domenica 8 marzo 2026

Prigioniera di un destino. Un film

Nicole Wacrenier
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"Jeanne Dielman, 23 rue du commerce, 1080 Bruxelles". Ho appena scoperto, per finire, il film di Chantal Ackerman. È stato prodotto nel 1975, dura 3h25. Jeanne è Delphine Seyrig, l'elegante incomparabile signora di "India Song" di Marguerite Duras e i due film a volte venivano presentati insieme. Secondo Chantal Ackerman, a Duras il film non era piaciuto.

È  straordinario. Nella sua forma a lucchetto, nella sua immobilità evidente, nella sua violenza sotterranea. Chantal Ackerman filma Jeanne nel suo appartamento, la inquadra in lunghe riprese statiche nella sua cucina, nella sua camera da letto, nell'ascensore. A volte per strada dove cammina con passo deciso e vivo, per fare la spesa o per sedersi da sola in un caffè. Jeanne varia poco, la sua giornata è calcolata, controllata, bloccata, ritualizzata. Non parla con nessuno tranne... che a suo figlio che vive con lei... ai clienti abituali che riceve dopo aver sovrapposto con cura al copriletto un asciugamano. Salve, arrivederci. Suo figlio è importante, è uno studente delle superiori molto ordinario che lei serve come un piccolo dio. Entrambi si identificano con gesti identici, ripetuti giorno dopo giorno. Non si guardano. Quando appaiono le parole, esse sono stranamente stravaganti o terribilmente sorprendenti. Sylvain recita una poesia, "Il nemico" di Baudelaire. Lui parla arrotando le r, con accento fiammingo. Vuole essere accettato al liceo. Più tardi, quando lei viene a baciarlo prima di dormire, lui la interroga chiaramente, semplicemente riguardo al suo rapporto con i suoi Padre, sulla sua sessualità di donna. Un amico gli aveva persino detto che il sesso dell'uomo era una spada di fuoco e lui aveva paura per  sua madre. Queste rare parole esplodono nel film e sembrano scivolare via su Jeanne, il cui volto bello e delicato rimane gentile ed enigmatico.

Jeanne-Delphine, chiusa nella camicetta e nella sua acconciatura ben curata. Un elmo improbabile che Jeanne si spolvera con cura. Tutto quel che Jeanne fa è accurato, piegare i vestiti, chiudere il divano pieghevole, preparare a lungo il caffè, sbucciare le patate, arrotolare un polpettone tritato. Tutto viene girato in tempo reale e io mi sono sentita avvinta dal fascino. A poco a poco, piccoli dettagli indicano un problema, una crepa. Cade un cespuglio, il bambino della vicina che Jeanne tiene continua a piangere un po' troppo e forse è anche stanchezza. una rabbia repressa la tradisce. Appena visibile. Quando il secondo cliente (to', riconosco Jacques Doniol-Valcroze) I capelli di Jeanne restano spettinati, la vestaglia non sarà completamente abbottonata, il meccanismo sfugge al controllo impercettibilmente... Jeanne non ce la fa più, lei gira in tondo, Jeanne non sa più.

Eccezionalmente non svelerò il finale magistrale di questo grande film femminista, commovente.


"Jeanne Dielman, 23 rue du commerce, 1080 Bruxelles". Je viens enfin de découvrir le film de Chantal Ackerman. Il est sorti en 1975, il dure 3h25. Jeanne c'est Delphine Seyrig, l'élégante incomparable d'"India Song" de Marguerite Duras et les deux films étaient parfois présentés ensemble. Selon Chantal Ackerman, Duras n'aimait pas le film.
Il est extraordinaire. Dans sa forme cadenassée, dans son immobilité apparente, dans sa violence souterraine. Chantal Ackerman filme Jeanne dans son appartement, elle la cadre en longs plans fixes dans sa cuisine, dans sa chambre, dans l'ascenseur. Parfois dans la rue où elle marche d'un pas ferme, vif, pour faire ses courses ou s'asseoir seule dans un café. Jeanne ne varie presque pas, sa journée est minutée, contrôlée, verrouillée, ritualisée. Elle ne parle à personne sauf...à son fils qui vit avec elle...aux clients réguliers qu'elle reçoit après avoir soigneusement protégé le couvre-lit d'une serviette de toilette. Bonjour, au revoir. Son fils est important, c'est un lycéen très banal qu'elle sert comme un petit dieu. Tous deux ne sont que gestes identiques répétés jour après jour. Ils ne se regardent pas. Lorsque les mots apparaissent, ils sont étrangement loufoques ou terriblement surprenants. Sylvain lui récite un poème, "L'ennemi" de Baudelaire. Il parle en roulant les r, avec l'accent flamand. Il veut se faire accepter au lycée. Plus tard, alors qu'elle vient l'embrasser avant de dormir, il l'interroge clairement, simplement sur ses relations avec son père, sur sa sexualité de femme. Un ami lui avait même dit que le sexe de l'homme était une épée de feu et il avait peur pour sa mère. Ces mots si rares éclatent dans le film et semblent glisser sur Jeanne dont le beau visage délicat reste doux et énigmatique.
Jeanne- Delphine, enfermée dans sa blouse et dans sa coiffure si apprêtée. Invraisemblable casque que Jeanne brosse soigneusement. Tout ce que fait Jeanne est soigneux, plier les vêtements, fermer le divan pliant, préparer longuement le café, peler les pommes de terre, rouler un pain de viande hâchée. Tout est filmé en temps réel et je me suis sentie fascinée. Peu à peu de petits détails désignent un trouble, une fissure. Une brosse tombe, le bébé de la voisine que Jeanne garde pleure un peu trop et la lassitude, peut-être même une colère rentrée la trahissent. A peine visible. Lorsque le deuxième client (tiens je reconnais Jacques Doniol-Valcroze) s'en va, les cheveux de Jeanne restent ébouriffés, la robe de chambre ne sera pas entièrement boutonnée, la mécanique se dérègle insensiblement...Jeanne ne supporte plus, Jeanne tourne en rond, Jeanne ne sait plus.
Exceptionnellement je ne spoilerai pas la fin magistrale de ce très grand film féministe, bouleversant.

Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles 

(Belgio/Francia 1975, colore, 212m); regia: Chantal Akerman; produzione: Évelyne Paul, Corinne Jénart per Paradise Films/Unité Trois; sceneggiatura: Chantal Akerman; fotografia: Babette Mangolte; montaggio: Patricia Canino; scenografia e costumi: Philippe Graff.

Nel suo ordinato appartamento di giovane vedova, Jeanne Dielman conduce una vita regolata come un orologio. Si impegna nei lavori domestici, con la precisione automatica e lievemente maniacale che solo anni d'abitudine possono aver indotto. A metà pomeriggio, mette la cena sul fuoco, poi suonano alla porta: è il suo cliente. Insieme vanno in camera da letto, e poco dopo ne escono; lui paga e se ne va, Jeanne dà aria alla stanza, si lava, apparecchia la tavola. Il figlio Sylvain torna da scuola, i due consumano il pasto serale senza dirsi una parola. Dopo cena, mentre il ragazzino ripassa le lezioni, lei ascolta la radio e lavora a maglia; poi esce, fa una passeggiata nell'oscurità delle strade, rientra e va a dormire. Il giorno dopo tutto ricomincia: lucidatura delle scarpe, colazione di Sylvain, spesa al mercato, lavori di casa, un pranzo frugale, i preparativi per la cena e la visita d'un altro cliente. Ma questa volta le patate cuociono troppo, la cena sarà ritardata, e l'equilibrio di Jeanne si incrina: dimentica di spegnere le luci, non trova più gli utensili di cucina, non riesce a rispondere alla lettera della sorella. Solo il rito della passeggiata serale sembra restituirle la calma. Il terzo giorno l'inquietudine serpeggia in ogni gesto domestico; la chiusura inaspettata dell'ufficio postale turba ancor di più il ritmo quotidiano di Jeanne. Tutto le comunica un vago disgusto. Poi il nuovo cliente arriva, e lei prova piacere: inorridita, gli pianta allora un paio di forbici in gola, quindi si mette a sedere e aspetta.

Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles rimane il punto nodale, la pietra miliare nella carriera di Chantal Akerman, che ha da subito alternato fiction e documentario. Il cinema documentario della Akerman è caratterizzato da una qualità speciale di sguardo. La sua macchina da presa non osserva né sorprende ciò che è 'interessante', secondo il classico approccio documentaristico: semplicemente guarda e mostra, e davanti all'obiettivo vi è ben poco di straordinario. Qualità del suo sguardo è un'insistenza capace di 'far vedere' senza necessità di commenti, inquadrando con non comune padronanza aspetti della realtà in un tempo assoluto. L'immagine frammenta e ricompone il reale rendendolo intellegibile, ovvero, di nuovo e in altro modo, visibile. I lunghi piani-sequenza si succedono secondo una logica puramente plastica. Cinema astratto, si potrebbe dire. Con la differenza che la scelta del punto d'osservazione in cui la regista si pone coincide spesso con la scelta d'un soggetto forte: la vita quotidiana a Mosca dopo la caduta del muro (D'Est, 1993); il sud degli Stati Uniti e il suo clima segregazionista (Sud, 1999); la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, luogo di tensione sospeso tra due mondi (De l'autre coté, 2002).

In un certo senso Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles è prima di tutto un documentario, o meglio un documento, su una giornata nella vita di una donna, una semplice casalinga madre di un adolescente. La osserviamo mentre svolge le sue banali e abituali faccende: ciò che in altri film è soltanto suggerito da ellissi, qui si espande in durata, e il tempo si riempie unicamente di gesti quotidiani privi di importanza e di conseguenze. Ma attraverso un ardito capovolgimento, la Akerman situa questo approccio semi-documentaristico nel contesto d'una duplice fiction, anche se la narrazione propriamente detta viene soltanto sfiorata. In realtà questa casalinga pratica la prostituzione: visite clandestine di 'signori', soltanto intraviste, a casa sua ‒ 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles. Per la loro brevità e mancanza di insistenza queste visite sono in profondo contrasto con le attività casalinghe di Jeanne Dielman. Poi, un giorno, questa routine viene turbata ed è sul punto di divenire un'avventura. "Un giorno...": ecco che interviene la narrazione vera, la finzione a uno stato puro e minimale. Così, "un giorno", Jeanne Dielman prova piacere fisico durante uno dei suoi rapporti sessuali. A partire da quel momento si scatena una serie di catastrofi casalinghe. Il suo quotidiano non funziona più. Il secondo importante elemento di finzione, inaspettato e anticonvenzionale, è la scelta di Delphine Seyrig, all'epoca grande star del teatro e del cinema francese, per il ruolo di Jeanne Dielman. Laddove un altro cineasta, nel rispetto della tradizione neorealista, avrebbe scelto un'interprete anonima o un'attrice non professionista, la Akerman opta per una diva che si trova qui a essere privata di tutti i propri artifici. La scelta di Delphine Seyrig corrisponde a un'esigenza chiara: la precisione quasi matematica, la perfetta coreografia richiesta nell'esecuzione di semplici gesti quotidiani poteva essere ottenuta soltanto da un'attrice dotata di un'eccezionale tecnica gestuale, capace di eseguire i gesti del quotidiano come una partitura musicale. In questo modo il dialogo tra fiction e non-fiction trova una duplice corrispondenza: l'aspetto documentaristico è trasceso da una narrazione semplice ma incisiva, mentre la dimensione irreale legata alla presenza di una star come Delphine Seyrig è non tanto smascherata, quanto ridotta alla sua espressione più nuda, quella di un agire professionale documentato dallo sguardo attento della regista. La costruzione del film impone allo spettatore questo raffinato dialogo tra i due diversi registri senza alcun artificio intellettuale, in perfetta trasparenza. Allo stesso modo il 'messaggio' che, all'uscita del film e poi per molti anni, ha fatto di Chantal Akerman una sorta di ninfa Egeria del cinema femminista possiede una grande evidenza, tanto più sorprendente e forte proprio perché semplice. In seguito il suo cinema, soprattutto sul versante fiction, si arricchirà: il verbo, la parola, ma anche la scrittura contribuiranno a creare un inquietante equilibrio tra ciò che esiste come narrazione e ciò che viene osservato in quanto documento, testimonianza. Cinema che inquadra, dunque, o della durata inquadrata. Sorprendente percorso i cui elementi sono già tutti presenti in questo film, nel quale l'essenza e l'evidenza davvero coincidono.

Interpreti e personaggi: Delphine Seyrig (Jeanne Dielman), Jean Decorte (Sylvain), Henri Storck (primo cliente), Jacques Doniol-Valcroze (secondo cliente), Yves Bical (terzo cliente).

Bibliografia

F. Maupin, Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles, in "La revue du cinéma", n. 303, février 1976.

M. Portal, Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, in "Jeune cinéma", n. 93, mars 1976.

D. Dubroux, Le familier inquiétant, in "Cahiers du cinéma", n. 265, mars-avril 1976.

M. Kinder, Reflections on 'Jeanne Dielman', in "Film quarterly", n. 4, Summer 1977.

J. Loader, Death in Instalments, in "Jump cut", n. 16, November 1977.

P. Patterson, M. Farber, Kitchen without Kitsch, in "Film comment", n. 6, November-December 1977.

S. Heath, Sexual Difference and representation, in "Screen", n. 3, Autumn 1978.

E. de Kuyper, L'aphasie du quotidien, in "Cinéma", n. 14, 1978.

M.J. Lakeland, The Color of 'Jeanne Dielman', in "Camera Obscura", n. 3-4, Summer 1979.

P. Rabinowitz, Housekeeping Tips, in "Wide Angle", n. 4, October 1996.

Il cinema di Chantal Akerman, a cura di A. Aprà, B. Di Marino, Roma 1997.


Erik De Kuyper (Treccani)

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