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| Ahmad Vahidi, generale dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) e attuale Ministro dell'Interno (dal 2021). |
Giordano Stabile
Dopo le uccisioni spariscono i conservatori pragmatici: al potere una leva di Ayatollah induriti
La Stampa, 18 marzo 2026
Ammazzarne uno per farne rinascere cento. Il dubbio comincia a circolare anche tra gli analisti israeliani. Le decapitazioni sono certo un successo militare e soprattutto mediatico. Indicano come lo Stato ebraico possa braccare ed eliminare a suo piacimento la leadership iraniana, come ha già fatto con quella di Hezbollah e di Hamas. Ma questo non ha causato finora il collasso del regime, tutt’altro. I nuovi capi sono riusciti a mobilitare una larga parte della popolazione in continue manifestazioni che scandiscono gli ultimi giorni, e notti, del Ramadan. Al grido di vendetta e morte all’America. In una di queste, la scorsa settimana era apparso tra la folla anche lo stesso Ali Larijani, il martire più illustre finora dopo la Guida suprema Ali Khamenei, uccisa all’apertura della guerra. La prima decapitazione doveva essere il perno di una campagna di “48-72 ore”. Seguita da una sollevazione di massa e un eventuale intervento degli insorti curdi dal vicino Iraq. Invece lo stesso Larijani ha organizzato l’occupazione permanente delle piazze, a corredo di una strategia, studiata da vent’anni, per sopravvivere a una guerra diretta con gli Stati Uniti.
I piani iraniani, oltre alla decentralizzazione della catena di comando, prevedevano anche la creazione di due, o tre, sostituti per ogni posizione chiave, già pronti come vice o terzi. Nel caso di Larijani l’erede è Said Jalili, ultraconservatore, veterano della guerra con l’Iraq, dove militava tra i basiji, i miliziani che si occupano soprattutto di repressione interna, e dove ha perso una gamba. Un mutilato di guerra già sulla rampa di lancio del martirio, che avrà il doppio compito di coordinare le operazioni militari con il capo dei Pasdaran, Ahmad Vahidi, e di mantenere il controllo del fronte interno in tandem con i Basiji. Finché rimarrà vivo, s’intende. Il colpo più duro, in realtà, non è tanto l’eliminazione di quello che era l’uomo forte del regime ma la capacità di Cia e Mossad di seguire le tracce di tutti i leader. Come sottolinea l’analista Yossi Melman questo dimostra come l’apparato iraniano sia ancora «infiltrato in profondità» dallo stesso Mossad, capace di individuare le safe house dei capi in tempo reale.
Lo stesso Melman però sottolinea come queste decapitazioni finiscano per «indurire il regime» e i «rimpiazzi» siano altrettanto rapidi a entrare in funzione. Il primo segnale arrivato da Teheran è stato un messaggio della nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei che ha annunciato di non volere un cessate il fuoco ma invece «mettere in ginocchio gli Stati Uniti e Israele» finché «non avranno accettato la sconfitta e non avranno pagato un risarcimento». Il secondo segnale è stata la diffusione dell’ultimo pensiero di Larijani, pubblicato anche su X, sull’importanza del martirio e sul fatto che i sacrificati «costituiranno le fondamenta della Repubblica islamica». Un altro analista di lungo corso, l’iraniano Vali Nasr, sottolinea che il dopo Larijani sarà ancora più nelle «mani dei Pasdaran» e che la «radicalizzazione della leadership iraniana» renderà ancora più difficile per Washington disimpegnarsi da una guerra che non ha una direzione precisa.
Già ieri si è fatto sentire un altro super falco, il capo del potere giudiziario Gholam Hossein Mohseni Ejei, che ha chiesto ai tribunali di accelerare i processi ai «collaborazionisti», sia all’estero che all’interno del Paese, e soprattutto la confisca dei loro beni. Un ulteriore passo verso l’escalation. Anche perché Larijani era un ultrà che però studiava Kant e aveva condotto lunghe trattative sul nucleare. Un decano del giornalismo mediorientale, John Simpson della Bbc, lo descrive come «figura chiave di un regime malvagio, ma intelligente e ragionevole, adatto a una trattativa». Chi subentra, soprattutto il trio Jalili, Vahidi e Ejei, è molto meno incline al negoziato. E lo stesso vale per Ali Reza Arafi, che ha assunto il ruolo di mentore di Mojtaba Khamenei, ferito in maniera seria a detta dello stesso regime.
Il punto allora è a che servirà questa nuova ondata di decapitazioni. Sul fronte della guerra propagandistica un risultato c’è: l’eliminazione di Larijani e del capo dei Basiji Soleimani offusca la brutta figura su Hormuz, oramai un checkpoint gestito dai Pasdaran da dove passano solo le petroliere dei Paesi amici o neutrali. Tanto che ieri in mattinata la corsa del petrolio verso l’alto ha subito frenato, nella speranza di un collasso del regime. Che però non è in vista. Il secondo risultato è uno stop ai tentativi di mediazione, soprattutto da parte araba. Nei piani di guerra lampo elaborati a settembre Larijani era stato individuato dagli americani come una figura che poteva gestire la transizione verso un nuovo governo non più ostile all’Occidente. Con la radicalizzazione rampante a Teheran, l’ipotesi di un regime change soft se ne va in soffitta. O ci sarà sul serio o niente. E anche le ultime dichiarazioni delle due “colombe” Abbas Araghchi e Masoud Pezeshkian sembrano indicare questo vicolo cieco. Per Teheran ma anche per Washington.
Renzo Guolo
Tutto il potere finirà nelle mani dei Pasdaran
Domani, 17 marzo 2026
L’uccisione del capo del Consiglio di sicurezza iraniano è un evento di portata strategica, destinata a influenzare lo scenario della guerra e gli equilibri politici interni del regime. Che ora andranno ulteriormente a vantaggio delle Guardie della rivoluzione. Proprio Larjiani è l’artefice dell’allargamento del conflitto in corso, trasformato da regionale a globale nella convinzione di poter mettere in difficoltà Trump
La decapitazione dei vertici, nella versione large dell’eliminazione di un’intera classe dirigente nemica, è un elemento essenziale della strategia di guerra israeliana all’Iran. Cosi, l’Idf annuncia di aver colpito altri bersagli grossi: Gholamreza Soleimani, comandante dei Basiji, e soprattutto Ali Larijani, capo del Consiglio di sicurezza iraniano, mente politica del regime dopo l’eliminazione di Ali Khamenei, target non a caso, celebrato con enfasi da Benjamin Netanyahu.
Un colpo durissimo, questo, per la Repubblica Islamica che, dopo aver cercato di puntellare il “sistema” con la scelta, insieme continuista e risarcitoria, del non troppo esperto Mojtaba Khamenei come Guida suprema, si reggeva sul dualismo, ormai paritario, tra clero conservatore e Pasdaran.
Un equilibrio di potere sin qui garantito dal triumvirato Larijani, Qalibaf, Vahidi. Tanto più che l’oggetto misterioso Khamenei jr è fuori dei giochi, sia per le ferite riportate nell’attacco che ha fatto strage della sua famiglia, sia perché, per assicurarne la sopravvivenza, è tenuto il più possibile in isolamento. Condizione che ostacola l’esercizio del potere e che, comunque, nulla sembra garantire in un contesto come quello iraniano, sistematicamente infiltrato da Mossad, Aman e Cia.
Dei tre uomini forti, Larijani era il più sofisticato politicamente, quello che più conosceva lo scenario internazionale e i dossier più delicati, nucleare compreso. Non a caso lo stesso Khamenei senior gli aveva, di fatto, affidato da tempo la conduzione del paese. E proprio Larijani è l’artefice dell’allargamento del conflitto in corso, trasformato da regionale a globale nella convinzione di poter mettere in difficoltà Trump più che l’incontenibile Netanyahu, deciso a condurre una propria guerra nella guerra a Teheran come a Beirut.
Gli avvenimenti paiono avergli dato ragione, visti gli ostacoli nei quali, infilandosi nella trappola persiana, è incorso l’inquilino della Casa Bianca, ora alla ricerca di una catabasi che gli consenta di proclamare la piena vittoria facendo marcia indietro.
Il rifiuto opposto a Trump dai membri europei della Nato, che escludono di partecipare a una missione militare che consenta la navigabilità per tutti di Hormuz per evitare di precipitare in un conflitto che non hanno voluto e del quale non sono stati nemmeno informati; il crescente timore dei paesi del Golfo, già scioccati per aver visto incrinarsi l’immagine, costruita negli anni, di nuovi paradisi finanziari e turistici, sempre più dubbiosi sulla convenienza di aderire agli Accordi di Abramo, di veder “ridotti in cenere” dagli iraniani i loro terminal petroliferi, se Trump attaccasse Kharg, distruggendone gli impianti o facendovi sbarcare i marines; i tentativi di chiudere diplomaticamente il conflitto perseguiti dall’India - Brics come l’Iran ma di peso e relazioni ben diverse - mostrano che la strategia politica forgiata da Larijani ha pagato. La sua morte priva il regime di una figura chiave.
Che può accadere dopo quest’eliminazione strategica, capace di incidere sullo scenario iraniano? Difficile che la linea Larijani, che ha consentito al regime di sopravvivere, venga messa in discussione. Si tratta di vedere come verrà applicata. Inevitabilmente, infatti, la bilancia si sposta sul lato militare, quello dei Pasdaran. Anche Larijani ne aveva fatto parte, ma in tempi lontani e non in posizioni di vertice, come invece l’attuale presidente del parlamento Qalibaf.
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