martedì 17 marzo 2026

Via dal comunismo

 

l’incubo di un tempo senza libertà
Herta Müller. La scrittrice Nobel racconta la quotidianità della Romania sotto Ceausescu, dove il Noi aveva soppresso l’Io. Ma anche l’esperienza in Germania, dove si rifugiò nel 1987, e l’ipocrisia verso chi ha dovuto scegliere l’esilio

Nel sottotitolo del libro di Herta Müller Una mosca attraversa mezza foresta leggiamo: “ Storie di regime, esilio e libertà”. Ma soprattutto di difficile libertà si tratta, perché non basta, nelle riflessioni della settantaduenne autrice tedesca nata e a lungo vissuta in Romania, premio Nobel per la letteratura nel 2009, non basta che un regime cada per ritrovarla, la perduta libertà, e spesso non basta neppure la fuga, l’esilio.

Il libro si compone di saggi e interventi tenuti in varie occasioni ma unificati da uno stesso soggettivo sguardo, e il suo pregio maggiore, accanto naturalmente all’importanza e all’attualità del tema, è che Müller non impianta il suo discorso nei territori della teoria e nell’astrazione dei diritti universali ma in quelli della sua vita vissuta , nel qui ed ora minimo e doloroso della quotidianità sperimentata: è nel giorno dopo giorno, nel momento dopo momento e non solo negli eventi traumatici della persecuzione che si rivelano la mancanza di libertà e l’oppressione. Che possono manifestarsi anche dentro aree democratiche che dovrebbero avere salda e acquisita l’idea della dignità di ogni essere umano.

Uno dei passi più perturbanti del libro è il racconto del momento in cui, nel 1987, Herta riesce a lasciare la Romania di Ceausescu per cercare rifugio in Germania e si ritrova a Norimberga di fronte a un funzionario incaricato di vagliare la sua posizione di richiedente asilo, il quale si comporta esattamente come gli agenti della polizia rumena che l’avevano vessata fino a pochi giorni prima. Tra i vari test che le sottopongono più volte, per decidere se lei è davvero una fuggitiva o invece una spia, uno consiste nel descrivere l’abbigliamento degli agenti della Securitate: l’uomo era elegante, sciatto, sportivo o appropriato? Herta risponde a chi la sta interrogando: «Proprio come lei». E l’interrogante mette tutto soddisfatto una croce sull’aggettivo “appropriato”. Commenta la scrittrice: «Dietro a ogni aggettivo riuscivo a immaginare qualcosa. Ma non dietro a “appropriato”. Ci si riferiva a qualcosa di nascosto, scelto con attenzione, perché adatto a uno scopo che non si lascia intuire. Forse che i servizi segreti intendono con “appropriato” la perfidia?».

La libertà insomma non è messa in discussione solo, clamorosamente, dalle dittature manifeste, ma ovunque è messa in discussione e sottoposta a inquisizione e tutela l’individualità umana. Nella Romania di Ceausescu – che certo incarnava il dittatore perfetto: un misto di violenza, corruzione ed egomania brutale – racconta che «Pubblicamente tutto era Noi, nella lingua dello Stato il singolare non esisteva più». E l’ Io sopraffatto dal minaccioso Noi perde i pezzi: «Perdere la ragione senza rendersene conto, come se fosse un fazzoletto – di questo avevo paura».

Non basta però la lontananza, cioè la salvezza dalla dittatura, per ritrovare quello che nelle argomentazioni di Herta Müller è il valore decisivo, cioè «la libertà spirituale del singolo, la sua intima indipendenza». Altra questione del libro, infatti, è ciò che accade a una democrazia – ormai Müller è cittadina tedesca – se il passato anziché passare ritorna come «una luna sfocata». Il tema è l’indifferenza, o anche l’ipocrisia se non la crudeltà, verso chi ha dovuto scegliere l’esilio: «Nel 1987 ho potuto constatare come la Germania, che ha costretto all’esilio centinaia di migliaia di persone, non volesse saperne della parola esilio né tantomeno di quella realtà». Figlia di un uomo che si era arruolato volontario nelle SS, la scrittrice, tormentata in patria dai servizi segreti, con la sua prosa dura e diretta indaga cosa succede quando per vie tortuose, per omissioni e manipolazioni, «il passato non va via».

Perché vada via bisogna guardare ciò che normalmente non si vuole vedere, cioè quanto è davvero è accaduto. E fa un esempio speciale: il film Casablanca uscito negli Stati Uniti nel 1942. Ma non per evocare l’amore leggendario dei protagonisti Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, o il personaggio eroico del tedesco che va in esilio per combattere contro il nazismo, o il celebre night club: quello che le interessa è il cast, la storia di molti degli attori che recitano nel film, di cui anche i numerosi fan non sanno nulla. Il terribile nazista persecutore è il tedesco Conrad Veidt, che aveva dovuto lasciare la Germania perché sua moglie era ebrea e che a Hollywood «per ironia del destino interpretò frequentemente personaggi nazisti». Dall’Austria era fuggito Peter Lorre, nel film il venditore di visti. E dalla Francia Marcel Dalio, il croupier, perché ebreo – la sua famiglia sarebbe stata sterminata. Fuggiti anche altri attori, uno di loro perché omosessuale e in quanto tale illegale per il regime. Il musicista del film Max Steiner era già in America da tempo, ma nel 1938 dovette ingegnarsi per far uscire da Vienna il padre.

Müller racconta che quando nel 1952 il film arrivò in Germania durava venticinque minuti di meno, i nomi erano stati cambiati, «tutti i riferimenti all’esilio erano stati espunti», e il film «era diventato un prodotto kitsch». Dovevano passare molti anni di questa censura prima che, nel 1975, ritrovasse, la sua versione originale. Il pensiero che corre lungo tutto il libro, Müller lo esprime, secondo il suo stile brusco, in poche parole riferite ai profughi e a coloro che sono oggi costretti all’esilio e cercano protezione: «Questa protezione non può essere limitata solo perché così tanti ne hanno bisogno».

Herta Müller

Una mosca attraversa mezza foresta. Storie di regime,

esilio e libertà

Feltrinelli, pagg. 108, € 16

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