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| La fuga da Saigon, 30 aprile 1975 |
Giorgio Ferrari
Lo spettro del Vietnam sugli Usa: e l'America si chiede: "chi comanda in questa guerra?"
Avvenire, 12 marzo 2026
Quagmire. Ovvero, il “pantano”. Gli americani conoscono bene quel termine, nato all’epoca della guerra del Vietnam ad opera dello storico Arthur Schlesinger Jr, assistente speciale di John Fitzgerald Kennedy nei mille giorni della sua presidenza e successivamente adoperato da John Kenneth Galbraith nel suo pamphlet “Come uscire dal Vietnam” prima che il lavorio fine di Henry Kissinger e del diplomatico Le Duc Tho portasse alla conclusione di quella guerra che non si poteva più vincere ma non si era disposti a perdere. Da allora la Casa Bianca non ha mai smesso di creare i suoi Quagmire: l’Afghanistan, il Libano, l’Iraq, e ora l’Iran e il Medio Oriente in fiamme, ogni volta immemore del contraccolpo che una guerra senza fine i cui costi superano qualunque beneficio produce sull’opinione pubblica. La stessa che di qui a otto mesi andrà a rinnovare parzialmente il Congresso, con un occhio al proprio portafoglio, al costo dei mutui casa, dei prestiti, e insieme del gallone di benzina, che in una sola settimana ha quasi raddoppiato il suo prezzo, sfiorando il 4 dollari.
Come uscire dal pantano di un intervento militare malprogettato, tanto diverso dal Blitzkrieg venezuelano e sempre più somigliante a una trappola vietcong dove le bombe intelligenti poco o nulla possono contro un Paese in armi (grazie anche all’apporto russo e più defilato della Cina) preparato da anni a una simile evenienza? La confusione stessa che alberga fra le alte cariche di Washington: il segretario alla Guerra Pete Hegseth che vaticina ordalie bibliche («Non ci fermeremo finché non saranno totalmente distrutti»), il vicepresidente JD Vance che boicotta un incontro-stampa, il tycoon Donald Trump che guarda grifagno agli eccessi di Bibi Netanyahu che va a bombardare i depositi iraniani di greggio facendo schizzare a cento dollari il prezzo del Brent.
La domanda corre da una bocca all’altra: «Ma chi comanda in questa guerra? Bibi o The Donald? E dove ci porta?». Nessuno lo sa bene. Wall Street, il “Wall Street Journal”, il “New York Times”, le grandi conglomerate invece una cosa la sanno e la dicono: occorre una exit strategy, prima che il rogo mediorientale risucchi l’America nello stesso pantano in cui si sono trovati a suo tempo Lyndon Johnson, Richard Nixon, Ronald Reagan, George W.Bush, Joe Biden (i più scaltri, come Bill Clinton e Barack Obama, l’hanno evitato per un pelo). Il consenso di Trump è in caduta libera. Anche dentro l’universo Maga. Il pantano atterrisce anche i più fedeli.
Ma davvero si potrà uscirne in fretta? Dopo aver promesso un cambio di regime divenuto ora subordinato a un intervento di terra che si trova contro buona parte dei novanta milioni di iraniani e una casta ideologico-militare come i pasdaran che non cederà di un millimetro? Un vincitore, si mormora a Washington, in realtà già c’è: è Vladimir Putin, al quale – per ora, almeno – vanno tutti i vantaggi della guerra all’Iran. E lui?, “Taco” (nel senso di: “colui che si tira sempre indietro”) Trump? Che farà? Saperlo…
Alan Friedman
Trump e Netanyahu sono in un vicolo cieco, rischi enormi per l'economia globale
La Stampa, 12 marzo 2026
La guerra contro l’Iran voluta da Donald Trump e Benjamin Netanyahu rischia di diventare uno degli errori strategici più costosi degli ultimi decenni.
Ci sono guerre che nascono da una strategia. E poi ci sono guerre che nascono da un errore di calcolo. Il conflitto contro l’Iran lanciato da Donald Trump insieme a Benjamin Netanyahu rischia di appartenere alla seconda categoria: una guerra iniziata con obiettivi mutevoli e che ora espone l’economia mondiale a uno shock potenzialmente devastante.
Dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno dato il via alla campagna militare contro Teheran, la narrativa della Casa Bianca è cambiata più volte. Prima la minaccia imminente. Poi il programma nucleare. Poi la distruzione delle capacità militari iraniane. Poi il regime change.
In pochi giorni la giustificazione politica della guerra è diventata una sequenza di obiettivi che si spostavano continuamente, alimentando l’impressione di una strategia improvvisata più che di un piano coerente.
Dodici giorni dopo, lo stesso presidente americano sembra già preparare la ritirata politica. Trump ha dichiarato mercoledì che la guerra potrebbe finire presto perché non c’è «praticamente nulla che resti da colpire». E con la consueta sicurezza ha aggiunto: «Quando io voglio che finisca, finirà».
Il problema è che queste parole rivelano la debolezza centrale della guerra: non è mai stata accompagnata da una strategia chiara sugli obiettivi o su come finirla.
Già prima degli attacchi c’erano stati avvertimenti a Trump dal suo stesso entourage. Il capo degli stati maggiori congiunti, il generale Dan Caine, aveva messo in guardia Trump sui rischi di escalation e sulle conseguenze imprevedibili di un conflitto diretto con l’Iran.
Intanto cresce il nervosismo anche dentro la stessa amministrazione. Il Wall Street Journal ha riferito che alcuni consiglieri del presidente stanno spingendo per trovare rapidamente una via d’uscita politica dalla guerra, temendo che il conflitto possa trasformarsi in un pantano militare ed economico. E le conseguenze economiche stanno già emergendo.
Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è diventato uno dei punti più pericolosi del pianeta. Il prezzo del greggio è volatile, e si è avvicinato ai 100 dollari al barile, riaccendendo il rischio di una nuova ondata di inflazione globale proprio mentre molte economie stavano cercando di uscire dalla fase più difficile degli ultimi anni.
Gli economisti chiamano questo fenomeno supply shock: una crisi improvvisa dell’offerta che fa salire i prezzi e rallenta la crescita. È lo stesso meccanismo che durante la pandemia di Covid contribuì a spingere l’inflazione ai livelli più alti degli ultimi decenni.
Il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio da parte dei Paesi membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia dovrebbe contribuire a calmierare i prezzi. Ma una nuova dichiarazione scomposta di Trump, o del suo “Segretario alla guerra”, Pete Hegseth, potrebbe farli risalire in qualsiasi momento. Se la crisi nel Golfo dovesse prolungarsi, l’impatto potrebbe essere significativo: energia più cara, catene di approvvigionamento più fragili e nuove pressioni sui prezzi in Europa, negli Stati Uniti e in Asia.
Ma la guerra sta diventando anche un problema politico per Trump. Un sondaggio della Cnn mostra che il 59% degli americani disapprova gli attacchi contro l’Iran, mentre solo il 41% li sostiene. Perfino nella base trumpiana emergono segnali di disagio. Alcuni commentatori conservatori e figure vicine al movimento Maga criticano l’apertura di un nuovo fronte in Medio Oriente, ricordando che una delle promesse centrali della campagna di Trump era proprio quella di evitare nuove guerre.
Questo spiega il crescente nervosismo tra i repubblicani. Il senatore Rand Paul ha avvertito che il partito rischia «un disastro elettorale» alle elezioni di metà mandato. Dietro le quinte la preoccupazione è evidente. Lo shock energetico provocato dalla guerra potrebbe colpire proprio gli Stati che decideranno il controllo del Senato a novembre. Poi c’è la questione del ruolo della Russia. Secondo valutazioni dell’intelligence occidentale, la Russia starebbe fornendo assistenza tecnica e di intelligence all’Iran per migliorare la precisione degli attacchi contro obiettivi americani nel Golfo.
Interrogato su queste informazioni, l’inviato speciale di Trump Steve Witkoff ha detto che Mosca gli avrebbe assicurato di non essere coinvolta e che «dobbiamo prenderli sulla parola». Se si tratti di ingenuità o di deliberata cecità politica è difficile dirlo. Trump, del resto, ha continuato a difendere Vladimir Putin, che sembra idolatrare e per il quale ha ripetutamente proposto la cancellazione delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere russe. Intanto il Cremlino incassa miliardi grazie ai prezzi più alti del greggio, rafforzando la propria capacità di finanziare la guerra in Ucraina.
Nel frattempo uno degli obiettivi dichiarati del conflitto - fermare il programma nucleare iraniano - appare tutt’altro che raggiunto. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Iran possedeva circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, materiale che potrebbe teoricamente essere sufficiente per circa dieci armi nucleari se ulteriormente raffinato.
In altre parole: la guerra non ha completamente eliminato il problema nucleare che pretendeva di risolvere. Forse la frase più rivelatrice di questo conflitto non è stata pronunciata da Trump ma da uno dei suoi negoziatori, il suo amico Witkoff. Quando gli è stato chiesto come finirà la guerra, Witkoff ha risposto: «Non lo so». È una risposta che riassume perfettamente la guerra di Trump e Netanyahu: un conflitto iniziato senza un vero piano su come terminarlo.
È vero che Trump può dichiarare la vittoria in qualsiasi momento e ordinare il ritiro delle forze americane. Ma gli israeliani sembrano pensarla diversamente. Il ministro della Difesa Israel Katz ha detto mercoledì che la campagna contro l’Iran continuerà «senza limiti di tempo» finché Israele non avrà ottenuto la vittoria. Nel frattempo lo Stretto di Hormuz resta paralizzato, petroliere vengono incendiate, Mojtaba Khamenei rimane al potere a Teheran, il regime continua a esportare petrolio verso Cina e India e l’uranio arricchito iraniano non è stato ancora localizzato. Questo significa che mentre Washington cerca una via d’uscita, il danno è già fatto.
La credibilità americana nel mondo esce gravemente indebolita. Trump e i repubblicani rischiano di pagare il prezzo politico alle elezioni di novembre con la possibile perdita della Camera dei Rappresentanti. E il resto del mondo, dall’Europa al Medio Oriente, si ritrova ancora una volta a raccogliere i pezzi di una crisi provocata da una decisione strategica avventata.
Una guerra che avrebbe dovuto dimostrare la forza dell’America rischia invece di mostrare i limiti del suo potere. Trump sarà ricordato come un aspirante imperialista che, attraverso i suoi errori ha di fatto accelerato la fine dell’impero americano.

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