Maurizio Crippa
Cara, piccola egemonia
Il Foglio, 21 marzo 2026
https://www.ilfoglio.it/politica/2025/11/04/news/quel-super-ego-massimalista-che-la-sinistra-non-riesce-ancora-a-rimuovere-8280991/
Nel frattempo l’egemonia culturale della sinistra (sempre ammesso che fosse esistita) subiva come la sinistra un’inesorabile trasformazione. Iniziavano a scoprire quello che altrove sapevano già, che la cultura funziona al contrario: “Beniamino Placido raccontava un episodio illuminante. La Federazione lavoratori metalmeccanici di Milano aveva lanciato un’inchiesta sulle letture degli operai che vivevano nell’hinterland. E qui scopriva con orrore la realtà dei consumi proletari: gli operai non leggevano Il Metallurgico, rivista ufficiale della categoria, o l’Unità. Preferivano Stop, Confidenze, Grand Hotel, Tex Willer, soprattutto TV Sorrisi & Canzoni. La Federazione definiva i risultati dell’inchiesta ‘sconcertanti’. Gli operai deludevano le attese”. Sarebbero venute le grandi “riscoperte del valore del pop, dalle figu Panini di veltroniana memoria in su. Intanto, oltreoceano, succedeva ben altro: “Gramsci goes to Hollywood”, l’egemonia non era più culturale né politica, iniziava a radicarsi nella morale, nel vittimismo. Robert Hughes scrisse il presa diretta “La cultura del piagnisteo”. Invece in Italia Repubblica si incaricava di forgiare la nuova egemonia dell’antiberlusconismo. Diventava “la startup di riferimento di intellettuali, attivisti, scrittori che cercano l’approdo in classifica, un corridoio per un premio letterario, una rubrica fissa, un filo diretto con la società civile”. Saviano? Nessuno si ricorda mai che Saviano diventa Saviano “quando muore Taricone, il primo eroe del Grande Fratello. Quel giorno, nella riunione di redazione a Repubblica, qualcuno dice ‘ma perché non chiediamo un commento a Saviano?’. Saviano aveva fatto lo stesso liceo di Taricone”.
E si torna alla domanda: perché mai la destra sente la necessità di combattere contro i mulini a vento di questa falsa rappresentazione sociale? C’è una piccola archeologia, anche qui. Il primo Campo Hobbit: “Immaginatevi allora questi giovani di destra, emarginati, odiati da tutti, che sognano il loro pezzo di Sessantotto. Una rivolta contro i padri, come i loro coetanei di sinistra. Immaginateveli a Montesarchio, provincia di Benevento, sperduti nelle lande molisane per ricreare un pezzo di Medioevo celtico nel nome di Tolkien, anche se il paesaggio non aiuta. Qui, nell’estate del 1977, si celebra il primo Campo Hobbit, la risposta della nuova destra al Parco Lambro”. E’ significativo che Minuz, dovendo ritrovare un nocciolo di cultura di destra che avesse la dignità di imporsi, oltre al manipolo di scrittori e registi trascurati (“abbiamo scoperto il ‘canone Longanesi’, che era meglio di quello Einaudi”) debba ricorrere alla piccola, gloriosa e osteggiata epopea della casa editrice Rusconi di Alfredo Cattabiani. Quella che scoprì “Il Signore degli Anelli”, snobbato dai grandi editori di sistema. Rusconi negli anni 70 è in grado di trasformare un editore “di rotocalchi” in un agguerrito editore controculturale, che piazza “un centinaio di titoli in poco più di tre anni: Bernanos, Jünger, Simone Weil, Del Noce, Mircea Eliade, Elémire Zolla, Cristina Campo, l’esordio di Guido Ceronetti… Un grande prequel dell’ascesa di Adelphi che renderà tutto più chic e instagrammabile”. L’operazione Rusconi è intelligente, funziona, quindi viene subito respinta in blocco dagli intellettuali. La casa editrice è bollata come neofascista, boicottata. Ma molti anni dopo, a determinare un sorpasso di “sensibilità”, mercato e pure bacino elettorale è stata l’unica vera egemonia di gusto che da quell’antico seme, dalla “compagnia dell’anello”, è sbocciato: la prevalenza del fantasy.
Il cane Atreju un tempo era il simbolo un po’ sfigato di una narrativa per ragazzi minore, “La storia infinita non era E.T., non era I Goonies, non era Ritorno al futuro”. Vent’anni dopo Atreju diventava i raduni a Colle Oppio. L’Atreju di oggi, l’Atreju di governo, della controegemonia, delle sfilate di ministri e soubrette, è un oggetto antropologico completamente diverso. Questo cambiamento d’epoca e gusti che fa di “Atreju ormai un posto family friendly” si porta dietro molto altro, “il fantasy come vendetta culturale”. Nuove mitologie. E’ il cane Atreju che attraversa le Paludi della Tristezza, non un movimento di massa. E’ Frodo che getta l’anello. La centralità dell’eroe – del leader, del predestinato – fonda una diversa idea della leadership. Il conservatorismo immaginifico di Tolkien dà senso alla critica del presente, il mondo è incantato perché è antimoderno. Potrebbe bastare come egemonia, no? Così, mentre nell’America di Trump “Gramsci diventato è una stella polare della Alt-right”, col programma “di prendere scuola, università, dipartimenti dell’Istruzione e ribaltarli (sono americani: se lo dicono lo fanno), nell’Italia di Atreju e di Tolkien l’operazione di conquista si compie attraverso l’abbandono della cultura alta – università, chi le ha viste? Giornali, case editrici? Sono solo di nicchia – e attraverso un dominio del pop. E si torna alla Rai, alle fiction nazionalpopolari come canale unico. E ai pacchi di “Affari tuoi” di Stefano de Martino, il vero programma di governo di un pubblico-elettorato che non crede nella cultura ma nella fortuna e nella numerologia. (Di questo Minuz non parla, lo aggiungiamo noi). Non è strano che De Martino sia stato annunciato in diretta e coram populo come il futuro Gauleiter di Sanremo: la garanzia che il popolo di destra avrà lì la sua egemonia, con o senza Sal Da Vinci.
L’egemonia culturale fantasy è la vera vendetta di Atreju
Quella che era l’Euro-festa dei giovani di An oggi è diventata un oggetto antropologico molto diverso. Ma, se all’epoca Tolkien e La storia infinita erano cosa da nerd, ora quel genere domina la cultura pop
Quando ero bambino, Atreju era quel ragazzino dai tratti un po’ nativi americani, una specie di Pocahontas maschio, che svolazzava a cavalcioni di Falkor, pupazzone dal pelo bianco, drago-cane volante con muso da golden retriever, non proprio bellissimo.
La storia infinita era quel film che si ricordava più che altro per l’omonima canzone: non era E.T., non era I Goonies, non era Ritorno al futuro. Era molto kitsch, troppo europeo per i nostri gusti e con effetti speciali non irresistibili. Lo passavano su Italia 1 il pomeriggio e lo guardavamo con un misto di noia e inquietudine, anche per via di quella scena col cavallo che affonda nella palude della tristezza, la melma simbolo di depressione, disperazione, vuoto esistenziale.
I raduni a Colle Oppio
Passati poi i vent’anni, dimenticato il film, il nome Atreju però ritornava. Ora evocava oscuri raduni notturni a Colle Oppio, Roma, tra le spelonche fatiscenti e i ruderi identitari del parco, quando era ancora «l’Euro-festa dei giovani di Alleanza Nazionale». A quell’Atreju del 1998 – prima edizione – andavano fortissimo le spillette col Dux, le croci celtiche, i segnalibri con le frasi di Jünger («Noi non vogliamo un mondo pacifico e ben costruito») o l’Ezra Pound marzulliano di «Rinnovatevi col Sole e con ogni Sole rinnovatevi». Si parlava di tradizione, Europa delle patrie. Mogol commemorava Battisti, «artista nel quale abbiamo sempre ritrovato le nostre emozioni», Luca Carboni declinava gentilmente l’invito, e Rutelli, allora sindaco di Roma, si affacciava per cortesia istituzionale.
Il programma prevedeva lezioni di sollevamento pesi, giochi fantasy, il cabaret di Enrico Brignano, la presentazione del libro di Roberto Giacobbo Il segreto di Cheope, tornei di calcio, concerti degli Audio 2 che imitavano Battisti, proiezioni di film epici e combattivi tipo Michael Collins, Braveheart, Il quinto elemento.
Quell’Atreju lì. Quell’Atreju da sagra paesana con venature occultiste-esoteriche, birre artigianali e brutti ceffi in felpa nera. Quell’Atreju è ormai un ricordo sbiadito. Una fotografia ingiallita.
La controegemonia
Perché quello di oggi, l’Atreju di governo, della controegemonia, delle sfilate di ministri e soubrette, è un oggetto antropologico completamente diverso: 105 mila presenze, 144 ore di dibattiti, 743 interventi, 1000 volontari, 1400 giornalisti accreditati da tutto il mondo.
Un parco a tema un po’ Holiday on Ice, un po’ Christmas World, un po’ Festa dell’Unità ma rigorosamente in blu, molto convention aziendale, molto TED Talk. Il Circo Massimo o i giardini di Castel Sant’Angelo trasformati in villaggio natalizio: quaranta casette di legno, stand gastronomici, presepi artigianali, odore di vin brulé – come a Cortina, quella di Vanzina, si capisce.
Una sovranità alimentare che salta subito agli occhi: no sushi, no poke, no kebab, no veganesimo, ma «sugo di castrato», «pasta e fagioli con guanciale croccante», «pizza con la mortadella». Cibi sani, sostanziosi, identitari (c’è anche lo stand della Nutella). Un recupero da destra della filiera corta, del chilometro zero, dei grani antichi, col «caciocavallo impiccato» della transumanza sulla Sila.
Tendoni trasparenti e riscaldati che ospitano panel su panel: la sala «Giustizia Giusta» e la sala «Rosario Livatino», la riforma Nordio e il welfare sussidiario, il deepfake e l’odio social, Pasolini e Mishima, Marx e Nietzsche, la deterrenza e la Mezzaluna sciita, le giovani coppie e il piano casa.
Atreju è ormai un posto family friendly. Vi si respira aria di festa, e strategica è la scelta di posizionarlo a Natale. Sembra di entrare in una romantic comedy newyorchese, gli innamorati coi paraorecchie di peluche al Rockefeller Center, ma con l’odore forte di salsicce e arrosticini abruzzesi nell’aria. Lo scorso anno avevo portato mia figlia a pattinare sul ghiaccio e lei non vedeva l’ora di tornare.
Così andiamo anche quest’anno – edizione 2025 – ancora più «bigger than life». Facciamo lo slalom nella folla, tra i cartelloni «Chi non salta comunista è» con l’immagine di Giorgia che zompetta, e gli odiatori della sinistra esposti alla gogna, il pantheon dei grandi italiani – Colombo, Marconi, Marco Polo, Don Bosco – e le foto dei ministri sorridenti, e le famiglie con i passeggini, e i nonni col cappotto di cammello, le signore bionde, anzi biondo cenere, nell’acconciatura resa celebre da Giorgia («un semibob a onde», lo definisce il suo parrucchiere).
Con quella chirurgia plastica moderata, discreta. E mia figlia pattina felice con altri bambini mentre dalle casse escono Mariah Carey e Last Christmas in tutte le versioni, anche con l’autotune, e alle mie spalle i giovani di Atreju si fanno i selfie con Giulio Tremonti. Hanno l’aria da bravi ragazzi. Niente a che fare con quelli di Colle Oppio. Facce pulite, no tatuaggi, no piercing, sembrano studenti fuorisede iscritti alla Luiss o alla Link University.
Atreju è diventato un grande pezzo di pop. Un format televisivo all’aperto. Una versione di destra – o fantasy – del tavolone degli ospiti di Fazio, con sfilate improbabili che però tracciano lo Zeitgeist: Carlo Conti, Mara Venier, Marco Liorni, Raoul Bova, molto applaudito in un panel sui deepfake con Arianna Meloni (in cui racconta la vicenda degli «occhi spaccanti» – se non la conoscete c’è Google). E poi Fabio Ferrari detto Chicco dei Ragazzi della 3a C, Ezio Greggio ma in collegamento su Zoom da Milano, la commemorazione di Beppe Vessicchio – premio Atreju alla carriera in memoriam, ritirato dalla figlia Alessia – insieme a tanti altri «premi Atreju»: Buffon, Velasco, Fefé De Giorgi.
E poi ministri, sottosegretari, produttori televisivi che si «riposizionano» (e che tra dieci anni diranno: «Mai stato ad Atreju, io»). Il conservatorismo che si respira qui non è quello austero di Roger Scruton, non è Burke, né Oakeshott. È piuttosto una grande nostalgia degli anni Ottanta: il decennio in cui Giorgia Meloni era bambina e restò folgorata, appunto, dal giovane Atreju. Guardate I ragazzi della 3a C e guardate i ragazzi di Atreju oggi: stessa aria da bravi ragazzi, stessi sorrisi puliti.
L’Italia di Pertini che alza la coppa, di Craxi che governa, della TV commerciale che esplode, del riflusso che spazza via gli anni di piombo. Un passato prossimo sufficientemente vicino da essere ricordato, sufficientemente lontano da essere mitizzato.
Non il Medioevo di Tolkien, ma l’Italia di Vacanze di Natale, gli azzurri, il Mundial. Un’Arcadia di consumi e leggerezza, prima di Internet, della crisi, della globalizzazione e del wokismo. Prima che tutto si complicasse.
La rivincita
Quando Giorgia Meloni e i suoi cofondarono la festa, nel 1998, il fantasy era ancora un genere di nicchia, una cosa da nerd, da giochi di ruolo, da fumetterie polverose. Il Signore degli Anelli non era ancora un franchise planetario – il primo film di Peter Jackson esce nel 2001. L’idea che un partito politico, per giunta erede del Msi con la fiamma nel simbolo, battezzasse la propria festa giovanile con il nome di un personaggio tratto da un film tedesco-americano basato su un bestseller ecologico di Michael Ende poteva sembrare, al minimo, eccentrica.
Eppure, il fantasy si è rivelato un terreno decisivo. A lungo reietto del buon gusto, roba da nerd improbabili, il fantasy è ovunque in ascesa. Un universo in continua espansione. Uno dei pochi immaginari di massa ancora condivisi. «Mia figlia si definisce un elfo e non so cosa fare» scrive allarmata una mamma in un forum su Internet. «È diventata parte della “cosa degli otherkin”» le rispondono per tranquillizzarla. «Sono ragazzi che si sentono elfi/nani/ecc. intrappolati in corpi umani. È solo entrata in un furry fandom», cioè una comunità di gente che si sente un pupazzo di peluche a piacere. «Non c’è da preoccuparsi» le spiegano. È la vita che è diventata un po’ fantasy.
Sembra una storia di controegemonia culturale perfetta: un genere bollato come reazionario, kitsch e impresentabile che cinquant’anni dopo domina la cultura pop globale. Una vendetta servita fredda, anzi ghiacciata nelle lande di Mordor. Il realismo gramsciano e l’impegno civile travolti da elfi, draghi e anelli magici. Il Signore degli Anelli, per esempio, è la nemesi del Gattopardo: lì un romanzo scettico, pessimista, «di destra» veniva trasformato in grandioso film progressista, viscontiano e di sinistra. Qui invece abbiamo un libro adottato dagli hippie e dalla controcultura dei campus americani che arriva in Italia molto in ritardo e diventa oggetto di culto dei ragazzi della nuova destra. La storia è lunga ma esemplare per capire come funzionano le cose da noi.
Il testo è un estratto di Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana, SBE, 2025 di Andrea Minuz. L’autore presenterà il libro mercoledì 1 aprile alle 18:30 alla Mondadori della Galleria Alberto Sordi a Roma, insieme a Pierluigi Battista, Chiara Francini e Saverio Raimondo







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