A Roma in una sala molto affollata Occhetto viene festeggiato per quanto ha fatto nei suoi 90 anni, ma anche assolto per lo scioglimento del Pci e quanto ne è seguito.
Ecco quanto scrive in proposito Luciana Castellina che era presente ed è intervenuta con un discorso
Giusto celebrare i 90 anni anche di qualcuno con cui non si è stati d’accordo nel lungo corso della vita, tanto più, come è il caso di Achille Occhetto, quando si tratta di un compagno con cui si è condivisa una lunga militanza politica. Con i “compagni che sbagliano” è giusto continuare a ragionare.
Faccio questa riflessione perché sono rimasta effettivamente perplessa quando Ugo Sposetti mi ha chiamato invitandomi a parlare di Achel. Achille lo chiamo così come noi della Fgci l’abbiano sempre chiamato. La sala era molto affollata, piena di vecchi compagni che non vedevo da secoli, oggi quasi tutti Pd. Non c’è stato un vero dibattito ma un semplice susseguirsi di giudizi sull’operato di Occhetto. È intervenuta Elly Schlein, anche lei grata ad Achille per aver soppresso il Pci, giustificata perché all’epoca doveva esser ancora all’asilo. Tutti hanno lodato Occhetto soprattutto perché «coraggioso», capace di cogliere i cambiamenti storici (la storia corre e bisogna rincorrerla), aperto al dialogo e alle alleanze con forze diverse, «se non ci fosse stato Occhetto non sarebbe nato neppure il Pd». In ultimo una lunga conclusione di Achel, che ovviamente ha difeso la sua linea. Sull’oggi dice cose sensate sebbene non sia molto chiara la strategia che propone. Alla fine tutti applaudono e si abbracciano. Evviva: Occhetto appare non solo festeggiato per quanto ha fatto nei suoi 90 anni, ma anche assolto per lo scioglimento del Pci e quanto ne è seguito. Evviva.
Quanto a me, sono intervenuta all’inizio. Confortata solo dal fatto che fra tutti i presenti ero quella che si era iscritta prima al Pci (1947) e soprattutto che con Achel aveva direttamente e per parecchi anni lavorato nella Fgci, non mi sono azzardata a dire la mia sul valore o il disastro della scelta occhettiana. Del resto tutta quella sala sapeva come la pensavo. Sono dunque ricorsa alle parole scritte dal festeggiato sul tempo in cui abbiamo lavorato insieme. Ho così raccontato come per alcuni anni l’ala protestataria della Fgci, guidata allora da D’Alema padre, ogni volta che si riuniva il comitato centrale delegava uno di noi, a turno, ad alzarsi per proporre la cooptazione di Achille Occhetto responsabile degli studenti di Milano nell’organismo. Ma subito si alzava l’allora segretario della Fgci milanese, come il Pci lombardo ultimo ritardatario bastione del più schietto stalinismo, e diceva che no perché una volta – non ricordo più quale – si era dimesso e le dimissioni non sono una modalità comunista.
Negli anni successivi, spodestata la vecchia dirigenza comunista milanese con l’aiuto di Armando Cossutta, alleato in quella occasione di Rossana, Achel diventa addirittura segretario della Fgci milanese. Ma contemporaneamente in quegli anni si era estesa la rete protestataria, e per descriverla ho usato le parole di Secondo me, l’autobiografia di Achel (che ha scritto sulla mia copia come dedica: «A una protagonista femminile di primo piano»).
Il volume ripercorre la fine degli anni ’50, l’inizio dei ’60, racconta l’inquietudine dei più giovani che chiedono rinnovamento, che allora voleva dire giudizio finalmente critico sull’Urss ma anche più chiarezza sulla nostra strategia. «Lo stato maggiore dei rinnovatori – è scritto – si riuniva alla Casa della Cultura di Milano, diretta da Rossana, che copriva il carattere frazionista di quegli incontri. Quelli più delicati si fanno direttamente a casa di Rossana ( in un primo tempo chiamata rispettosamente signora Banfi, il nome di suo marito, figlio dell’illustre filosofo che iniziò al marxismo, e poi, durante la Resistenza, direttamente al Pci, larga parte dei suoi allievi). Rossana conduceva le operazioni di aggregazione con un tono di serena dolcezza». Poi la rete milanese si allarga. È quando «Roma comincia a fare irruzione a Milano: è lì che si fa Il Contemporaneo (preziosa pubblicazione che apre alla cultura europea), alla direzione dell’edizione milanese dell’Unità arrivano Aldo Tortorella e Aniello Coppola, poi, proveniente da Bergamo nella commissione Lombardia del Pci , Lucio Magri».
Nell’area c’è però un gruppetto più stretto composto da Achel e da Michelangelo Notarianni, un compagno di eccezionale intelligenza e cultura, che diventa l’amico più stretto e duraturo sia di Achel che di Lucio. Ma ci sono anche due donne che hanno avuto un ruolo di primo piano: una è Lia Cigarini, che sarà la prima donna ad assumere la carica di segretaria Fgci di una grande metropoli (e sarà poi una delle principali fondatrici del femminismo italiano, il suo primo articolo sul tema nel numero 2 del manifesto rivista, 1969). «Un’altra donna assumerà un ruolo significativo nella definizione della natura del mio impegno – scrive ancora Achel – si trattava di Luciana Castellina che condivideva con la cricca degli innovatori milanesi l’idea che ci poteva essere una uscita da sinistra dallo stalinismo. A lei mi legai con una di quelle amicizie che nei primi tempi del mio apprendistato hanno fatto di alcune donne dei momenti essenziali della mia formazione». «Alcuni anni più tardi, nel febbraio ’60 – proseguono le parole di Achel – Luciana mi manderà una lettera per convincermi ad andare a fare lavoro politico a Roma. Ci sono le condizioni, mi scrive, per condurre una battaglia interessante». Achel però non vuole. Io insisto, lui resiste. Vuole andare a Heidelberg dove può ottenere un dottorato sull’alienazione secondo Hegel e Marx. «Ma tu vuoi davvero fare il filosofo di professione? E credi che valga la pena oggi? Mi chiede». Il tempo sta per scadere, la collocazione nel gruppo dirigente nazionale della Fgci deve essere decisa entro una settimana. Non vorrai mica fare l’intellettuale – lo incalzo. A questo punto Achel nel suo libro apre una parentesi entro cui scrive: «Mi pare di sentire gli improperi verso la povera Castellina di quanti, alla lettura di questa preghiera, penseranno: doveva lasciarlo andare in malora. Là dove era!».
Il mio intervento dopo questa lettura l’ho concluso brevemente dicendo il passato è il passato, io non ti perdono. Soffro ancora quando penso a quella direzione di cui noi ex manifestini eravamo membri perché rientrati nel Partito nell’84, su pressante invito di Berlinguer. Vi arrivai all’ultimo momento proveniente da un convegno in Grecia, Livia Turco in un angolo piangeva, alla fine solo 3 voti contro: il mio, quello di Lucio e di un compagno cossuttiano (i vecchi non erano già più nell’organismo). Seguì un anno tormentato, basti ricordare il film di Nanni Moretti su “la cosa”. Furono 400mila i compagni che se ne andarono, che nemmeno vollero provare Rifondazione comunista, gli era stata spezzata la spina dorsale, incrinato l’orgoglio, cancellata la loro militanza, affermando che il comunismo aveva sbagliato. No, non posso perdonare.
Sono anche perplessa sui tuoi scritti più recenti, ho detto a Occhetto: basta invocare i valori occidentali! Guarda cosa sta accadendo. E però prima di scendere dal podio mi è venuto naturale abbracciarlo per i suoi 90 anni, per il ricordo di quei tempi che mi aveva in qualche modo commosso. Ho ripensato alla sua prima moglie Nina di cui ero amica, poi a suo figlio Malcolm morto giovane e di colpo, alla saggia Aureliana. E però non l’assolvo per le tante sue scelte, da quando abbandonò inaspettatamente gli “ingraiani” all’XI congresso del Pci nel 1966, e noi tutti fummo allontanati da Botteghe Oscure, ai tanti anni di netta rottura dopo la radiazione del manifesto, a quelli in cui si mosse al contrario rispetto alla scelta sempre più radicale di Berlinguer dalla fine degli anni ‘70 e poi – ultima e nuova rottura – quando rientrammo nel Pci per invito di Berlinguer stesso pochi mesi prima della sua morte e fummo anche noi “manifesto/pduppini“ delegati all’ultimo congresso, il XVIII. Con Ingrao presentammo una mozione alternativa perché la piattaforma da lui presentata, nonostante parlasse di femminismo e di ecologia, ci appariva fumosa e inconcludente. La sua Bolognina dell’anno successivo ne fu la prova.
Sempre sui novanta anni di Occhetto, si sono espressi, in altre sedi Matteo Marchesini e Marco Damilano
Matteo Marchesini
Oggi Achille Occhetto fa novant'anni. Su di lui si possono dire molte cose penose. Ma mai quante se ne possono dire sui suoi ex compagni, che lo hanno cancellato dal film della loro memoria storica con un taglio sovietico. Quando i massimi dirigenti postcomunisti dedicano ampie e pompose riflessioni alle vicende della sinistra, infatti, passano disinvoltamente da Berlinguer-Craxi a Ulivo-Pd saltando a piedi pari la Bolognina, come se non fosse mai esistita. Malgrado tutto, Occhetto è migliore di questi malvissuti divenuti macchiette di Floris o lobbisti dei due mondi.
Marco Damilano
I novant’anni di Occhetto, il leader che ha evitato lo sfacelo della sinistra
Senza il suo coraggio, con tutti i limiti e gli errori, la sinistra si sarebbe dissolta, tra la burocratica e cinica amministrazione dell’esistente e la vanitosa e vacua testimonianza, o sarebbe finita a destra. E oggi non ci sarebbe il Partito democratico perno di una coalizione di centro-sinistra tutta da costruire
«L’autentica prigionia che è la vita di un leader minaccia di mutarsi in un ergastolo», scrisse Michele Serra sull’Unità all’indomani delle sue dimissioni da segretario del Pds, il 14 giugno 1994. «Ieri me lo sono visto, come in certi film americani, con il vestito a righe e la lima in mano che corre verso il confine del Messico. L’ho immaginato che si gira, un’ultima volta, per dare un’occhiata al suo paese e alla sua vita e poi scompare verso il polveroso orizzonte mentre scendono i titoli di testa. Vorrei una particina minore nel film di Achille l’evaso per offrirgli, in un baretto dalle parti di Tijuana, un doppio rhum. Alla salute, compañero. Alla tua salute».
Achille Occhetto compie novant’anni, è nato a Torino il 3 marzo 1936, è sfuggito alla tentazione del potere, è sempre rimasto un’intelligenza libera. Conversare di politica con lui nella sua casa, la pipa accesa, la foto con Ho Chi Min alla parete, significa scorrere un secolo, o quasi, di passione politica. La sua biografia attraversa il cattolicesimo di Felice Balbo, l’azionismo, gli incontri con Cesare Pavese, il Pci e i movimenti, «sono parte integrante della storia, i processi che nascono indipendentemente dalle centrali politiche e partitiche», disse a Walter Veltroni che lo intervistava (A dieci anni dal ‘68, Editori Riuniti).
La Rivoluzione francese, di cui il Pci era figlio, disse all’inizio del 1989 sull’Espresso, «abbiamo ancora davanti il compito di realizzare davvero un’integrazione compiuta tra libertà e uguaglianza», scatenò un putiferio. Mancavano ancora dieci mesi alla caduta del muro di Berlino e al cambio del nome e del simbolo del Pci, la svolta apparve avventata, improvvisata, priva di elaborazione culturale, tuonarono i chierici della conservazione. Invece aveva radici antiche, profonde e popolari.
Un nuovo partito per la sinistra
Un nuovo partito per la sinistra, si intitolava la relazione di Occhetto al comitato centrale del Pci del 24 novembre 1989: «Ci troviamo dinnanzi a un nuovo inizio, che non è dispersione né flagellazione. Un nuovo inizio per far vivere il meglio della nostra tradizione... Si può così aprire la strada a una vera e propria costituente, un processo alla cui fine vi sia una cosa nuova e un nome nuovo».
Nel 1990, nel catino del Palasport di Bologna interamente rosso, per chiudere l’ultima relazione da segretario del Pci fondato a Livorno nel 1921, scelse i versi dell’Ulisse del poeta inglese ottocentesco Alfred Tennyson: «Venite amici/ che non è mai troppo tardi per scoprire un nuovo mondo./ Io vi propongo di andare più in là dell'orizzonte conosciuto./E se anche non abbiamo la forza/ che in tempi lontani mosse il cielo e la terra / siamo ancora gli stessi, unica eroica tempra di eroici cuori./ Indeboliti forse dal fato, /ma con ancora la voglia di combattere, di cercare, di trovare, /e di non cedere...».
«Occhetto, l’uomo dell’Azzardo, sembra parlare più alla società italiana che allo stato maggiore delle Botteghe Oscure. È un cambiamento sconvolgente che Occhetto, temiamo, dovrà pagare caro», scrisse Giampaolo Pansa su Repubblica.
Non era un azzardo
Non era un azzardo, ma lo pagò carissimo, con il calvario organizzato da chi costruì sui giornali la sua immagine di fool e gli fece mancare il quorum alla prima elezione da segretario del Pds. Quel trattamento che ha fatto di Occhetto il primo di una (non lunga) catena di leader di sinistra dileggiati dal circuito autoreferenziale spin-retroscenisti-commentatori e amati dal popolo.
Occhetto può oggi rivendicare una battaglia che continua, come fa nel libro appena pubblicato (Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia, Passigli): «Il futuro esiste soltanto come il movimento reale per cambiare e foggiare il presente». È la «magnifica avventura», come la chiamò Norberto Bobbio nel 1991: «La creazione di una nuova sinistra, oggi, nel deserto di idee della politica quotidiana è una magnifica avventura». Senza il suo coraggio, con tutti i limiti e gli errori, la sinistra si sarebbe dissolta, tra la burocratica e cinica amministrazione dell’esistente e la vanitosa e vacua testimonianza, o sarebbe finita a destra. E oggi non ci sarebbe il Partito democratico perno di una coalizione di centro-sinistra tutta da costruire.
Oggi la costruzione di una nuova sinistra è l’impresa da compiere per la leadership attuale. Per Occhetto resta una magnifica avventura. Non è mai rimasto prigioniero delle incompresioni degli altri e neppure di se stesso. Nonostante i rimpianti e i dolori, ha sempre coltivato la voglia di combattere, di cercare, di trovare, e di non cedere. Alla salute, Occhetto, alla tua salute.




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