domenica 15 marzo 2026

Porci con le ali. Una copertina

perseguitato dai «porci con le ali»

Icone della gioventù. Pablo Echaurren ricorda come nacque la copertina del libro, tra manifestazioni e giornaletti, e i tentativi di ricomprarsi l’originale

Porci con le ali mi hanno perseguitato per 50 lunghi anni, fino a ieri l’altro. Oggi però mi sono quietato, mi sono pacificato, mi ci sono riconciliato. Come si fa con un parente un po’ rompiballe.

Lo si incontra di tanto in tanto alle feste comandate, lo si accetta per quello che è, in casi estremi ci si gioca a Mercante in fiera o a Monopoli.

Quante volte sono stato descritto come “quello della copertina”. Nel bene e nel male.

A chi piaceva e a chi no. Ma quella maledetta copertina faceva notizia, dilagava in ogni dove, anche in edizioni estere.

Dalle poche copie iniziali Porci con le ali (Savelli 1976) divenne un bestseller, tanto il libro quanto la copertina in sé e per sé (an und für sich direbbe Hegel).

Enzo Siciliano all’epoca recensì addirittura la copertina scrivendo tra l’altro: «Più che la copertina, mi piace il disegno in copertina: disegno che è di Pablo Echaurren… questo disegno di Echaurren con molta sottigliezza mette in pagina quel tanto di ilare e adenoideo, di liberato e inceppato che può esservi nell’animo dei quindicenni… ciò che riesce a rappresentare il disegno di Echaurren non riesce a rappresentarlo e a esprimerlo il romanzo di Rocco e Antonia» (Il buio in cima alle tette, «Tempo», 26 settembre 1976).

Questo dette una sterzata alla percezione di quell’insieme di quadratini che era la mia cifra stilistica (se così si può dire) come artista a prescindere.

L’idea di coinvolgermi nel progetto di una nuova collana editoriale fu di Giuliano Vittori, alfiere e moschettiere dei “Fantastici 4”, un gruppo di grafici devoti agli stampati di utilità sociale e alle iniziative controculturali tipo Filmstudio etc. Giuliano mi disse che c’era da disegnare questa copertina per il giorno dopo. Leggere il libro neanche a pensarci, non c’era tempo né voglia, bastava mescolare sesso e politica.

Ma la sessualità esplicita non era ancora roba da compagni. Infatti, se guardate attentamente (nessuno l’ha mai fatto finora), le scene di nudo femminile sono “raccontate” come fossero estrapolate da riviste di settore, da pubblicazioni scollacciate. Sono rappresentazioni di foto stampate su pagine di un giornale appena sfogliato, un loop ideologico. Un gioco di specchi, un rimpallo di responsabilità.

E sono temperate dalla presenza di un classico Libretto rosso sotto il quale fanno capolino le testate de «Il Manifesto» e di «Lotta continua», organi in linea di condotta a tutti gli effetti e affetti. Come a dire che al guardonismo capitalista si contrapponeva comunque un’ottica “di classe”.

Ovviamente tutto ciò scomparve nella semplificazione dei media che si buttarono a pesce sull’idea che anche i sedicenti rivoluzionari sono incasinati eroticamente. D’altronde uno degli slogan delle femministe era “maschio represso masturbati nel cesso”. Il tripudio di bandiere rosse e falci e martello che caratterizzava il mio lavoro degli anni 70 era perfettamente in sintonia con la contrapposizione tra positivo e negativo. Nel caso specifico quindi cortei e manifestazioni si giustapponevano a giornaletti scollacciati e piccolo borghesi come a dire che due società, due visioni del mondo convivevano sotto lo stesso tetto, nello stesso letto. Che il maschilismo era non troppo strisciante anche tra le lenzuola e tra i rossi vessilli.

Credo però che mediamente il tutto fosse percepito e banalizzato in un mix scollacciato di ribellismo e frustrazioni adolescenziali.

Ma, infondo, io ero amico di Toni Negri che sosteneva che il comunismo era «giovane e bello», un’affermazione che condividevo in toto.

Com’è come non è, il disegno fu accettato e fu “pagato” con un controvalore in natura di 50mila lire. Mi fu cioè concesso un credito in libri della Savelli, la casa editrice in questione. Sarebbe come a dire che fu pagato in buoni interstellari stampati su un imprecisato pianeta di Alpha Centauri e riscuotibili solo su un asteroide della Cintura di Orione dove sopravviveva una comunità di seguaci dell’ancestrale Presidente Mao. Roba da militonti.

Ma la rogna non si limitò ai dindi, quella copertina mi procurò infiniti grattacapi. I galleristi con cui lavoravo cominciavano a sospettare che i miei quadri altro non fossero che delle banali illustrazioni e sappiamo quanto il mondo dell’arte sia inchiodato a una incoercibile puzza sotto il naso in fatto di unicità dell’opera e via discorrendo. Se ne frega, il mondo dell’arte, di Walter Benjamin e dell’epoca della riproducibilità tecnica. Non ne vuole proprio sentir parlare. Quindi cominciai a essere considerato come un ibrido, un millantatore, un illustratore.

Invece i compagni più puri vedevano in quella stessa immagine (e nel libro) un cedimento al voyeurismo piccolo borghese, un ammiccamento alla pornografia in cui sguazzavano i padroni. Una mercificazione dei corpi e una banalizzazione della lotta dura senza paura.

Ne ebbi le scatole piene. Interruppi la professione di artista e mi disciolsi nel flusso del movimento in gran fermento. Disegnavo e complottavo in incognito, collettivamente, su giornali, fanzine, dazibao. Espressioni di quella creatività diffusa che contraddistinse il 1977.

Allorquando mi si chiedeva se fossi io quel Pablo della copertina dei Porci con le ali rispondevo prontamente di no. Tanto che con Justine (che si firmava “la frocia-censora”) pubblicammo una dura stroncatura del libro corredata da un disegno in cui un porco privo di ali ne strozzava un altro regolarmente alato (Va Porcello sulle ali dorate, «Lotta continua», 3 settembre 1977).

Una forma di vendetta tardiva ma figurata.

Ora l’originale della copertina riposa appesa a una parete dell’ufficio di Dino Audino, il patron della Savelli assieme a Vincenzo Innocenti.

I colori dell’acquarellino sono, ahimè, andati persi, stinti, cancellati dalla luce troppo forte. Malgrado ciò quante volte gli ho chiesto di vendermelo, quello straccio cartaceo, per salvarlo, per restituirlo alla dignità di reperto. Nisba, da quell’orecchio non ci sente. Sulla memoria i soldi non hanno alcun potere. Make Art Not Money!

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