giovedì 12 marzo 2026

Ulisse agli Inferi

 ulisse, la massa anonima e il nessuno quotidiano

Miti rivisitati. Un episodio dell’«Odissea» (la visita dell’eroe agli Inferi) merita una rilettura che anticipa uno dei temi cruciali del moderno: l’apparire di una folla senza nome. Nella sua paura un nostro specchio

A restauro ultimato, 2026, domina – sulla volta della sala del trono del palazzo dei principi di Monaco – l’imponente affresco: Ulisse e le ombre dei morti, riportato alla luce nel 2020. Un episodio dell’Odissea che va letto oggi soprattutto nel suo sorprendente finale.

In effetti, la parte conclusiva del libro XI – dedicata alla visita dell’eroe agli Inferi – ci presenta un notevole cambiamento nell’atteggiamento di Odisseo: fino a quel punto, la processione degli eroi si svolge con tono sostenuto: «Il vincitore mi vede, mi riconosce subito; / geme e mi rivolge queste vigorose parole…». Ulisse viene riconosciuto e il dialogo che segue è un “trionfo della fama” (tale, del resto, sarà l’interpretazione che Virgilio e Dante daranno della visita al Limbo, all’orlo degli Inferi, nella Divina Commedia). Ma, improvvisamente, i grandi personaggi, evocati per nome, scompaiono: il principium individuationis cessa, e una folla anonima avanza in ranghi serrati: «[…] Ma un infinito / Popol di spirti con frastuono immenso / Si radunava; e in quella un improvviso / Timor m’assalse…».

Odisseo si ritira senza indugio; non è solo la paura di veder apparire il fatale «volto della terribile Gorgone», ma forse – più profondamente – la consapevolezza che questa massa di spiriti non è più riconoscibile, che “il suo nome è Legione”, come ha mirabilmente osservato Jean Starobinski a proposito di una pericope tratta dai Vangeli (Le combat avec Légion, in Trois fureurs, Gallimard, 1974). Per la prima volta nel poema omerico, emerge la paura – così caratteristica dei nostri tempi – della massa anonima, che non si ferma né si lascia interrogare; «quella folla – direbbe Victor Hugo – / Che, mai avendo avuto un punto d’appoggio, crolla / E precipita folle nel profondo di eventi oscuri” (L’Année terrible, XIII: À ceux qu’on foule aux pieds).

Il “moderno” avanza...

Forse questa folla anonima è lo specchio inconscio di un Odisseo che ricorda di essere stato, di voler essere stato Οὖτις , nessuno, un senza nome e senza identità; e tutto ciò che ha evitato e fatto per tornare libero – l’uomo di una perenne fama – può nuovamente perdersi in questa folla anonima che avanza.

Che sia la perdita del principium individuationis che distingue l’eroe classico, o la paura di un regresso a Οὖτις , questa apparizione della folla anonima di spiriti segna per sempre la modernità fondatrice dell’Odissea. Basti pensare al ritorno di Οὖτις durante il Rinascimento: «all’alba dell’evo moderno, nel XVI secolo, l’ “uomo comune” appare con i segni di una sventura generale di cui pure si fa beffe. […] Chiamato Chacun (nome che tradisce l’assenza di un nome), questo antieroe è dunque anche Personne, Nemo, così come l’inglese Everyman diventa Nobody, o il tedesco Jedermann Niemand» (M. de Certeau, «Chacun» et «Parsonne», paragrafo dell’articolo Une culture très ordinaire, «Esprit», 1978, n. 10, poi in L’invention du quotidien, Paris, UGE 10/18, 1980, tome I).

Per tali tratti, dunque, l’Odissea si separa definitivamente dal mondo mesopotamico di Gilgamesh ed Enkidu, e poi greco di Achille e Patroclo nell’Iliade e latino di Eurialo e Niso nell’Eneide, dall’uno che si specchia nel suo doppio, per fondare il dramma moderno dell’individuo e della massa, dell’anonimo e della folla, di ciascuno e tuttavia di nessuno, che solo Beckett e Celan nel Novecento hanno saputo riscrivere alla radice del dramma umano: «Il n’y a personne, il y a une voix sans bouche, et de l’ouïe quelque part, quelque chose qui doit ouïr, et une main quelque part [...] enfin quelque chose, quelque part, qui laisse des traces, de ce qui se passe, de ce qui se dit, c’est vraiment le minimum» (Beckett, Textes pour rien – XIII (testi degli anni 1946-1950) [Paris, Minuit, 1955]. E più ancora: «rien que poussière et pas un bruit sinon qu’est-ce qu’elle t’a dit venu parti est-ce que c’était ça quelque chose comme ça vu parti personne venu personne parti à peine venu parti à peine venu parti» (Beckett, Cette fois -That Time, Faber and Faber, London 1976).

Ma questo « non venire e non partire » di nessuno – così simile all’ultimo gesto di En attendant Godot: «Silence. VLADIMIR. - Alors, on y va? ESTRAGON. - Allons-y. Ils ne bougent pas. / RIDEAU» – non è una dimissione, ma semplicemente uno stare, un perenne «star attendendo», quale Celan tende nella più alta sofferenza / resistenza, nella piaga, sopra la piaga, per riaffermare un solo principio, assoluto, STEHEN, im Schatten : «STARE, all’ombra / delle stimmate nell’aria. // Uno stare per nessuno e per nulla, / Sconosciuto, / per te / solo. // Con tutto ciò che lì ha spazio, / anche senza / parola» (da Atemwende).

Contro tutto ciò che ci spinge ad avanzare solo per trovare degli Holzwege, dei «sentieri interrotti»; contro tutto ciò che ci raccoglie uniformi nell’ anonimato, l’Unerkannt di Paul Celan diviene l’orizzonte stesso dell’interrogazione e della dignità umana, semplicemente un “inconoscibile-che-diviene-cuore”: «Cosa aperta, / cui i pensieri, tattili, / fanno domande / su - - / su che cosa? // Su / l’Irripetibile, su / di esso, e su / tutto. // Gorgoglianti sentieri verso laggiù. // Qualcosa, che è in grado di camminare, senza un saluto, / come Un-divenuto-cuore, / viene» (À la pointe acérée da Die Niemandsrose). È dunque siffatto Etwas, questo minimo «qualcosa» che ci ha consegnato Nessuno, e che non è di nessuno, che è nient’altro che respiro, il nostro Οὖτις a venire, il nostro avvenire.


Il testo di Carlo Ossola è uno stralcio

del suo intervento al convegno

di Monaco «Avec Ulysse par tous les temps», tenutosi il 5 e 6 marzo scorsi

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