Goffredo Buccini
L'abbaglio di Donald
Corriere della Sera, 14 marzo 2026
La guerra americana va complicandosi. Le distonie tra il comandante in capo e il capo del Pentagono denunciano improvvisazione. «Abbiamo quasi finito», ha sostenuto Donald Trump mentre il pur fedele Pete Hegseth annunciava «gli attacchi più pesanti» sull’Iran. Gli Usa starebbero «combattendo per la libertà degli iraniani» aveva affermato in precedenza il presidente, mentre il suo ministro chiariva che la guerra non ha nulla a che fare con il nation building o la democrazia.
Così, se è evidente il peso di costi sempre più smisurati per gli Stati Uniti e per l’intera economia mondiale a causa dell’operazione Sansone con cui Teheran tenta di terrorizzare i Paesi del Golfo trascinandoli nella propria caduta (senza risparmiare il vitale Stretto di Hormuz) ciò che appare più preoccupante è il progressivo disvelarsi di un grande vuoto. L’assenza di una strategia sembra essersi sposata dapprincipio col retropensiero di poter fare in Iran ciò che a inizio gennaio era stato fatto in Venezuela: un cambio di regime tramite un blitz con cui decapitare il nemico per poi trattare con un successore addomesticato dalla paura.
Allora la friabilità di Caracas consentì alla Delta Force di andare addirittura a catturare Nicolás Maduro per portarlo in ceppi in un carcere di Brooklyn: la vice di Maduro, Delcy Rodriguez, diventò obbediente vassalla di Washington in un batter di ciglia. Il diverso spessore difensivo dei pasdaran e le imparagonabili dimensioni geopolitiche dell’Iran hanno sconsigliato un’analoga incursione di terra, inducendo così all’eliminazione diretta dell’ayatollah Khamenei coi primi devastanti raid missilistici congegnati con Israele.
Ma l’idea di fondo era ed è la stessa. Questa ricetta del cambio di regime (o, meglio, della sua sottomissione: Trump avrebbe voluto «nominarne» lui stesso il nuovo capo) si sta rivelando impraticabile. Ed è stata perciò via via rimpiazzata da altri target intermedi (il programma nucleare e i missili balistici iraniani, il sostegno ai proxy) che s’impantanano tutti davanti a un’evidenza: gli ayatollah non mollano. E hanno affinato una dottrina «a mosaico» con una trentina di comandi provinciali separati per renderne impossibile la distruzione simultanea, garantendo continuità. Secondo il New York Times, che cita fonti militari, Teheran ha accettato di non poter competere per potenza di fuoco e si sta «adattando» all’assalto di Usa e Israele.
Che ne avesse la capacità era chiaro sui paper strategici sin dal 2010. Ma Trump lo ha ignorato. Sulla sua sventatezza patologica s’è accumulata negli Usa una ponderosa letteratura sin dal primo mandato: è purtroppo plausibile che queste giornate andranno ad arricchire la collezione. Tuttavia, nel caso specifico, il presidente americano è in qualificata compagnia per via di una sindrome molto legata a una ben precisa concezione del potere. Nel suo Nexus, Yuval Noha Harari affronta il tema della paranoia che spinge un autocrate ad affidarsi a qualche pretoriano che gli dia sempre ragione distaccandolo così dalla effettiva comprensione dei fatti. L’esempio è l’imperatore romano Tiberio che finì per mettersi nelle mani del suo prefetto Lucio Elio Seiano, capace di fargli il vuoto attorno. L’altra faccia di questa medaglia è ovviamente l’avversione ad ascoltare opinioni in dissenso.
Intendiamoci. La distanza morale tra Iran e Ucraina sta in premessa. Teheran ha promosso per mezzo secolo il terrorismo e ispirato il pogrom del 7 ottobre: la caduta degli ayatollah sarebbe un bene per il mondo. Kiev ha difeso con coraggio la propria democrazia dalla brutale invasione d’un nemico più potente: la sua caduta sarebbe un colpo esiziale per tutti noi europei. Ciò detto, l’abbaglio di Trump sull’Iran e quello di Putin sull’Ucraina sono simili per motivazioni ed esiti. Il presidente americano ha volutamente frainteso gli ammonimenti che venivano dal capo degli Stati Maggiori Riuniti, Dan Caine (non un boyscout: alla nomina gli promise «ucciderò per lei, signore!»). Il generale, raccogliendo il pensiero dei vertici militari, l’aveva avvisato che la guerra non sarebbe stata breve né facile e che i soldati americani, esposti al rischio della rappresaglia pasdaran, sarebbero stati uccisi o feriti. Trump ne ha travisato il pensiero su Truth: «Caine è convinto che un’operazione militare sarà una facile vittoria». E s’è lasciato blandire dall’opportunista JD Vance, il quale, messa da parte la radicata ostilità per l’intervento, ha consigliato al suo capo di andare «big and fast».
Putin, che durante l’isolamento da Covid aveva divorato libri sulla storia russa riflettendo sul posto che gli sarebbe spettato, s’è fatto persuadere dagli immancabili lacchè di ciò di cui era già persuaso: che gli ucraini avrebbero accolto come fratelli i soldati della Federazione (non a caso provvisti di divise da parata negli zaini). E ha zittito minacciosamente l’unico che, avendo notizie contrarie, tentava di metterlo sull’avviso: il capo dei servizi segreti Sergej Naryshkin, trattato quasi da traditore al Consiglio di sicurezza convocato appena prima dell’invasione. Come è noto, anziché gli attesi fiori, gli ucraini sin dal primo giorno hanno lanciato molotov sui carri nemici.
Poiché Putin è un tiranno fortunato, l’abbaglio di Trump si sta ora rivelando per lui provvidenziale: più dura la guerra iraniana, più sale il prezzo del petrolio, più le casse russe si rimpinguano in vista di nuovi round contro il povero Zelensky. E poiché il presidente americano non si lascia certo sfuggire l’occasione per dargli una mano ulteriore, gli sta allentando le sanzioni. «In Iran non abbiamo ancora finito», ha infine detto, con l’ennesima capriola. A Mosca, sulla carta alleata di Teheran, qualcuno sorride in segreto.

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