mercoledì 18 marzo 2026

Petrarca studioso

 

petrarca, una vita consumata sulle carte
Biografie intellettuali

Il 2025 è stato un anno pieno di libri importanti dedicati a Petrarca: la biografia di Luca Marcozzi, il reader curato da Gabriele Baldassari e Claudia Berra, le Orazioni politiche commentate da Angelo Piacentini. Ora una delle migliori studiose di Petrarca, Monica Berté, torna sulle carte del poeta, intendendo sia i libri che egli ha posseduto e annotato sia le sue opere viste nella loro materialità, per come sono state scritte e organizzate, e per come hanno circolato tra i contemporanei.

È un esercizio che si può fare a proposito di molti altri scrittori, ma nel caso di Petrarca è  particolarmente interessante per una serie di caratteristiche peculiari che hanno a che fare sia con alcune circostanze esterne sia con le inclinazioni personali, il carattere di questo poeta.

Innanzitutto, Petrarca era un uomo benestante che – prima grazie ai beni di famiglia, poi grazie al favore di Giovanni Colonna, infine grazie a vari benefici ecclesiastici – poteva vivere senza lavorare. Trascorreva le sue giornate e le sue nottate leggendo e scrivendo: «Si alza – scrive in una pagina celebre – l’uomo solitario e tranquillo, sereno, ristorato da un conveniente riposo, dopo aver non interrotto, ma terminato il suo breve sonno […]. Guardando poi il cielo e le stelle, e sospirando con tutta l’anima al signore Dio suo che ha lì sua dimora, si dedica subito a qualche bella e piacevole lettura». Disponeva di libri, di carta e pergamena per scrivere e, soprattutto, di giovani scribi che lo aiutavano nella stesura dei suoi testi («Sappiamo – spiega Berté – che già a partire dagli anni Cinquanta una schiera di pueri lavorava alle sue dipendenze», ragazzini copisti che «dovevano sicuramente vivere a casa con lui»). Dettava; ma scriveva anche in prima persona, moltissimo, sia copiando le proprie opere sia postillando gli autori latini prediletti (il capitolo relativo alle postille è forse il più bello e istruttivo di questo libro eccellente). Ed era tanto devoto a queste occupazioni da dedicarvisi non solo quando sedeva allo scrittoio ma anche quando viaggiava: «seguendo l’esempio di Augusto – scrive all’amico Francesco Nelli – mentre mi sto tagliando i capelli e radendo sono solito leggere o scrivere, o ascoltare chi legge e dettare a chi scrive».

Di solito, gli uomini del Medioevo morivano nel luogo in cui erano nati e vissuti; lui invece, da uomo benestante e famoso, viaggiò molto, e con agio. «Sino ad ora – scrive verso i 45 anni – ho passato quasi tutta la mia vita peregrinando». Il benessere e la cultura gli consentivano di possedere ciò che pochissimi possedevano a quell’epoca: una discreta collezione di libri, raccolti nel corso degli anni ora in prima persona ora servendosi di intermediari: a Giovanni dell’Incisa chiede per esempio di «mandare in giro per la Toscana uomini fidati e colti per frugare negli armaria, di religiosi e non, così da placare o stimolare la sua brama di libri», e lo informa che analoghe ricerche stavano facendo per suo conto altri amici in giro per l’Europa. Alla sua morte, possedeva forse duecento volumi: una cifra esorbitante, per un privato (le biblioteche come quelle del Nome della rosa semplicemente non esistevano).

Conseguenza di questa mania per la scrittura e la lettura: una proliferazione di carte, abbozzi, autografi, idiografi che non ha paragoni tra i letterati del suo tempo, e che ha dato e darà ai filologi un’ingentissima materia di studio. «La sua biblioteca domestica aveva al proprio interno una piccola arca, ossia un piccolo scrigno dentro cui erano custodite le carte. All’occorrenza, vi prelevava quelle che gli interessavano o su cui intendeva lavorare» (Berté). Siamo abituati a pensare allo scrittore (moderno) che conclude la sua opera, la pubblica, passa alla successiva. Prima dell’età della stampa, ma per un pezzo anche dopo, le cose andavano diversamente, e Petrarca in particolare è abitato dal demone dell’incontentabilità. Non ‘chiude’ mai: le sue opere si trascinano per decenni, conoscono revisioni, integrazioni, spostamenti. «1368, 18 maggio, venerdì, a notte fonda. A lungo insonne, alla fine mi alzo e mi imbatto in questo vecchissimo componimento di 25 anni fa». Mi imbatto (occurrit). È una delle note che costellano il codice degli abbozzi, che reca le redazioni provvisorie di alcune sue poesie volgari; ma corrisponde in fondo a quella che dovette essere la storia elaborativa di quasi tutte le sue opere, sia latine (il De viris illustribus, che da libro di storia romana diventa libro di storia universale, il poema dell’Africa, il De vita solitaria, che celebra la solitudine di Valchiusa ma viene completato anni dopo in Italia) sia volgari (basta pensare ai Trionfi che citavo sopra, con le loro varianti e i loro capitoli ‘alternativi’).

Minuzie per filologi? Niente affatto, perché – più di qualsiasi altro autore medievale (vengono in mente semmai i moderni: Kafka, Proust) – Petrarca non cessa mai di riflettere sull’atto del leggere e dello scrivere, e alcune delle sue pagine più belle nascono appunto come glosse fiorite in margine alla pagina scritta, o alla pagina bianca. Come questa familiare che Berté mette in esergo al terzo capitolo: «Ecco, ero giunto a questo punto dell’epistola e, riflettendo su cosa dire di più o cosa non dire, nel frattempo, come spesso accade, colpivo la carta vuota con la penna rovesciata. Ciò mi diede occasione di pensare che fra le piccole pause ritmiche il tempo fuggiva via e io fuggivo via con esso, me ne andavo, venivo meno, e, per dirla con precisione, morivo». Già.

Monica Berté

Petrarca. I libri

Carocci, pagg. 206, € 23


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https://machiave.blogspot.com/2015/07/petrarca-in-morte-di-laura.html


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