Marco Filoni
Quello che i progressisti non fanno: intercettare i bisogni delle masse
La Stampa Tuttolibri, 7 marzo 2026
Ci sono epoche che hanno fame di concetti. Quella che viviamo è una di queste. Già, perché le categorie di pensiero con le quali abbiamo strutturato le identità politiche sino a qualche decennio fa sono in crisi – o meglio, semplicemente non funzionano più. Di fronte all’inarrestabile ascesa delle destre un po’ dappertutto nel mondo, ci si chiede (o meglio: ci si dovrebbe chiedere) quali sono i concetti, le idee che stanno al fondo di questi movimenti. Perché quel pantheon di autori e concetti che un tempo prosperavano (valori un tempo gridati ad alta voce e vergati rigorosamente in maiuscola: Tradizione, Comunità, Rivoluzione, Sangue e così via…) oggi fanno soltanto la gioia dei nostalgici d’ogni dove. Ma ci dicono poco del nostro tempo.
Come spiegare Trump e Orbán, Musk e Thiel, Meloni e Le Pen, e poi quel che accade per le strade americane con la caccia all’uomo dell’Ice e via dicendo? A fornirci strumenti e un nuovo armamentario concettuale ci viene in soccorso Enrico Pedemonte con il suo Perché la destra vince. Qui l’autore si mette in ascolto del rumore del tempo, e scorge nell’attuale meteorologia una tempesta in arrivo, di fronte alla quale gli allarmi (inascoltati) servono a poco… Pedemonte non si accontenta dello stornello che risuona negli ultimi decenni, stanco – ed ecco perché queste sue pagine sono importanti. Perché spesso la risposta di fronte all’ascesa della nuova destra e dei populismi in tutto il mondo è fatta di luoghi comuni: sin dalle prime righe Pedemonte racconta come le persone che frequenta, i suoi amici, di sinistra, esponenti di quella che chiamiamo società civile, si accomodano fra atteggiamenti autoassolutori. Le spiegazioni di quel che accade sono: i poveri votano a destra contro i loro stessi interessi; le persone scelgono i populisti perché sono ignoranti; questa nuova destra non ha cultura, si nutre di propaganda e fake news salmodiate sui social network. Ecco, proprio da questo tipo di risposte parte Pedemonte: sono luoghi comuni, pregiudizi così tanto calcificati nel mondo progressista e di sinistra da esser diventati ormai senso comune. Invece quella che il presidente francese Macron ha definito “internazionale reazionaria” si nutre di idee e concetti: già conoscerli, analizzarli, studiarli è un buon punto di partenza.
Pedemonte si occupa di chiarire gli itinerari culturali di quei personaggi che hanno plasmato l’ideologia conservatrice oggi dominante. Volendo semplificare, sono tre le correnti che si scontrano e si alleano in questa nuova destra: «una corrente reazionaria sostenuta da una destra cristiana, un populismo identitario e un movimento anarco-capitalista». La prima, la destra cristiana, ha assunto negli ultimi anni molta visibilità (e altrettanto potere) soprattutto negli Stati Uniti grazie a personaggi come il vicepresidente J.D. Vance e Steve Bannon. Il secondo movimento è caratterizzato dai sovranisti, da una forte identità nostalgica del passato e da politiche nazionali legate alla nascita – sono destre dominanti in Europa e per loro ancora funzionano le categorie nostalgiche che già nel 1979 Furio Jesi studiava nel suo classico Cultura di destra (da rileggere sempre nell’edizione nottetempo, ottimamente curata da Andrea Cavalletti). Infine ci sono i personaggi legati alla Silicon Valley, gli ultraliberisti delle grandi aziende tecnologiche che vivono lo Stato come un inutile fardello da superare (alcuni postulano pure la necessità di un’umanità nuova, frutto dell’interazione fra la biologia e l’intelligenza artificiale – con foschi richiami ai vaneggiamenti eugenetici del passato!), e qui andiamo da Peter Thiel a Elon Musk passando per un sempre più numeroso gruppuscolo di multimilionari americani.
Pedemonte mostra come queste correnti hanno fatto quel che la sinistra non faceva o non era più in grado di fare: intercettare i bisogni delle masse, dei popoli. A fronte della crescita delle migrazioni, di una globalizzazione selvaggia e della rivoluzione digitale, ciò che ha prevalso nella maggioranza delle persone è stato il risentimento. Ebbene, dov’era la sinistra? Perché le élite progressiste si sono comportate come turisti in casa propria (così già Cristopher Lasch, nel 1994) diventando quella che l’economista Thomas Piketty ha definito la sinistra dei bramini? Scrive Pedemonte: «Per decenni i progressisti hanno imposto la loro egemonia culturale sulla società. L’hanno usata per cambiare le leggi, allargare la sfera dei diritti, modificare la cultura collettiva, ma hanno smesso di essere il punto di riferimento delle fasce più deboli. Evidentemente molte cose sono andate storte se oggi il 72 per cento dei cittadini del mondo vive sotto regimi autocratici e l’Europa rischia di essere travolta dall’ondata della Nuova Destra».
Cosa fare? Pedemonte non ha ricette, non si candida a fare lo spin doctor: semplicemente studia, analizza, mette in fila dati e idee, evoca il pensiero critico e la logica di senso a fronte di quelle facili e consolatorie scuse che troppo spesso si sentono ripetere. E mostra che di fronte a una tragica disfatta non si può far altro che inventare nuove politiche, riconsiderare le strategie, far sì che la realtà diventi un laboratorio politico. Finora non è accaduto e nemmeno sta accadendo. È ora che si inizi, anche perché fra queste pagine troviamo almeno molte buone ragioni per ripensare il futuro della democrazia, prima che sia troppo tardi.

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