Fabrizio Roncone
Tv, assemblee (e faziosità). Il picchio Montanari vaga tra Marx e don Milani
Corriere della Sera, 10 marzo 2016
In missione per conto del No c’è anche quel meraviglioso personaggio che è Tomaso Montanari (Giuliano Ferrara: «Gli manca una M decisiva»), molto intelligente, finalmente uno colto che sa parlare e argomentare, padrone di una retorica spesso beffarda e urtante, ma quasi sempre nei limiti, se si tiene, se non slitta sulla pedagogia politica brutale, come è successo l’altro giorno a Firenze, quando ha detto che Meloni, La Russa e Nordio sono una combriccola di «banditi»: e però, a parte appunto l’altro giorno, Montanari è di solito davvero a suo agio nella faziosità più esplicita, forse pure perché è ben dentro un certo rigore intellettuale, anche adesso che va in giro a spiegare il modo in cui questa riforma della Giustizia «mette il governo che la promuove nel solco di Orbán, Netanyahu e dei nazistoidi di AFD».
Diciamo che Montanari è uno di quelli che, da subito, ha intuito come dare al referendum del 22 e 23 marzo solo ed esclusivamente una valenza militante hard, netta, trasformandolo in un voto sul governo e, in particolare, sulla sua premier: Meloni Sì o Meloni No. «È così: siamo chiamati a dire se abbiamo ancora voglia di vivere in un Paese democratico, oppure agli ordini della migliore amica di Trump». Lo ripete ovunque. Gira come un picchio. Assemblee, convegni, ospitate tv. Avete presente, no? Trascrivo da un vecchio ritratto: storico dell’arte assai stimato negli ambienti accademici, curriculum di rara e autentica ricchezza (abbiamo ministri, non dimenticatelo, che si sono inventati d’avere una laurea), attualmente rettore dell’università per stranieri di Siena, anni 54 portati con aria stropicciata, perfettamente sinistrorsa, piacionesco velo di barba e capelli sempre arruffati (continua ad esserci, tra l’altro, una curiosa somiglianza con Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report), Montanari appare rigorosamente infilato in un maglione blu per una forma di allergia alla cravatta, si suppone identica a quella che nutre per il pensiero convenzionale: perché anche questo suo No alla riforma è filtrato con riferimenti culturali non scontati, solidi, essendo lui un cattolico fiorentino cresciuto nel mito di Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani («Altroché comunista come mi urla addosso quel genio di Salvini»), studioso del Bernini, ma con una passione sfrenata per Karl Marx (e, insinuano, per le Birkenstock: però dev’essere una perfidia, perché un amante del bello, sia pure con tendenze radical chic, non può essere attratto dalle tremende cioce tedesche).
Ora, comunque, risponde a La Russa, che lo porta in tribunale: «Vuole le mie scuse? È grave che la seconda carica dello Stato minacci un cittadino per un’opinione liberamente espressa...». Vedremo come finisce. Se finisce. L’ego di Montanari è un cobra di grosse proporzioni.

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