domenica 22 marzo 2026

I morti degli altri

Adriano Favole

E gli «altri», Troppi confini cancellano la pietà

Più si creano e si rafforzano differenze invalicabili tra «noi» più si riduce l’orizzonte di una comune umanità

«Non possiamo assolutamente raggiungere la suprema sapienza socratica della conoscenza di noi stessi se non lasciamo mai i ristretti confini dei costumi, delle credenze e dei pregiudizi entro cui ogni essere umano nasce. Niente può giovarci in tale questione di estrema importanza più dell’atteggiamento mentale che ci consente di trattare le credenze e i valori di un altro essere umano dal suo punto di vista. Né mai l’umanità civile ha avuto bisogno di questa tolleranza più di adesso, quando i pregiudizi, la cattiva volontà e lo spirito di vendetta dividono le nazioni europee, quando tutti gli ideali, nutriti e proclamati come le più alte realizzazioni della civiltà, della scienza e della religione sono stati gettati al vento».

Bronisław Malinowski (1884-1942), uno dei fondatori dell’antropologia culturale contemporanea, chiude così il suo Argonauti del Pacifico Occidentale. Siamo nel 1922 e Malinowski, polacco di nascita e britannico d’adozione, ha ben chiari i drammi del Primo conflitto mondiale e i pericoli dei crescenti nazionalismi. L’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri, è per lui il fondamento del metodo antropologico, la via privilegiata per comprendere altre società, ma è allo stesso tempo un principio universale di civiltà. L’empatia dà sostanza a un’idea di comune umanità, quell’umanità che Malinowski ritrova tra i volti e le storie dei nativi delle lontane isole Trobriand (Oceania).

Empatia è la capacità di partecipare alle gioie, ai dolori, ai lutti degli altri. Come quando, il 4 marzo scorso, un intero Paese sembrava essersi fermato per partecipare ai funerali del piccolo Domenico, a Nola. La morte di questo bambino, vittima di una grave malattia cardiaca e forse di un errore sanitario, il dolore di una madre costretta ad assistere per giorni all’agonia del figlio, hanno commosso molti italiani. Le morti non sono tutte uguali. Siamo esseri relazionali, oltre che (potenzialmente) empatici. Il dolore e la morte di chi ci sta accanto ogni giorno, delle persone con cui abbiamo passato gran parte delle nostre vite... la morte del prossimo suscita ben altro sconvolgimento di quella di uno sconosciuto. La pietà e l’empatia colmano in parte questa distanza. Non conoscevamo Domenico, né noi né i politici che hanno voluto assistere di persona ai funerali, né coloro che, per lunghe serate, hanno guardato trasmissioni tv interamente dedicate al caso. Mettendosi nei panni dei genitori del bambino.

Eppure, altre morti ci hanno lasciato indifferenti, né i più alti rappresentanti delle istituzioni le hanno ritenute degne di un comunicato di cordoglio. Negli stessi giorni in cui moriva Domenico, più di 150 bambine delle elementari Shajareh Tayyebeh di Minab venivano uccise da una bomba sganciata da un drone degli eserciti americano e israeliano che hanno attaccato l’Iran. La mattina, le madri le avevano svegliate e accompagnate a scuola, un’ultima carezza e un ultimo sorriso di incoraggiamento, lo zaino preparato a dovere. Qualche minuto dopo i corpi straziati giacevano sotto le macerie di una bomba sganciata da un drone guidato da remoto. Non abbiamo visto i volti di quelle bambine, non abbiamo conosciuto le loro storie, nessun cordoglio collettivo, nessun lutto. È andata così anche per le decine di migliaia di morti bambini a Gaza, in Sudan, in Ucraina, dove 1.300 scuole sono state distrutte o danneggiate dopo l’invasione russa.

Prendendo spunto dal linguaggio e dalle rappresentazioni diffuse nella nostra società, Marco Aime e Federico Faloppa (I morti degli altri, Einaudi, 2025) tentano di spiegare perché tante morti non suscitano la minima empatia. Se è vero che c’è una differenza tra la morte del prossimo e dell’estraneo, la mancanza di pietà è tuttavia il frutto di un processo di progressiva de-umanizzazione, che opera attraverso la costruzione di confini linguistici, politici, culturali che creano la categoria dell’altro-da-noi. Quando i migranti che muoiono nel Mediterraneo sono senza nome, senza volto, senza storia e pure provenienti da Paesi classificati come dittature, cosa può suscitare il cordoglio? Judith Butler ha creato a proposito il neologismo grievability, qualcosa come «luttuosità». Ci sono morti che creano cordoglio e lutto collettivo e ci sono morti e dolori che non suscitano empatia. Più si creano e si rafforzano confini invalicabili tra «noi» e gli «altri», più si riduce lo spazio della pietà e la possibilità di costruire un orizzonte di comune umanità, un universalismo antropologico che, solo, ci può fare sperare di ridurre guerre e massacri. Assistiamo, in questi mesi e in questi giorni, alle conseguenze di politiche che hanno voluto esaltare il «noi» e l’identità, riducendo diritti e relazioni internazionali alla forza cieca della geopolitica.

Le aree di colore diverso del mappamondo che, fin da bambini, ci inducono a credere che l’umanità sia divisa in popoli e nazioni dall’identità irriducibile, tornano al centro dell’azione politica, come ai tempi di Malinowski. Oggi il culto dell’identità corrode ciò che rimane del diritto internazionale: a morire sotto le bombe non sono più ragazze e ragazzi che sognavano un futuro sereno come Domenico, ma masse indistinguibili di altri-da-noi. La grievability è tutta interna al noi nazionale o, al più, ai confini della «civiltà» occidentale.

L’antropologo americano Roy Richard Grinker (Houses in the Rainforest, University of California Press, 1994) racconta che le società dei Lese e degli Efe (Ituri, Repubblica Democratica del Congo) vivono in stretta prossimità, ma si rappresentano diverse tra loro. Coltivatori e abbattitori di alberi i primi; cacciatori, pigmei e abitanti della foresta i secondi. Pur impegnati in continui scambi, Lese e Efe si concepiscono come due «alterità» che vivono in simbiosi ma, dal punto di vista delle abitudini culturali, sono diversi, e non di rado oggetto di denigrazione reciproca. Eppure, dice Grinker, in occasione dei lutti i Lese si affidano agli Efe, alla loro conoscenza e capacità di controllo del male. Quando muore una persona, gli Efe vengono invitati a vegliare nella capanna del morto: in occasione della morte vengono accolti al villaggio, per salvaguardare una comune umanità dai poteri della stregoneria e del male.

Se è vero, come detto, che le morti non sono tutte uguali e che la morte del prossimo ci colpisce in modo più duro di quella dello sconosciuto, rimane il fatto che l’empatia ci permette di metterci nei panni di chiunque soffre, come se fosse il nostro prossimo. In quel come se c’è tutta l’umanità, nella sua assenza ci rimane un atlante di colori diversi divisi da confini blindati, un’umanità fatta a fette, pronta a una guerra senza limiti.

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