Francesco Antonelli
L'eredità di Bauman, una sfida al presente
il manifesto, 24 marzo 2026
Zygmunt Bauman è stato una delle figure intellettuali più influenti tra la fine del Novecento e l’inizio del XXI secolo. La sua notorietà, arrivata relativamente tardi, non si spiega soltanto con la capacità di analisi, ma con qualcosa di più raro: l’aver fornito un linguaggio condiviso. Più che descrivere la realtà, Bauman ha permesso ai contemporanei di riconoscersi dentro di essa, offrendo categorie – prima fra tutte quella di «modernità liquida» – che hanno trasformato l’esperienza diffusa in consapevolezza riflessiva, e le analisi dei fenomeni sociali in grammatica comune.
A
PARTIRE DA QUESTA EREDITÀ si muove il volume curato da
Riccardo Mazzeo e Mauro Marcantoni, L’eredità di Zygmunt
Bauman (Pensa Multimedia, pp. 170, euro 22), che si
interroga sulla perdurante attualità del sociologo polacco. La
risposta, affidata a una pluralità di contributi, è nel complesso
positiva: molte delle dinamiche individuate da Bauman –
individualizzazione, precarietà, insicurezza esistenziale –
continuano a caratterizzare il nostro presente. Anche il tema delle
«retrotopie», ovvero la nostalgia per un passato idealizzato, trova
oggi una conferma evidente nelle derive sovraniste e nella nuova
centralità della politica di potenza.
Il merito principale del
libro non è però soltanto quello di ribadire la validità della
diagnosi baumaniana, quanto piuttosto di rilanciarne la fecondità
interpretativa. I diversi saggi mostrano come la «cassetta degli
attrezzi» teorica di Bauman possa essere impiegata per leggere
ambiti molteplici: la disabilità come prodotto di standard sociali
escludenti, la scuola come spazio di formazione integrale della
persona, la paura come dispositivo politico, l’ambivalenza
dell’umano tra eros e thanatos, fino al ruolo dell’utopia e della
bellezza.
NE
EMERGE UN QUADRO coerente, in cui la liquidità delle
relazioni sociali e l’incertezza che attraversa le biografie
individuali appaiono tutt’altro che superate. E tuttavia, proprio a
partire da questa ricchezza, si impone una distinzione. Da un lato vi
sono gli strumenti interpretativi di Bauman, che hanno ormai assunto
lo statuto dei classici: categorie capaci di attraversare contesti
storici diversi, mantenendo una sorprendente capacità esplicativa.
Dall’altro vi è la diagnosi specifica della modernità liquida
come forma storica determinata, legata alla fase espansiva della
globalizzazione neoliberale. È su questo secondo piano che emergono
alcune riserve.
Il mondo contemporaneo sembra infatti segnato da
trasformazioni che eccedono la metafora della liquidità. Il ritorno
del conflitto tra grandi potenze, la crisi climatica, l’irruzione
dell’intelligenza artificiale e l’estensione dei dispositivi di
sorveglianza delineano uno scenario in cui, accanto alla fluidità,
si affermano nuove rigidità e nuove forme di controllo. Anche il
capitalismo muta natura: meno centrato sulla deregolazione globale e
più intrecciato con logiche geopolitiche, sicurezza militare e
potere statale. In questo senso, la categoria di modernità liquida
rischia di risultare parziale, pur restando preziosa come strumento
analitico.
PIÙ
CHE ARCHIVIARE Bauman, dunque, si tratta di spostarne
l’uso: non più come chiave totale del presente, ma come riserva
critica capace di illuminare singoli processi, tensioni,
contraddizioni. È esattamente ciò che il volume curato da Mazzeo e
Marcantoni dimostra con efficacia, evitando sia la celebrazione
acritica sia il facile superamento.
Resta infine il lascito più
profondo del sociologo polacco, che il libro contribuisce a mettere
in evidenza: il nesso inscindibile tra scienza sociale, etica e
politica. Per Bauman, comprendere la realtà non è mai un esercizio
neutrale, ma implica sempre una presa di posizione rispetto al suo
possibile cambiamento. In un’epoca segnata da nuove forme di
disuguaglianza, da paure diffuse e da una crescente difficoltà a
immaginare il futuro, questa lezione appare quanto mai attuale. Non
basta descrivere il mondo: occorre interrogarsi sul senso – e sulla
possibilità emancipativa – del nostro lavoro intellettuale. È in
questa domanda, forse, che l’eredità di Bauman continua a vivere.

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