venerdì 27 marzo 2026

Il cortigiano e l'eretico


Matteo Marchesini 
Intellettuali italiani tipici dal Novecento ad oggi
Substack, 27 marzo 2026

parte finale

I racconti citati fin qui descrivono i tipi del letterato ideologo (diciamo papiniano) e del letterato-letterato (crociano o postcrociano) nel periodo dell’ultima modernità novecentista. Ma che succede dopo il ‘45, quando gli intellettuali cominciano a cavalcare l’engagement neorealistico e marxistico? A questa altezza, Moravia diventa l’oggetto di molte satire più o meno bonarie (da Brancati a Flaiano) che con lui mettono in scena lo Scrittore per antonomasia, lo schematico illustratore dei rapporti tra sesso e denaro, tra psicologia e classe; mentre altre caricature (da Flaiano a Bianciardi) colpiscono il Pasolini che celebra straziati riti populistico-decadenti “in odore di pubblicità”. Ma forse il brano più notevole, su questo tipo intellettuale, resta il “sillabario” di Goffredo Parise intitolato Antipatia e magistralmente commentato da Raffaele La Capria. Osserva La Capria che qui l’“antipatico” sembra un ritratto deforme, quasi baconiano di P.P.P.; ed è forse per truccare un po’ le carte che lo scrittore gli ha assegnato una improbabile moglie-pupa. Il racconto si apre al solito su un incipit rapido, slittante, ‘fiabesco’: “Un giorno un uomo un po’ pigro che non si era mai interessato di politica perché non riteneva affatto, nonostante i rimproveri che gli piovevano da tutte le parti, che ‘ogni azione umana è una azione politica’, udì il telefono squillare in modo che gli parve antipatico”. Ѐ un evidente autoritratto del Parise che non crede ai rapporti di causa-effetto e agli storicismi, ma si affida a un cosmo libero da significati pesanti e impregnato di “segnali” che non hanno bisogno di alcuna spiegazione perché la contengono già nel loro puro apparire. Lo squillo continua a lungo: segnale di una volontà sorda, importuna. Poi l’uomo pigro risponde, ed ecco all’altro capo “una vocina dolce, ‘in maschera’ ”, irriconoscibile perfino dopo le presentazioni.

Questo ricatto che i piccoli demoni della nuova sinistra esercitarono sui ‘vecchi’ engagé è descritto incisivamente nel Contesto di Sciascia: e sempre con una visita. A metà del libro, nera sotie sulla metafisica mafiosità del potere, l’ispettore Rogas cerca a casa del romanziere Vilfredo Nocio un tal Galano, direttore della rivista “Rivoluzione permanente”. Ѐ un tipo impotente e traboccante d’invidia sociale, vile ma inebriato dall’idea del sangue. Pur disprezzandolo, Nocio teme il tribunale rivoluzionario che i caporali come Galano potrebbero un giorno dirigere; perciò lo asseconda, ansioso di togliersi di dosso l’etichetta di “scrittore borghese”. La sua è una scommessa pascaliana sulla rivoluzione: scommessa che Sciascia, per bocca di Rogas, giudica “mostruosa”. Privatamente, però, Nocio legge all’ispettore una poesia-invettiva su questi nuovi mostri. Sono versi che sembrano una parodia di Pasolini, cui si sovrappone qua e là la voce dell’autore: “Con arroganza ripetete a memoria / quel che non sapete / idee-spray schiuma di vecchie e nuove idee (...) che le vostre labbra squagliano e sbavano / come appena ieri in braccio alla mamma (...) il gelato di crema. E colano / dalle vostre barbe di protomartiri / coltivata impostura / finzione di una maturità che vi faccia / uguali al padre e idonei dunque all’incesto (...) sotto la barba avete facce / di sanluigi del neo-neocapitalismo”, facce ignare di “Stendhal che parla / la lingua della passione cui siete morti”.

Questo rifiuto d’intelligenza si ripete ogni volta che il protagonista sente parole cariche di ‘attualità’. Davanti al termine “colonnelli” non pensa ai golpisti ma ai gradi dell’esercito, e la “piattaforma di lotta” evoca in lui il ring dove ha visto morire un uomo: tutte cose labili proprio perché concretamente vissute e non dottrinarie. Ma alla fine il pigro ricorda chi è il suo interlocutore. “Era una persona che molti in quegli anni ritenevano importante, o meglio, che molti giudicavano segno della propria importanza ritenere importante. Ma aveva una brutta faccia ossuta a forma di pugno, una bocca chiusa dentro un incavo osseo come certi sdentati e soprattutto aveva occhi mobilissimi”: occhi che non si fermano negli occhi altrui ma frugano intorno per valutare il prezzo di ciascuno, per afferrare scimmiescamente lo Spirito del Tempo. Questo ‘Pasolini’ chiede una sovvenzione per esuli antifranchisti e guerriglieri palestinesi. ‘Parise’ oppone un no indolente, protestando di non conoscerli e di non intendersi di politica. Allora ‘Pasolini’, con parola molto pasoliniana, lo accusa di “lapsus”: quella risposta significa che ‘Parise’ è “un qualunquista per non dire un fascista”. Gli consiglia di andare in psicanalisi, cerca di provocare una reazione, ma ‘Parise’ non gliela concede: reagisce col torpore, non fa domande, schiva anche un tentativo di seduzione conviviale. Però tempo dopo, a una cena, si ritrova suo malgrado seduto accanto all’intellettuale engagé. Dapprima invidia gli altri commensali che ridono frivoli tra loro. Poi si accorge che la moglie di lui è puerilmente fiera dei suoi gioielli di poco prezzo, e “questo sentimento puro” lo dispone meglio anche verso il marito. Ma avviene un altro fatto che mostra come questa donna sia la verità piccolo-borghese del coniuge ‘rivoluzionista’. ‘Parise’ lo guarda mangiare, ed ecco che davanti al cibo la sua scimmiesca avidità di gloria si riduce a un gesto “di una umiltà e di una ingordigia così antiche, irredimibili e lontane da ogni speranza ‘futura’ ” che l’antipatia gli passa del tutto. Il racconto è stupendo, e col suo alternarsi di tempi vuoti e scoperte fulminee rappresenta bene il tipico scorrere dei Sillabari. Ma qui, nell’opporre all’engagement il suo polemico fastidio, Parise usa un trucco. La Capria nota che Pasolini non è proprio così. E lo scarto non dipende solo dalla trasfigurazione ‘sentimentale’. Ѐ che Parise lo mescola agli intellettuali delle generazioni entrate in scena negli anni Sessanta-Settanta, cioè a uomini che di Pasolini erano già nemici, e di cui lui per primo denunciò il risentito terrorismo ideologico. In pieno boom, le parole del poeta rimasero infatti a lungo le stesse dei suoi “ingenui” anni Cinquanta, cioè appunto le parole derise dagli Asor Rosa e dai sottufficiali operaisti.

Accostando questo Rogas-Sciascia-Nocio ai narratori di Moravia e Landolfi, a Sbarbaro e a ‘Parise’, sembra che lo scontro tra gli intellettuali sedotti dallo Spirito del Tempo e gli intellettuali malinconicamente refrattari alle euforie storico-teoriche riaffiori perennemente sotto maschere appena mutate. Ma sia chiaro che i primi non sono sempre in malafede, anzi. Spesso li abita un’ansia sincera di afferrare la chiave con cui decodificare definitivamente la Realtà. Così nei momenti di entusiasmo collettivo offrono sacrifici alla dea Storia, e in quelli di riflusso ripiegano su un umanismo pragmatico o idealista. In un ricordo del mobilissimo Vittorini, Sergio Solmi racconta di averlo incontrato dopo la rottura coi togliattiani: era “preoccupato, con in mano il ‘Breviario d’estetica’ di Benedetto Croce: si stava cercando altri maestri. Ricordo che gli dissi, scherzando, che, a mio modo di vedere, non c’era bisogno di maestri, che bisognava prendere il buono un po’ di qua un po’ di là, dove lo si trovava. Mi guardò perplesso e un po’ scandalizzato”. Ecco qui l’ennesimo, impossibile dialogo tra due lingue straniere: quella di un sobrio svagato saggista e quella di un eterno adolescente ipercinetico, per cui si prova ovviamente molto più affetto che per Papini o Muzzarini. E forse anche oggi, malgrado le varie mutazioni antropologiche, potremmo sostituire a questi nomi i nomi dei nostri pochi intellettuali ancora legati alle complesse contraddizioni del Novecento: sempre più rari gli sbarbariani, solmiani o chiaromontiani “filosofi al modo antico”; e sempre più grotteschi, più numerosi, più autopromozionali gli agit-prop.


Nessun commento:

Posta un commento