Mario Del Pero
Trump gioca con il fuoco e rischia di perdere tutto
Domani, 5 marzo 2026
I primi sondaggi sulle reazioni dell’opinione pubblica statunitense alla decisione di muovere guerra all’Iran indicano come una larga maggioranza di americani, inclusa un’ampia percentuale di repubblicani, sia contraria (circa il 50 per cento) o incerta (il 30 per cento).
Solo una minoranza che non supera il 20-25 per cento sarebbe favorevole. Si tratta di dati ancora volubili, destinati a mutare a seconda dell’andamento del conflitto e della capacità di Trump di offrire, come gli è riuscito in passato, una narrazione capace di convincere almeno una maggioranza della sua base Maga.
Un compito però non semplice, questo. Perché il basso sostegno all’attacco in Iran s’intreccia con gli elevati tassi d’impopolarità del presidente e con una generale disapprovazione delle sue politiche che si estende ormai a quella estera e di sicurezza.
Particolarmente significativi sono i numeri relativi alla fiducia sulla capacità di Trump di fare un uso appropriato dello strumento militare: di quella impareggiabile capacità degli Usa di dispiegare la violenza di cui il presidente statunitense pare essere ogni giorno di più infatuato. Non più del 25 per cento degli intervistati dichiara infatti di averne, con una percentuale che non supera il 15 per cento tra gli elettori indipendenti.
Sono numeri che non possono che preoccupare il presidente. Che riflettono, sì, un più generale disincanto nei confronti della guerra, e della guerra in Medio Oriente, alimentato ancor oggi dalla vivida memoria dei fallimentari conflitti statunitensi del XXI secolo. Ma che esprimono anche un preciso, crescente scetticismo verso questa amministrazione e un radicalismo – vieppiù imperiale sul piano esterno e autoritario su quello interno – che preoccupa e spaventa.
A cui si aggiunge inoltre l’ostilità di un numero ampio e crescente di americani a quello che appare essere un allineamento pieno con Israele, di fatto una quasi osmosi tra le due destre estreme al governo (nell’annuale sondaggio Gallup, per la prima volta sarebbero oggi di più coloro che simpatizzano per la causa palestinese che per Israele; la percentuale dei secondi si sarebbe dimezzata in pochi anni e non supererebbe ora il 35 per cento).
I tentativi di misurare il sostegno o meno a scelte precise di politica estera, ovvero l’uso dello strumento militare, vanno a loro volta integrati con quelle relative ad ambiti sui quali questo conflitto può avere pesanti contraccolpi indiretti, dalla borsa al costo di materie prime fondamentali.
A partire dalle crisi petrolifere degli anni Settanta, sublimate nell’immaginario dalle code infinite alle stazioni di servizio, pochi indicatori hanno avuto una valenza politica e simbolica più potente del prezzo del famoso gallone di benzina.
Prezzo che ha avuto un’immediata impennata negli ultimi due giorni. Contestuale a un pesante tonfo dei listini borsistici, in un paese – talora lo si dimentica – dove più del 60 per cento degli americani possiede, direttamente o indirettamente, dei titoli azionari. Se al calo delle borse dovesse corrispondere un’impennata dei prezzi, con conseguenti effetti su un’inflazione ancora alta, la reiterata richiesta di Trump alla Fed di ridurre il costo del denaro risulterebbe irricevibile anche da parte del chairman appena nominato, Kevin Warsh.
E questo ci porta forse all’ultimo indicatore a cui prestare attenzione. Forse il più importante e illustrativo se guardiamo alla storia dell’ultimo secolo: l’indice di fiducia dei consumatori. Che è calato di quasi dieci punti, dall’insediamento di Trump nel gennaio 2025 a oggi. E che, dato ancor più rilevante, si colloca ai livelli più bassi dell’ultimo mezzo secolo, anche sotto quelli rilevati durante la grande crisi del 2008/9.
In uno dei passaggi più sconcertanti del suo discorso sullo stato dell’Unione di due settimane fa, Donald Trump ha dichiarato che solo con delle frodi elettorali i democratici possono vincere le elezioni. La storia – e mille analisi, studi, riconteggi – ci dicono che si tratta di una patente falsità. E ci dicono in realtà che nessun presidente è mai riuscito a sopravvivere elettoralmente a questi numeri.

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