Pasquale Vitagliano
Al termine di una educazione sentimentale
il manifesto, 13 marzo 2026
Il primo dei perdenti. «Non hai vinto. E’ che quella ha rinunciato», Marcello Gori, il protagonista del La ricreazione è finita (Sellerio, pp. 480, euro 16), riceve così la notizia di aver vinto un dottorato di ricerca in italianistica. Per quelli come lui, che nella carriera universitaria, hanno dovuto affidarsi al mestiere più che allo studio, per farsi largo nella selva accademica ci vuole fortuna e poco buon senso. Altrimenti, lui per primo non avrebbe puntato un centesimo al toto-concorsi dell’Università di Pisa. E’ il libro che ha fatto conoscere Dario Ferrari, seguito da L’idiota di famiglia, uscito proprio in questi giorni sempre per la casa editrice siciliana.
Anche Marcello vive a Viareggio, ha trent’anni, prima che la sua vita svoltasse in modo imprevedibile si arrabattava con lezioni private e altri lavoretti. Invece, l’ambizione e la sorte l’hanno portato a tu per tu con un mammasantissima dell’Università, il chiarissimo professor Sacrosanti. Il nome fa l’uomo. In questo caso, fa il barone. «Si conquisti un feudo. Deve diventare la massima autorità su quel fazzoletto di terra. Poi da lì potrà espandersi, col tempo. Ferrari ci introduce dentro una realtà che non è ignota ma che nella sua immobilità è capace di adattarsi con forza minerale alle evoluzioni sociali. Il suo romanzo è un racconto generazionale. Entriamo nella vita di Marcello come il giovane Sacrosanti ha vissuto quella di Porci con le ali. Pur nelle costanti umane, le differenze sono molte e forti. Il mondo ha cambiato tutti prima che ci riuscissero loro. Il sesso non dà più brividi di liberazione. «E’ solo orale, nel senso che ne parliamo spesso e lo facciamo di rado». Di questa generazione non ne resta un cult. Però ne cogliamo perfettamente il mood.
«Le do una dritta. Ha mai letto Tito Sella?» Wikipedia: Tito Sella (1953-1998) è stato un terrorista italiano. Il gesto con cui Marcello inizia ufficialmente il dottorato è tagliarsi la barba. A questo punto, come con i baffi di Emmanuel Carrère, la storia si divarica e cambia anche il tono del racconto. Veniamo proiettati nella storia di questo scrittore, condannato all’ergastolo per aver inseguito la Rivoluzione nella Versilia della fine degli anni ’70. Per la sua tesi, a Marcello dovrebbero interessare le opere di Sella. Ad attrarlo fatalmente sono invece le vicende della Brigata Ravachol, dal nome di un anarchico francese. Nel 1977 questo gruppo armato si era segnalato per due azioni: l’esplosione di un carro allegorico con Moro e Berlinguer durante il corteo di Carnevale, e l’assassinio di un giudice.
Perché il Sacrosanti ha messo Marcello sulle orme di quest’autore minore, in bilico tra un Rocky della lotta armata e un Oblomov del riflusso? Anche il libro oscilla tra romanzo di formazione e inchiesta storica. Il sentimento che prevale è quello dell’irresolutezza. Capovolgendo la frase di Calvino, lo stesso protagonista dichiara che pensavamo di essere giovani e invece eravamo solo incompleti. Non è un azzardo, invece, l’associazione a Tristram Shandy. L’andamento non è lineare, procede a spirale, divagazioni, riflessioni s’intrecciano con gli eventi della coppia Marcello-Tito Sella. Si arriva all’agnizione finale, inseguendo fino a Parigi l’archivio segreto dello scrittore-terrorista. E’ il momento centrale, «in cui si sospende la serie del tempo e delle vicende di una vita per svelare l’identità definitiva di un individuo». Tramite Sella abbiamo conosciuto Marcello e ci siamo scovati nella terra di mezzo dell’irresolutezza, dove il dubbio si coltiva più per natura che per scelta. La ricreazione è davvero finita. Al termine di questa educazione sentimentale, se ci giriamo indietro a guardare il nostro passato, la nostra giovinezza, potremmo scoprire che forse non fu il tempo migliore della nostra vita. Accontentiamoci del presente.

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