domenica 22 marzo 2026

La guerra di logoramento

Greta Privitera
Gli ayatollah resistono sfruttando il logoramento «Da Paese sanzionato a “dominatori” del Golfo»
Corriere della Sera, 22 marzo 2026

L’idea che la Repubblica islamica poserà le armi non appena Donald Trump e Benjamin Netanyahu decideranno di fermare la guerra rischia di rivelarsi l’ennesimo, clamoroso errore di calcolo su un regime che, di sicuro, l’attuale amministrazione americana non ha capito fino in fondo e Israele ha sottovalutato. Gli ayatollah, certo, pregano ogni giorno che smettano di piovere bombe sulle loro città, ma non sono disposti a chinare la testa davanti a un cessate il fuoco fragile, cucito su misura dagli americani e dagli israeliani. «Questa volta è diverso», dicono. Diverso dai tortuosi negoziati nucleari, diverso dalla Guerra dei 12 giorni del 2025.

Per i leader della teocrazia, questo scontro si è trasformato in una battaglia per la sopravvivenza, un conflitto esistenziale che non tollera scorciatoie né tregue di comodo. Non si fidano dei nemici giurati che accusano di «tradimento diplomatico» e pensano che una pausa nelle ostilità potrebbe diventare un altro inganno. «Gli eserciti di Netanyahu e Trump riprenderebbero subito dopo con le bombe, come è già accaduto in passato», ci dice il portavoce del ministro degli Esteri Abbas Araghchi Esmail Baghaei.

Il regime ha imboccato la strada della guerra di logoramento, la sua arma suprema: quella strategia doppia di bombe e resistenza estenuante, che concepisce e onora il martirio, inscritto nel dna della Repubblica islamica fin dalla Rivoluzione del ‘79. Gli ayatollah sono disposti a tutto per sopravvivere e mantenere il potere, nessun altro Paese finito — per scelta o per sfortuna — in questo scontro lo è. Sono ben consapevoli di poter incassare colpi molto più duri di quelli che Stati Uniti, Israele e Paesi del Golfo oserebbero mai tollerare. Più passano le settimane e più i discorsi dei religiosi sembrano sventolare un vantaggio che li incoraggia a proseguire e li fa agire con una certa arroganza, forti della strategia del caos con cui sono riusciti a mandare all’aria il Golfo e i mercati globali. E in effetti, dice al Washington Post Nate Swanson, direttore dell’iran Strategy Project: «Se Teheran riuscirà a preservare la sua capacità militare — missili balistici e minacce asimmetriche — e a mantenere alle stelle i prezzi del petrolio, allora potrebbe essere proprio l’iran, alla fine, a imporre i suoi tempi per chiudere i conti, rovesciando i pronostici di Washington».

Teheran non solo resiste ma alza la posta. A dettare la strada è il nuovo «fantasma» della teocrazia, Mojtaba Khamenei, la Guida suprema ancora non apparsa. La guerra finirà solo con garanzie ferree — lo ha ribadito anche ieri il presidente «riformista» Masoud Pezeshkian — che nessuno oserà più attaccare la Repubblica islamica, rapporti bilaterali con i Paesi del Golfo e riparazioni miliardarie per i danni subiti dai raid aerei americani e israeliani. Gli uomini di Mojtaba si fanno forti di una lezione importante che hanno appena imparato: «Possono causare danni e sconvolgimenti ingenti con relativa facilità e a basso costo. Ora vogliono che anche il mondo intero impari questa lezione», dice Dina Esfandiary, analista esperta di Iran, al Washington Post. E tra le «nuove» condizioni per la pace, i leader col turbante esigono di far diventare lo stretto di Hormuz — via internazionale tutelata dal diritto marittimo — un casello nazionale, pronto a intascare un terzo del petrolio globale in transito. Lo ha svelato Mohammad Mokhber, del Consiglio per il discernimento e consigliere economico della Guida suprema, all’agenzia Mehr. «L’iran trasformerà la sua posizione da Paese sanzionato a potenza rafforzata nella regione e nel mondo. Sanzioneremo quelle potenze arroganti che mirano al dominio».

L’esperto Ali Vaez ci scrive che dal punto di vista iraniano, la guerra finirà solo quando gli Stati Uniti e Israele riconosceranno che la Repubblica islamica non può essere rovesciata o sottomessa.

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