«L’errore più grave è stato dividere quella famiglia Si può ancora rimediare»
Il neuropsichiatra infantile Ammaniti: «I genitori erano il solo riferimento per i tre bambini, che non sono dei pacchi»
Clarida Salvatori
Corriere della Sera, 9 marzo 2026
«Io sono incredulo. La storia della famiglia nel bosco è iniziata male e rischia di finire ancor peggio»: ha pochi dubbi Massimo Ammaniti — tra i più quotati neuropsichiatri infantili, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza università di Roma e autore di numerosi libri, l’ultimo è «Il coraggio di essere timidi» — nella lettura della vicenda che ha travolto le vite di Catherine Birmingham, suo marito Nathan Trevallion e i loro tre figli. Per loro, il Tribunale per i minorenni dell’aquila ha deciso l’allontanamento della madre e il trasferimento in un’altra struttura protetta.
«Si stanno buttando via anni, anzi decenni, di teorie sullo sviluppo dei bambini. Tutti i miei maestri, da Giovanni Bollea ad Adriano Ossicini, rabbrividirebbero davanti a quanto sta accadendo a queste persone».
Professor Ammaniti, quali potrebbero essere le conseguenze di questa decisione che spacca il nucleo familiare dei Trevallion?
«Sicuramente questa decisione avrà implicazioni serie. Si parla di separazione della madre dai figli e di un padre che rimane ai margini dello scenario. Ma questi bambini finora hanno sempre vissuto con loro, per altro con una vita sociale poco sviluppata. Il che vuol dire che se già normalmente si crea un legame intenso con i genitori, nel loro caso questo legame è sostanziale, unico, non avendo i bimbi altri adulti a cui far riferimento. Erano gli unici a garantirne la sicurezza personale e la cura, erano le uniche figure che rappresentavano la protezione. È questo l’assunto, che dovrebbe orientare le scelte di operatori, psicologi, legislatori perché una misura così è complessa e rischiosa per il futuro di questi bambini».
Ma allora come è possibile che sia stata intrapresa questa strada?
«Non me lo spiego. Una decisione come questa si verifica in situazioni estreme, quando cioè il pericolo di maltrattamenti è concreto ed elevato. E anche in questi casi ci sono due nette distinzioni».
Ovvero quali?
«Ci sono situazioni in cui un genitore perde la pazienza ed esagera, ma deve solo imparare a controllare i propri impulsi. E altre situazioni in cui invece la persona è disturbata e attua pesanti maltrattamenti. Ma francamente non mi sembra questo il caso. È emerso che la mamma fosse ansiosa e iperprotettiva, niente di più grave. Certo è che non deve essere stato facile essere stata per un periodo così lungo in una struttura in cui non poteva esercitare la sua funzione genitoriale. Di certo una simile situazione le avrà suscitato rabbia e frustrazione».
Che idea si è fatto di tutta questa vicenda? Secondo lei che cosa viene rimproverato a questa famiglia?
«Non riesco davvero a capirlo. Oggi ci sono famiglie che piazzano i figli davanti ai tablet o ai giochi elettronici tutti i pomeriggi o per poter mangiare senza essere disturbati mentre sono al ristorante. Però quelle vengono ritenute persone rispettose delle modalità, non vengono considerate inidonee a educare i loro bambini. Invece chi sceglie di farli crescere nella natura, a contatto con gli animali non è adatto alla funzione genitoriale. È vero, mancava la socializzazione con altri coetanei, è stato messo in atto un orientamento poco attento alle prescrizioni del Paese in cui vivevano e in cui vivono e questo è stato certamente un limite, ma erano presenti e si occupavano dei loro bambini».
Quanto ha influito la scelta di questi genitori di non voler scolarizzare i minori?
«Ha influito molto, ma non è forse vero che molti genitori di etnia rom non mandano i loro figli a scuola? E non voglio pensare che si stia contestando una scelta religiosa, non sarebbe giustificabile. Anche tanti cattolici, pur battezzando i figli nel rispetto delle prescrizioni religiose, poi fanno scelte discutibili. A mio avviso, tutto questo pone le basi per una forte interferenza tra Stato e genitori».
” Sono stato anche tentato di andare a vedere di persona Le urla dei piccoli non si possono ignorare
” A mio avviso tutto questo pone le basi per una forte interferenza tra lo Stato e i genitori
” La scelta di non voler scolarizzare i tre minori ha influito molto Ma ci sono anche altre famiglie che fanno lo stesso
Secondo lei è stato commesso qualche errore nell’interpretazione e nella gestione di questa storia?
«Non mi spiego perché non si è mirato e non si è deciso di mantenere unito il nucleo familiare, di dare loro — come per altro era anche stato paventato — una casa, di aiutarli con sovvenzioni e professionisti che potessero assisterli nel loro percorso».
Che idea si è fatto? C’è qualcosa che non viene detta? Che viene celata?
«Secondo me c’è qualcosa sotto tutto questo, ma non riesco a capire di cosa si tratti. La famiglia nel bosco è stata messa su una strada imprevedibile: hanno sicuramente dei limiti ma non andavano divisi, semmai andavano aiutati. Perché farli entrare nell’occhio del ciclone? In termini di costi, quanto si pagherà tutto questo? I soldi dati alle strutture che li hanno ospitati finora e li ospiteranno ancora, non potevano essere convertiti in aiuti economici per loro? Non è possibile, oggi, tornare a uno strumento come quello dei ricoveri che esistevano in passato e che ora sono desueti».
Di cosa non si è tenuto conto nel prendere la decisione di dividerli?
«Non è stato tenuto in conto il fatto che non sono dei pacchi, che hanno delle emozioni che vanno rispettate, che questi bambini vogliono bene ai loro genitori, che li hanno cresciuti finora. Al momento della separazione pare che si siano disperati, che piangessero, che urlassero. Come è possibile ignorare una simile reazione?».
C’è ancora tempo e modo per tornare indietro e provare a cambiare le cose per la famiglia nel bosco, nell’ottica di ciò che è meglio per i minori?
«Secondo me sì. Chi prende provvedimenti è ancora in tempo per rendersi conto che non è questa la strada giusta da percorrere, che si può ancora ricomporre, sostenere, dare supporto a questi genitori e a questi bambini che possono conoscere la realtà scolastica, sostenuti poi da qualcuno che li assista anche a casa. Sono stato tentato di andare a vedere di persona per rendermi conto della situazione, ma credo che si possa ancora evitare il fallimento attuando una strategia coerente che non faccia indignare quanto sono indignato io».

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