Alessia Melcangi
Se adesso Bibi bullizza The Donald
La Stampa, 11 marzo 2026
In questa guerra, capire perché sia iniziata è quasi difficile quanto capire come potrà finire. Negli ultimi mesi Stati Uniti e Israele hanno offerto spiegazioni diverse - e spesso contraddittorie - per giustificare l’escalation contro l’Iran. Dalla protezione dei manifestanti iraniani alla minaccia nucleare, le motivazioni sono cambiate rapidamente. Nemmeno dopo l’inizio delle ostilità è emersa una lettura chiara e univoca. Quando Washington ha giustificato il proprio intervento sostenendo che Israele avrebbe comunque colpito e che l’Iran avrebbe reagito contro basi e interessi americani nella regione, molti osservatori hanno evidenziato la natura circolare di questa spiegazione. Anche gli obiettivi finali, coerentemente, restano sfumati.
L’operazione è stata battezzata “Epic Fury” dagli Stati Uniti e “Roaring Lion” da Israele, ma tra i risultati evocati compaiono scenari molto diversi: fermare il programma nucleare iraniano, distruggere i suoi arsenali missilistici, o persino creare le condizioni per un cambio di regime. In questo quadro, stabilire cosa possa davvero essere considerato una vittoria è praticamente impossibile. E proprio tale incertezza sugli obiettivi — oltre che sui tempi — a spiegare perché, mentre la guerra continua, le strategie di Washington e Tel Aviv iniziano a divergere.
A Washington il tono comincia lentamente a cambiare. Sono state proprio le dichiarazioni della Casa Bianca sulla possibile fine imminente delle ostilità — accompagnate dall’ipotesi di cancellare i dazi sul petrolio — a contribuire a calmare i mercati impazziti dall’impennata dei prezzi di petrolio e gas. Non è un dettaglio secondario. È plausibile che Donald Trump stia già ragionando su una exit strategy relativamente rapida. Finché i mercati riescono a reggere grazie a misure di sostegno e interventi straordinari, il sistema tiene. Ma più il conflitto si prolunga, più aumenta il rischio che l’equilibrio si spezzi. Se a Washington cresce l’attenzione per i costi economici e politici della guerra, la stessa urgenza non appare altrettanto evidente a Tel Aviv. Sul piano operativo l’integrazione è senza precedenti: intelligence coordinata, compiti operativi divisi, rischi condivisi. Ma sul piano strategico il ritmo dell’escalation sembra spesso dettato più dalle priorità di sicurezza israeliane che da una visione americana autonoma del conflitto.
C’è però un elemento che rende questa partnership particolarmente fragile. Mentre gli eserciti si avvicinano sempre di più, le opinioni pubbliche dei due Paesi sembrano allontanarsi. In Israele la percezione della minaccia iraniana è radicata da tempo. Per gran parte della popolazione il regime di Teheran rappresenta un pericolo esistenziale e la prospettiva di un nuovo confronto militare era considerata quasi inevitabile. Negli Stati Uniti la situazione appare molto diversa. Vari sondaggi condotti tra gennaio e febbraio indicavano che l’ipotesi di un conflitto diretto con Teheran fosse profondamente impopolare tra gli elettori statunitensi. Anche all’interno della stessa coalizione politica di Trump, in particolare nel mondo MAGA, cresce una corrente sempre più scettica rispetto alla guerra e al valore strategico del rapporto privilegiato con Israele. Le divergenze emergono soprattutto sugli obiettivi finali. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha più volte sottolineato la necessità di creare le condizioni per un possibile cambio di regime a Teheran procedendo fino in fondo nella guerra. Donald Trump, a tratti, ha fatto eco a queste posizioni. In altre occasioni ha invece lasciato intendere una strategia più agile: quella di colpire duramente l’apparato militare iraniano per poi negoziare con ciò che resterà del sistema di potere della Repubblica islamica, purché più conciliabile con l’Occidente.
Il tempo, dunque, diventa una variante fondamentale. Più la guerra si prolunga, più diventa evidente la dipendenza operativa di Israele dagli Stati Uniti. Il sistema di difesa israeliano si basa infatti su un uso intensivo di missili intercettori estremamente costosi. Secondo diverse stime, ogni intercettore dei sistemi Arrow o David’s Sling può costare tra uno e tre milioni di dollari, mentre quelli dell’Iron Dome oscillano tra 40 e 100 mila dollari per singolo lancio. Quando gli attacchi arrivano a ondate, il conto cresce rapidamente. E gli arsenali non sono infiniti. Un conflitto ad alta intensità potrebbe consumare una parte significativa delle scorte nel giro di poche settimane, rendendo inevitabile un continuo rifornimento americano. Ed è qui che la divergenza strategica diventa decisiva. Se Washington decidesse di dichiarare raggiunti gli obiettivi principali - ad esempio l’indebolimento delle capacità militari iraniane - potrebbe scegliere di ridurre progressivamente il proprio coinvolgimento. Israele, invece, potrebbe sentirsi spinto a proseguire l’offensiva più a lungo, nel tentativo di colpire in modo definitivo la Repubblica islamica. In quel caso Netanyahu si troverebbe a continuare la guerra in condizioni molto più incerte, con crescenti difficoltà nel sostenere da solo il costo operativo di una campagna militare prolungata. In questa guerra nessuno vuole perdere. Il problema è che nessuno sembra sapere davvero come vincerla.

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