Maurizio Crippa
Cara, piccola egemonia
Il Foglio, 21 marzo 2026
Questo documento sembra lungo. Per risparmiare tempo, usa l’assistente AI per leggerne un riepilogo”. Ho subito scherzato con Andrea Minuz, quando ho ricevuto il pdf e la prima schermata offerta dall’ineffabile Adobe è stata quella: il libro è lungo, passa al riepilogo. Forse a risolvere l’infinita querelle tutta italiana su chi sia depositario e padrone dell’egemonia culturale sarà L’AI, anzi già l’ha fatto. Minuz che insegna all’università, roba di standing superiore (nell’egemonia culturale di sinistra invece “se c’è la scuola, sarà una scuola di periferia, con giovani professoresse democratiche che tra mille difficoltà lottano in un mondo che della scuola non ne vuole sapere”), ne è consapevole: la vera egemonia è un riassunto culturale fatto con L’AI.
Il libro l’ho letto tutto, alla faccia di Adobe. Non soltanto perché pagina dopo pagina non riuscivo a smettere di ridere (per non piangere) al diluvio di ironie e pungenti di Minuz, un autentico maestro Itamae nel fare a fette i luoghi comuni, ma soprattutto per la messe incredibile di episodi, definizioni, polemiche, libri, film, dichiarazioni d’intenti o d’autore che hanno costruito nei decenni repubblicani un repertorio di insensatezza egemonica da riempirci l’arsenale di Venezia. Una barzelletta identitaria che ha appassionato le élite come il montaggio del cubo di Rubik: “Se, come mi sembra logico, nella cultura si comprendono scuola ed università non c’è dubbio che una dittatura in Italia c’è stata, ed è stata quella democristiana” (Cesare Cases). Ma anche: “L’egemonia culturale marxista l’abbiamo vista all’opera tutti” (Marcello Pera). Perle di supponenza: “La nozione di egemonia è stata usata male, non si tratta di un comando, è un fatto che si realizza quando le idee di qualcuno s’impongono perché sono più valide” (Massimo D’Alema). Non è soltanto un catalogo dei tic culturali, una wunderkammer degli orrori e delle presunzioni, il libro di Andrea Minuz. Si intitola “Egemonia senza cultura - Storia sentimentale di un’ossessione italiana”ed è edito da Silvio Berlusconi Editore: e già questo potrebbe essere il gioco-partita-incontro sull’intera faccenda, se soltanto i suoi eredi (intesi i politici), cioè la soi disant destra di governo in cerca di egemonia avesse seguito la strada del Cavaliere: “Più si è egemoni nella cultura, più le elezioni le vincono gli altri, come negli ultimi trent’anni hanno dimostrato le imprese elettorali di Berlusconi e oggi il caso americano”. (Minuz).
Abbiamo detto Arsenale di Venezia con trasparente intento maligno. Scrive Minuz: “Nella campagna elettorale del 2022, quando Giorgia Meloni annunciò che avrebbe ‘ribaltato l’egemonia culturale della sinistra’, molti hanno pensato a una provocazione”. Ma all’inizio del 2023, iniziata l’èra Meloni, talk e giornali erano invasi da discettazioni attorno “al superconcetto gramsciano”. Esempi di titoli (ridere): “In questo momento la destra sta leggendo Gramsci”, “Egemonia canaglia”, “La Rai perde Fazio e l’egemonia culturale”. Vennero gli ardimentosi tentativi di costruire un Pantheon della destra, per ora il più riuscito, diciamo, è stata una mostra su Tolkien. Unici risultati sistemici, le fiction Rai. Giampaolo Rossi: “Se gli americani avessero avuto Garibaldi e l’impresa dei Mille, l’avrebbero trasformato in un grande affresco hollywoodiano… Ci vuole una fiction bigger than life”. La lunga marcia verso l’egemonia era iniziata già prima. Convention di Fratelli d’italia, Milano 2022: nomi di un certo peso un concerto diretto da Beatrice Venezi che dava “simbolicamente voce” ai milioni di lavoratori in partita Iva. “La versione patriota delle vecchie sbornie operaiste della musica colta, quando Maurizio Pollini portava Musorgskij nelle fabbriche occupate”. I numi tutelari: “Venti cartonati, inconsapevoli e sparsi, messi lì con quel solito effetto-playlist: Enzo Ferrari, Giovanni Paolo II, Flaiano, Jünger, Hannah Arendt, Guareschi, Dostoevskij, Margherita Sarfatti, l’immortale Pasolini”. Micidiale sintesi: “La controegemonia della destra era già in pieno trip Leopolda e ‘storytelling’, rimbalzando tra Gramsci e Baricco”.
Primavera 2026. Dopo aver conquistato la Biennale con un presidente ormai più amato a sinistra che a destra, dopo avere piazzato due ministri al Collegio romano che hanno fatto e disfatto riforme e controriforme, nomine e contronomine, l’attesissimo Armageddon per l’egemonia culturale sta andando in scena a Venezia, ma in un modo inaspettato e ribaltato, letteralmente endogamico. Da un lato c’è il Gauleiter della Laguna Pietrangelo Buttafuoco “a dimostrare e praticare una fin troppo corazzata indipendenza” (Ferrara). Dall’altro il gemello diverso del Collegio Romano, Alessandro Giuli, calato nel compito di difesa della libertà della cultura, che però può esistere solo sotto il granitico controllo di politica e stato. Probabilmente Giorgia Meloni e i suoi consigliori l’avevano immaginata più facile. Il ha precipitato il libro nel mezzo di un cannoneggiamento in Laguna, ma anche senza questa coincidenza il saggio di Minuz va letto a partire dall’attualità. Senza la quale è impossibile capire come un tema assolutamente astratto come l’egemonia culturale possa da decenni essere stato usato come un manganello. E qui si precipiterebbe inevitabilmente nella noia del gramscismo, non fosse per la maestria con cui Minuz inanella perle di ideologia, gemme di assurdità e per contro disperate difese di chi cercava di arrampicarsi alla conquista della ma scivolando sempre a valle. “Make Gramsci pop again”. Gustoso scoprire – non ce l’avevate detto! – che “nelle tremiladuecentoquattordici pagine dei ‘Quaderni del carcere’ di Gramsci il termine ‘egemonia culturale’ compare una volta sola… una definizione netta e perentoria di egemonia culturale non c’è”.
Non volendo scimmiottare gli archeologi del sapere, Minuz se ne avrebbe a male, basta ripartire da alcuni fatti noti: la capacità della sinistra, allora il Pci, di radunare gli intellettuali attorno al proprio progetto, offrire mete ideali e una rete di conforto tra mondo editoriale, accademico e politico. Poi “le idee devono diventare ‘storytelling’ direbbero alla Holden o alla Leopolda, e cioè fatto di ‘costume’, emozione collettiva”. L’Einaudi che pubblicava Gramsci era (anche) questa cosa qui, nei ricordi di Freccero su Pasolini: “Insisteva sempre con questa storia della tessera del partito comunista…io gli rispondevoche dopo aver letto ‘Buio a mezzogiorno’ di Koestler non avrei mai potuto, e poi non volevo rinunciare allo sherry e alle giacche di tweed. E lui: ‘Ma guarda che non sono più quei tempi, ti basterà venire a qualche riunione e salire sul carro dell’Einaudi il Primo Maggio’”. Egemonie e buone relazioni, compresi efficacissimi meccanismi ad excludendum. Renzo De Felice: “Se si volesse rievocare il mio caso…potrei fornire un’ampia documentazione di quel che si è detto e scritto su di me, compresa la parte non semplicemente negativa, ma anche intimidatoria”.
Giuseppe Berto nel 1973 si presentò così al congresso Intellettuali per la libertà di Torino: “Mi chiamo Giuseppe Berto. Ho 58 anni e da trent’anni faccio lo scrittore. Sono un isolato. La critica da principio mi definì un dilettante. Poi, siccome mi ostinavo a scrivere, ma ancora più mi ostinavo a osteggiare i gruppi che manipolano i successi, dissero che ero pazzo e negli ultimi anni anche fascista”. Un sistema blindato che però rapidamente declina in una autoparodistica pretesa di superiorità. Riassunto da Eugenio Scalfari, 2004: “L’eventuale egemonia della sinistra altro non sarebbe derivata che dalla qualità dei prodotti culturali dovuti alla libera creatività di artisti, letterati, registi, giornalisti, che hanno lavorato in piena libertà conquistando e affezionando lettori e ascoltatori liberissimi a loro volta di dirigere altrove le loro scelte quando quelle effettuate non avessero più appagato i loro gusti”.
Breve balzo in avanti. Come mai la destra ora giunta al potere, anziché goderselo berlusconianamente (parafrasando Papa Leone de’ Medici: “Se Dio ci ha dato l’egemonia politica, godiamocela”) si sta scervellando, offrendo il fianco il più delle volte a magrissime figure, per conquistare l’inutile egemonia culturale? Bisogna partire dall’inizio, come diceva la Lepre Marzolina ad Alice. E scoprire un fatto sempre trascurato: l’egemonia culturale della sinistra è come l’araba fenice. Se chiedi a loro, non c’è mai stata, è solo “la parte migliore del paese”che si raduna a “Prima pagina” di Radio3. O esiste soltanto in controluce, di riflesso, quando arriva la destra, come una dimostrazione evidente che la destra non ha cultura. Per dirla meglio: “La Grande Battaglia per l’egemonia ha regole complesse e incomprensibili… La scuola di pensiero sviluppata a destra lancia la sua protesta accorata contro il ‘giogo dell’egemonia’, espressione di una cultura a lungo occupata dalla sinistra prima comunista poi buonista poi progressista. Contro la GLE (Grande Lamentazione dell’egemonia) insorgono i teorici della PEC (la Presunta Egemonia Culturale). Agnostici radicali, i fautori della Pec sostengono che ‘l’egemonia culturale della sinistra’ non è mai esistita”. Immaginano un paese “venuto su tra collettivi anarcocapitalisti, antagonisti futuristi, appelli degli intellettuali per il libero mercato, saggi di Hayek e Milton Friedman in tutte le case degli italiani, Alba Rohrwacher che fa Ayn Rand in un biopic di Martone”. Esistono antidoti naturali all’egemonia culturale della sinistra? Sì, ad esempio le belle famiglie come quella di Minuz in cui non vigevano interdetti morali a vedere “Vacanze di Natale, oppure Top Gun, Rocky IV, La notte dei morti viventi perché ritenuti volgari, scemi, violenti, diseducativi, ‘troppo americani’”. Ma poi arrivano i vent’anni, l’università: “Lì ho scoperto che la cultura poteva avere a che fare con altre cose: l’essere accettati dagli altri, la reputazione, lo stile, il conformismo, la figaggine, l’indottrinamento”, racconta, con ribaltamento ironico: “Adesso guardavo Die Hard con Bruce Willis e quello che vedevo non era più un grande film ammazza-cattivi ma una sfacciata propaganda repubblicana, un tripudio di armi, machismo, muscoli… In una banale canzone d’amore si poteva annidare l’ideologia del possesso romantico e borghese, la mascolinità tossica”. E i romanzi? “Non bastava più leggerli. Ora venivano dissezionati alla ricerca di ‘strutture egemoniche’ nascoste. Dovette aspettare i trent’anni, l’età (un tempo) adulta, per liberarsi di quel “desiderio mimetico”, per dirla con un maestro di Peter Thiel. E finalmente scoprire “i saggi di Nabokov, di Robert Conquest”. E “la prosa limpida, affilata e infallibile di Isaiah Berlin”. Nel frattempo l’egemonia culturale della sinistra (sempre ammesso che fosse esistita) subiva come la sinistra un’inesorabile trasformazione. Iniziavano a scoprire quello che altrove sapevano già, che la cultura funziona al contrario: “Beniamino Placido raccontava un episodio illuminante. La Federazione lavoratori metalmeccanici di Milano aveva lanciato un’inchiesta sulle letture degli operai che vivevano nell’hinterland. E qui scopriva con orrore la realtà dei consumi proletari: gli operai non leggevano Il Metallurgico, rivista ufficiale della categoria, o l’unità. Preferivano Stop, Confidenze, Grand Hotel, Tex Willer, soprattutto TV Sorrisi & Canzoni. La Federazione definiva i risultati dell’inchiesta ‘sconcertanti’. Gli operai deludevano le attese”. Sarebbero venute le grandi “riscoperte del valore del pop, dalle Panini di veltroniana memoria in su. Intanto, oltreoceano, succedeva ben altro: “Gramsci goes to Hollywood”, l’egemonia non era più culturale né politica, iniziava a radicarsi nella morale, nel vittimismo. Robert Hughes scrisse il presa diretta “La cultura del piagnisteo”. Invece in Italia Repubblica si incaricava di forgiare la nuova egemonia dell’antiberlusconismo. Diventava “la startup di riferimento di intellettuali, attivisti, scrittori che cercano l’approdo in classifica, un corridoio per un premio letterario, una rubrica fissa, un filo diretto con la società civile”. Saviano? Nessuno si ricorda mai che Saviano diventa Saviano “quando muore Taricone, il primo eroe del Grande Fratello. Quel giorno, nella riunione di redazione a Repubblica, qualcuno dice ‘ma perché non chiediamo un commento a Saviano?’. Saviano aveva fatto lo stesso liceo di Taricone”.
E si torna alla domanda: perché mai la destra sente la necessità di combattere contro i mulini a vento di questa falsa rappresentazione sociale? C’è una piccola archeologia, anche qui. Il primo Campo Hobbit: “Immaginatevi allora questi giovani di destra, emarginati, odiati da tutti, che sognano il loro pezzo di Sessantotto. Una rivolta contro i padri, come i loro coetanei di sinistra. Immaginateveli a Montesarchio, provincia di Benevento, sperduti nelle lande molisane per ricreare un pezzo di Medioevo celtico nel nome di Tolkien, anche se il paesaggio non aiuta. Qui, nell’estate del 1977, si celebra il primo Campo Hobbit, la risposta della nuova destra al Parco Lambro”. E’ significativo che Minuz, dovendo ritrovare un nocciolo di cultura di destra che avesse la dignità di imporsi, oltre al manipolo di scrittori e registi trascurati (“abbiamo scoperto il ‘canone Longanesi’, che era meglio di quello Einaudi”) debba ricorrere alla piccola, gloriosa e osteggiata epopea della casa editrice Rusconi di Alfredo Cattabiani. Quella che scoprì “Il Signore degli Anelli”, snobbato dai grandi editori di sistema. Rusconi negli anni 70 è in grado di trasformare un editore “di rotocalchi” in un agguerrito editore controculturale, che piazza “un centinaio di titoli in poco più di tre anni: Bernanos, Jünger, Simone Weil, Del Noce, Mircea Eliade, Elémire Zolla, Cristina Campo, l’esordio di Guido Ceronetti… Un grande prequel dell’ascesa di Adelphi che renderà tutto più chic e instagrammabile”. L’operazione Rusconi è intelligente, funziona, quindi viene subito respinta in blocco dagli intellettuali. La casa editrice è bollata come neofascista, boicottata. Ma molti anni dopo, a determinare un sorpasso di “sensibilità”, mercato e pure bacino elettorale è stata l’unica vera egemonia di gusto che da quell’antico seme, dalla “compagnia dell’anello”, è sbocciato: la prevalenza del fantasy.
Il cane Atreju un tempo era il simbolo un po’ sfigato di una narrativa per ragazzi minore, “La storia infinita non era E.T., non era I Goonies, non era Ritorno al futuro”. Vent’anni dopo Atreju diventava i raduni a Colle Oppio. L’atreju di oggi, l’atreju di governo, della controegemonia, delle sfilate di ministri e soubrette, è un oggetto antropologico completamente
Nell’Italia di Atreju e Tolkien l’operazione di conquista si compie con l’abbandono della cultura alta e attraverso un dominio del pop diverso. Questo cambiamento d’epoca e gusti che fa di “Atreju ormai un posto family friendly” si porta dietro molto altro, “il fantasy come vendetta culturale”. Nuove mitologie. E’ il cane Atreju che attraversa le Paludi della Tristezza, non un movimento di massa. E’ Frodo che getta l’anello. La centralità dell’eroe – del leader, del predestinato – fonda una diversa idea della leadership. Il conservatorismo immaginifico di Tolkien dà senso alla critica del presente, il mondo è incantato perché è antimoderno. Potrebbe bastare come egemonia, no? Così, mentre nell’America di Trump “Gramsci diventato è una stella polare della Alt-right”, col programma “di prendere scuola, università, dipartimenti dell’istruzione e ribaltarli (sono americani: se lo dicono lo fanno), nell’Italia di Atreju e di Tolkien l’operazione di conquista si compie attraverso l’abbandono della cultura alta – università, chi le ha viste? Giornali, case editrici? Sono solo di nicchia – e attraverso un dominio del pop. E si torna alla Rai, alle fiction nazionalpopolari come canale unico. E ai pacchi di “Affari tuoi” di Stefano de Martino, il vero programma di governo di un pubblico-elettorato che non crede nella cultura ma nella fortuna e nella numerologia. (Di questo Minuz non parla, lo aggiungiamo noi). Non è strano che De Martino sia stato annunciato in diretta e come il futuro Gauleiter di Sanremo: la garanzia che il popolo di destra avrà lì la sua egemonia, con o senza Sal Da Vinci.
La “storia sentimentale di un’ossessione italiana” si specchia in questa contraddizione presente, una sinistra che grida allo scalpo e una destra che pretende di conquistare ciò che non ha o non le serve. Scrive Minuz: “Pare che le sorti di questo governo, e quelle della stessa Repubblica, dipendano ormai da ciò che accade al ministero della Cultura, divenuto evidentemente un simbolo”. Così, mentre la vera egemonia culturale, oltre che sui riassunti della AI, si fonda ormai sulla egemonia della Red Pill, col suo frullato di cultura internettiana, un cospirazionismo di sinistra diventato brutto, sporco, cattivo tale quale a quello Maga, mentre “il presentismo annebbia la progressione storica degli eventi, inclusa l’idea di avere a che fare con un qualche canone o tradizione culturale, o semplicemente con qualcuno più bravo di noi”la guerra per l’egemonia culturale appare d’un tratto obsoleta, sfocata, un fardello dell’uomo bianco del passato di cui liberarsi. A destra basta il fantasy, a sinistra dovranno accontentarsi di un nuovo pop e di un ruolo degli intellò da rincorrere chissà dove.

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