lunedì 2 marzo 2026

Una guerra indefinita

Benjamin Delille
Attacco all'Iran: dal punto di vista degli Stati Uniti, una guerra evitabile e senza fine
Libération, 2 marzo 2026

Torniamo sempre a George Orwell . Tra le dichiarazioni di Donald Trump di questo fine settimana sull'attacco all'Iran , c'è lo slogan di 1984 : "La guerra è pace". Secondo il Presidente degli Stati Uniti, non c'era altra soluzione per pacificare il Medio Oriente che gettarlo in un inferno di fuoco .

Per giustificare l'Operazione Epic Fury, lanciata questo fine settimana, il miliardario ha brandito la minaccia di un Iran dotato di armi nucleari, nonostante quest'estate abbia affermato di averne distrutto le capacità e gli esperti ritengano che il programma sia in ritardo di un decennio. Giura che la Repubblica Islamica non è mai stata disposta a negoziare in buona fede, che ha cercato incessantemente di distruggere gli Stati Uniti fin dal suo inizio e che è giunto il momento di rovesciare il regime.

Nulla, tuttavia, viene detto su come raggiungere questo obiettivo. Negli Stati Uniti, dove l'inquilino della Casa Bianca è stato eletto con la promessa di porre fine all'interventismo straniero, la prospettiva di una nuova "guerra senza fine" è tanto preoccupante quanto scandalosa . E la morte di tre soldati americani questo fine settimana riapre le ferite della "guerra al terrore" lanciata da George Bush dopo l'11 settembre 2001, con le sue centinaia di vittime e le sue migliaia di veterani traumatizzati, molti dei quali vedevano in Donald Trump un convinto isolazionista, pronto a voltare pagina.

"È ancora una bugia e l'America è ancora l'ultima ad arrivare ", ha dichiarato indignata sabato 28 febbraio Marjorie Taylor Greene, la deputata repubblicana che si è dimessa dopo aver rotto con Trump a novembre. "Ma questa volta sembra il peggior tipo di tradimento, perché proviene proprio dall'uomo e dall'amministrazione che pensavamo fossero diversi e che avevano promesso che questo non sarebbe mai più accaduto".

Fai un salto nell'ignoto

Mentre finora l'amministrazione si è accontentata di attacchi chirurgici per distruggere obiettivi specifici all'estero, o di inviare le sue forze speciali a rapire il presidente venezuelano Nicolás Maduro , l'idea di rovesciare un regime teocratico paranoico, ossessionato da decenni dalla propria sopravvivenza, costituisce un vero e proprio salto nel vuoto.

"La strategia della decapitazione potrebbe aver funzionato. Ma uccidere Khamenei, che era vecchio e infermo, non equivale a un cambio di regime ", insiste l'editorialista David Ignatius sul Washington Post . "Se esiste un piano per il futuro, non ho sentito nessun funzionario americano o israeliano spiegarlo".

Sebbene la morte dell'ayatollah Ali Khamenei sia stata generalmente accolta con favore, durante il fine settimana la maggior parte dei membri democratici del Congresso ha ricordato a Donald Trump i suoi obblighi di fronte a quella che considerano una "guerra per scelta", poiché non vi era "alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti", come ha ribadito domenica il senatore Mark Warner, il principale esponente democratico della Commissione Spionaggio del Senato: "Deve comparire davanti al Congresso e al popolo americano e chiedere una dichiarazione di guerra. Non ha il diritto di farlo da solo".

"Corruzione flagrante"

La preoccupazione di fondo è che l'ex magnate immobiliare abbia lanciato questa guerra più per tornaconto personale che per il bene degli iraniani oppressi dalle Guardie Rivoluzionarie . Molti la vedono come l'ennesima distrazione in un momento in cui Donald Trump è più impopolare che mai, con politiche economiche poco convincenti e il caso Epstein che si sta rivelando imbarazzante .

Lo storico Timothy Snyder, da parte sua, teme che il clan Trump, i cui affari in Medio Oriente sono prosperati dal suo ritorno alla Casa Bianca, stia ricambiando il favore offerto agli Stati arabi del Golfo attaccando l'Iran: "Data la sconcertante e palese corruzione dell'amministrazione, è lecito chiedersi se le forze armate americane non vengano ora utilizzate su richiesta". Ma niente di tutto questo resisterà alla prova del tempo. Più a lungo si protrarrà questa guerra, decisa senza alleati europei e con il solo aiuto di Israele e, a quanto pare, con l'approvazione dell'Arabia Saudita, maggiore sarà l'indignazione negli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto di Hormuz e l'aumento dei prezzi del petrolio rischiano di far salire il prezzo della benzina alla pompa e di indebolire ulteriormente il potere d'acquisto degli americani, più preoccupati del proprio portafoglio che della sorte del popolo iraniano. E la prospettiva della caduta del regime attraverso una sola campagna aerea sembra illusoria. Ciò solleva una questione importante, a cui Donald Trump non sembra pronto a rispondere: l'invio di truppe di terra. Forse può ancora convincere alcuni dei suoi elettori che "la guerra è pace ", ma questo diventerà difficile se manderà i loro figli a morire in prima linea.


Mario Del Pero
Deliri di onnipotenza?

No, è difficile provare qualsivoglia pietà per un uomo come Khamenei o per gli altri vertici di un regime oscurantista e sanguinario, che solo poche settimane fa sterminava ragazzi e ragazze scesi un’altra volta in strada a invocare libertà. Sì, è necessario e doveroso esercitare una critica minuta all’azione israelo-statunitense, la filosofia che vi sottostà, gli assunti strategici e politici che la ispirano, le parole con cui la si giustifica.

Nel caso dell’amministrazione Trump si assiste all’ennesima, eclatante violazione del diritto internazionale e della Costituzione. Non ci si perita nemmeno di cercare una qualche giustificazione legale dell’azione o di coinvolgere, anche con una semplice notifica, il Congresso. Un presidente ebbro di violenza dispiega con ostentato piacere quelle capacità militari senza eguali nella storia di cui gli Stati Uniti dispongono. Rivendica poteri assoluti nel suo ruolo di accusatore, giudice ed esecutore. Usa la forza, presumibilmente, anche nel suo ruolo di Presidente a vita e dai poteri illimitati di quel “Board of Peace” che ambisce ad essere la nuova, fondamentale istituzione della governance globale. Lo fa, quasi certamente, convinto dai membri – statunitensi e israeliani – di quell’alleanza ormai osmotica tra le destre estreme dei due paesi.

Con quali obiettivi? E con quali potenziali cortocircuiti?

I primi rimandano agli schemi ostentatamente neoimperiali della politica estera trumpiana e a come questi definiscono i progetti di plasmare un nuovo Medio Oriente. Teatro nel quale un Iran grandemente indebolito e a sovranità sostanzialmente limitata abbandonerebbe qualsiasi ambizione a svolgere un ruolo significativo nella regione. Dove l’influenza dei paesi del Golfo si eserciterebbe primariamente nel loro sussidiare economicamente gli Stati Uniti: concorrendone a finanziarne il debito e garantendo cospicui investimenti, indirizzati anche verso le tante attività di Trump e della sua famiglia, immobiliare e criptovalute su tutti. E dove, infine, la sola e vera potenza regionale – quella che opera in sincrono con l’impero statunitense – sarebbe un’Israele legata organicamente agli Usa, capace di preservare l’ordine (e le gerarchie regionali) attraverso il dispiegamento di un’impareggiabile forza militare senza dover temere rappresaglie, estesa territorialmente con l’inarrestabile inglobamento della Cisgiordania, e “liberata” infine del problema palestinese, anche attraverso l’espulsione di massa di una parte consistenti degli abitanti di Gaza.

È un disegno che poggia sulla disponibilità a fare ricorso prolungato, se non permanente, a una violenza massiccia, come abbiamo visto e stiamo vedendo. E che concorre ad affondare quel che resta di una qualsivoglia parvenza di rispetto del diritto. Ma al di là della sua crudeltà, del suo cinismo e della sua illegalità, è un disegno realistico? Lo scopriremo ovviamente con il tempo. La storia – anche quella molto recente – ci dovrebbe indurre alla cautela e alla preoccupazione. Dalla Libia all’Iraq all’Afghanistan, tanti nel XXI secolo sono stati gli interventi che hanno promesso, decapitando un regime e i loro brutali leader, di trasformarne in profondità i sistemi politici e le società, esportando libertà e generando così lealtà verso i “liberatori” statunitensi. Sappiamo bene, fin troppo bene, come è andata a finire: quali sono state le conseguenze; quale è il retaggio. L’Iran è un paese di novanta milioni di abitanti, un sistema di potere stratificato, una società articolata e complessa, una comunità scientifica all’avanguardia, capacità tecnologiche (e quindi militari) rilevanti. Pensare che basti eliminarne i vertici per promuoverne un cambiamento radicale appare davvero ottimistico se non velleitario. Ritenere, come pare ritenere Trump, che la minaccia e il dispiegamento costante della violenza sarà sufficiente per tenere Teheran in riga, e renderla acquiescente ai disegni regionali israeliani e statunitensi, sembra parimenti irrealistico. A monte agisce un senso di onnipotenza e d’impunità che il presidente statunitense incarna e sussume. E che, sul piano interno così come su quello internazionale, pare ispirarne ogni giorno di più azioni e comportamenti.

Il Giornale di Brescia, 2 marzo 2026

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