Viviana Mazza
Così
la gestione del conflitto rischia di incrinare l’asse fra Donald e
Bibi
Corriere della Sera, 10 marzo 2026
NEW YORK Finora Stati Uniti e Israele sono stati totalmente allineati in questa operazione congiunta, pianificata insieme per mesi. La prima eccezione si è vista sabato, quando Israele ha colpito 30 depositi di carburante in Iran. Secondo Axios, gli israeliani avevano preannunciato l’attacco, ma la sua portata è andata al di là di quanto si aspettavano gli americani. «Al presidente non piace questo attacco, vuole salvare il petrolio, non bruciarlo. E questo ricorda alla gente i prezzi più alti della benzina», ha detto un consigliere di Trump ad Axios. Si è trattato del primo esplicito disaccordo dall’inizio della guerra il 28 febbraio.
Israele afferma che quel carburante aveva molti scopi, inclusi militari, e che distruggere quei depositi serve a impedire rappresaglie iraniane contro infrastrutture civili in Israele. Ma negli Stati Uniti c’è il timore che attaccare infrastrutture usate dai civili in Iran possa essere controproducente e possa spingere la popolazione ad appoggiare il regime. Inoltre, pur non trattandosi di impianti per la produzione di petrolio, quel genere di immagini può «turbare» i mercati e far aumentare ulteriormente il prezzo del petrolio, tema costante sui media americani in questi giorni con i funzionari dell’amministrazione e lo stesso presidente che per placare la preoccupazione ripetono in tv il mantra «Shortterm pain for long-term gain», dolore nel breve periodo per vantaggi nel lungo periodo.
Trump ha detto al Times of Israel che la scelta su quando porre fine alla guerra sarà una «mutua» decisione che prenderà con Benjamin Netanyahu: parole che indicano che il premier israeliano avrà notevole influenza, ma che l’ultima parola sarà di Trump. «Penso che sia consensuale... un po’. Ne abbiamo parlato. Prenderò una decisione nel momento giusto, ma ogni cosa verrà presa in considerazione». Il presidente ha aggiunto che «non crede che sarà necessario» che Israele continui gli attacchi dopo che gli Stati Uniti li sospendono. E ha elogiato Netanyahu: «Ha fatto un ottimo lavoro, è stato un premier di guerra. Abbiamo lavorato insieme e distrutto un Paese che voleva distruggere Israele».
È «possibile» che gli obiettivi israeliani e americani a un certo punto divergano, ha detto al Corriere Richard Haass, ex ambasciatore e consigliere di padre, poi per 20 anni direttore del think tank Council on Foreign Relations, ma è difficile dirlo perché da parte di Trump «finora non c’è stata una precisa definizione di cambio di regime, non sappiamo fino a che punto sia una priorità»; Trump ha alternato appelli alla «resa incondizionata» dell’Iran a dichiarazioni come quella di ieri alla tv Cbs che la guerra «è completa, praticamente» e che «siamo molto avanti» rispetto alla stima di una durata di 4-5 settimane.
Un aspetto di dibattito è che, mentre Trump si è detto pronto a lavorare anche con un nuovo leader religioso se fosse pragmatico (non Mojtaba Khamenei), «molti israeliani e alcuni americani vorrebbero vedere un militare» alla guida dell’Iran, ci dice Haass, ed «evitare un altro religioso: credono che sarebbe più facile mettersi d’accordo con una figura meno ideologica come insegna loro l’esperienza con ex militari alla guida di Paesi arabi sunniti».
Tra i funzionari della difesa israeliana, secondo il Washington Post, stanno emergendo voci in disaccordo con la «resa incondizionata» chiesta da Trump all’Iran, che coincide con la preferenza di Netanyahu perché la guerra continui al fine di «destabilizzare il regime e facilitare il cambiamento». Questi funzionari temono che il risultato sarà una guerra infinita, che gli Stati arabi del Golfo con le loro strutture energetiche e idriche vulnerabili non possono tollerare e con costi per l’energia e possibili ripercussioni sull’economia globale che potrebbero a un certo punto superare i benefici.


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