martedì 31 marzo 2026

I lirici greci tradotti da Alceste Angelini


Filippomaria Pontani
Alceste Angelini
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

 «Ogni parola nuova, scaturita dal sangue, avanti di trascorrere ai miei modi, scontò la propria origine sopra quei testi illustri e insolitamente animati». Così nel 1946, dopo il sangue della guerra, il ventiseienne Alceste Angelini, in procinto di laurearsi all’università di Firenze (e delle Giubbe Rosse), tracciava la continuità di fondo fra le proprie Prime poesie e le Traduzioni dal greco che si intersecavano nella sua opera prima. Con mossa non rara nelle nostre lettere (da Leopardi a Fortini), il giovane senese, atteso da un’appartata vita di insegnante di lettere, alternava i propri versi agli squarci di Saffo, Ibico, Archiloco, senza velleità erudite né smaccate riverenze alla Musa di Salvatore Quasimodo, le cui versioni (edite primum nel 1940) rappresentarono comunque uno spartiacque, un «capolavoro di poesia che si nutre di poesia» (così Enrico Cerroni nell’ottima rassegna che chiude i Lirici greci della Salerno, 2015). Nella loro «vocazione laconica» (A. Fo), esistenzialista e materialista a un tempo (il curatore Luca Lenzini evoca il primo Montale, oltre a Sbarbaro, grande amico di Angelini), le poesie della plaquette del ’46 aborrivano l’artificio, definendo il perimetro di una lirica schiva che nel traghettare l’antico cedeva ad alcune tentazioni (perifrasi evocative, virate alla prima persona, espansioni metaforiche), ma teneva un tono dimesso, pregno di natura e di toni crepuscolari (Ibico: «O ramo adolescente / delle cerule Grazie, / Eurialo, culla soave delle Muse: / Venere, forse, e la persuasione / dalle ciglia dolcissime / entro fiori di rosa t’allevarono”»). Negli anni successivi Angelini tradusse anzitutto epigrammisti, confezionando per i “bianchi” Einaudi un Asclepiade (1970) e un Callimaco (1990), e tornando poi a Mimnermo e altri poeti greci nel 1993, un anno prima di morire. Se nelle versioni più tarde si sente l’eco delle versioni einaudiane di F.M. Pontani (i Lirici del ’69 e l’Antologia Palatina del 1978-81), nella resa dei distici elegiaci Angelini sceglie spesso versi brevi e irregolari, aperti o chiusi da un lampo d’endecasillabo, con esiti di rara freschezza specie negli epitafi e nei testi amorosi (Asclepiade: «Il delicato viso di Nicàrete / ferito di desiderio / appare spesso all’alta finestra. / Gli occhi azzurri di Cleofonte, / fermo davanti alla soglia, / lo consumano: cara Afrodite, / i lampi del suo sguardo»). La raccolta che esce oggi rivaluta Angelini come poeta e come dimenticato interprete della lirica antica, intesa oltre le barriere dei generi consacrati - in più degli epigrammi troviamo qui anche lo struggente secondo stasimo dell’Ifigenia in Tauride euripidea. Ancora nel 1993 Angelini scriveva in proprio testi come questo, figli di quella grecità amata per una vita: «Poi gli anni presero a correre / e nessuno di noi ebbe più l’animo / di volgersi a guardare: venne un giorno / che restammo incantati dall’abisso». 

 Alceste Angelini Poesie e traduzioni dal greco a cura di Luca Lenzini, Genova, San Marco dei Giustiniani, pagg. 236, € 29

Alberto Olivetti
Alceste Angelini, traduttore dei poeti greci

il manifesto, 3 ottobre 2024

Alceste Angelini (1920-1994) tra il 1941 e il 1944 pubblica alcune delle sue traduzioni dai poeti greci. Le raccoglie nel 1946, accanto alle coeve sue prove poetiche, in Prime poesie e traduzioni dal greco, presso l’editore fiorentino Vallecchi. Questo accostamento avverte il lettore che traduttore e poeta si offrono come coincidenti, traduzioni e composizioni afferiscono ad un medesimo ceppo lirico.

La antica parola greca è da Angelini plasmata, nel suo renderla italiana, facendo ricorso ad un lentissimo procedimento di conferimento ed assimilazione di senso. Quasi lasci trascorrere ogni singolo vocabolo attraverso gli strati, uno dopo l’altro, della sua interiorità là dove si decanta la peculiare sensibilità di Angelini, capace di far emergere con oculatissima ponderazione ciascuna antica parola per modo che in essa, e del greco di provenienza e dell’italiano raggiunto, si conservi il massimo rispetto. Angelini solo dopo una valutazione puntigliosa e dopo una accurata considerazione delle alternative possibili, perviene alla sua scelta. Essa nasce da lunghe riflessioni svolte per raccordare insieme filologia e poesia.

Bene si intende, allora, come poi il singolo vocabolo possa e debba inserirsi pianamente nella successione delle parole presenti nel contesto e nel costrutto dell’antico componimento. Contesto e costrutto che Angelini intende trasferire conservandone i connotati, ovvero la connessione logica, la tonalità sentimentale, la modalità ritmica resa non nella imitazione passiva dei metri, ma nell’andamento del pensiero che il componimento greco racchiude. Ogni vera poesia custodisce non solo un mondo, ma prima, e ancor più, rivela la vivente umanità, l’humana conditio della quale tutti partecipiamo.

Credo che la virtù inarrivata di Angelini traduttore dei testi di Saffo o di Ibico, di Mimnermo o di Callimaco stia proprio in questo trasportare, di quegli uomini della Grecia, la forma del pensiero, il suo integrale svolgersi fissato nel verso e offerto da Angelini nella sua intatta costituzione. Dove la vibrazione emotiva resta salda nella sua originaria latitudine mentale, noetica.

Da qui, credo, quel carattere definito, fermo, asciutto (una inclinazione ad attenersi all’ambizione oraziana d’una perennità della poesia che trapassa le epoche?) del suo volgere la lingua greca nella lingua italiana, del suo porgere a noi dinnanzi, Angelini, l’opera intatta che il tempo non ha eroso. Netta, senza le aggiunte, le venature, le suggestioni che una recezione meno avvertita e rigorosa, e invece filtrata attraverso moduli e convenzioni letterarie seriori, espone a travisamenti, restauri impropri, fraintendimenti. L’opera di poesia che ha passato i millennî è così condotta al nostro presente integra, attraverso il tempo storico e i suoi molteplici decorsi, perché il lettore la riconosca intimamente sua, a suo perfetto agio nel proprio attuale tempo interiore, umano. A vantaggio di quanto vengo sostenendo sul tradurre di Angelini molte verifiche è possibile fare ponendo i suoi preziosi raggiungimenti a fronte dei risultati ottenuti, sui medesimi testi, da altri traduttori a lui contemporanei. E primo il Salvatore Quasimodo dei Lirici greci del 1940, che segna una data nella vicenda della poesia italiana del Novecento.

Angelini dà alle stampe nel 1993 Mimnermo e altri poeti greci. I quattordici frammenti di Mimnermo avevano avuto una recente (e ineccepibile) traduzione di Filippo Maria Pontani (in Elegia greca arcaica, Einaudi, 1972). Dopo quanto ho fin qui argomentato, a beneficio del lettore, faccio seguire alla traduzione di Pontani d’un brano celebre di Mimnermo (descrive il sonno del Sole quando cala la Notte) quella di Angelini.

«Dorme e va, per vie d’acqua, sopra un letto grazioso -/una gran coppa di mano d’Efesto,/d’oro pregiato, che si libra a fiore d’onda:/è un volo, dal paese delle Espèridi/all’Etiopia, dove il carro celere e i cavalli/stanno, fino al baleno dell’Aurora».

«Un vaghissimo letto/aureo profondo alato,/che Efesto lavorò con le sue mani,/rapido lo trasporta sopra l’onde/dall’orto dell’Esperidi/fino all’arida terra d’Etiopia,/dormente: i suoi cavalli/sono qui fermi, aspettano/l’alba caliginosa».

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