buone
le albicocche o la mortadella. Possiamo dormire tra due guanciali.
Gianni Oliva Se Vannacci riscrive la storia del fascismo La Stampa, 10 novembre 2025
Vannacci e la storia alla rovescia. Capisco che il generale, approdato alla politica a forza di provocazioni, non sia in grado di formulare idee sui temi “veri” (la sanità, lo sviluppo economico, il regime fiscale) e debba ricorrere agli eccessi ideologici per non uscire di scena. Ma “rovesciare la storia” implica studi, conoscenze, documentazione: con gli “slogan” si fanno solo figuracce.
«Sino al 1938 tutte le leggi sono state approvate dal Parlamento», dice il generale. Vero: ma a quel Parlamento era candidata una lista unica di un unico partito, il Partito nazionale fascista. Ci mancava solo che non le approvasse! «Il governo Mussolini del 1922 era di coalizione», con ministri fascisti ma anche popolari, liberali, democratico sociali. Vero anche questo: ma dal 1 luglio 1924 al 25 luglio 1943 il governo fu monocolore, perché tutti gli altri partiti furono estromessi dalla vita politica. La «marcia su Roma è stata poco più che una passeggiata»: vero (è stato il fascismo a propagandarla come “rivoluzione”). Ma la marcia su Roma era l’esibizione di forza che concludeva un biennio di squadrismo, l’atto finale di un percorso di conquista del potere condotto tra violenza e complicità.
Quando non manipola i fatti Vannacci sbaglia per ignoranza: «Mussolini almeno fino alla metà degli anni Trenta esercitò il potere attraverso gli strumenti dello Statuto Albertino». No. Mussolini introdusse nel 1925/26 le “leggi fascistissime” che svuotarono lo Statuto Albertino aprendo la strada alla dittatura. «Tutto venne fatto secondo la legge». No. La “legge” dell’Italia liberale fu sovvertita, addomesticata, calpestata.
Quando non manipola e quando non sbaglia, Vannacci dimentica. Per esempio, dimentica l’uso delle armi chimiche nella guerra d’Etiopia (primo Paese al mondo, l’Italia fascista, ad asfissiare i civili con l’iprite, o “gas mostarda”). E dimentica la guerra 1940-45, che Mussolini ha combattuto accanto ad Hitler sino all’ultimo giorno. Ricordo che, studente liceale, fui portato al Teatro Alfieri per una commemorazione del 25 aprile fatta da Norberto Bobbio. Il filosofo ci disse: «ragazzi, pensate se Saragat (allora presidente della Repubblica, ndr) dichiarasse guerra agli Stati Uniti: penseremmo che è impazzito perché c’è una tale sproporzione di mezzi, che in due giorni i marines occuperebbero il Colosseo, il Duomo, la Mole Antonelliana. Bene, pensate che Mussolini dichiarò guerra contemporaneamente a Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia, Gran Bretagna, Jugoslavia, Grecia, Egitto». La deriva del Paese era compresa lì, nella distanza tra le ambizioni imperialiste del regime e le possibilità dell’Italia. Il risultato furono oltre 300mila morti, interi quartieri rasi al suolo, infrastrutture distrutte, migliaia di deportati, i “morti crocifissi sul palo del telegrafo”.
E, ancora, Vannacci dimentica che Mussolini, creando la Repubblica Sociale, porta la responsabilità diretta della guerra civile 1943-45. Il generale fa bella mostra dei libri di Renzo De Felice, la monumentale biografia di Mussolini, ma li cita senza averli letti. «La costituzione della Rsi fu la causa della guerra civile che insanguinò le regioni occupate dai tedeschi»: lo scrive proprio De Felice.
E c’è una cosa fondamentale che il generale tace: nella nostra repubblica antifascista, uno come lui può candidarsi, rilasciare interviste, andare in televisione e dire ciò che vuole. Nel Ventennio Matteotti è stato ucciso a coltellate; Piero Gobetti è morto per le conseguenze delle bastonature; Antonio Gramsci è morto in carcere. Per non parlare di Giovanni Amendola, dei fratelli Rosselli, dei tanti meno noti rimasti nell’ombra della memoria.
Jason Burke La resistenza è quando metto fine a ciò che non mi piace
The Guardian, 18 settembre 2025
Nell'estate del 1970, un gruppo di aspiranti rivoluzionari arrivò in Giordania dalla Germania Ovest . Cercavano un addestramento militare, sebbene prima di allora non avessero mai maneggiato armi. Cercavano una guerriglia nelle strade d'Europa, ma non avevano mai fatto altro che accendere un fuoco in un grande magazzino deserto. Cercavano il fascino fittizio che poteva conferire trascorrere del tempo con un gruppo armato palestinese. Soprattutto, cercavano un posto sicuro dove nascondersi e pianificare.
Alcuni membri del gruppo erano arrivati a Beirut con un volo diretto dalla Berlino Est, controllata dai comunisti. I membri più noti – Ulrike Meinhof, un'importante giornalista di sinistra, e due piromani condannati, Gudrun Ensslin e Andreas Baader – avevano affrontato un viaggio più complicato. Prima avevano dovuto attraversare la Germania Est, poi avevano preso un treno per Praga, dove erano saliti su un aereo per il Libano. Da Beirut, un taxi li aveva portati a est, attraverso le montagne, in Siria. Infine, da Damasco, si erano diretti a sud, in Giordania.
Non erano i primi visitatori del genere. Nell'ampia coalizione di attivisti e gruppi di protesta nota come Nuova Sinistra, l'impegno per la causa palestinese era diventato una prova delle proprie credenziali ideologiche. Israele non era più visto come un avamposto assediato di valori progressisti, circondato da regimi dispotici dediti alla sua distruzione. Dopo la vittoria nella guerra del 1967 e la successiva occupazione di Gaza e della Cisgiordania, Israele veniva spesso descritto dalla sinistra come un avamposto bellicoso dell'imperialismo, del capitalismo e del colonialismo. Allo stesso tempo, molti intellettuali di sinistra erano giunti alla convinzione che la trasformazione radicale da loro desiderata non sarebbe mai iniziata in Europa , dove il proletariato sembrava più interessato alle vacanze all'estero e al risparmio per frigoriferi o automobili che a presidiare le barricate. Credevano invece che la rivoluzione imminente avrebbe avuto origine in Asia, in Africa o in America Latina, dove le masse erano pronte a sollevarsi e combattere.
La domanda era dove andare. A differenza del Vietnam o dell'America Latina, la causa palestinese era una causa in cui un coinvolgimento diretto era fattibile e relativamente privo di rischi. Il Medio Oriente era raggiungibile con un breve volo o con un economico viaggio in autobus e barca, e fino all'autunno del 1970, il peggio che ci si poteva aspettare al ritorno a casa erano alcune domande un po' difficili al controllo di frontiera.
Così arrivarono, e in numero crescente. Un singolo campo a nord di Amman gestito da Fatah, la più grande delle fazioni armate palestinesi attive all'epoca, accolse tra i 150 e i 200 giovani volontari tra il 1969 e il 1970. Il contingente più numeroso era britannico, sebbene fossero rappresentati la maggior parte dei paesi dell'Europa occidentale, insieme ad alcuni europei orientali e diversi indiani. Si trattava di un gruppo ideologicamente eclettico. Quando nel febbraio del 1970 il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, una delle fazioni armate più piccole, offrì addestramento e istruzione a qualsiasi "forza rivoluzionaria e progressista" che volesse costruire un "fronte mondiale contro l'imperialismo, il sionismo e la reazione", circa 50 "militanti maoisti, trotskisti e membri di... un gruppo di estrema sinistra in Francia" risposero, secondo l'FBI. La maggior parte si limitò a visitare i campi profughi, lavorare nelle fattorie, aiutare a scavare trincee e prestare assistenza nelle cliniche. Alcuni spararono qualche colpo con un kalashnikov. Poi “hanno preso il loro copricapo [kefiah], diversi volumi di poesia palestinese e sono tornati a casa con i loro souvenir e abbronzati”, secondo le parole di un corrispondente estero.
TIl gruppo arrivato ad Amman da Berlino Ovest nel giugno del 1970 era uno strano assortimento di attivisti violenti, polemisti, autopromotori, avventurieri e intellettuali. La loro leader, sebbene non la più rumorosa o la più nota tra loro, era Gudrun Ensslin, la figlia trentenne di un pastore protestante. Alta, bionda e seria, era cresciuta in un piccolo villaggio in un ambiente di rigido moralismo. Non c'era alcun segno di ribellione nella sua giovinezza, solo di una ferrea intelligenza. Vinse una borsa di studio alla Libera Università di Berlino per conseguire un dottorato in letteratura. Fece campagna elettorale per il partito socialdemocratico (SPD), di moderata sinistra, alle elezioni del 1965 e, come molti altri, si sentì profondamente tradita quando il partito entrò al governo in coalizione con i conservatori l'anno successivo.
Un punto di svolta per Ensslin arrivò nel giugno del 1967, quando Mohammed Reza Pahlavi, lo scià dell'Iran e fedele alleato degli Stati Uniti, visitò la Germania Ovest, scatenando grandi proteste. Gli uomini della sicurezza dello scià attaccarono i manifestanti a Berlino Ovest e un poliziotto locale uccise a colpi d'arma da fuoco uno studente. Subito dopo, Ensslin disse ai suoi colleghi attivisti che era impossibile ragionare con "la generazione che ha creato Auschwitz" e che solo la violenza avrebbe potuto fermare un governo deciso a instaurare un nuovo regime autoritario.
Mentre le proteste si intensificavano in tutta la Germania Ovest, Ensslin raggiunse un momento di crisi. Lasciò il figlio neonato e suo padre, compagno di studi in letteratura, e si immerse nel mondo dell'attivismo radicale di Berlino Ovest. Lì, tra vagabondi, burloni, fuggitivi, piccoli criminali, renitenti alla leva, sballati, artisti d'avanguardia e qualche ideologo occasionale che rendevano la città un luogo così eccitante e anarchico, incontrò Andreas Baader, di cui si innamorò.
Famiglie manifestano all'aeroporto Tempelhof di Berlino contro la guerra in Vietnam, con Gudrun Ensslin, al centro, luglio 1967. Fotografia: Dpa Picture Alliance/Alamy
Baader aveva 24 anni. Suo padre era scomparso sul fronte russo durante la seconda guerra mondiale e Baader era cresciuto circondato da donne in lutto. Un primo scontro con la polizia a nove anni fu seguito dall'espulsione da una serie di istituti scolastici e da un breve periodo alla scuola d'arte. Qualsiasi tipo di studio formale annoiava Baader; per un breve periodo si dedicò al teatro d'azione sperimentale. Era, come disse un amico, "un tipo alla Marlon Brando".
Viziato, arrogante e pigro, ma dotato di un fascino cupo e trasandato, Baader piaceva alle donne, e anche ad alcuni uomini. Vestiva in modo elegante e costoso, posava per foto erotiche per una rivista gay maschile e occasionalmente si truccava. Le auto veloci esercitavano un forte fascino, mentre ottenere la patente di guida non lo era, il che gli costò una serie di condanne per infrazioni stradali. Baader non era interessato alla politica e non era mosso da cause progressiste. Era attratto da Berlino principalmente perché risiedervi significava essere esentato dal servizio militare.
Molti attivisti berlinesi trovavano Baader profondamente irritante. Uno lo descrisse come "impossibile da contattare", incline al broncio, prepotente e spaccone. Nell'aprile del 1968, un incendio accidentale in un grande magazzino di Bruxelles uccise più di 250 persone. Baader si vantò della sua intenzione di provocare un incendio simile, ma fu Ensslin a organizzare un'auto, a procurarsi l'attrezzatura necessaria e a scegliere come obiettivo un grande magazzino a più piani di Francoforte. Dopo l'attacco, che causò danni ingenti ma nessuna perdita di vite umane, lei e Baader si diressero in un noto bar di sinistra per festeggiare rumorosamente. Fu un errore. Lo fu anche lasciare i componenti della bomba in auto e una lista degli ingredienti nella tasca di un cappotto.
TGli errori commessi da Ensslin e Baader a Francoforte portarono al loro arresto entro 36 ore. Nell'ottobre del 1968, dopo sei mesi di custodia, affrontarono il processo. In tribunale, Ensslin, indossando una giacca di pelle rossa, sventolò una copia del Libretto Rosso di Mao e affermò che l'incendio doloso era stato una protesta contro la mancata reazione del popolo tedesco agli orrori della guerra del Vietnam. Baader, con occhiali scuri, una maglietta e una giacca di Mao, fumò un sigaro cubano sul banco degli imputati e descrisse gli studenti in Germania come l'equivalente nazionale degli afroamericani oppressi. Ricevettero entrambi una condanna a tre anni di carcere, ma furono rilasciati otto mesi dopo in attesa dell'appello.
Una condizione per la loro libertà provvisoria era che la dedicassero a meritevoli cause sociali, così i mesi successivi li trascorsero lavorando con gli adolescenti negli istituti di Francoforte. Ensslin organizzò delle sessioni per discutere di Mao. Baader si appropriò del sussidio economico dei giovani, li portò nei bar, li fece bere e tenne loro lezioni sulla rivoluzione imminente.
Quando seppero che il loro ricorso era stato respinto, Baader ed Ensslin fuggirono piuttosto che tornare in prigione. Guidarono verso ovest, verso Parigi, dove alloggiarono nello spettacolare appartamento di uno scrittore francese radicale, gustarono sontuosi pasti al ristorante e si fotografarono nei caffè. Quando, dopo diverse settimane, il fascino della città si spense, la coppia si recò in Italia. A Milano, Giangiacomo Feltrinelli, il ricco editore di sinistra, li accolse a casa sua e mise in mostra la sua collezione di armi. Ci furono lunghe conversazioni sull'imminente lotta armata. Quando la loro auto fu rubata, Baader scassinò un'Alfa Romeo e tornarono a Berlino. Avendo bisogno di un posto dove stare, cercarono la giornalista Ulrike Meinhof, che avevano incontrato quando aveva scritto un articolo sul loro processo.
Andreas Baader e Gudrun Ensslin nel 1968. Fotografia: AP
Meinhof aveva quasi dieci anni più di entrambi. Era cresciuta in una piccola città conservatrice nella Germania nord-occidentale, una giovane donna coscienziosa, matura, religiosa e idealista che aveva vinto una borsa di studio per studenti particolarmente dotati per studiare pedagogia e psicologia all'università. Aveva fatto campagna contro il dispiegamento di armi nucleari nella Germania Ovest, si era unita all'organizzazione giovanile del Partito Socialdemocratico, ascoltava jazz e fumava la pipa.
In quel periodo iniziò a pubblicare articoli su riviste studentesche. Le sue opinioni erano radicali ma non estreme; le sue argomentazioni erano strutturate e ben documentate. Ben presto iniziò a scrivere regolarmente per Konkret, una rivista di sinistra di cultura e politica con sede ad Amburgo. Nel 1961 sposò l'editore di Konkret e un anno dopo diede alla luce due gemelle. Negli anni successivi, il giornalismo di Meinhof le fece guadagnare rispetto, un buon reddito, alcune cause legali e un nuovo status come portavoce non ufficiale del nascente movimento di protesta nella Germania Ovest. Fece frequenti apparizioni in televisione e alla radio. Un corrispondente britannico leggermente invaghito la intervistò nella sua casa di Amburgo e la descrisse come "una donna nervosa e carina con due bambine bionde che le rotolavano intorno ai piedi", la quale confessò con tristezza che altri attivisti più militanti la liquidavano come una "frittella amante della pace".
Ma Meinhof non era felice. Per molti anni, lei e il marito editore avevano fatto parte dell'élite sociale progressista locale, invitati a balli e cene e trascorrendo i fine settimana nell'elegante località costiera di Kampen, sull'isola di Sylt, nel Mare del Nord. Questo stile di vita la riempiva di disagio. "La nostra casa, le feste, Kampen, tutto questo è solo in parte piacevole... Le apparizioni televisive, i contatti, l'attenzione che ricevo... Lo trovo piacevole, ma non soddisfa il mio bisogno di calore, solidarietà, appartenenza a un gruppo", scrisse nel suo diario.
Fortunatamente per Ensslin e Baader, Meinhof alla fine risolse la tensione tra il suo crescente impegno ideologico e il suo stile di vita. Alla fine del 1967 divorziò dal marito, che le era stato sfacciatamente infedele, e si trasferì con le figlie a Berlino, dove il suo appartamento divenne un luogo d'incontro per attivisti, scrittori, studenti e giovani in fuga. Quando i due piromani in fuga bussarono alla sua porta al loro ritorno dall'Italia, acconsentì a ospitarli.
Nel 1969, le opinioni relativamente moderate di Meinhof erano diventate più estreme, il linguaggio più aspro, le argomentazioni più dirette. Era molto impegnata, teneva conferenze mentre lavorava sodo a un'inchiesta sulle giovani donne fuggite dalle istituzioni statali, scrivendo fino a tarda notte e al mattino presto. Gli intervistatori la trovarono tesa e arrabbiata, la sua voce già profonda resa aspra dal fumo continuo.
"Protesta è quando dico che questo non mi piace. Resistenza è quando pongo fine a ciò che non mi piace. Protesta è quando dico che mi rifiuto di continuare a seguire questa tendenza. Resistenza è quando mi assicuro che anche tutti gli altri smettano di seguirla", scrisse in quello che sarebbe stato uno dei suoi ultimi articoli su Konkret nell'aprile del 1969.
EEnsslin e Baader vissero con Meinhof per diverse settimane, un'esperienza intensa per tutti i presenti. Le figlie di Meinhof apprezzavano Ensslin, che giocava con loro, ma non sopportavano Baader, che rideva quando si facevano male. Dopo un paio di mesi gli ospiti se ne andarono, ma Meinhof era ancora insoddisfatta. Quando il nuovo compagno di Meinhof propose un albero di Natale, lei lo accusò di sentimentalismo borghese e proibì regali e qualsiasi festa. Le sue figlie saltavano spesso la scuola. Meinhof disse ai collaboratori di non capire più il senso del giornalismo, ma si scagliò anche contro le restrizioni imposte dalla maternità.
Quando Baader fu nuovamente arrestato, alla guida di un'auto rubata con documenti falsi, e riportato dietro le sbarre per scontare il resto della pena, Ensslin chiese a Meinhof di aiutare il suo amante a evadere. La giornalista accettò di scrivere lettere al direttore del carcere descrivendo un progetto letterario che avrebbe dovuto intraprendere con Baader, ottenendo così il permesso di unirsi a lei per una ricerca in una biblioteca di Berlino. Verso le 10 del mattino del 14 maggio 1970, poco dopo che Meinhof e il prigioniero si erano accomodati con sigarette e caffè istantaneo nella sala di lettura dell'Istituto per le Questioni Sociali, due donne entrarono, poi fecero entrare un uomo armato di pistola Beretta e poi Ensslin. Insieme, sopraffecero le due guardie carcerarie armate con gas lacrimogeni e spararono a un membro anziano del personale. Baader saltò da una finestra del primo piano sul prato ben curato dell'istituto e corse via. Meinhof si trovò di fronte a una decisione in una frazione di secondo: restare dov'era, fingere di essere stata ingannata da Ensslin e tornare così alla scrittura, all'attivismo e ai figli. Oppure seguire Baader e gli altri e scambiare tutto questo con una vita incerta e pericolosa da criminale ricercata in fuga.
I vigili del fuoco valutano i danni al quarto piano bruciato di un grande magazzino di Francoforte dopo un incendio doloso nel 1968. Fotografia: Dpa Picture Alliance/Alamy
Per la fuga era stata preparata un'Alfa Romeo sportiva rubata – in seguito ritrovata dalla polizia con all'interno una pistola a gas lacrimogeno e un'introduzione al Capitale di Marx – ma lo spargimento di sangue durante il raid richiese un cambio di piano: ora avrebbero dovuto allontanarsi più di quanto un solo pieno di benzina avrebbe consentito loro. A complicare ulteriormente le cose, Meinhof aveva scelto di seguire Baader attraverso la finestra e ora tra loro c'era un personaggio pubblico ben noto. Meinhof non aveva una rete di supporto né documenti falsi, ed era oberata da impegni familiari. Una delle prime cose che fece da fuggitiva fu chiamare un'amica per organizzare il ritiro delle figlie da scuola.
La soluzione ovvia era lasciare la Germania Ovest, e idealmente anche l'Europa. Ensslin contattò il rappresentante di Fatah a Berlino Ovest, che riuscì a organizzare una partenza frettolosa. Armati di passaporti falsi e travestiti in modo dilettantesco con parrucche e trucco, si radunarono alla stazione berlinese di Friedrichstrasse poco più di tre settimane dopo la fuga di Baader e partirono per il Medio Oriente.
UNDopo il caos e l'eccitazione del viaggio da Berlino Ovest, Amman si rivelò inizialmente una delusione. I loro ospiti di Fatah avevano predisposto l'itinerario standard offerto a tali visitatori, ma Baader, Ensslin, Meinhof e la mezza dozzina di altri che li avevano accompagnati non erano particolarmente interessati a visitare cliniche, villaggi e campi profughi. Non erano venuti come turisti, dissero ai loro ospiti, volevano imparare la guerriglia.
Nonostante qualche perplessità, un alto funzionario di Fatah di nome Abu Hassan accolse la loro richiesta e inviò il gruppo in un campo di addestramento sulle colline fuori dalla capitale giordana. I due edifici in pietra, il poligono di tiro, il cortile di esercitazione in terra battuta e le tende logore erano sorvegliati da combattenti palestinesi e circondati da recinzioni di filo spinato. Agli allievi furono consegnati dei kalashnikov, un raro onore.
Le settimane successive non potevano essere descritte come un successo assoluto. Gli istruttori di Fatah insegnarono ai tedeschi come costruire bombe incendiarie e altri ordigni esplosivi, nonché come rapinare una banca. Ma nessuno dei volontari era fisicamente in forma o sapeva nulla di armi o esplosivi. Quando avevano lanciato l'operazione per liberare il loro capo, un mese prima, erano stati costretti ad assumere un criminale esperto per portare l'unica arma letale e almeno uno di loro aveva vomitato per la tensione. Baader ora si rifiutava di rinunciare ai suoi stretti pantaloni di velluto nemmeno durante un percorso di guerra, e Meinhof faceva fatica ad affrontare gli aspetti fisicamente impegnativi dell'addestramento.
Quasi immediatamente scoppiò una serie di aspri disaccordi tra i tedeschi e l'algerino di mezza età che gestiva il campo, un veterano della lotta per l'indipendenza contro i francesi. Il primo di questi riguardò l'insistenza di Ensslin e Baader affinché fosse loro permesso di dormire insieme, cosa inaudita nell'ambiente conservatore dei campi di addestramento di Fatah. I visitatori si lamentarono della dieta. Poi le donne insistettero per prendere il sole nude o in topless, il che provocò ulteriore indignazione.
Ulrike Meinhof tiene una conferenza stampa nel Club repubblicano di Amburgo. Fotografia: Ullstein Bild/Getty Images
Fu imposto un limite alle munizioni che le reclute potevano consumare dopo aver sparato centinaia di preziosi colpi con apparente spensieratezza, e Baader, che spesso si rifiutava di eseguire gli ordini, guidò le reclute nella protesta. Abu Hassan tornò a calmarsi, ma proprio quando la pace era stata ristabilita e un pollo era stato macellato e cucinato in suo onore, Baader si lamentò che era ingiusto e "non rivoluzionario" che un capo potesse ricevere cibo migliore dei semplici soldati di fanteria.
Tali tensioni e incomprensioni reciproche erano prevedibili. Quasi nessuno dei visitatori parlava arabo e pochissimi avevano viaggiato in Medio Oriente, o addirittura all'estero, prima. Nonostante la loro simpatia per le lamentele dei palestinesi e l'entusiasmo per la loro causa, i volontari europei erano profondamente ignoranti della società, della storia e della cultura dei loro ospiti. Un funzionario di Fatah ricordò in seguito che l'interesse dei loro ospiti per la causa palestinese sembrava "davvero molto recente". Un gruppo di socialisti internazionalisti britannici introdusse di nascosto alcolici in un campo di addestramento, si ubriacò, improvvisando una canzoncina e poi si ribellò, prima con un gruppo di maoisti britannici e poi con le guardie che cercarono di confiscare le bottiglie rimanenti. Un altro gruppo di volontari si rifiutò di unirsi agli allievi che scavavano trincee, per poi gettarsi proprio in quelle buche quando un jet israeliano sorvolò a bassa quota il campo.
Il gruppo che Baader, Ensslin e Meinhof avevano guidato in Giordania era particolarmente irritante. All'inizio di agosto, dopo sette settimane in Giordania, Baader provocò un'altra discussione chiedendo di essere trattato come un comandante militante di pari rango ad Abu Hassan, un alto funzionario dell'intelligence e protetto del fondatore e leader di Fatah, Yasser Arafat. Poco dopo, Ensslin chiese ai palestinesi di giustiziare un membro del suo gruppo che sospettava fosse una spia israeliana, soprattutto perché aveva ascoltato una trasmissione in ebraico su una radio a transistor. Il cortese rifiuto di Abu Hassan portò a un nuovo scontro. Questa volta a Baader, Ensslin e agli altri fu detto che sarebbero stati presi accordi per il loro rapido ritorno in patria.
TTre giorni prima di lasciare Berlino, la mezza dozzina di giovani uomini e donne coinvolti nella fuga di Baader avevano diffuso un comunicato, pubblicato su una rivista di sinistra. Prometteva una campagna di violenza per portare allo scoperto il conflitto latente in Germania e prometteva di "iniziare [in Germania] ciò che è già iniziato in Vietnam, Palestina, Guatemala, a Oakland e Watts, a Cuba e in Cina, in Angola e a New York". La dichiarazione non tentava di spiegare le azioni del gruppo "agli intellettuali chiacchieroni, ai saputelli e alla brigata dei "se la cacca addosso", né agli "intellettuali piccolo borghesi" o ai "leccaculo di sinistra". Il suo messaggio era invece rivolto al “segmento potenzialmente rivoluzionario della popolazione”: i lavoratori sottopagati, le ragazze adolescenti negli istituti, i ragazzi nelle case di cura, gli operai, le famiglie nei progetti di edilizia popolare, i braccianti e gli apprendisti, tutti coloro che erano “sfruttati ma non ricevevano alcun compenso sotto forma di buoni standard di vita, consumi, prestiti, automobili”.
La dichiarazione, probabilmente scritta da Meinhof ma firmata da Ensslin, appariva sotto l'immagine di una pantera nera che saltava, chiaramente ispirata agli attivisti statunitensi che più ammiravano. Si concludeva con una serie di esortazioni lapidarie: "Non andate docilmente al macello... La fine del dominio dei porci è imminente!... Sviluppate la lotta di classe. Organizzate il proletariato. Iniziate la resistenza armata". La dichiarazione era intitolata: "È ora di costruire la Rotes Armee Fraktion".
Ma lanciare una lotta armata in Germania si rivelò più difficile di quanto Ensslin, Baader e Meinhof avessero previsto. Il nome che avevano scelto per il loro gruppo rifletteva la convinzione che il loro fosse solo uno dei tanti sforzi in tutto il mondo che avrebbero portato collettivamente alla caduta di stati capitalisti e imperialisti come gli Stati Uniti e la Germania Ovest. Ma la realtà era che alcune parti del mondo erano significativamente più ricettive alla rivoluzione di altre. Alla fine della primavera del 1971, il gruppo era tornato in Germania da otto mesi, eppure aveva ben poco da mostrare per i suoi sforzi, a parte una dozzina di rapine in banca.
In realtà, la vita per i membri della Rote Armee Fraktion (RAF) era per lo più monotona, stressante e frustrante, punteggiata da rari momenti di paura o di grande eccitazione. "Ti unisci alla guerriglia urbana e poi ti ritrovi a passare un mese a sistemare un appartamento, e c'è sempre la spesa da fare, cose necessarie. Questo è il 99% di quello che succede", ricordò in seguito uno di loro. Un altro descrisse le ore noiose trascorse a codificare e decodificare indirizzi e messaggi. Gli errori potevano avere gravi conseguenze, però. Meinhof scrisse male un indirizzo dopo che lei e altri tre membri della RAF fecero irruzione in un municipio per rubare carte d'identità vuote e tutti i preziosi documenti furono inviati nel luogo sbagliato e persi. I fondi spesso scarseggiavano. I ricchi amici di sinistra di Meinhof donarono denaro e offrirono le loro case per il fine settimana come nascondigli temporanei, ma il cibo a volte scarseggiava e i rifugi sicuri potevano essere scomodi e freddi.
Il loro cameratismo contribuiva ad alleviare il disagio. "Discutevano, ridevano e scherzavano tra loro... Amavano tutti i fumetti di Paperino e li leggevano insieme, ridendo come bambini. Andreas e Gudrun spesso scherzavano, ridacchiando come adolescenti. Se erano in quattro o cinque, e avevano tempo, cucinavano insieme", scrisse Margrit Schiller, una giovane recluta. Non aveva mai incontrato persone come Baader, Meinhof ed Ensslin prima. "Le loro discussioni politiche, il modo in cui maneggiavano le armi, le loro battute, il modo in cui si parlavano e si trattavano a vicenda. Sembravano essere connessi, sulla stessa lunghezza d'onda, quasi come se condividessero la stessa mente".
Anche la musica e il cinema offrivano diversivi. Meinhof si vergognava della sua passione per la musica di Rod Stewart. Baader non aveva simili scrupoli riguardo ai suoi gusti cinematografici, prendendo a modello gli antieroi dei film gangster contemporanei e indossando trench e cappello a imitazione dei protagonisti della nouvelle vague. In Jordan, quando Ensslin aveva deciso che uno del loro gruppo era una spia, Baader inizialmente propose che lui, lei e Meinhof sparassero al sospettato da direzioni diverse in modo che nessuno sapesse chi aveva sparato il colpo mortale. Trasse l'idea da uno spaghetti western. Una tripla rapina in banca fu ispirata dal film del 1966 di Gillo Pontecorvo, La battaglia di Algeri.
La RAF rubò molti veicoli, ma la piccola e veloce BMW 2002 era così amata che i proprietari in tutta la Germania attaccarono adesivi sui parabrezza con la scritta "Non sono un membro della RAF" e scherzarono sul fatto che BMW in realtà stava per Baader Meinhof Wagen. Baader preferiva le auto sportive di alta gamma. Nell'autunno del 1971, si schiantò con una Porsche 911 rubata a oltre 160 km/h su un'autostrada, uscendo dal veicolo distrutto senza un graffio.
La polizia controlla un'auto dopo i tentativi di attentato della banda nel 1972. Fotografia: Keystone Press/Alamy
Ensslin tollerava il comportamento del suo amante, ma era profondamente irritata dalla tendenza dei suoi compagni maschi a essere più interessati al sesso che al rovesciamento del capitalismo. Durante una visita alla famosa Kommune 2 di Berlino nell'estate del 1971, rimproverò un importante attivista locale per "andare in giro per appartamenti, scopare bambine, fumare hashish", dicendogli con rabbia che tali attività erano una distrazione dal serio lavoro della lotta armata.
Nell'ottobre del 1971, la RAF commise il suo primo omicidio. Due membri ad Amburgo spararono a un agente di polizia che stava cercando di arrestarne un terzo. L'omicidio fu appena menzionato all'interno del gruppo, ma segnò l'inizio di una nuova e più violenta fase di attività. Un secondo poliziotto fu ucciso durante un'altra rapina in banca, poi un terzo. Le autorità risposero con una serie di vaste retate che ebbero scarso successo ma ostacolarono la libertà di movimento del gruppo.
EOtto mesi dopo, nell'aprile del 1972, i vertici della RAF decisero che era giunto il momento di sferrare il colpo che, provocando una massiccia repressione e rivelando la natura "fascista" dello Stato tedesco, avrebbe definitivamente spezzato la "falsa coscienza" delle classi lavoratrici e creato così le condizioni per la rivoluzione. Come sempre, non era chiaro come farlo. Quando i notiziari riportarono che l'aviazione statunitense, impegnata da diverse settimane in una massiccia campagna di bombardamenti nel Vietnam del Nord, aveva sganciato mine per bloccare il principale porto del paese, Ensslin suggerì di bombardare le numerose installazioni militari statunitensi nella Germania Ovest in risposta. La risposta di Baader fu come al solito sconsiderata: "Allora andiamo".
Un furgone della polizia passa davanti alla recinzione di filo spinato illuminata del carcere di massima sicurezza di Stuttgart-Stammheim nel 1975. Fotografia: AP
Il primo obiettivo di questa nuova campagna fu la vasta base statunitense fuori Francoforte. La bomba piazzata distrusse parte della mensa ufficiali, uccidendone uno. Poi diffusero un comunicato. Scritto da Meinhof, si concludeva con l'appello di Che Guevara ai rivoluzionari di tutto il mondo a creare "due, tre, molti Vietnam". Il successivo tentativo della RAF ferì cinque persone presso un quartier generale della polizia ad Augusta, e fu rapidamente seguito da un fallito tentativo di uccidere un giudice federale. Dopo una breve pausa, una bomba fu piazzata nella sede centrale del gruppo editoriale conservatore Springer, da tempo al centro dell'antipatia della sinistra tedesca. Il loro avvertimento fu ignorato e quando la bomba esplose, ferì decine di persone.
Sorpreso dal disprezzo pubblico che questo aveva suscitato, Baader telefonò a Meinhof, che aveva supervisionato l'attacco, per rimproverarla per la sua "stupidità" e ordinò al gruppo di tornare a concentrarsi su obiettivi militari. Il 24 maggio il gruppo rubò due auto, piazzò una bomba in ciascuna con un dispositivo a tempo e le guidò contro il quartier generale dell'esercito americano in Europa a Heidelberg. L'attacco uccise tre soldati. Meinhof rilasciò ancora una volta una dichiarazione, equiparando l'offensiva aerea statunitense in Vietnam ai bombardamenti alleati sulla Germania durante la seconda guerra mondiale, e affermando che la sua ulteriore intensificazione sarebbe stata "un genocidio, la soluzione finale, Auschwitz". Poi, con la sua scorta di bombe a mano e la sua sete di violenza momentaneamente esaurite, la RAF si rilassò.
Qualche giorno dopo l'attacco di Heidelberg, un residente informò la polizia di Francoforte di un'officina alla periferia della città, dove gli uomini arrivavano a orari insoliti del giorno e della notte per lavorare con una specie di polvere da sparo conservata in grandi sacchi. La mattina presto del 1° giugno, alcuni agenti di polizia nascosti nelle vicinanze videro una Porsche Targa procedere contromano in una strada a senso unico e fermarsi. Baader e Holger Meins, un ex studente d'arte e regista vicino ai principali dirigenti della RAF, scesero e si recarono all'officina. La polizia intervenne.
Meins alla fine si è consegnato quando è intervenuto un blindato, ma Baader ha continuato a urlare insulti e a sparare finché non è stato colpito alla coscia da un cecchino della polizia. Le riprese televisive lo hanno mostrato mentre veniva trasportato su una barella verso un furgone della polizia, con una smorfia di dolore e i capelli scuri tinti di un arancione acceso. Nel garage, la polizia ha trovato esplosivi e una ISO Rivolta grigio argento, una delle auto sportive più costose e rare d'Europa, rubata da Baader alcune settimane prima.
Le autorità si misero quindi all'opera per radunare il resto del gruppo. Il successivo capo della RAF a essere catturato fu Ensslin, arrestata in un negozio di Amburgo dopo aver lasciato un cappotto con una pistola in tasca fuori da un camerino mentre provava dei maglioni. Un commesso ne notò il peso, controllò le tasche, trovò la pistola e chiamò la polizia. "Sono contento che la caccia sia finita", disse suo padre ai giornalisti.
Questo lasciava Meinhof ancora libero. Ma la violenza delle settimane precedenti aveva alienato – o almeno spaventato – molti di coloro che un tempo simpatizzavano per la RAF. Dodici giorni dopo l'arresto di Baader, quando un intermediario chiese a un giovane insegnante di Hannover se avrebbe permesso a due persone non identificate di passare la notte, esitò, parlò con la sua ragazza e fece una telefonata. Quando la polizia arrivò, trovò un poster di Guevara appeso alla parete del soggiorno, borse contenenti pistole e una bomba, e Meinhof, sottopeso ed esausto, che non opponeva alcuna resistenza. La campagna rivoluzionaria della prima generazione della RAF, come sarebbero diventati noti, era finita.
OCon i membri fondatori in carcere, una nuova generazione di membri della RAF si fece avanti. Sebbene ancora nominalmente impegnati nella rivoluzione globale, il loro unico vero obiettivo era liberare i loro leader. In questo, non ci riuscirono. Nel 1976 Meinhof, che aveva trascorso settimane in isolamento e deprivazione sensoriale, si suicidò nella sua cella nel carcere di massima sicurezza di Stammheim. Nei mesi precedenti la sua morte, l'ex giornalista era stata aspramente e ripetutamente criticata da Ensslin e Baader in dichiarazioni diffuse tra i prigionieri e i seguaci della RAF.
Un anno dopo, dopo che i due leader rimasti avevano dato un ultimatum ai loro seguaci per liberarli prima che tentassero disperatamente di evadere, il gruppo lanciò una campagna di violenza spettacolare. Culminò con il rapimento di uno degli industriali più noti del paese e poi, quando il governo di Helmut Schmidt si rifiutò di fare concessioni, il dirottamento di un aereo passeggeri Lufthansa a Maiorca, che fu poi trasportato in Somalia. Quest'ultimo tentativo si concluse quando una squadra di commando della polizia della Germania Ovest assaltò l'aereo, uccidendo quasi tutti gli aggressori e liberando gli ostaggi senza perdite. Quando appresero la notizia da un sistema radio clandestino installato nelle loro celle, Ensslin e Baader si suicidarono.
A Baghdad, una base temporanea, una decina di membri della RAF si sono radunati sotto shock negli uffici del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che aveva eseguito il dirottamento per conto del gruppo. Molti piangevano, altri elaboravano piani di vendetta folli e del tutto irrealistici. Brigitte Mohnhaupt, l'inflessibile ventottenne ex studentessa di filosofia che ora assumeva la guida della RAF, non fece né l'una né l'altra cosa. I suicidi erano "eine Aktion" – un'operazione – insisteva. "Non erano vittime e non lo sono mai state", disse Mohnhaupt agli altri. "Non si diventa vittime, bisogna diventare vittime. Erano responsabili della loro situazione fino all'ultimo minuto. Cosa significa? Se l'erano fatto da soli, non che fosse stato fatto a loro. Smettetela di piangere, stronzi."
Adattato da The Revolutionists: The Story of the Extremists who Hijacked the 1970s , pubblicato il 2 ottobre da Bodley Head e disponibile per l'ordine su guardianbookshop.com