Paolo Martini
Adnkronos
C’è stato un tempo in cui la politica italiana si parlava addosso con il lessico felpato della Prima Repubblica, fatto di perifrasi, allusioni e prudenza. Poi arrivò Umberto Bossi, e la lingua cambiò di colpo: meno congiuntivi, più viscere. Meno retorica istituzionale, più slogan da stadio. Il Senatùr non si limitò a guidare il suo movimento, la Lega Nord: ne inventò la grammatica, costruendo un codice comunicativo che mescolava dialetto, provocazione e una dose calcolata di scurrilità.
"Roma ladrona” non è stato soltanto uno slogan: per il Senatur è stata una formula magica per far breccia nell'opinione pubblica dell'Italia settentrionale, che per lui era la "Padania", altra parola resa un luogo metaforico del suo linguaggio. Tre sillabe e un’accusa, capaci di condensare un intero impianto ideologico. Nello slogan "Roma ladrona" (poi con l'aggiunta della piazza "La Lega non perdona"), si ritrova l’idea di uno Stato predatore, di un Nord produttivo contrapposto a un centro parassitario, di una rabbia che cerca un bersaglio semplice e riconoscibile. Non è un caso che proprio Roma - la città simbolo della nazione . venga trasformata nel nemico per eccellenza: non una critica amministrativa, ma una narrazione.
E poi c’è l’altro slogan, quello che ha fatto più discutere: “la Lega ce l’ha duro”. Qui il linguaggio si fa corporeo, quasi tribale. Non è più solo politica, ma identità virile, appartenenza fisica. È una comunicazione che rifiuta deliberatamente il decoro, perché nel rifiuto del decoro trova la sua forza. La volgarità non è un incidente: è un messaggio. È la dichiarazione di guerra a un’élite percepita come distante, sofisticata, ipocrita.
Bossi parlava come un militante, non come un leader. E forse proprio per questo riusciva a esserlo davvero. I suoi comizi non erano conferenze stampa, ma riti collettivi: urla, applausi, gesti teatrali. In un’epoca in cui la politica si affidava sempre più alla televisione, lui privilegiava la piazza, 'il pratone di Pontida', il contatto diretto, la parola gridata. Una scelta che lo avvicina, per certi versi, ai capi carismatici di altri movimenti populisti europei, ma con una peculiarità tutta italiana: l’uso spregiudicato della cultura popolare e dei simboli.
Emblematico è il rapporto con gli inni. Il ricorso ossessivo al coro del 'Và pensiero' - tratto dall'opera lirica 'Nabucco' di Giuseppe Verdi - a scapito dell'inno nazionale, Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli, non è solo una scelta musicale. È un gesto politico: sostituire il simbolo dell’Unità nazionale con quello dell’esilio e della nostalgia. È la "Padania" immaginata come un popolo oppresso, in cerca di riscatto. Una narrazione potente, anche se storicamente fragile.
Il linguaggio del Senatùr ha spesso superato i limiti del politicamente accettabile. Dalle offese personali - come il celebre “Monti vaffa…” rivolto al presidente del Consiglio e senatore a vita Mario Monti - alle invettive contro il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ('terùn") fino alle provocazioni sul Tricolore, “buono per pulirsi…”, ogni uscita contribuiva a costruire un personaggio. Un personaggio che viveva di eccessi, ma che proprio negli eccessi trovava visibilità e consenso. Eppure, ridurre Bossi a una caricatura sarebbe un errore. Dietro la rudezza c’era una strategia comunicativa precisa. Il suo linguaggio “povero” era in realtà estremamente efficace: accessibile, memorabile, replicabile. Non richiedeva mediazioni, non necessitava di interpretazioni. Era fatto per essere ripetuto, scritto sui muri, urlato nelle piazze, come ebbe ad annotare negli anni '90 il linguista Gian Carlo Oli, il celebre padre del Vocabolario della lingua italiana pubblicato da Le Monnier.
Filippo Ceccarelli
Umberto Bossi è morto, il leader della Lega che ha stravolto la politica italiana
la Repubblica, 19 marzo 2026
Se n'è andato Umberto Bossi, a 84 anni, ma qui non si proseguirà con la retorica del Vecchio Leone. Da Mussolini a Craxi a Berlusconi la storia politica italiana è piena di vecchi leoni ed è un modo troppo facile per rendere l'onore delle armi e lavarsi la coscienza. L'antica e ancora valida distinzione di Machiavelli consente semmai di riconoscere nel Senatùr anche un sentore di selvatico, un tratto di non addomesticabilità che ha qualcosa della volpe, fiuto, furbizia e denti aguzzi – per quanto la raffigurazione zoologica si fermi all'anno 2004, quando il personaggio ebbe un coccolone e non tornò più a essere quel formidabile animale politico che era stato.
Poi la vita dei popoli è più complicata delle semplificazioni giornalistiche e degli inesorabili coccodrilli e ci si chiede se e quanto Bossi abbia contribuito al bene comune, alla soluzione dei problemi, a rendere migliore questo paese. E la sentenza, oltre che ardua, è sfuggente a dir poco, quando non è conveniente rifugiarsi nel giudizio dei posteri.
Anticipare umori e linguaggi
Ma questo nostro presente deve moltissimo al Senatùr. Divertente, aggressivo, pallonaro, un artista della mascherata e dell'insulto. Difficile per chi non l'ha mai conosciuto stabilire quale fosse la maschera e quale l'uomo, forse l'una e l'altro coincidevano in mirabile sintesi, forse c'era e al tempo stesso ci faceva. Però di sicuro ha anticipato linguaggi e modalità espressive oggi del tutto in voga, probabilmente senza rendersi conto, o meglio fregandosene, che mettevano in causa fenomeni epocali, la crisi della democrazia, la fine di una stagione a suo modo di speranza, la presa d'atto che l'idea stessa di futuro stava abbandonando le menti e i cuori dei responsabili di una cosa pubblica che si faceva via via sempre più minuscola.
E il Nord, d'accordo, anzi per dirla a suo modo “il Grande Nord”. Ma proprio l'enfasi, che nella fase gloriosa del Carroccio raggiunse picchi impensabili, devia il ricordo verso le immagini, i suoni, lo spettacolo. Da giovane Bossi fu cantante, con il nome di “Donato”, e lo si comprese dal modo in cui sui palchi della politica afferrava il microfono; secondo alcune testimonianze partecipò al Festival degli Sconosciuti di Castrocaro 1961, a suo tempo un vecchio 45 giri fu messo all'asta. Altre fonti documentarie consentono di ricordare il testo, invero piuttosto inquietante, di un brano dal titolo “Caterpillar”: "Noi siam venuti dall’Italy,/ abbiamo un piano per far la lira:/ entriamo in banca col caterpillar,/ e ci prendiamo il grano".
La scoperta dell’autonomismo
Fu studente svogliato, velocista controverso, diplomato per corrispondenza alla Scuola Radio Elettra di Torino; studente di medicina a tempo perso, con la giovane moglie si spacciò laureato; prima di appassionarsi alla fotografia arrostì salamelle al festival dell'Unità. Ma più che da partiti o passioni si può dire che lo smossero gli scombussolamenti socioeconomici della sua terra, il proliferare di capannoni e viadotti, le acque del lago inquinate, le tradizioni che andavano a ramengo. Si appassionò al dialetto, scrisse poesie, nemmeno brutte, entrò nel giro più che minoritario degli autonomisti. L'odierno, maniacale e a tratti anche manicomiale revival dell'identità deve molto a Bossi. Come spesso accade, il primo leghismo fu un fenomeno iper-folkloristico, ma proprio in questo – a parte la radice lessicale che identifica il folk nel popolo – tanto sottovalutato quanto a suo modo profetico. Senza la predicazione del Senatùr non avremmo passato trent'anni appresso al federalismo, né staremmo oggi a dilaniarci sull'autonomia col rischio di spacchettare l'Italia. Se dar conto degli inizi ha un senso, va detto che negli anni 80 la Lega Nord nacque contro i meridionali dando voce a un razzismo che, dopo essere compresso nei bar sugli autobus, non si vergognava più di esprimere se stesso sui palchi e nei manifesti.
Solo una ventina d'anni dopo si convertì in aperta xenofobia (“Fora dai ball!” gridava un manifesto con vignette che delineavano gli stereotipi dell'arabo crudele, del nero stupratore, dell'albanese spacciatore). Ma fino alle elezioni del 1992, ignari della loro sorte, i partiti grandi e piccoli della Prima Repubblica non videro arrivare Bossi e la sua scalcagnatissima congrega.
Barbaro e fiero di esserlo
In compenso il giornalismo gli diede subito il ruolo, tutto letterario, del barbaro, ciò che a lui piacque moltissimo. Capelli come nido di cicogna, abituccio verde facis, cravatta slacciata, la potenza di un voce roca, inconfondibile e indispensabile per la sparata della ridondanza e la fantasia dell'oltraggio. Scrisse Montanelli che Bossi non si lavava; in un magistrale articolo Pietro Citati, critico raffinatissimo, lo descrisse come l'uomo del bar, dai vetri appannati, che diceva cose strambe sull'universo mondo. A Roma, intesa come cassa di risonanza di Transatalantico, Rai, Curia e salotti, corse voce che si nutriva di pizza e cedrata e che ruttava ovunque e senza pietà. Tutto ciò aumentava la stima e l'affetto del suo pubblico al Nord, dove la Dc soprattutto, ma anche i sindacati, cominciavano di brutto a perdere consensi.
I parlamentari che Bossi si portò nella capitale erano personaggi pazzeschi, senza istruzione né ritegno. Mentre grazie al contributo dei leghisti l'impalcatura della Repubblica dei partiti veniva giù, uno di loro esibì un cappio sui banchi di Montecitorio. Una volta all'anno li faceva giurare fedeltà a Pontida, ma spesso cacciava via in malo modo qualcuno che gli faceva ombra. Tra lui e gli altri leghisti c'era in effetti l'abisso; impossibile che le leghiste, specie se giovani e belle, non fossero innamorate del Senatùr. Anche la fine della democrazia interna nei partiti gli deve moltissimo: stava per aprirsi o meglio per riaprirsi la strada dei partiti carismatici e personali, l'epoca regressiva dei re; e non è un caso che una ventina d'anni dopo proprio in casa leghista si sia tentata una successione basata sul sangue – che l'esperimento del Trota sia fallito miseramente è un'altra di quelle circostanze spiegabili col fatto che dopo l'ictus Bossi era ormai l'ombra di se stesso.
Nemici e minacce
Ma prima, di tutti i politici affermatisi nel corso dell'interminabile transizione all'italiana, fu il più astuto e spavaldo nel rispondere alle aspettative del suo popolo, anch'esso abbastanza barbarico. Il punto più alto – o basso, dipende dai punti di vista – venne raggiunto allorché lanciò nell'agone quella specie di esclamazione priapesca, “La lega ce l'ha duro!”, che una volta volle accompagnare con gesto minatorio rivolto alla povera Margherita Boniver (con cui peraltro si ritrovò qualche anno dopo al governo), il braccio nudo che fuoriusciva con pugno dalla manica della giacca. E la “gabina”, e la canotta, e “Roma ladrona”, e “attacati al tram” detto in tv a De Mita, e “Berluscaz” e “Berluscaiser”, e “la scureggia nello spazio” con cui liquidò l'illustre politologo Gianfranco Miglio, che pure per qualche anno ebbe come consigliere ideologico, consiglio interrotto dopo una selvaggia litigata.
Passò quindi alle minacce insurrezionali, che negli anni 90 facevano più effetto per via della guerra divampata nella ex Jugoslavia, a qualche km di distanza dal confine. Pallottole, esplosivi sui tralicci, l'eco di non so quanti bergamaschi in armi che sarebbe rimbombato nelle valli. Come spesso accade in Italia, un po' faceva ridere, un po' metteva spavento, entrambi le reazioni gli davano la carica, a un certo punto fondò una sorta di milizie, le camicie verdi (si scoprirono poi made in China).
La rottura con Berlusconi
Il furbo Berlusconi se lo portò al governo, ma Umbertone era più furbo, capì che il Cavaliere gli voleva comprare il partito sotto il naso e dopo essersi accordato a tavola con D'Alema e Buttiglione lo fece cadere. Dopo di che diede il via al periodo più incredibile, l'epopea eroicomica di marca celtica, per cui da zero inventò una vera e propria Terra Promessa, la Padania, nozione sconosciuta a qualsiasi storico e geografo. E insieme ad essa, frettolosamente brevettandoli alla luce di un marketing ruspante, escogitò un popolo, una tradizione, una simbologia, una mitologia, una cosmogonia, insomma tutto, compresa la bandiera con il Sole delle Alpi, che poi con le Alpi c’entrava e non c’entrava, trovandosene traccia anche nell’Africa settentrionale.
E' possibile che lo scorrere degli anni ci restituisca la preveggenza di quella fantasmagoria o che invece avvalori la convinzione che di trattava al massimo di una nazione-scimmia; è possibile che anche per Bossi si troverà un posticino nella storia che non sia legato solo al grottesco. Ma lì per lì tutto fu duplicato, fino alla schizofrenia, governo, parlamento, toponomastica, nazionale di calcio, scuola (con movimento degli orsetti padani), meteo, circoli scacchisti, “Collare verde” per cani, pure la creazione di un circo padano fu messa in programma.
La magia che si spegne
Grazie a Bossi tornò a contare – sempre molto all'italiana - la componente mitico-magica che per tanti anni in Italia Prima Repubblica aveva fatto evaporare. Ecco quindi l'acqua santa del Po raccolta sul Monviso, l'ampolla, la gita sul grande fiume, la catena umana di un milione anzi due, lo sversamento nelle acque della laguna, giuramenti, bambini, volo di piccioni, nascita ufficiale di Padania, in pratica la secessione – ma non accadde nulla. Da una finestra una signora esponeva il tricolore, lui disse infamie, ci si pulisca il culo, con relativa condanna.
Ancora oggi è incredibile quanta gente gli credette. Molti rimasero fregati acquistando le zolle del sacro prato di Pontida, o aprendo supermarket made in Padania o quote di villaggi turistici in Croazia; fino a quando non venne fondata e presto affondata la banca, Crediteuronord, e furono guai seri perché con la finanza non si scherza.
Sulla via del declino
La storia è crudele ed è inevitabile stabilire qualche rapporto tra la montagna di debiti e il ritorno dell'alleanza con il Cavaliere, che nel 2001 lo mise alle riforme istituzionali. Lì è difficile dire cosa fece e cosa non fece, mentre è facile illudersi che la sua pazza corsa nella storia politica italiana ebbe una continuazione e forse addirittura un compimento.
Il mito e l'idolatria di Bossi furono spezzati dal malore che impietosamente se lo prese nel 2004, reduce da un spasmodico duetto con Mino Reitano al dopo-festival di Sanremo, il cantante gorgheggiava Italiaaaa Italiaaa e lui, abbracciandolo paonazzo in volto, contraccambiava Padaniaaa! Padaniaaaa!
Il vecchio re barbarico continuò a vivere a lungo nel ricordo come se fosse ancora quello di un tempo; ora che non c'è più davvero, resta da capire quale ruolo tocca dargli nella storia – ammesso che al giorno d'oggi abbia tutta questa importanza.

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