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martedì 10 marzo 2026

Tomaso Montanari, il personaggio

Fabrizio Roncone
Tv, assemblee (e faziosità). Il picchio Montanari vaga tra Marx e don Milani

Corriere della Sera, 10 marzo 2016

In missione per conto del No c’è anche quel meraviglioso personaggio che è Tomaso Montanari (Giuliano Ferrara: «Gli manca una M decisiva»), molto intelligente, finalmente uno colto che sa parlare e argomentare, padrone di una retorica spesso beffarda e urtante, ma quasi sempre nei limiti, se si tiene, se non slitta sulla pedagogia politica brutale, come è successo l’altro giorno a Firenze, quando ha detto che Meloni, La Russa e Nordio sono una combriccola di «banditi»: e però, a parte appunto l’altro giorno, Montanari è di solito davvero a suo agio nella faziosità più esplicita, forse pure perché è ben dentro un certo rigore intellettuale, anche adesso che va in giro a spiegare il modo in cui questa riforma della Giustizia «mette il governo che la promuove nel solco di Orbán, Netanyahu e dei nazistoidi di AFD».
Diciamo che Montanari è uno di quelli che, da subito, ha intuito come dare al referendum del 22 e 23 marzo solo ed esclusivamente una valenza militante hard, netta, trasformandolo in un voto sul governo e, in particolare, sulla sua premier: Meloni Sì o Meloni No. «È così: siamo chiamati a dire se abbiamo ancora voglia di vivere in un Paese democratico, oppure agli ordini della migliore amica di Trump». Lo ripete ovunque. Gira come un picchio. Assemblee, convegni, ospitate tv. Avete presente, no? Trascrivo da un vecchio ritratto: storico dell’arte assai stimato negli ambienti accademici, curriculum di rara e autentica ricchezza (abbiamo ministri, non dimenticatelo, che si sono inventati d’avere una laurea), attualmente rettore dell’università per stranieri di Siena, anni 54 portati con aria stropicciata, perfettamente sinistrorsa, piacionesco velo di barba e capelli sempre arruffati (continua ad esserci, tra l’altro, una curiosa somiglianza con Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report), Montanari appare rigorosamente infilato in un maglione blu per una forma di allergia alla cravatta, si suppone identica a quella che nutre per il pensiero convenzionale: perché anche questo suo No alla riforma è filtrato con riferimenti culturali non scontati, solidi, essendo lui un cattolico fiorentino cresciuto nel mito di Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani («Altroché comunista come mi urla addosso quel genio di Salvini»), studioso del Bernini, ma con una passione sfrenata per Karl Marx (e, insinuano, per le Birkenstock: però dev’essere una perfidia, perché un amante del bello, sia pure con tendenze radical chic, non può essere attratto dalle tremende cioce tedesche).
Ora, comunque, risponde a La Russa, che lo porta in tribunale: «Vuole le mie scuse? È grave che la seconda carica dello Stato minacci un cittadino per un’opinione liberamente espressa...». Vedremo come finisce. Se finisce. L’ego di Montanari è un cobra di grosse proporzioni.


Giovanni Carpinelli 

Sarà poi vero che Tomaso Montanari dà tanta importanza a Marx? Il ritratto che di lui traccia Fabrizio Roncone non è dei più felici. Vorrebbe essere critico e invece appare soprattutto acrimonioso, acrimoniosamente pignolo. Forse sarebbe bastato insistere sul narcisismo e sullo snobismo del personaggio. Cosa che nell'articolo pure traspare, ma in modo erratico e casuale, fino alla stoccata finale dell'ego assimilato a un cobra di grosse proporzioni. Ben detto, quante energie sprecate a cercare l'ago nel pagliaio.

Claudio Vercelli
Credo che questa sia l'età del narcisismo. L'opinionismo televisivo enfatizza questa condizione, usandolo come volano di teatralizzazione per incentivare audience. Montanari è solo una delle diverse maschere di questa recita. L'acrimonia gli deriva, in fondo, dal scoprirsi il cavaliere che mulinella la durlindana. In quel vuoto dell'azione politica che è l'esatto presupposto affinché l'analisi critica si trasformi in enfatica, ipertrofica e vuota vocazione alla maniacale polemica. Fine a sé.
Giovanni Carpinelli
Claudio Vercelli Ecco, Claudio, questo era il problema con Fabrizio Roncone. Il bersaglio ci poteva stare, la modalità espressiva era discutibile. Tu hai pure allargato il discorso, oltre a qualificare meglio l'oggetto specifico. Un modo per mostrare come la critica possa trovare una articolazione più pacata ed equanime. Lontana dal teppismo denunciato da Raffaele Simone.
Claudio Vercelli
Baruch Spinoza lascia stare l'intransigenza, che a volte diventa intolleranza di RS

sabato 28 marzo 2015

Recalcati sul suicidio del pilota

Massimo Recalcati
Andreas, suicida e boia: la sindrome di Narciso sul volo della morte
la Repubblica, 28 marzo 2015














Andreas Lubitz, il giovane copilota del volo Germanwings che si è schiantato con il suo aereo sulle cime alpine dell’Alta Provenza, ha deciso di sopprimere la propria vita. Non lo ha fatto nel chiuso della propria camera. Ha programmato di farlo sul suo posto di lavoro. Ha voluto farlo nel cielo. Quante volte ci avrà pensato prima? Quante altre volte avrà sfiorato l’abisso della morte? E, soprattutto, per quale ragione darsi la morte, per quale ragione decidere di togliersi la vita? Non possiamo rispondere a queste domande. Non è possibile fare nessuna psicopatologia del copilota del volo di linea della Germanwings 4U9525, Barcellona-Düsseldorf.
Non si può però trascurare l’orrore di questo atto. Perché nella sua scelta di darsi la morte questo giovane non ha tenuto in conto che avrebbe portato con sé altre vite umane. Non ha considerato che il proprio atto suicidario lo eleggeva a boia, a giustiziere di fatto. Altre vite oltre la sua sono morte con lui. Vite che non volevano morire, vite che volevano vivere, che erano, alcune tra loro, appena venute alla luce del mondo.
Non si tratta di demonizzare l’atto suicidario in sé, che resta un atto profondamente umano. Per questo Lacan aveva fatto del gesto suicida di Empedocle che si getta nel cratere infuocato dell’Etna il paradigma della differenza tra vita umana e vita animale. La vita umana, diversamente da quella animale che è assorbita integralmente dall’istinto e dalla sue leggi necessarie, ha sempre il potere di dire di “no!” alla vita, di scegliere di vivere o di morire.
L’atto suicida del copilota Andreas Lubitz appartiene, rispetto a quello di Empedocle, ad un altro universo. Non segnala affatto l’elevazione simbolica della vita umana al di là di quella animale, ma la sua alienazione nelle spirali mortifere del narcisismo. Non è vero che non ha tenuto in conto che stava dando la morte ad altre vite. Egli si uccide decidendo di uccidere altre vite perché ritiene che tutto il mondo si esaurisca nel proprio Ego. Il sentimento dell’alterità gli è totalmente assente. La sua depressione rivela qui il suo fondamento narcisistico. Se io non sono nulla nel mondo anche il mondo deve essere nulla.
Accade anche in quei delitti dove chi si suicida è stato un attimo prima l’assassino brutale delle sue vittime, non a caso, solitamente, suoi familiari o suoi cari: se mi lasci mostrandomi che non ho più alcun valore io distruggo la tua e la mia vita. Per questa ragione il suicidio del copilota va distinto da quello, altrettanto esecrabile, dei kamikaze terroristi. In questi casi l’Ego non trionfa ma sembra sottomettersi — sino all’estrema ratio del sacrificio individuale — al potere ipnotico della Causa. Il terrorista suicida rinuncia alla propria vita per fare la volontà impersonale della Causa. In primo piano c’è un fanatismo collettivo; lo sterminio degli innocenti avviene per realizzare i disegni superiori della volontà di Maometto, del popolo, della Storia o della Razza.
È l’identificazione cieca alla Causa che toglie ogni dubbio all’azione del terrorista rendendolo paradossalmente, anziché carnefice, martire. Nel caso invece di Lubitz non c’è nessuna Causa in gioco, se non quella irrinunciabile del proprio Ego. Per questa ragione è un suicidio tragicamente in linea con la cifra fondamentale del nostro tempo: la sola Causa che conta in Occidente rischia di essere quella dell’affermazione solitaria del proprio Ego. L’Altro non esiste, è un’ombra debole, solo una parvenza. Sapeva il giovane copilota che la sua immagine sarebbe rimbalzata su tutti i media. Sapeva che il suo ego sarebbe stato protagonista. Coloro che ha trascinato con sé nel baratro della morte erano le comparse necessarie a fargli da sfondo. Il suo odio per la vita non poteva fare superstiti. Non c’è niente di più folle del narcisismo dell’ego.