giovedì 26 marzo 2026

Trattative per nulla

Naqsh-e Rostam

Alessia Melcangi
Strategie parallele e incompatibili, così i colloqui Usa-Iran sono destinati a fallire

La Stampa, 26 marzo 2026

Dopo Gaza e l’Ucraina, anche la guerra in Iran entra nella fase dei “punti”. Quindici, nella versione proposta da Trump, accompagnati dall’idea di una tregua di un mese per riaprire il negoziato. È una formula già vista, la trattativa “alla Trump”: una piattaforma ampia, ambiziosa, che prova a congelare il conflitto dettando, tuttavia, condizioni spesso lontane dalla realtà sul campo. E questa volta potrebbe non funzionare. Per due ragioni. La prima: Teheran ha imparato che ogni spiraglio negoziale può essere travolto da un’iniziativa militare israeliana, spesso sostenuta da Washington. La seconda: il contesto è cambiato e i quindici punti della Casa Bianca, riformulazione di quelli presentati per i negoziati di fine maggio, sembrano non considerare il nuovo peso degli attori coinvolti. E infatti Teheran chiude la porta.

La proposta americana viene respinta come «inaccettabile» e «eccessiva». Nessun negoziato, nessuna trattativa: l’Iran chiarisce che la guerra finirà solo quando saranno soddisfatte le sue condizioni. E questo è il punto reale. Dopo settimane di guerra, escalation e pressione militare, il negoziato vorrebbe riportare tutti dove si trovavano prima del conflitto. Con una differenza: nel frattempo il prezzo è aumentato. Teheran lo sa. La sua posizione è netta: nessun negoziato finché gli attacchi non cessano. Le condizioni delineano una contro-piattaforma rigida: fine delle operazioni militari, garanzie contro nuove aggressioni, risarcimenti, cessazione delle ostilità su tutti i fronti e - soprattutto - riconoscimento del controllo iraniano su Hormuz. È qui che la distanza tra le parti diventa strutturale. E mentre Washington e Teheran restano su posizioni inconciliabili, attorno al conflitto si agita una rete complessa di mediatori. Il primo a muoversi è stato l’Egitto, che ha attivato i suoi canali di intelligence per stabilire un contatto con l’Iran.

Non è solo diplomazia: il Cairo teme un ulteriore deterioramento della sicurezza nel Mar Rosso, che metterebbe sotto pressione il traffico nel Canale di Suez - e quindi una delle principali fonti di entrate del Paese. Accanto al Cairo si muove il Pakistan, con una posta ancora più alta, ossia porsi come interlocutore credibile per entrambe le parti. Islamabad mantiene, infatti, canali attivi sia con Washington sia con la Repubblica islamica, ed è uno dei pochi attori rimasti in grado di far circolare messaggi tra i due fronti. È una potenza nucleare, ha un accordo di difesa con l’Arabia Saudita ed è esposto direttamente agli effetti del conflitto. Le sue forniture energetiche passano da Hormuz, il suo territorio è attraversato da tensioni lungo il confine con l’Iran (oltre a una quasi guerra con l’Afghanistan), e la presenza di una vasta comunità sciita lo rende vulnerabile a ripercussioni interne.

Per Islamabad, la mediazione non è solo un’opportunità. È una necessità. Anche la Turchia si muove su più piani: alleato Nato, ma attore autonomo, con interessi diretti nella crisi e nella stabilità della regione. Ankara osserva, consapevole che qualsiasi accordo ridisegnerà gli equilibri di una regione in cui ha ambizioni proprie. Ma mentre i mediatori cercano spazi di manovra, tutti evitano di affrontare il nodo che rende ogni soluzione strutturalmente precaria: Israele. A Tel Aviv cresce la preoccupazione che Washington possa decretare una pausa dei combattimenti per facilitare il negoziato. Il punto centrale per Netanyahu resta l’arsenale missilistico iraniano. Trump, intanto, si muove su un doppio binario. Da un lato apre alla tregua. Nel frattempo, però, gli Stati Uniti preparano anche lo scenario opposto. Il Pentagono si appresta a inviare circa 3.000 uomini della 82ª divisione aviotrasportata, rafforzando ulteriormente la presenza militare nella regione. Diplomazia e guerra avanzano insieme. Quali scenari? Una tregua tecnica, fragile e temporanea. Uno stallo, con guerra che continua e negoziati che non partono.

Oppure un’escalation, con un coinvolgimento diretto delle forze americane. La proposta pachistana, oggi, non è una soluzione. È il segnale che una via d’uscita viene cercata. Nel frattempo, assistiamo a uno scenario irreale e preoccupante: Trump parla di colloqui «produttivi» e annuncia una pausa temporanea negli attacchi. Il Pakistan si prepara ad ospitare i negoziati nel weekend. L’Iran nega qualsiasi dialogo e rilancia le operazioni militari. Israele accelera, colpendo il più possibile prima che la guerra possa davvero fermarsi. Non è una trattativa. È una sovrapposizione di strategie incompatibili. E in questo gioco disallineato, in cui tutti parlano di tregua mentre si preparano al contrario, una cosa è certa: siamo dentro una fase in cui l’imprevedibilità è diventata la vera regola del conflitto.

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