La decapitazione dei vertici, nella versione large dell’eliminazione di un’intera classe dirigente nemica, è un elemento essenziale della strategia di guerra israeliana all’Iran. Cosi, l’Idf annuncia di aver colpito altri bersagli grossi: Gholamreza Soleimani, comandante dei Basiji, e soprattutto Ali Larijani, capo del Consiglio di sicurezza iraniano, mente politica del regime dopo l’eliminazione di Ali Khamenei, target non a caso, celebrato con enfasi da Benjamin Netanyahu.

Un colpo durissimo, questo, per la Repubblica Islamica che, dopo aver cercato di puntellare il “sistema” con la scelta, insieme continuista e risarcitoria, del non troppo esperto Mojtaba Khamenei come Guida suprema, si reggeva sul dualismo, ormai paritario, tra clero conservatore e Pasdaran.

Un equilibrio di potere sin qui garantito dal triumvirato Larijani, Qalibaf, Vahidi. Tanto più che l’oggetto misterioso Khamenei jr è fuori dei giochi, sia per le ferite riportate nell’attacco che ha fatto strage della sua famiglia, sia perché, per assicurarne la sopravvivenza, è tenuto il più possibile in isolamento. Condizione che ostacola l’esercizio del potere e che, comunque, nulla sembra garantire in un contesto come quello iraniano, sistematicamente infiltrato da Mossad, Aman e Cia.

Dei tre uomini forti, Larijani era il più sofisticato politicamente, quello che più conosceva lo scenario internazionale e i dossier più delicati, nucleare compreso. Non a caso lo stesso Khamenei senior gli aveva, di fatto, affidato da tempo la conduzione del paese. E proprio Larijani è l’artefice dell’allargamento del conflitto in corso, trasformato da regionale a globale nella convinzione di poter mettere in difficoltà Trump più che l’incontenibile Netanyahu, deciso a condurre una propria guerra nella guerra a Teheran come a Beirut.

Gli avvenimenti paiono avergli dato ragione, visti gli ostacoli nei quali, infilandosi nella trappola persiana, è incorso l’inquilino della Casa Bianca, ora alla ricerca di una catabasi che gli consenta di proclamare la piena vittoria facendo marcia indietro.

Il rifiuto opposto a Trump dai membri europei della Nato, che escludono di partecipare a una missione militare che consenta la navigabilità per tutti di Hormuz per evitare di precipitare in un conflitto che non hanno voluto e del quale non sono stati nemmeno informati; il crescente timore dei paesi del Golfo, già scioccati per aver visto incrinarsi l’immagine, costruita negli anni, di nuovi paradisi finanziari e turistici, sempre più dubbiosi sulla convenienza di aderire agli Accordi di Abramo, di veder “ridotti in cenere” dagli iraniani i loro terminal petroliferi, se Trump attaccasse Kharg, distruggendone gli impianti o facendovi sbarcare i marines; i tentativi di chiudere diplomaticamente il conflitto perseguiti dall’India - Brics come l’Iran ma di peso e relazioni ben diverse - mostrano che la strategia politica forgiata da Larijani ha pagato. La sua morte priva il regime di una figura chiave.

Che può accadere dopo quest’eliminazione strategica, capace di incidere sullo scenario iraniano? Difficile che la linea Larijani, che ha consentito al regime di sopravvivere, venga messa in discussione. Si tratta di vedere come verrà applicata. Inevitabilmente, infatti, la bilancia si sposta sul lato militare, quello dei Pasdaran. Anche Larijani ne aveva fatto parte, ma in tempi lontani e non in posizioni di vertice, come invece l’attuale presidente del parlamento Qalibaf.