Il Sole 24ore, 8 marzo 2026
Ettore Canepa traccia una magnifica, avvolgente rotta attraverso i mari dell’immaginazione degli ultimi due secoli e mezzo, dalla Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge all’Antartide di Mussapi. Inevitabilmente soggettiva e limitata nell’estensione spaziale e temporale, date le dimensioni dell’oggetto primario dell’indagine, il mare, che dai tempi più remoti ha assunto molte valenze, spesso contraddittorie, sempre polimorfe, nelle civiltà umane. Basti pensare, per esempio, che per il neoplatonico Porfirio dell’Antro delle ninfe, che pure usa l’Odissea come base della propria meditazione, il mare vale la materia, dalla quale l’uomo (Ulisse) deve liberarsi e purificarsi per attendere alla vera filosofia, all’unica sublime sapienza: la contemplazione del mistico.
Mentre sul finire del Duecento un poemetto italiano in endecasillabi sciolti celebra il Mare amoroso. Oppure si ponga mente al Dante della Commedia, dal quale proviene (proprio dal canto di Ulisse) il titolo di Canepa, “per l’alto mare aperto”. Ebbene, quel poema contiene non solo due dimensioni fisiche del mare, quello che Ulisse e i suoi percorrono da Gaeta nel Mediterraneo occidentale sino alle Colonne e oltre, nell’Atlantico verso sudovest, ma anche quello che le anime destinate al purgatorio percorrono su barca sospesa sopra le onde condotta da un angelo, dalla foce del Tevere all’isola sorgente agli antipodi di Gerusalemme, dunque appunto al purgatorio. Non manca neppure una dimensione metaforica, per la quale l’inferno stesso diviene mare “crudele”. E una svolta decisiva per la quale nel Paradiso il mare si trasforma da “gran mare dell’essere” a immagine della volontà divina, “quel mare al qual tutto si move / ciò ch’ella cria e che natura face”: passando quindi da entità metafisica a supremo ente trascendentale. Nella cui dimensione, di oceano di Dio, si manterrà per tutta la terza cantica, da “l’acqua ch’io corro” sino al pelago senza fondo della giustizia divina, poi da “quest’acque” dove ebbe luogo il “discorrer” dello Spirito nella Creazione, fino all’inusitato ponto al fondo del quale Nettuno ammira l’ombra d’Argo, cioè l’essenza stessa dell’Ineffabile.
Persino Mussapi, oggetto dell’attenzione di Canepa nell’ultima parte di Per l’alto mare aperto, aveva elaborato una propria mirabile linea di discendenza in Inferni, mari, isole. Storie di viaggi nella letteratura che muoveva dal tuffatore di Paestum per giungere all’Isola del Tesoro e ai Mari del Sud di Stevenson.
Nel mare delle immaginazioni di Canepa e di Mussapi si può navigare a piacimento, purché si tenga sempre presente l’affresco d’insieme. A me interessava in particolare Carlyle, assente presso Mussapi, ma che Canepa colloca quale seconda tappa della sua linea. Nella Vita di John Sterling Carlyle racconta della sua visita a Coleridge ormai ritirato sulla collina di Highgate, descrivendo il poeta come «un uomo finito, perduto nelle nebbie e nelle illusioni del suo stesso trascendentalismo» e «immerso nell’elemento marino», Londra adesso un “oceano”. Nel successivo Sartor Resartus Carlyle introduce un personaggio, Teufelsdröckh, che è da una parte una controfigura di sé stesso, dall’altra anticipazione dello Zarathustra di Nietzsche, e infine “anello di congiunzione necessario fra il Vecchio Marinaio di Coleridge – nonché Coleridge stesso – e Ahab”, il Capitano di Moby Dick. Il nodo si fa sempre più denso, e le splendide pagine di Canepa disegnano un complesso groviglio della cultura euro-americana: come, lo si sarà compreso, fa tutto il libro.
Ettore Canepa
Per l’alto mare aperto.
Nei mari dell’immaginazione
MorettiVitali, pagg. 218, € 20


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