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mercoledì 19 agosto 2026

Iperpolitica, tanta mobilitazione per nulla

Giuseppe Sarcina
Iperpolitica. La stagione del paradosso
Corriere della Sera, 19 luglio 2026

In Alice nel paese delle mera­vi­glie, il Gatto del Che­shire si dis­solve len­ta­mente, fino a lasciare, come unica trac­cia, il suo largo sor­riso. È la meta­fora chiave usata per spie­gare la dina­mica poli­tica dei nostri giorni dallo sto­rico Anton Jäger, 32 anni, nato a Bru­xel­les, ricer­ca­tore all’Uni­ver­sity of Oxford. Il suo libro più recente, Hyper­po­li­tics, pub­bli­cato da Verso, sta spo­po­lando nel Regno Unito. A Lon­dra, chi vuole pro­cu­rarsi una copia car­ta­cea deve aspet­tare almeno tre giorni. Suc­cesso di pub­blico e di cri­tica, anche negli Stati Uniti. Il quo­ti­diano bri­tan­nico «The Guar­dian» segnala che oggi è il testo «divo­rato dagli espo­nenti della sini­stra». Per il «New York Times» è «uno dei migliori ten­ta­tivi per raf­fi­gu­rare il pre­sente di una poli­tica dalle folli stra­nezze».

In realtà, il primo nucleo risale al 2023, quando lo stu­dioso pub­blicò un arti­colo dal titolo Iper­po­li­tica e altri sin­tomi sul numero marzo-aprile della rivi­sta belga «De Witte Raaf». Nei mesi suc­ces­sivi, Jäger ampliò il suo lavoro tra­sfor­man­dolo in un breve sag­gio, pub­bli­cato in Ger­ma­nia da Suhr­kamp Ver­lag, nell’autunno di quello stesso anno. Nel 2024, Mat­tia Sal­via lo tra­dusse in ita­liano per la casa edi­trice romana Nero. Una ver­sione tut­tora dispo­ni­bile (Iper­po­li­tica. Poli­ti­ciz­za­zione senza poli­tica).

L’acco­glienza è stata buona sia in Ger­ma­nia che in Ita­lia. Tut­ta­via, nel mondo anglo­sas­sone, Hyper­po­li­tics è diven­tato un caso edi­to­riale e cul­tu­rale. Pro­ba­bil­mente per­ché — ma è solo un’ipo­tesi — attinge la mag­gior parte del mate­riale sto­rico dalle vicende ame­ri­cane e bri­tan­ni­che.

La tesi cen­trale si può rias­su­mere age­vol­mente: più o meno dal 2020 la poli­tica è tor­nata a cata­liz­zare l’atten­zione delle per­sone nelle demo­cra­zie occi­den­tali. Ha occu­pato i social, cioè gli spazi dove si incro­ciano pub­blico e pri­vato, ma anche, in modo più tra­di­zio­nale, le strade e le piazze. L’elenco delle «prove» ini­zia con le mani­fe­sta­zioni anti­raz­zi­ste orga­niz­zate negli Stati Uniti da Black Lives Mat­ter per rea­gire all’ucci­sione dell’afroa­me­ri­cano George Floyd, da parte della poli­zia di Min­nea­po­lis, nel mag­gio del 2020. Pro­se­gue con l’assalto dei mili­tanti trum­piani a Capi­tol Hill, il 6 gen­naio 2021. In paral­lelo, la Rete viene som­mersa da teo­rie cospi­ra­tive, peti­zioni, pas­sioni, risse ver­bali tra schie­ra­menti oppo­sti pra­ti­ca­mente su ogni argo­mento. Non solo Donald Trump, Vla­di­mir Putin, Volo­dy­myr Zelen­sky, Gaza, Ben­ja­min Neta­nyahu e, in Ita­lia, Gior­gia Meloni, Mat­teo Sal­vini, il Movi­mento 5 Stelle e così via. Ma anche il Covid-19, i vac­cini, l’orien­ta­mento ses­suale, la scuola, la sanità e tutto ciò di cui fac­ciamo espe­rienza ogni giorno. Con quali risul­tati? Per Jäger, come si legge nel sot­to­ti­tolo del libro, siamo di fronte a «un’estrema poli­ti­ciz­za­zione senza con­se­guenze poli­ti­che». L’autore si chiede: che cosa è rima­sto di Black Lives Mat­ter? Oppure delle pro­te­ste per il cam­bia­mento cli­ma­tico? Pra­ti­ca­mente nulla. Pro­prio come il Gatto nato dalla fan­ta­sia di Lewis Car­roll: quelle mani­fe­sta­zioni così impo­nenti, quei movi­menti così «cari­chi di senso poli­tico» si sono dis­solti, lasciando come trac­cia solo un grin, un largo sor­riso.

Da qui in avanti, ini­zia l’ana­lisi forse più inte­res­sante. Il para­dosso di Hyper­po­li­tics — grandi mobi­li­ta­zioni nelle città e sui social con impatto nullo o tra­scu­ra­bile sulla realtà — è l’approdo di una sequenza com­plessa. Si parte dell’epoca della «poli­tica di massa», nel «Secolo breve» (1914-1989), secondo la nota defi­ni­zione dello sto­rico Eric Hob­sbawm; poi ecco la «post poli­tica» nei «lun­ghi anni Novanta» (1989-2008); quindi «l’anti­po­li­tica» negli anni Dieci e infine, i nostri giorni, quelli dell’«iper­po­li­tica». L’autore li riper­corre chia­mando in causa non solo filo­sofi, sto­rici e socio­logi, ma anche scrit­tori e altri arti­sti.

Il periodo tra le due guerre è quello dei movi­menti di massa, cul­mi­nati nel fasci­smo, nel nazi­smo e nella mili­tanza comu­ni­sta. La vita pub­blica è domi­nata dal Par­tito. Jäger descrive lo sce­na­rio citando, tra gli altri, due intel­let­tuali ita­liani. Nel 1931, in una pagina dei suoi Qua­derni dal car­cere, Anto­nio Gram­sci para­gona il ruolo del Par­tito a quello del Prin­cipe descritto da Nic­colò Machia­velli: «Il Prin­cipe moderno non può essere un indi­vi­duo con­creto… ma un orga­ni­smo, un ele­mento com­plesso della società… in cui prende forma una volontà col­let­tiva». Le idee, i sen­ti­menti, gli inte­ressi delle diverse classi sociali diven­tano poli­tica, mora­lità, fede con­di­visa. Un modello dif­fuso soprat­tutto a sini­stra, con il Pcf, il Par­tito comu­ni­sta fran­cese e il Pci, l’omo­logo ita­liano, elo­giato per la sua fun­zione di «custode della dignità» da Pier Paolo Paso­lini. Come è noto, la fine della guerra fredda spazza via que­sta archi­tet­tura sociale. Dal 1989, la data sim­bolo con la caduta del Muro di Ber­lino, dimi­nui­scono le mani­fe­sta­zioni ocea­ni­che. I par­titi fati­cano a man­te­nere la presa su ampie fasce della società. Comin­cia l’epoca della «post poli­tica», da noi pas­sata alle cro­na­che come «riflusso». Lo sto­rico belga ripro­duce quell’atmo­sfera affi­dan­dosi alle imma­gini del foto­grafo tede­sco Wol­fgang Till­mans, alla scrit­trice fran­cese Annie Ernaux (pre­mio Nobel nel 2022) e a un altro cele­bre roman­ziere fran­cese, Michel Houel­le­becq. Una foto di Till­mans, Love (hand in hair), scat­tata pro­prio nel 1989, com­pare sulla coper­tina di que­sto breve sag­gio: mostra il volto di una gio­vane donna con gli occhi chiusi, in un momento di rapi­mento, men­tre un uomo le passa le dita tra i capelli. Le vicende per­so­nali, l’amore, gli affetti, il diver­ti­mento pre­val­gono su tutto il resto. Così come i ricordi, l’inti­mità fami­liare rac­con­tati da Ernaux in Gli anni (2008, in Ita­lia pub­bli­cato da L’orma), oppure le esi­stenze soli­ta­rie e tor­men­tate raf­fi­gu­rate da Houel­le­becq in Le par­ti­celle ele­men­tari (1998, nel nostro Paese pro­po­sto prima da Bom­piani, poi da La Nave di Teseo).

Fin qui, in realtà, non c’è molto di nuovo. Jäger, però, aggiunge un’osser­va­zione più ori­gi­nale, che ci con­sente di inter­pre­tare anche gli ultimi eventi poli­tici e di pro­vare a imma­gi­nare che cosa ci riserva il futuro pros­simo. Nel ripie­ga­mento verso il pri­vato si pro­duce una frat­tura che non sarà mai più sanata. Le orga­niz­za­zioni, le isti­tu­zioni non for­me­ranno più il nerbo delle comu­nità. A par­tire da allora, la società resterà for­mata da atomi, da indi­vi­dui, capaci di indi­gnarsi, mobi­li­tarsi, ma senza quella capa­cità di tra­sfor­mare il sistema poli­tico-isti­tu­zio­nale, come acca­deva nel «Secolo breve» gra­zie alla «poli­tica di massa». È il para­digma fis­sato dal socio­logo ame­ri­cano Robert Put­nam in quella che Jäger con­si­dera una delle opere fon­da­men­tali del primo quarto di secolo: Bow­ling Alone: the Col­lapse and the Revi­val of Ame­ri­can Com­mu­nity, uscito nel 2000 per Simon & Schu­ster (in Ita­lia Capi­tale sociale e indi­vi­dua­li­smo, il Mulino, 2004).

Put­nam sostiene che all’alba del terzo mil­len­nio, anche gli uomini e le donne con uno spic­cato senso civico abbiano «gio­cato a bow­ling da soli», allon­ta­nan­dosi dai par­titi, dai sin­da­cati, dalle orga­niz­za­zioni poli­ti­che, dalle chiese. Secondo Jäger, que­sto feno­meno ha segnato gli ultimi vent’anni, inci­dendo più a sini­stra che a destra dello spet­tro poli­tico, ideo­lo­gico e cul­tu­rale. Le rivolte dell’«anti­po­li­tica», inne­scate dal crack finan­zia­rio dei mutui sub­prime nel 2008 si sono sus­se­guite vor­ti­co­sa­mente: da Occupy Wall Street, alle «pri­ma­vere arabe» nel Nor­da­frica e in Medio Oriente, fino alle marce con­tro il cam­bia­mento cli­ma­tico. Hanno scosso il sistema, ma non l’hanno cam­biato in pro­fon­dità. In fondo, è la con­clu­sione del gio­vane sto­rico, il «teo­rema di Put­nam» vale anche oggi, immersi come siamo nell’«iper­po­li­tica». I graffi sui media, sui social, per quanto pro­fondi se non addi­rit­tura vio­lenti, si limi­tano a scal­fire i rap­porti di pro­du­zione, l’assetto isti­tu­zio­nale, il fun­zio­na­mento con­creto delle nostre demo­cra­zie. Ma non hanno corpo, non hanno sostanza poli­tica per durare.

https://machiave.blogspot.com/2026/07/il-tempo-del-denaro-al-potere.html

sabato 2 maggio 2026

Le ragioni di una nuova rivista

 

«Dissonanze», le ragioni di una nuova rivista
di Filippo Barbera e Carmine Donzelli

Si può aprire una nuova rivista mentre cresce il distacco tra informazione di qualità e formazione dell’opinione? È quanto hanno deciso di fare alcune voci impegnate del dibattito pubblico e dell’azione civile, riunite intorno alla casa editrice Donzelli. Nella convinzione che la tensione politica tra centri e margini permetta un nuovo sforzo di conoscenza per guardare ai problemi in modo non scontato, individuando proposte e soluzioni. 

A venticinque anni dall’inizio del nuovo secolo, siamo di fronte a un vero e proprio sconvolgimento del mondo così come lo abbiamo conosciuto, tale da obbligarci a ripensare convinzioni, princìpi e certezze consolidate. 

Assistiamo, da un lato, a un riposizionamento della politica globale in base a una logica di potenza, accompagnata da istanze di reazione conservatrice che pensavamo superate e che, invece, hanno trovato forza nella finanziarizzazione dell’economia e nella concentrazione del potere e della ricchezza. Forze che si aggregano attorno a un nuovo pensiero della disuguaglianza che rimette in discussione le conquiste di libertà e di Welfare.

Di fronte agli sviluppi tecnologici e ai loro effetti, davanti alla crisi climatica e al riemergere della guerra e del riarmo, i già imperfetti fondamenti degli Stati liberal-democratici e i fragili equilibri internazionali che ci avevano accompagnato dalla fine della Seconda guerra mondiale sembrano appartenere a un’altra epoca storica.

Dall’altra parte, il nostro fronte - il fronte composto da chi continua a credere nel valore dell’eguaglianza e nel funzionamento dei sistemi democratici basati sulla volontà popolare - si trova disorientato e diviso. Spesso in conflitto. 

Il rumore e la cattiva qualità della discussione pubblica coprono le poche voci critiche costruttive. Prevale chi urla più forte. E ciò si accompagna alla rarefazione, se non alla scomparsa, dei luoghi materiali e immateriali dove sia possibile riflettere in modo acceso, aperto, informato e ragionevole di un cambiamento allo stesso tempo radicale e realizzabile.

Alla riflessione operosa e informata, organizzata attorno ai saperi e alle letture civili della realtà, manca una politica capace di ascoltare, elaborare e realizzare le migliori proposte sviluppate nel Paese. Non si vede, o stenta ad articolarsi, quel «territorio di pensiero e di azione» dove la riflessione nutre la visione politica e viceversa. Senza farsi troppo condizionare dalla contingenza degli eventi e, anzi, attrezzandosi con una vista lunga radicata nella giustizia sociale, nell’idea di valore pubblico, nella centralità delle persone-nei-luoghi e nella pluralità delle voci che definiscono ciò che ha valore.

Ricomporre i cocci, riempire i vuoti, ricostruire il quadro e i fili che connettono le indagini intellettuali alla coscienza civile e alla politica appare una impresa velleitaria, un troppo vasto programma. Pure, qualche mossa va fatta: i costi dell’inazione sono troppo elevati e la retorica dell’intransigenza che vorrebbe agire solo in condizioni di certezza porta, come sempre, alla conservazione dello status quo.

Occorre qualcosa che suoni, se non come la trama di un nuovo spartito, come una riflessione sulle «dissonanze» a cui tendere l’orecchio, per lasciarsi scuotere e provare a uscire dall’inerzia. 

La retorica dell’intransigenza vorrebbe agire solo in condizioni di certezza. Occorre qualcosa che suoni, se non come la trama di un nuovo spartito, come una riflessione sulle «dissonanze» a cui tendere l’orecchio, per lasciarsi scuotere e provare a uscire dall’inerzia. 

Da qui l’idea di dar vita a una nuova rivista online che chiami le donne e gli uomini della comunità intellettuale che nella casa editrice Donzelli si riconosce a uno sforzo di indagine comune: ripartire dai saperi civili, dalla esplorazione delle diversità dei mondi, dai punti di vista e dai bisogni dei margini.

Nella ormai più che trentennale storia della casa editrice non è difficile distinguere un tratto che accomuna una parte rilevante delle sue pubblicazioni: documentare e sollecitare i temi di questa cultura civile, attenta al Paese Italia, alla sua storia e al suo presente, alle sue articolazioni interne, alle diversità e ai divari e che la hanno connotata e la caratterizzano, alle solidarietà e ai conflitti che la attraversano. Sempre cercando di leggere la realtà italiana non in modo neutrale, ma scegliendo di spostare l’asse dalla parte di chi si è battuto e si batte per ridurre le disuguaglianze, non per accrescerle, mantenerle o anche solo ignorarle.

Insieme alla casa editrice, altre realtà associative danno un contributo di pensiero alla rivista.

Il Forum Disuguaglianze e Diversità, una realtà dissonante per costruzione, nata all’insegna della pari dignità dei saperi – dalla ricerca alla cittadinanza attiva – e del rapporto sinergico tra libertà sostanziale delle persone e giustizia sociale. Affermatosi come luogo di analisi e di proposta, vero e proprio punto di riferimento, con una presenza via via crescente sul piano politico nel senso più pieno, con l’obiettivo di disegnare politiche pubbliche e azioni collettive che riducano le disuguaglianze, aumentino la giustizia sociale e favoriscano la crescita di ogni persona in ogni luogo. Fabrizio Barca con gli amici e le amiche del Forum hanno fin dall’inizio e con entusiasmo aderito al progetto di «Dissonanze».

Vi è poi una componente più «territoriale», anch’essa lungamente covata in seno alle esperienze della casa editrice, che nel corso degli anni, e fin dall’inizio, ha dedicato un’attenzione costante al tema delle differenze e dei divari territoriali del Paese Italia. Dal tema del Mezzogiorno e della critica della sua rappresentazione «dualistica», alle ricerche sulla dimensione urbana e metropolitana, con particolare riguardo alla complessità del caso romano, fino alle aree interne e montane e all’Italia delle città intermedie.

Forte di questa attenzione alla curvatura territoriale delle problematiche dello sviluppo italiano, negli ultimi dieci anni è nato dapprima il progetto di volume collettivo Riabitare l’Italia. Partito da una ricognizione delle aree in maggiore sofferenza demografica, il gruppo ha poi dato vita alla omonima Associazione, Riabitare l’Italia, che ha animato e anima una complessa e originale attività.

Dall’insieme di queste premesse e di queste esperienze nasce «Dissonanze». Non una rivista di settore, né un luogo di esercizi specialistici. Ma un modo di guardare a questioni civilmente rilevanti.

Il tratto caratteristico, la prospettiva che ha sempre più preso corpo e che la nuova rivista adotterà come sua bussola si può condensare nella formula: partire dai margini, o per meglio dire da quelli che sono stati raccontati e descritti come tali.

La rivista, che si è dotata di un Comitato di direzione collegiale, di un Comitato di redazione e di un largo e autorevole Comitato di indirizzo, ha cominciato a programmare la sua attività per numeri mensili. Ogni numero conterrà una cospicua sezione monografica, intestata a una parola che fa problema (in questa prima uscita, «Ricchi») e da una più breve sezione di articoli e interventi «liberi». Come in ogni puzzle che si rispetti, il numero prenderà forma sotto gli occhi del lettore, via via lungo il mese, attraverso il progressivo caricamento dei pezzi, in modo da presentare un continuo arricchimento dei contenuti con aggiornamenti nel corso delle settimane.

Questo assemblaggio in progress ci è sembrato il più consono al nostro intento. In effetti, il tratto caratteristico, la prospettiva che ha sempre più preso corpo nell’ambito delle esperienze citate e che la nuova rivista adotterà come sua bussola si può condensare nella formula: partire dai margini, o per meglio dire da quelli che sono stati raccontati e descritti come tali. Invertire lo sguardo, capovolgere il punto di vista dal quale guardare alla realtà. Non per isolare ciò che è marginale da ciò che «sta al centro», ma per creare un’arena dove priorità, visioni, interessi e capacità dei margini e dei centri abbiano pari potere e rilevanza.

La dissonanza – l’accordo disarmonico – che la tensione politica e analitica tra centri e margini permette di cogliere, diventa così la metafora di un nuovo sforzo di conoscenza per l’azione, l’angolazione da cui guardare ai problemi pubblici in modo non scontato, individuando zone d’ombra, proposte e soluzioni. Per tutto l’anno 2026 l’accesso a «Dissonanze» sarà libero, fatta salva la possibile - e assai gradita - sottoscrizione di contributi di sostegno volontari.

giovedì 16 aprile 2026

L' intellettuale latitante


Gabriele Pedullà
L'intellettuale inafferrabile: ma quanto servirebbe oggi

Domani, 15 aprile 2026

 L’intellettuale: soggetto inafferrabile. Fino all’inizio del Novecento, come sostantivo, nemmeno esisteva il termine. Il neologismo si diffuse infatti in Italia dalla Francia (dove pure era entrato in uso di recente) negli anni della battaglia scatenata sulla stampa da Émile Zola in difesa di Alfred Dreyfus, capitano dello Stato maggiore francese accusato ingiustamente di aver venduto i segreti del paese alla Germania solo perché ebreo. L’intellettuale – la parola e la cosa – è nato insomma nel fuoco della lotta. Prestissimo si è preso a lamentarne la scomparsa o – come scrisse Julien Benda nel 1927 – “il tradimento”: cosa che succede ogni volta che le passioni partigiane hanno la meglio sull’imperativo superiore a servire anzitutto la verità.

Perché la fondamentale contraddizione dell’intellettuale è che, per ragioni ovvie, si manifesta soltanto nello scontro, ma nel momento in cui aderisce completamente alla logica della disputa (al servizio della Ragion di Stato o della Ragione di Partito) perde il suo statuto speciale e diventa un politico come tutti gli altri, al massimo un politico che ha letto qualche libro in più.

Quando la pubblicistica odierna lamenta il declino degli intellettuali, denuncia in genere un fenomeno assai diverso da quello deprecato da Benda. Ciò che la turba è il sostanziale disinteresse della politica per le opinioni di categorie professionali un tempo assai apprezzate nelle stanze dei decisori. Non è detto che le cose stiano davvero così; è più probabile, infatti, che siano soltanto cambiati gli interlocutori dei potenti, con la sostituzione degli storici e degli scrittori da parte degli economisti e dei comunicatori (e con i giuristi perennemente al loro posto, in quanto tecnici del diritto indispensabili a scrivere le leggi e a interpretarle).

Una figura sfuggente


Le geremiadi contemporanee non colgono però soprattutto la specificità della dinamica innescata dalla lotta per Dreyfus e rimasta in eredità al secolo XX. Nelle corti e nei ministeri, segretari del principe di ogni foggia e inclinazione non sono mai mancati (né mancheranno mai), con i loro saperi indispensabili al governo degli uomini e degli Stati. Il J’accuse di Zola ha fatto emergere invece una figura diversa, da tempo in incubazione sui giornali e per statuto stesso anfibia. L’intellettuale è infatti unapparte uomo di scienza o di lettere che abbandona momentaneamente i territori a lui più familiari per far valere nella sfera pubblica le sue conoscenze e il suo prestigio in nome di qualche alta idealità. Un grillo parlante. Forse il più prezioso dei saccaromiceti che permettono all’opinione pubblica di lievitare a beneficio delle democrazie.

L’intellettuale è una figura sfuggente proprio per questo. Irrompe dalla sua torre d’avorio nella mischia e, così facendo, prende posizione e polarizza il campo, che in un istante si popola per lui di amici e di nemici. Al tempo stesso, tuttavia, deve evitare di farsi imprigionare dalle linee di ostilità e di solidarietà, dato che la sua forza morale deriva in gran parte dalla sua non completa appartenenza al mondo nel quale ha deciso di far sentire la propria voce. Alla lunga, il consenso può essergli altrettanto fatale degli attacchi degli avversari. Mentre infatti lo studioso e il letterato puro si tengono a distanza dalla mischia, e i funzionari e i militanti puntano tutte le loro fiches su una delle parti in lotta, i legami che l’intellettuale, disorganico per natura, stringe nell’arena pubblica devono essere solidissimi (per la natura senza esclusioni di colpi dello scontro) ma anche istantaneamente revocabili.

Il rapporto degli intellettuali con la politica fa pensare alla storia di Dedalo e Icaro in fuga dal labirinto. Se ci si accosta troppo al sole, le penne si staccano per il calore e si precipita nell’acqua. Se si vola troppo bassi, succede lo stesso a causa della temperatura del mare. Tocca seguire allora una via media, insidiosissima proprio perché, mentre da un lato è così facile ricadere nello specialismo dei professori e nell’estetismo degli scrittori, all’estremo opposto il passo da intellettuali a funzionari e da funzionari a cortigiani è sempre più breve di quanto non si creda. È la condanna della falena.

Essere o fare

Non è un caso che nell’Italia del XX secolo la stagione più vivace sia stata inaugurata dalla rottura della fedeltà al Pci degli intellettuali comunisti dopo i fatti di Ungheria del 1956 e dall’entrata del Psi nell’area di governo. Tra i marxisti ci fu chi allora scelse di rimanere dentro, ma, paradossalmente, schierandosi sempre più spesso contro il proprio stesso partito (Pier Paolo Pasolini), e chi preferì invece collocarsi fuori ma rimanendo vicinissimo, nel ruolo del suggeritore (Italo Calvino), o ancora chi si mise alla ricerca di nuovi soggetti politici più accoglienti verso gli spiriti inquieti (Sebastiano Timpanaro), spesso guardando con particolare favore ai movimenti giovanili (Franco Fortini). E ciò avvenne tanto a vantaggio degli uni (gli intellettuali) quanto degli altri (i politici).

La scomparsa dei partiti di massa ha scombussolato le regole del gioco: oggi non c’è più nessuna via media da cercare. Questo però ha fatto emergere persino con più chiarezza la condizione paradossale dell’intellettuale, il suo rimanere, per così dire, sempre sulla soglia. Qui ci aiuta la lingua italiana.

Prendiamo due frasi semplici e apparentemente simili come “Valerio è un poeta” e “Matteo fa il poeta” ma che in realtà, messe a confronto, contengono un preciso giudizio sull’uno e sull’altro. Per Valerio la verità della poesia come esperienza totalizzante, capace di occupare una vita intera. Per Matteo la teatralità di chi si mette in posa o trasforma un modo di sentire in una (pseudo)professione. La stessa distinzione non vale invece nel nostro caso.

Gli intellettuali non sono – mai. Gli intellettuali fanno – una grande quantità di cose diverse. E, quando smettono di farle, tornano a essere ciò che erano prima: dei professori, dei filosofi, dei cineasti, degli storici, dei narratori – persino dei poeti. Perché “intellettuale” non designa né una professione né un modo di stare al mondo, ma una curiosa identità a corrente alternata, che in alcuni individui si accende e si spegne come una lampadina (mentre altri, che per il resto condividono con loro stato civile e condizione lavorativa, quella stessa lampadina non la elettrificano mai). In altre parole: intellettuale è chi da intellettuale fa.

Artigianato 

Come in casi simili, si può apprendere a “fare da intellettuali” o a farlo meglio (non a “fare gli intellettuali”: che è tutt’al più un soggetto da commedia all’italiana). Oggi se ne sente un gran bisogno. Servono fantasia e gusto del bricolage, perché, quando si entra nel dibattito pubblico, tutto quello che si è imparato fino a quel momento è solo un esercizio propedeutico. Né il sapere né il talento garantiscono infatti che la luce si illuminerà a dovere. Qui si naviga a vista, a rischio continuo di naufragio. Eppure, a chi prende per il mare aperto si dischiudono anche possibilità impreviste.

Nel “fare da intellettuale” c’è una buona dose di artigianato. Il modo migliore di apprendere è andare dunque a bottega da qualcuno che già si è confrontato con le medesime sfide e con gli stessi ostacoli. Per questo, la seconda edizione della Festa della Resistenza della Fondazione Feltrinelli parte quest’anno da sette verbi che descrivono – parzialmente e approssimativamente – le azioni con cui si irrompe sulla scena pubblica. Con una compagnia di ospiti dalle competenze e dai percorsi diversissimi cercheremo insomma di imparare tutti assieme – un poco come in un sillabario di base – che cosa vuol dire Immaginare, Raccontare, Contaminare, Fondare, Denunciare, Educare, Analizzare. La sfida comincia qui: soprattutto per i più giovani. Nel segno, ancora una volta, di Zola.

lunedì 6 aprile 2026

Nel nome del padre

Franca Bruera
Paul Nizan, nel nome del padre, profilo d'un traditore della propria classe

il manifesto, 5 aprile 2026

Quando nel 1933 Paul Nizan pubblicò il suo primo romanzo Antoine Bloyé, la sua postura d’autore engagé si era già da qualche tempo configurata attraverso articoli apparsi per lo più su riviste marxiste, nonché nei due saggi di forte impianto polemico, Aden Arabie (1931) e I cani da guardia (1932). «Fratello di sinistra di Breton, di Drieu, persino di Céline», come ricordava Rossana Rossanda nel corposo e stimolante saggio che accompagna la prima edizione italiana dei Cani da guardia (1970, La Nuova Italia), nel 1927 Nizan era confluito nel Partito comunista francese insieme ai filosofi Georges Politzer e Henri Lefebre d’un lato, e ai giovani surrealisti André Breton, Louis Aragon e Paul Eluard. Diversamente da loro, che ben presto avrebbero preso le distanze dal partito, Nizan scelse la strada dell’adesione incondizionata (fino alle sue dimissioni del settembre 1939). Nel quadro di un impegno che intendeva come dispositivo di formazione e di disciplina etico-politica, la denuncia del colonialismo di Aden Arabie e la polemica serrata contro l’attività filosofica del suo tempo nelle pagine dei Cani da guardia si configuravano come autentici strumenti di lotta intellettuale e politica. «I giovani che debuttano nella filosofia  – scriveva – si accontenteranno ancora per molto di lavorare contro gli uomini»?

Per Nizan era fondamentale prendere le distanze da ogni forma di pensiero che riducesse l’uomo alla sola dimensione borghese, negandone la complessità storica e sociale. E la sua esperienza di transfuga di classe lo autorizzava in qualche modo a sferrare un  attacco virulento alle filosofie tradizionali, che tendevano a presentare come universali valori in realtà storicamente situati e legati agli interessi della borghesia.

Percorrendo retrospettivamente le proprie origini e collocandole simbolicamente nel campo dei dominati, Paul Nizan, che proveniva da un ambiente borghese, aveva scelto consapevolmente – di schierarsi contro di esso. È in questa prospettiva che prende forma Antoine Bloyé, esempio paradigmatico della tensione simultanea tra tentazione autobiografica, impegno politico e riflessione ideologica. La recente edizione italiana (traduzione di Danilo Cainelli, Ago edizioni, pp. 430, € 22,00) arricchita dall’articolo di Goffredo Fofi Paul Nizan: l’antiborghese e da un’accurata prefazione di Massimo Raffaeli, restituisce con efficacia la complessità di un’opera in cui il percorso finzionale del protagonista si intreccia con un’ampia riflessione sulla condizione storico-sociale del proletariato e della borghesia tra Ottocento e Novecento e con l’implicito richiamo dell’autore alla propria figura paterna, evidenziando, in filigrana, le tensioni e i conflitti che ne hanno plasmato l’esperienza di rinnegamento del suo ceto.

Il romanzo racconta la storia di Antoine, giovane di origini proletarie che, grazie alle sue capacità intellettuali, riesce a lasciare il proprio ambiente d’origine per entrare nel mondo borghese. Ed è proprio questa ascesa a costituire il cuore del racconto, che tra ambizioni personali e legami con le proprie radici, traccia il progressivo processo di alienazione del personaggio, che arriverà a non riconoscersi più nella propria identità, nei propri valori e nella propria provenienza. Antoine vivrà una completa perdita di sé fino alla fine della sua vita, morto «imprigionato nel suo io», come osserva Massimo Raffaeli, «nell’angustia del provincialismo piccolo-borghese che a lungo lo ha allettato».

Il racconto si configura come una ricostruzione retrospettiva condotta dal figlio di Antoine Bloyé e si apre significativamente con la descrizione dei funerali del protagonista: un incipit che, sottraendo al testo ogni effetto di suspense, coniuga il percorso di crescita e maturazione del personaggio alla forma narrativa dell’inchiesta. La narrazione biografica che racconta la vita e le emozioni di Antoine Bloyé, tipico del romanzo di formazione, si coniuga infatti con una molteplicità di altri piani discorsivi dando vita a una scrittura ibrida che tiene assieme elementi letterari, sociologici, storici e politici. Passaggi dedicati allo sviluppo economico delle città industriali francesi si alternano a rilevazioni quantitative sull’economia capitalista, a informazioni sulla distribuzione delle imprese in Francia, a considerazioni sulle trasformazioni della vita cittadina e rurale nel quadro dell’espansione del capitalismo: un intreccio di osservazione sociale e racconto individuale di taglio marxista che riflette l’intento di Nizan di situare l’esperienza personale del protagonista all’interno delle condizioni materiali e storiche della società francese dell’epoca.

Il motivo del tradimento, sia ideologico sia di classe, costituisce il filo conduttore di Antoine Bloyé, incarnato nel protagonista che si autodefinisce «traditore» per la sua complicità con la borghesia antagonista della classe operaia. Attraverso questa figura Nizan realizza una personaggio letterario costruito sull’immagine del padre, integrando esperienza personale e riflessione sociale.

Didier Eribon, in  La Società come verdetto (l’Orma, 2025) ha proposto un’analisi attenta del romanzo accentuandone la dimensione autobiografica e chiamando in causa nella sua prosa caustica il ruolo fondante della figura paterna, il cui passaggio da operaio a ingegnere era stato determinante per permettere al figlio di intraprendere un percorso di studi culminato all’École normale supérieure, in compagnia di Jean-Paul Sartre e Raymond Aron. Nizan ha avvertito la necessità di indagare le origini del malessere profondo generato da questa condizione che, secondo la sua prospettiva di lettura convintamente marxista, si radica nel tradimento di classe e nella complessità dei legami sociali che plasmano l’esperienza individuale. Ben prima di Eribon, Sartre aveva già individuato la centralità del rapporto tra Nizan e il padre nella genesi di Antoine Bloyé, di cui aveva parlato nella lunga prefazione all’edizione di Aden Arabie del 1960. L’analisi di questa relazione permetteva di restituire allo scrittore la dignità intellettuale e morale dopo anni di diffamazioni alimentate a seguito delle sue dimissioni dal Pcf nel 1939. Le accuse lo dipingevano come traditore, come spia, interpretando il tema del tradimento, così centrale nei suoi scritti, come una prova della sua presunta colpevolezza. Louis Aragon, nei Comunisti, l’aveva ritratto nel personaggio di Patrice Orfilat, traditore trotskista, riflettendo la posizione ufficiale del partito. «L’annientamento del compagno Nizan – scriveva Sartre – era stato deciso». E nonostante una pallottola lo avesse colpito alla nuca in guerra, causandone la morte a soli 35 anni durante l’offensiva tedesca a Dunkerque, questa eliminazione, concludeva Sartre, «non soddisfaceva nessuno: non bastava che avesse cessato di vivere, bisognava che non fosse mai esistito».

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martedì 10 marzo 2026

Tomaso Montanari, il personaggio

Fabrizio Roncone
Tv, assemblee (e faziosità). Il picchio Montanari vaga tra Marx e don Milani

Corriere della Sera, 10 marzo 2016

In missione per conto del No c’è anche quel meraviglioso personaggio che è Tomaso Montanari (Giuliano Ferrara: «Gli manca una M decisiva»), molto intelligente, finalmente uno colto che sa parlare e argomentare, padrone di una retorica spesso beffarda e urtante, ma quasi sempre nei limiti, se si tiene, se non slitta sulla pedagogia politica brutale, come è successo l’altro giorno a Firenze, quando ha detto che Meloni, La Russa e Nordio sono una combriccola di «banditi»: e però, a parte appunto l’altro giorno, Montanari è di solito davvero a suo agio nella faziosità più esplicita, forse pure perché è ben dentro un certo rigore intellettuale, anche adesso che va in giro a spiegare il modo in cui questa riforma della Giustizia «mette il governo che la promuove nel solco di Orbán, Netanyahu e dei nazistoidi di AFD».
Diciamo che Montanari è uno di quelli che, da subito, ha intuito come dare al referendum del 22 e 23 marzo solo ed esclusivamente una valenza militante hard, netta, trasformandolo in un voto sul governo e, in particolare, sulla sua premier: Meloni Sì o Meloni No. «È così: siamo chiamati a dire se abbiamo ancora voglia di vivere in un Paese democratico, oppure agli ordini della migliore amica di Trump». Lo ripete ovunque. Gira come un picchio. Assemblee, convegni, ospitate tv. Avete presente, no? Trascrivo da un vecchio ritratto: storico dell’arte assai stimato negli ambienti accademici, curriculum di rara e autentica ricchezza (abbiamo ministri, non dimenticatelo, che si sono inventati d’avere una laurea), attualmente rettore dell’università per stranieri di Siena, anni 54 portati con aria stropicciata, perfettamente sinistrorsa, piacionesco velo di barba e capelli sempre arruffati (continua ad esserci, tra l’altro, una curiosa somiglianza con Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report), Montanari appare rigorosamente infilato in un maglione blu per una forma di allergia alla cravatta, si suppone identica a quella che nutre per il pensiero convenzionale: perché anche questo suo No alla riforma è filtrato con riferimenti culturali non scontati, solidi, essendo lui un cattolico fiorentino cresciuto nel mito di Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani («Altroché comunista come mi urla addosso quel genio di Salvini»), studioso del Bernini, ma con una passione sfrenata per Karl Marx (e, insinuano, per le Birkenstock: però dev’essere una perfidia, perché un amante del bello, sia pure con tendenze radical chic, non può essere attratto dalle tremende cioce tedesche).
Ora, comunque, risponde a La Russa, che lo porta in tribunale: «Vuole le mie scuse? È grave che la seconda carica dello Stato minacci un cittadino per un’opinione liberamente espressa...». Vedremo come finisce. Se finisce. L’ego di Montanari è un cobra di grosse proporzioni.


Giovanni Carpinelli 

Sarà poi vero che Tomaso Montanari dà tanta importanza a Marx? Il ritratto che di lui traccia Fabrizio Roncone non è dei più felici. Vorrebbe essere critico e invece appare soprattutto acrimonioso, acrimoniosamente pignolo. Forse sarebbe bastato insistere sul narcisismo e sullo snobismo del personaggio. Cosa che nell'articolo pure traspare, ma in modo erratico e casuale, fino alla stoccata finale dell'ego assimilato a un cobra di grosse proporzioni. Ben detto, quante energie sprecate a cercare l'ago nel pagliaio.

Claudio Vercelli
Credo che questa sia l'età del narcisismo. L'opinionismo televisivo enfatizza questa condizione, usandolo come volano di teatralizzazione per incentivare audience. Montanari è solo una delle diverse maschere di questa recita. L'acrimonia gli deriva, in fondo, dal scoprirsi il cavaliere che mulinella la durlindana. In quel vuoto dell'azione politica che è l'esatto presupposto affinché l'analisi critica si trasformi in enfatica, ipertrofica e vuota vocazione alla maniacale polemica. Fine a sé.
Giovanni Carpinelli
Claudio Vercelli Ecco, Claudio, questo era il problema con Fabrizio Roncone. Il bersaglio ci poteva stare, la modalità espressiva era discutibile. Tu hai pure allargato il discorso, oltre a qualificare meglio l'oggetto specifico. Un modo per mostrare come la critica possa trovare una articolazione più pacata ed equanime. Lontana dal teppismo denunciato da Raffaele Simone.
Claudio Vercelli
Baruch Spinoza lascia stare l'intransigenza, che a volte diventa intolleranza di RS

giovedì 5 marzo 2026

Una sbornia miIitante

È una storia tristemente comune e al tempo stesso altamente emblematica, quella di una "sbornia militante ". Nel 2021, la venticinquenne Diane Richard si è lanciata a capofitto nella lotta femminista. Membro del collettivo #NousToutes, era presente a ogni manifestazione, diventandone persino una delle principali organizzatrici. Tra le sue compagne, la giovane donna ha sviluppato il gusto per l'attivismo, ha forgiato un'intesa politica e ha scoperto il suo lesbismo. Cinque anni dopo, condivide la sua delusione in un saggio illuminante, * Lutter sans se trahir. Récit d'un féminisme confisqué* (Combattere senza tradire se stessi: racconto di un femminismo confiscato).

Con questo libro, scritto con un linguaggio inclusivo, Diane Richard mira a salvaguardare l'ideale del femminismo intersezionale. E soprattutto, a proteggerlo da quella che considera una perversione: "Come hanno fatto i collettivi e i partiti di sinistra e femministi ad allinearsi con movimenti fascisti, razzisti o islamisti?", si chiede l'autrice, che ha visto molte delle sue ex compagne voltarle le spalle, arrivando persino ad etichettarla come "femminista bianca " o addirittura "fascista ", semplicemente perché diceva ad alta voce ciò che tanti altri riconoscevano in silenzio. Condividendo sia la sua indignazione che i suoi dubbi, l'autrice offre non solo la storia di un impegno singolare, ma anche una commovente riflessione sulle fantasie di purezza e sulla mentalità da branco che influenzano segretamente ogni gruppo di attivisti. 

Jean Birnbaum

Diane Richard, Lutter sans trahir. Récit d'un féminisme confisqué, Stock, Paris 2026

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/03/05/notre-selection-de-livres-cette-semaine-tres-breve-theorie-de-l-enfer-amadoca-la-classe-et-la-fonction_6669579_3260.html