mercoledì 25 marzo 2026

La modernità liquida, un linguaggio

Francesco Antonelli
L'eredità di Bauman, una sfida al presente

il manifesto, 24 marzo 2026

Zygmunt Bauman è stato una delle figure intellettuali più influenti tra la fine del Novecento e l’inizio del XXI secolo. La sua notorietà, arrivata relativamente tardi, non si spiega soltanto con la capacità di analisi, ma con qualcosa di più raro: l’aver fornito un linguaggio condiviso. Più che descrivere la realtà, Bauman ha permesso ai contemporanei di riconoscersi dentro di essa, offrendo categorie – prima fra tutte quella di «modernità liquida» – che hanno trasformato l’esperienza diffusa in consapevolezza riflessiva, e le analisi dei fenomeni sociali in grammatica comune.

A PARTIRE DA QUESTA EREDITÀ si muove il volume curato da Riccardo Mazzeo e Mauro Marcantoni, L’eredità di Zygmunt Bauman (Pensa Multimedia, pp. 170, euro 22), che si interroga sulla perdurante attualità del sociologo polacco. La risposta, affidata a una pluralità di contributi, è nel complesso positiva: molte delle dinamiche individuate da Bauman – individualizzazione, precarietà, insicurezza esistenziale – continuano a caratterizzare il nostro presente. Anche il tema delle «retrotopie», ovvero la nostalgia per un passato idealizzato, trova oggi una conferma evidente nelle derive sovraniste e nella nuova centralità della politica di potenza.
Il merito principale del libro non è però soltanto quello di ribadire la validità della diagnosi baumaniana, quanto piuttosto di rilanciarne la fecondità interpretativa. I diversi saggi mostrano come la «cassetta degli attrezzi» teorica di Bauman possa essere impiegata per leggere ambiti molteplici: la disabilità come prodotto di standard sociali escludenti, la scuola come spazio di formazione integrale della persona, la paura come dispositivo politico, l’ambivalenza dell’umano tra eros e thanatos, fino al ruolo dell’utopia e della bellezza.

NE EMERGE UN QUADRO coerente, in cui la liquidità delle relazioni sociali e l’incertezza che attraversa le biografie individuali appaiono tutt’altro che superate. E tuttavia, proprio a partire da questa ricchezza, si impone una distinzione. Da un lato vi sono gli strumenti interpretativi di Bauman, che hanno ormai assunto lo statuto dei classici: categorie capaci di attraversare contesti storici diversi, mantenendo una sorprendente capacità esplicativa. Dall’altro vi è la diagnosi specifica della modernità liquida come forma storica determinata, legata alla fase espansiva della globalizzazione neoliberale. È su questo secondo piano che emergono alcune riserve.
Il mondo contemporaneo sembra infatti segnato da trasformazioni che eccedono la metafora della liquidità. Il ritorno del conflitto tra grandi potenze, la crisi climatica, l’irruzione dell’intelligenza artificiale e l’estensione dei dispositivi di sorveglianza delineano uno scenario in cui, accanto alla fluidità, si affermano nuove rigidità e nuove forme di controllo. Anche il capitalismo muta natura: meno centrato sulla deregolazione globale e più intrecciato con logiche geopolitiche, sicurezza militare e potere statale. In questo senso, la categoria di modernità liquida rischia di risultare parziale, pur restando preziosa come strumento analitico.

PIÙ CHE ARCHIVIARE Bauman, dunque, si tratta di spostarne l’uso: non più come chiave totale del presente, ma come riserva critica capace di illuminare singoli processi, tensioni, contraddizioni. È esattamente ciò che il volume curato da Mazzeo e Marcantoni dimostra con efficacia, evitando sia la celebrazione acritica sia il facile superamento.
Resta infine il lascito più profondo del sociologo polacco, che il libro contribuisce a mettere in evidenza: il nesso inscindibile tra scienza sociale, etica e politica. Per Bauman, comprendere la realtà non è mai un esercizio neutrale, ma implica sempre una presa di posizione rispetto al suo possibile cambiamento. In un’epoca segnata da nuove forme di disuguaglianza, da paure diffuse e da una crescente difficoltà a immaginare il futuro, questa lezione appare quanto mai attuale. Non basta descrivere il mondo: occorre interrogarsi sul senso – e sulla possibilità emancipativa – del nostro lavoro intellettuale. È in questa domanda, forse, che l’eredità di Bauman continua a vivere.



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