Simona Forti
Femminismo, il corpo conteso
La Stampa, 22 marzo 2026
Scrivere di femminismo oggi mi mette in difficoltà. Non è solo l’assedio di una destra globale sempre più aggressiva a preoccuparmi, ma anche il conflitto che si consuma all’interno della mia stessa parte. Il campo femminista, da laboratorio di libertà, rischia di irrigidirsi in un tribunale dalle accuse incrociate. Da un lato, il femminismo della differenza – che ha scardinato la finta neutralità del maschile per restituire al corpo la sua irriducibile parzialità – corre il rischio di ripiegarsi nella custodia del confine biologico. Dall’altro, il transfemminismo può scivolare in una dogmatica guerra iconoclasta. Entrambe le prospettive, nate per liberare, finiscono così per sottrarsi al confronto reale.
In questo panorama, il linguaggio spesso cessa di essere ponte per farsi arma. Un episodio mi ha inquietata. Poche settimane fa è stata cancellata a Bologna la presentazione del libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) (Mondadori). Si tratta del testo firmato da una filosofa che ha segnato il pensiero della differenza in Italia e nel mondo. Tuttavia, è stato ritenuto inaccettabile: oggetto, quindi, di un attacco da parte di chi non tollera riflessioni sulla genealogia del femminile che non aderiscano ai nuovi canoni transfemministi. Non meno rivelatrice è stata la tensione emersa a Roma durante il corteo dell’8 marzo di “Non una di meno”, quando alcune donne iraniane che sfilavano con cartelli contro il regime hanno trovato difficoltà a far ascoltare la propria voce. Nel tentativo di difendere una coerenza pacifista e anticoloniale, una parte del movimento ha finito per chiedere la rimozione di slogan ritenuti “bellicisti”. Ne è nato uno scontro verbale che fotografa la distanza fra chi parla di libertà in termini teorici e chi, della libertà, vive quotidianamente la mancanza, pagando sulla propria pelle il prezzo della repressione. È il paradosso di un’inclusività che, per non urtare sensibilità ideologiche, finisce per silenziare la testimonianza più viva dell’oppressione sessuata e brutale. Il disagio che avverto non è solo dovuto alla mia distanza teorica rispetto alle estremizzazioni di entrambe le posizioni. È provocato soprattutto da una constatazione politica: se non riusciamo a trovare un accordo tra chi ha il diritto di rivendicare per sé la parola donna e chi ha il diritto di difendere soggettività marginalizzate ed escluse, la nostra forza contro queste destre a radicalizzazione esponenziale si frantuma. Ed è in questa terra piena di crepe e fratture che si sta inserendo con strategica precisione la destra radicale.
Il fenomeno del “femonazionalismo” – termine coniato dalla sociologa Sara Farris – è forse una risposta cinica a questa crisi: scippa termini e concetti al femminismo emancipazionista e della differenza e mima con efficacia le pratiche di manifestazione dei movimenti transfemministi. Il collettivo Nemesis, fondato in Francia nel 2019, ne è l’incarnazione più strutturata. Esso non è ormai più un fenomeno marginale, ma sta diventando, attraverso i suoi molti canali, un progetto di egemonia identitaria culturale. Parla in nome della “difesa delle donne occidentali” e adotta un’estetica pop per conquistare visibilità pubblica. Non richiama il valore, tipico della destra, della cultura patriarcale; al contrario, predica l’“autodeterminazione” e la “sorellanza” per, tuttavia, caricarle di significati reazionari e identitari. Le loro campagne sono esempi di ambiguità: la sicurezza delle donne non viene declinata come battaglia contro il dominio maschile, bensì come pretesto per accuse xenofobe. La violenza di genere, nel loro racconto, esiste solo nelle strade, quando l’autore è lo straniero, il migrante. È una narrazione che rassicura perché sposta il pericolo al di fuori delle mura di casa, per proiettarlo su chi viene da fuori.
Esempi concreti dell’agire di Nemesis sono le “ronde della sicurezza” nelle stazioni, dove il corpo femminile è espressione di quel confine patrio da proteggere, o le campagne contro l’aborto presentate come “difesa del diritto alla maternità” per prevenire lo spopolamento della nazione. Mentre il mondo progressista discute se la parola “donna” sia ancora utilizzabile senza escludere, Nemesis la usa come un martello per ribadire un ordine rassicurante: la donna è madre, è terra, è radice, è confine. In un’epoca di incertezza totale, la biologia viene trasformata dall’estrema destra nell’ultima ancora di salvezza contro una modernità percepita come priva di senso.
Se il femminismo della differenza ha lottato per slegare il destino biologico dal ruolo sociale, e il transfemminismo lavora per svincolare l’identità dal dato cromosomico, Nemesis teorizza una forma di “cittadinanza riproduttiva”. In questa visione, i diritti non sono inerenti alla singola persona, ma sono concessi alla donna in quanto cellula fondamentale della conservazione etnica e demografica. È in realtà la negazione suprema dell’autodeterminazione travestita da riconoscimento del valore femminile. Questo modello si sta propagando con forza attraverso reti transnazionali, mutuando tattiche dai movimenti sovranisti europei e presentandosi mediaticamente come l’unica alternativa “reale” alle astrazioni del politicamente corretto. Ciò che rende Nemesis insidiosa è la sua capacità di normalizzare istanze radicali attraverso il volto giovane delle sue militanti. Si muovono sui social con un linguaggio “alternativo” e vittimistico, presentandosi come le “vere” ribelli contro un sistema che vorrebbe cancellare la natura. Questo femminismo di destra cerca di fare proseliti tra coloro che si sentono tradite da una sinistra percepita come troppo astratta e intollerante. La destra ha capito che, per vincere la battaglia culturale, deve parlare di corpi e di appartenenza, anche se lo fa per rinchiudere nuovamente le donne in una gerarchia rigida e funzionale alla nazione.
Se il femminismo progressista non saprà ritrovare un mondo comune che non censuri il dissenso, un mondo comune che tenga insieme storia e differenze senza cedere a nuovi dogmi, lascerà che siano collettivi come Nemesis a dettare l’agenda dei prossimi anni. Il rischio è immenso: quello di regalare la parola “donna” a chi vuole usarla solo come un confine identitario e xenofobo. Non c’è liberazione se si rinuncia alla realtà del corpo, ma non c’è futuro se quel corpo diventa la scusa per escludere l’altro.

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