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martedì 10 marzo 2026

Tomaso Montanari, il personaggio

Fabrizio Roncone
Tv, assemblee (e faziosità). Il picchio Montanari vaga tra Marx e don Milani

Corriere della Sera, 10 marzo 2016

In missione per conto del No c’è anche quel meraviglioso personaggio che è Tomaso Montanari (Giuliano Ferrara: «Gli manca una M decisiva»), molto intelligente, finalmente uno colto che sa parlare e argomentare, padrone di una retorica spesso beffarda e urtante, ma quasi sempre nei limiti, se si tiene, se non slitta sulla pedagogia politica brutale, come è successo l’altro giorno a Firenze, quando ha detto che Meloni, La Russa e Nordio sono una combriccola di «banditi»: e però, a parte appunto l’altro giorno, Montanari è di solito davvero a suo agio nella faziosità più esplicita, forse pure perché è ben dentro un certo rigore intellettuale, anche adesso che va in giro a spiegare il modo in cui questa riforma della Giustizia «mette il governo che la promuove nel solco di Orbán, Netanyahu e dei nazistoidi di AFD».
Diciamo che Montanari è uno di quelli che, da subito, ha intuito come dare al referendum del 22 e 23 marzo solo ed esclusivamente una valenza militante hard, netta, trasformandolo in un voto sul governo e, in particolare, sulla sua premier: Meloni Sì o Meloni No. «È così: siamo chiamati a dire se abbiamo ancora voglia di vivere in un Paese democratico, oppure agli ordini della migliore amica di Trump». Lo ripete ovunque. Gira come un picchio. Assemblee, convegni, ospitate tv. Avete presente, no? Trascrivo da un vecchio ritratto: storico dell’arte assai stimato negli ambienti accademici, curriculum di rara e autentica ricchezza (abbiamo ministri, non dimenticatelo, che si sono inventati d’avere una laurea), attualmente rettore dell’università per stranieri di Siena, anni 54 portati con aria stropicciata, perfettamente sinistrorsa, piacionesco velo di barba e capelli sempre arruffati (continua ad esserci, tra l’altro, una curiosa somiglianza con Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report), Montanari appare rigorosamente infilato in un maglione blu per una forma di allergia alla cravatta, si suppone identica a quella che nutre per il pensiero convenzionale: perché anche questo suo No alla riforma è filtrato con riferimenti culturali non scontati, solidi, essendo lui un cattolico fiorentino cresciuto nel mito di Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani («Altroché comunista come mi urla addosso quel genio di Salvini»), studioso del Bernini, ma con una passione sfrenata per Karl Marx (e, insinuano, per le Birkenstock: però dev’essere una perfidia, perché un amante del bello, sia pure con tendenze radical chic, non può essere attratto dalle tremende cioce tedesche).
Ora, comunque, risponde a La Russa, che lo porta in tribunale: «Vuole le mie scuse? È grave che la seconda carica dello Stato minacci un cittadino per un’opinione liberamente espressa...». Vedremo come finisce. Se finisce. L’ego di Montanari è un cobra di grosse proporzioni.


Giovanni Carpinelli 

Sarà poi vero che Tomaso Montanari dà tanta importanza a Marx? Il ritratto che di lui traccia Fabrizio Roncone non è dei più felici. Vorrebbe essere critico e invece appare soprattutto acrimonioso, acrimoniosamente pignolo. Forse sarebbe bastato insistere sul narcisismo e sullo snobismo del personaggio. Cosa che nell'articolo pure traspare, ma in modo erratico e casuale, fino alla stoccata finale dell'ego assimilato a un cobra di grosse proporzioni. Ben detto, quante energie sprecate a cercare l'ago nel pagliaio.

Claudio Vercelli
Credo che questa sia l'età del narcisismo. L'opinionismo televisivo enfatizza questa condizione, usandolo come volano di teatralizzazione per incentivare audience. Montanari è solo una delle diverse maschere di questa recita. L'acrimonia gli deriva, in fondo, dal scoprirsi il cavaliere che mulinella la durlindana. In quel vuoto dell'azione politica che è l'esatto presupposto affinché l'analisi critica si trasformi in enfatica, ipertrofica e vuota vocazione alla maniacale polemica. Fine a sé.
Giovanni Carpinelli
Claudio Vercelli Ecco, Claudio, questo era il problema con Fabrizio Roncone. Il bersaglio ci poteva stare, la modalità espressiva era discutibile. Tu hai pure allargato il discorso, oltre a qualificare meglio l'oggetto specifico. Un modo per mostrare come la critica possa trovare una articolazione più pacata ed equanime. Lontana dal teppismo denunciato da Raffaele Simone.
Claudio Vercelli
Baruch Spinoza lascia stare l'intransigenza, che a volte diventa intolleranza di RS

sabato 24 gennaio 2026

Il flop di Vespa


Lo speciale Porta a porta sui 30 anni del programma in onda in prima serata mercoledì 21 gennaio su Rai 1 ha ottenuto l’attenzione di 945.000 spettatori pari al 7.1% di share. Un risultato deludente per la puntata celebrativa dello show di Bruno Vespa alla quale hanno partecipato diversi politici (da Giorgia Meloni, che ha rilasciato un’intervista Elly Schlein, Giuseppe Conte, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Matteo Renzi) oltre a volti noti della tv come Carlo Conti, Milly Carlucci, Mara Venier, Antonella Clerici, Valeria MariniEleonora Daniele, fino ad Al BanoIva Zanicchi, Paolo Belli e la sua band. (la Repubblica, 22 gennaio 2026)

Giovanni Valentini 
Il mega-flop di Vespa rappresenta la crisi del vecchio talk show
Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2026

Più che un festeggiamento, è stata una commemorazione. Non sarà forse la fine del talk-show, un genere televisivo che ha prodotto e alimentato la politica-spettacolo, istigando alla rissa mediatica. Ma il flop annunciato della kermesse con cui Bruno Vespa ha celebrato su Rai1 i trent’anni del suo Porta a Porta, ottenendo meno di un milione di spettatori, pari al 7,1% di share, contro il quadruplo di Il coraggio di una donna di Sabrina Ferilli su Canale 5 (oltre quattro milioni, con il 28,2%), rivela la crisi di un format che ormai ha fatto il suo tempo.
La trasmissione di Vespa, registrata di solito in ore pomeridiane, preconfezionata e surgelata, risulta spesso ripetitiva e autoreferenziale. Gli ospiti appartengono per lo più a una compagnia di giro in cui gli attori interpretano la parte prevista da un copione prestabilito. Molti “esperti” vengono scelti in ragione della propria appartenenza più che della propria competenza. Diversi sondaggi, commissionati ad hoc, sembrano commissionati a tesi. E tanti giornalisti, chiamati come comprimari a rappresentare un orientamento o una posizione politica, appaiono preoccupati soprattutto di compiacere il padrone di casa per il timore di non essere più invitati e di perdere la loro visibilità televisiva. Così il “salotto bianco” di Vespa è diventato la “terza Camera”, favorendo quella che Giandomenico Crapis – nel suo ponderoso saggio storico intitolato La democrazia non è un talk-show – chiama “l’inciviltà del confronto mediatico”.
Nell’era in cui sui social network tutti parlano di tutto e credono di sapere tutto, il programma di Vespa ha perso sempre più interesse e attrattiva. Non è un luogo di dibattito aperto; non offre un effettivo contraddittorio; non riproduce il pluralismo politico e culturale. Il sedicente “artista” della Rai non si comporta come un conduttore imparziale né equidistante, secondo gli obblighi del servizio pubblico, ma è sempre pronto ad aggredire gli interlocutori che esprimono opinioni differenti dalle sue: per esempio, quando ha inveito contro i militanti della Flotilla diretta a Gaza; o quando ha avuto la balordaggine, nella sua preview serale di cinque minuti, di chiedere allo psichiatra Vittorino Andreoli intervistato sul femminicidio della povera Giulia Cecchettin, “perché gli uomini infieriscono con tutte queste coltellate anche quando non è necessario?”. Quasi che non ne bastasse una sola, di coltellate, per commettere un delitto efferato.
Sarebbe il caso, dunque, che i conduttori e i giornalisti più giovani della tv pubblica praticassero di più le inchieste e i reportage; o magari, sperimentassero nuovi format d’informazione televisiva, uscendo dal guscio dei loro studi di registrazione e coinvolgendo attraverso i canali dell’interattività i telespettatori che pagano il canone. Senza scomodare il ricordo di Biagi, di Barbato e di Zavoli, o i precedenti di Santoro e di Lerner, non mancano nella Rai di regime – come pure in alcune reti private – modelli apprezzabili di giornalismo investigativo: a cominciare da Report di Sigfrido Ranucci e della sua redazione. Ma altri programmi di questo genere sono stati aboliti o ridotti, tra cui Petrolio di Duilio Giammaria, Quante storie di Giorgio Zanchini o Che sarà di Serena Bortone, sottoposta addirittura a contestazione disciplinare per aver denunciato sui social la mancata messa in onda di un monologo dello scrittore Antonio Scurati sul 25 Aprile.

martedì 16 dicembre 2025

La deriva pop della politica

Fabrizio Roncone
Pochi voti e poche carte (ma battute fulminanti). Renzi&Calenda, l'arte di stare in scena  
Corriere della Sera, 16 dicembre 2025

Quando da qualche parte è annunciata la presenza di Renzi&Calenda, i giornali mandano sempre almeno due cronisti. Se poi ne hai uno bravo e svelto con il microfono, tipo Nino Luca, mandi pure lui. Più i fotografi. Più devi tenere d’occhio i siti, i social, le agenzie. La coppia è capace di numeri strepitosi.

Tutti sappiamo che le stagioni di grazia, in politica, vanno e vengono. Ma non per loro. Hanno pochissime carte in mano e guidano partitini (Italia viva e Azione) che boccheggiano, strutturalmente, tra il 2% e il 3%, una volta avanti uno, il mese dopo avanti l’altro: eppure Renzi&calenda si muovono e comportano come sultani da milioni di voti. Anche sul palco di Atreju, l’altro giorno.

Guardate: andiamo sempre troppo di fretta. Dosi eccessive di cronaca battente ci costringono a voltare pagina con frenesia. Così però ci perdiamo sempre qualcosa.

Sfoglio gli appunti presi appena pochi mesi fa.

Renzi: «Le sorelline della Garbatella capiranno presto cosa significa incontrare il vero cavaliere nero» — citando, minaccioso, la famosa barzelletta di Gigi Proietti.

Calenda: «Giorgia? È la versione burina del Ku Klux Klan».

Ma poi quei furbacchioni di Fratelli d’Italia li invitano alla faraonica festa allestita intorno a Castel Sant’Angelo e loro, Renzi&Calenda, meravigliose facce toste, vanno e si prendono la scena (capito, Elly, come si fa?).

Renzi, vabbè, lo conoscete. Di sentimenti misteriosi, abile a elargire simpatia e antipatia, litiga e perdona, sempre sicuro e rapido di pensiero, vanitoso e permaloso, con qualche amicizia rischiosa (tra cui bin Salman), di rara intelligenza, di rarissima spregiudicatezza (troppa, è chiaro, a giudicare dai risultati finali), dotato di quel noto talento assoluto e sprecato, lui per primo consapevole d’essere — come pure gli riconoscono tanti osservatori — il più bravo di tutti dal punto di vista tecnico, nell’immaginare politica, nello spiegarla, nella sublime arte dell’inciucio e dell’accordo bizantino: ecco che Renzi, sabato, è andato a dire alla combriccola governativa che lo aspettava sul palco nel panel delle riforme, tutto quello che c’era da dirgli. Quasi da leader dell’opposizione. «È evidente che volete cambiare la legge elettorale perché avete paura di perdere in certi collegi. Non è un caso, del resto, che il rilancio sia avvenuto mezz’ora dopo aver letto gli exit poll di Decaro e di Fico». Così: diretto. Poi, mentre la folla ondeggiava, mugugnava, e c’era pure qualche fischio: «Adesso, tra l’altro, votate la legge sull’autonomia di Calderoli... Solo che quando al governo c’ero io, Meloni le regioni voleva abolirle. Dopodiché, se Calderoli riesce a realizzarla, che almeno non sia una porcata come le altre che ha già fatto». A questo punto Calderoli salta in piedi, è furioso, s’intravede un dito medio alzato. Ma Renzi, placido e graffiante, con un mestiere immenso: «Calderoli è quello violento della gang bang... Su, calmati Robertino... Rimettiti seduto, e non dire cazzate».

Poi dovreste andare a vedervi su Youtube come ha trattato la ministra Casellati. «Non voterò mai — le soffia tutto serio Renzi — una legge che dice “elezione diretta del premier” e che invece non prevede l’elezione diretta del premier». Lei, inviperita, sgambetta, urla, gli s’avvicina: «Mi hai detto che sono falsa!». Baruffa, i buuu dei militanti, un mezzo putiferio, finché sul palco non arriva Guido Crosetto, che — per sdrammatizzare — da dietro afferra Renzi sotto le ascelle, e lo tira su.

È politica? Non fate gli schifiltosi. Parliamoci chiaro: è da anni che siamo dentro una certa deriva pop. Più o meno, da quando Benigni prese in braccio Berlinguer. Poi abbiamo avuto l’accelerazione imposta da Berlusconi. E vi sarete accorti che anche Giorgia Meloni, domenica, ha aperto il comizio di chiusura saltellando come una rockstar. Perciò pure quello di Renzi è un modo per esserci. E funziona. Certo: non porta voti. Ma lo tiene sulla scena. Per questo poi lo incontri nei backstage di tutti i talk tivù. E sui quotidiani infila un’intervista a settimana. In cui commenta il caso Almasri («Il governo usa il diritto come Instagram»); parla di tennis («Palazzo Chigi metta giù le mani dalla Finale di Torino»); denuncia il genocidio dei cristiani in Nigeria; critica la Fiorentina sull’orlo della B («Firenze non merita questo scempio»); invita Silvia Salis alla sua Leopolda, lanciandola — di fatto — nel possibile mischione delle primarie. Soprattutto, però, Renzi è uno dei pochi (oltre a lui: Franceschini, Prodi, Bettini e poi boh) con l’autorevolezza necessaria per indicare la strada al centrosinistra («Menare, menare, menare sulla legge di Bilancio! E poi creare, subito, un centro più forte e senza veti. La destra si può battere»). E Calenda?

Che gli puoi dire a Calenda? Come ha scritto Giuliano Ferrara sul Foglio, è il ritratto della persona perbene, irascibile spesso per buoni motivi, incline al gin tonic con la società civile, a starsene comodo in un fondo di moralismo valdese («Mia madre Cristina è valdese»), ma poi certe volte sceglie i tempi e i modi dell’agire tradito da un egocentrismo pericoloso. È anche duro, originale, pieno di fantasia. Una volta si fece fotografare in boxer da bagno, sullo sfondo un paesaggio alpino: laghetto, neve, una baita. «Chi l’ha detto che solo i sovranisti fanno il bagno nell’acqua ghiacciata?».

Nell’ultimo anno è stato fortemente sospettato di avere cambiato idea sulla regina Giorgia. Non più burina. Ma, di colpo, «su alcuni punti, condivisibile». Il che ha aperto la mazurka del grande sospetto: si appresta ad entrare in maggioranza prendendo il posto della Lega? Non sfugge che per un grande partito con ambizioni nazionalpopolari

Il duello

L’ex premier, l’attacco a Casellati e l’intervento di Crosetto che lo afferra sotto le ascelle

— come quello che ad Atreju è riuscito a tenere insieme Gianfranco Fini, Gianluigi Buffon e Mara Venier — un tipo come Calenda sarebbe un alleato piuttosto funzionale. Calenda lo sa. E, un po’, ci gioca. Dice e non dice. Smentisce simpatie, ma poi smentisce di aver smentito. Così, l’altro giorno, sul palco dei Fratelli, forse non per caso, chi è che ha attaccato con forza e precisione? Ma Salvini, ovvio.

C’è stato allora un applauso, lungo e caldo. E poi grida di evviva, e un entusiasmo contagioso anche quando alla fine è sceso e ha attraversato la folla dei militanti.

In redazione, in via Solferino, hanno avuto solo un dubbio: il titolo lo facciamo su Renzi o su Calenda?

martedì 18 novembre 2025

Le Kessler, un miracolo tedesco



Chiara Maffioletti
Femministe, eleganti. Sfidarono la morale

Corriere della Sera, 18 novembre 2025

Un doppio miracolo, apparso in sincrono nella tv austera italiana degli anni Sessanta. Sono state questo le gemelle Alice ed Ellen Kessler.

Era, precisamente, il 1961 quando queste due sorelle identiche ma non identiche cambiarono per sempre il piccolo schermo e allo stesso tempo il costume, spazzando via la polvere e la morale di quegli anni a colpi di passi di danza e lustrini. La loro partecipazione a Giardino d’inverno, trasmissione diretta da Antonello Falqui, segnò l’inizio di una nuova epoca non solo per la tv, ma per lo spettacolo in generale.

Femministe da sempre

Femministe quando ancora non si sapeva bene cosa significasse esserlo, avevano scelto di ballare per un motivo: essere indipendenti. Unite dal destino e da quella strenua convinzione che mai la loro esima, sarebbe dipesa dalle volontà o — ancora peggio — dalle possibilità di un uomo.

E quella, in effetti, era l’immagine che le due sorelle trasmettevano ai milioni di spettatori che, ipnotizzati da loro, iniziavano a imparare a memoria brani diventati poi intramontabili come «Pollo e champagne», «Concertino» fino al loro classico, quel «Dada-un-pa» musicato da Bruno Canfora, che era anche la sigla di Studio Uno ma che presto diventò una sorta di inno nazionale: non solo lo cantavano tutti, ma era un gioco anche tentare di abbozzare qualche sequenza del balletto.

I loro stacchetti, speculari, armoniosi, coreografati da Don Lurio, erano gli antenati dei videoclip, un tutt’uno con la musica. Ecco perché le Kessler, di fatto, avevano rappresentato da subito una assoluta, dirompente, novità. Bionde, alte, spiritose e fresche. anche, libere, sexy e provocanti: la Rai corse immediatamente a velare le lunghe gambe «da un metro e mezzo», come recitava uno slogan dell’epoca, delle due sorelle con delle rassicuranti calze nere cento denari, ma il miracolo tedesco — come vennero presto soprannominate le Kessler dalla stampa del periodo — si era ormai compiuto.

La consacrazione

Gli anni Sessanta sono stati quelli dell’amore, ricambiato, con la televisione. Unione di talento, bellezza ma anche molta simpatia, le gemelle Kessler erano richiese ovunque, in trasmissioni come La prova del nove e Canzonissima. Nel frattempo c’era il teatro e anche la discografia. Ma la televisione era stato il detonatore del fenomeno. Alice ed Ellen Kessler danzavano, in perfetta armonia, su ogni palco, sfidando la morale ingombrante di quel periodo con rigore (applicato alle loro performance, sempre perfettamente calibrate) e leggerezza. Non solo ballando ma anche inscenando siparietti — come si chiamavano allora — con tutti i più grandi.

Alberto Sordi le chiamava «le gemelline». E anche se aveva chiesto a entrambe di sposarlo, era solito scherzare sulla loro statura, come in uno sketch diventato poi celebre di Studio Uno, dove, dopo aver ballato con loro, aveva detto che gli avevano pestato i piedi: «Mie care Kessler, voi siete due belle stangone, io ho per voi la più grande ammirazione... ma c’avete pure una fetta così... Kessler mie, ma che calzate? Il 45?».

Icone pop

Spalle perfette per artisti molto diversi tra loro, Alice ed Ellen Kessler avevano lavorato accanto a Mina e Raffaella Carrà in Milleluci, ma anche Walter Chiari, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Gino Bramieri e Johnny Dorelli. Ballavano in sincronia, parlavano in sincronia. Con Pippo Baudo avevano iniziato un vero e proprio sodalizio artistico, anche se non sbocciò mai una forte amicizia: «Non siamo mai usciti insieme, non ci siamo mai visti al di fuori del lavoro. Non sappiamo come mai, avrebbe dovuto chiedercelo lui, no?», avevano detto in tempi recenti le Kessler.

In quegli anni, gli anni Settanta, le gemelle della tv erano ovunque, ormai diventate un simbolo. Eppure, era già iniziata la loro parabola: una parabola di cui sono state autrici, tracciata da loro stesse, da sempre registe del loro destino.

La televisione italiana, che le aveva imposte, aveva finito per chiedere loro sempre lo stesso copione, ripetitivo. Ma quell’immagine che aveva dato scandalo ormai quindici anni prima, iniziava a stare loro un po’ stretta. Le partecipazioni sul piccolo schermo si erano dunque diradate, pur essendo ogni volta di grande impatto. Le Kessler erano diventate delle icone pop, prima ancora che quel tipo di cultura esistesse. Merito della loro elegante modernità che, negli anni, le aveva trasformate da ironiche showgirl a signore dello spettacolo.

Le tante ospitate

Negli anni Ottanta, sempre in Rai, avevano condotto Buonasera con... Alice ed Ellen Kessler, ma il loro contributo in televisione in quel decennio aveva finito per orientarsi alle partecipazioni speciali, alle ospitate di prestigio: a Fantastico così come a Al Paradise. In Italia nel tempo le gemelle Kessler erano diventate il simbolo del varietà classico, che avevano stravolto introducendo uno stile internazionale fino ad allora sconosciuto. Ma proprio questo stile, così definito, le aveva impresse nella memoria collettiva di quel periodo, congelandole nella figura a tratti bidimensionale dell’icona.

La scelta del congedo

Ecco perché le sorelle avevano preferito, con garbo e la solita armonia, allontanarsi dalle scene, senza traccia di rancore e nemmeno un briciolo di quella malinconia per i bei tempi che furono che spesso si intravede in chi ha vissuto un momento d’oro.

La tv per loro rappresentava semplicemente il passato. Un passato che lì doveva stare. Nel loro oggi — che è ormai ieri —, era molto meglio passare una bella serata nel ristorante italiano preferito, assieme alle amiche, tutte donne, di Gruenwald.

Alla domanda: vi manca la televisione? Rispondevano ormai con un sincero: «Per niente». Ovviamente detto come se avessero un’unica voce. Le richieste per riaverle in video non mancavano, ma le sorelle Kessler avevano deciso che il tempo per stare sotto i riflettori era finito. Ed erano scese dal palco. Insieme.

” Con Baudo avevano iniziato un vero sodalizio artistico, anche se non sbocciò mai una forte amicizia «Doveva invitarci fuori lui» dissero

” Stanche di essere delle icone bidimensionali avevano preferito, con garbo e la solita armonia, allontanarsi dalle scene, senza alcuna nostalgia

domenica 16 novembre 2025

Renzo Arbore. Una vita

Aldo Cazzullo  Sandra Cesarale
«La Melato grande amore Che errore lasciarsi»
Corriere della Sera, 16 novembre 2025

Renzo Arbore, qual è il suo primo ricordo? «Il Duce. Prima della guerra andavamo a Riccione, unica famiglia meridionale. E quando arrivava questo signore vestito di bianco che tutti applaudivano, mio padre, col bambino in braccio, insieme agli altri ripeteva: il Duce, il Duce».
A Riccione Mussolini perse il costume mentre faceva il bagno. «Rimase in acqua e chiedeva: qualcuno ha un giornale? Voleva coprirsi. Ma chi ha un giornale in acqua?».

Della guerra cosa ricorda?

«L’odore. L’odore delle micce che si mettevano sulle candele per fare luce. La fame si combatteva con pane e zucchero, mancava pure l’olio».

A Foggia la sua famiglia viveva a Palazzo Arbore.

«Che era utilizzato anche come rifugio. Ricordo i bombardamenti, le “fortezze volanti”, le preghiere che si dicevano e che aumentavano di volume per cercare di coprire il rumore: Pater Ave Gloria… Papà mi incaricava di intrattenere le persone con La bela Gigogin e le canzoncine che mi aveva insegnato la mia balia friulana: “La bela pupa a la finestra l’è tutta incipriata/ la dis, la dis la dis che l’è malada per non mangiar polenta/ se vol, se vol se vol aver pazienza/ lassala maridar…”».

Poi arrivarono gli americani.

«Eravamo sfollati a Chieti, Foggia era stata distrutta. Lì, dalle inferriate di un vecchio ristorante, ho visto gli ultimi tedeschi andare via. A un certo punto ho sentito un clangore: erano gli americani con la musica delle radio sulle jeep».

L’innamoramento per l’America viene da lì?

«Tornati a Foggia, abbiamo trovato il Palazzo sequestrato dal vescovo. Di fronte a noi, a Palazzo Frattarolo, c’era un circolo ricreativo americano dove suonavano per gli ufficiali Benny Goodman e Stan Getz. Lì dietro c’erano i faticatori, che mentre ricostruivano intonavano canzoni napoletane antiche».

Il jazz e la musica napoletana: la sua vita. Nella sua nuova autobiografia, «Mettetevi comodi» (Fuoriscena), scrive che sognava di essere un artista fin da ragazzo.

«In provincia quando passeggi per il corso incontri lo scappato di casa, il mobiliere, quello che guida la carrozza, l’artista, il primo gay, Mafalda, la bonona della città…».

Chi era?

«Maria Adele Cicolella, proprietaria dell’hotel più importante di Foggia, eletta Miss Daunia».

Fra tutti chi la colpiva?

«Sempre l’artista. Il primo era Umberto, ma si faceva chiamare Humbert, l’inventore del mondo».

La sua scoperta?

«Diceva che due litri d’acqua fredda mischiati a due litri d’acqua calda facevano quattro litri d’acqua tiepida. Così lo soprannominammo l’inventore dell’acqua tiepida. Lì ho imparato l’umorismo goliardico, quello buono però».

È vero che ha pure la laurea in goliardia?

«L’ho presa a Bologna, me l’ha data Umberto Eco, ho anche scritto la tesi. Al pubblico posi un quesito: “Allora non si sarebbe dovuto rompere, che tempo è?”. Non lo sapeva nessuno, nemmeno il magnifico rettore Fabio Rogli [Roversi] Monaco». Che tempo è?

«Preservativo imperfetto» (Renzo sorride. Siamo nella sua leggendaria casa romana, piena di opere d’arte e cianfrusaglie, foto meravigliose con Mariangela Melato e Monica Vitti e cibo in scatola compresa la carne di coccodrillo).

Con Lucio Dalla eravate amici da bambini.

«A Palazzo Arbore entrava Jole Melotti, sua mamma. La chiamavamo la modista di Bologna, portava in città le nuove tendenze della moda. Io avevo 8 anni e Lucio due, e mentre io intrattenevo il bambino, lei svuotava le valigie e disponeva gli abiti sul tavolo da pranzo per mostrarli a mamma. Mio padre odiava la mamma di Lucio Dalla».

Perché?

«Sapeva che avrebbe speso un sacco di soldi. Pure mia sorella ricorda quegli abiti» (Renzo si rivolge a sua sorella Sabina seduta accanto, dieci anni più piccola, che conferma. Ha la stessa erre del fratello). «Mamma li ha tenuti per tanto tempo, li indossava in casa, erano di maglia, coloratissimi. Anticipavano Missoni».

Da adulti con Dalla vi siete ritrovati.

«E non sapevo che fosse il figlio della modista di Bologna. Ma Lucio, poco prima che morisse, mi chiese: “Tu sei il figlio della signora Arbore?”. “Sì, perché?”. “Mia madre era la signora Melotti”».

Non glielo poteva dire prima?

«Non voleva, anche se lo sapeva benissimo perché la mamma, chiacchierona, gli avrà confidato: “Andavo dalla signora Arbore a vendere i vestiti”».

Mamma era pugliese?

«Ma di origine napoletana, una Cafiero, lontana discendente di Carlo Cafiero. Mio nonno Lorenzo, dal quale ho preso il nome, era un repubblicano, che all’epoca era come dire fuorilegge. Nonna Bianchina invece era bolognese e si definiva un po’ rossa».

E la famiglia di papà?

«Era monarchica, non fascista».

Cosa ha votato la prima volta?

«Monarchico. Mio zio Antonio Pepe fu eletto sindaco di Foggia».

E alle politiche?

«Liberale. Al liceo mi piaceva Gobetti, malgrado il mio professore d’italiano fosse comunista. Quando morì Stalin era a lutto e voleva imporlo pure a tutti noi studenti».

Era l’unico comunista?

«No, c’era pure il mio professore di storia e filosofia, un’ottima persona, si chiamava Gerardo De Caro. Ma un giorno andò da Padre Pio e si convertì: “Ho sentito un profumo di violette…”. Così fondò il Partito cristiano militante».

Lei quando incontrò Padre Pio?

«Avevo 18 anni, conoscevo Corrado, il suo più grande amico, un medico, che amava fargli

degli scherzi. Un giorno gli mise una foto di Sophia Loren nel confessionale».

Come andò il primo incontro?

«Corrado fa: “Pio, è arrivato un guaglione, vuole sapere se da grande deve fare l’artista o l’avvocato?”. Risposta: “Facèsse che vòle”. Corrado insistette: “Insomma Pio, non mi hai detto che ha da fa’ l’artista”. E il santo: “Facèsse l’abbucàte”, l’avvocato».

Ci ritornò con Pippo Baudo.

«Padre Pio disse a Pippo: “La verità: sei venuto per curiosità o per fede?”. “Per curiosità”. “Allora vattin”».

Quando si trasferì a Napoli?

«Papà si era laureato in medicina a Napoli, poi era diventato medico chirurgo e odontoiatra. Per due anni aveva lavorato al Vomero con il dottor Gagliardi, suocero di Peppino Di Capri. Quando ho dovuto scegliere l’università, mi consigliò la Federico II».

Ci mise un po’ a laurearsi in giurisprudenza.

«Sette anni, perché cantavo, suonavo il contrabbasso finto e strimpellavo il clarinetto al circolo militare americano USO a Calata San Marco, il sabato e la domenica. Per me era come stare negli Stati Uniti. Una passione che condividevo con il mio amico del cuore Gerardo. Eravamo due finti americani».

Si racconta che per «Tu vuo’ fa’ l’americano» Carosone si sia ispirato a voi.

«È vero. Portavamo i capelli con il taglio crew cut, corto ai lati e dritto in alto, come i marinai. E mettevamo i primi blue jeans. Io indossavo giacche con le spalle strette e pantaloni corti, come Kennedy».

Dove prendeva i vestiti?

«Mi regalavano quelli che lasciavano gli americani nel locale dove suonavo. Altri li andavo a comprare a Ponte di Casanova. Portavo le camicie con il collo tondo: così mi chiamavano ’o prevete, il prete».

Il primo giorno da universitario?

«Un ragazzo di Catanzaro mi affittò una stanza e mi portò a conoscere degli amici: “C’è un olimpionico che dobbiamo salutare, è appena tornato da Roma”. Nella garçonnière abbiamo trovato il campione che aveva preparato un cocomero vuoto pieno di pezzi di frutta. Lo svuotò tutto in un sorso. Era Carlo Pedersoli, Bud Spencer».

Dopo la laurea l’arrivo a Roma.

«Mi presentai in via del Babuino 9, la vecchia sede Rai. Donna Matilde Pepe, la nostra dirimpettaia a Foggia, mi aveva fatto avere una segnalazione da suo suocero, l’allora direttore generale Ettore Bernabei. Però non sapevo cosa fare. In portineria mi accolse una signora elegante, Vittoria, che mi consigliò di presentare una domanda per un concorso da maestro programmatore di musica leggera. Insomma, il dee-jay. “Ma faccia presto, scade alle 12”. All’esame il mio compagno di banco era Giandomenico Boncompagni, aretino. Arrivai primo».

E incontrò Gabriella Ferri.

«La prima sera a Roma. Arrivai con la 500, parcheggiai davanti al bar Rosati. Gabriella mi fermò: “Tu chi sei?”. Io l’avevo già vista in tv con Luisa De Santis, erano Le Romanine. “Devo cominciare a lavorare in Rai”. Lei: “’Nnamo a ballare”. Ci fidanzammo».

Boncompagni che tipo era?

«Io timido e riflessivo, lui un maledetto toscano, intelligentissimo. Quando mi faceva l’occhiolino capivo che aveva in mente qualcosa. Andavamo dal direttore della radio a farci rimproverare per le nostre malefatte. Gianni, mentre parlava con lui, mi strizzava l’occhio. Alla fine uscivamo con l’aumento».

Avete scoperto Lucio Battisti.

«Avevo una storia con una discografica francese, Christine Leroux, la moglie del mago Zurlì…»

Meraviglioso.

«…Christine mi disse: “C’è un ragazzo che suona con i musicisti di Tony Dallara e scrive delle canzoni bellissime”. Io: “Madonna, un altro cantautore”. Lei insistette e le consigliai di farlo conoscere o a Pallavicini o a Mogol».

Con Quelli della notte il successo ci esplose in mano. Dopo lo scherzo di Guzzanti, che finse di essere Pertini, mi telefonarono dal Quirinale. Le Br invece cercarono di chiamare all’altra domenica. Me lo confessò un giorno a casa la Faranda

Però Battisti non cantava.

«Era l’autore delle canzoni dei Dik Dik, dell’equipe 84. Quando venne a Bandiera Gialla gli dissi: “Lucio, queste canzoni le devi anche cantare”. E lui: “Ma io sono peggio di Giulio”, intendeva Giulio Rapetti, insomma Mogol, che aveva una voce roca, terribile. Presi una chitarra, gliela diedi, e lui intonò Per una lira».

E divenne Lucio Battisti.

«Mi fece ascoltare Dieci ragazze e gli dissi: “È carina, ma sembra un cuore matto dei ricchi, che c’è sul retro?”. C’era Acqua azzurra, acqua chiara. ”Io lancio questa”. Lucio non voleva: “Ci rovini!”. Fui irremovibile».

Dopo quattro anni di Per voi giovani fu sostituito. Perché?

«Mi fecero fuori i cattocomunisti. Per voi giovani era seguita da tre milioni di persone ogni pomeriggio. Si era troppo politicizzata».

Alto gradimento, la sua rivincita.

«Dopo essere stato rimosso scazzai con il direttore della radio Giuseppe Antonelli, alla fine mi propose un altro orario per una nuova idea. Corsi da Gianni. Lui: “Facciamo insieme un programma da chiamare “Musica e puttanate”, non ne posso più del 3131”».

Lei propose «Basso gradimento».

«Se fosse andato male avremmo avuto un alibi. Gianni: “Bluffiamo. Chiamiamolo Alto gradimento”».

C’era Mario Marenco.

«Figlio di un colonnello della Guardia di finanza, fidanzato con Laura Antonelli, la ragazzina più bella del mondo, e amico fraterno di Boncompagni. Per me Mario è il più grande umorista mai conosciuto»

Il colonnello Buttiglione esisteva davvero? «Sì, ma noi non lo sapevamo. Quello vero provava a chiamare in Rai, ma gli attaccavano il telefono in faccia. Fino a quando non telefonò il capo ufficio stampa del ministero della Difesa, pregandoci di cambiare il cognome».

E c’era Giorgio Bracardi. Nel libro lei racconta che quando Mina arrivò in trasmissione lo trovò con le mutande calate.

«Lo faceva sempre. Ma aveva un’altra fissa: Dracula. Metteva i denti con i canini affilati ed entrava negli studi durante le dirette, gemendo come il vampiro. Poi arrivavamo noi con le cape d’aglio e lui si liquefaceva».

Con Luciano De Crescenzo avevate una fidanzata in comune.

«Sì. Lui la vedeva a Napoli, io a Sorrento. Lei diceva: “Vado a Napoli a trovare l’ingegnere De Crescenzo, un tipo così simpatico”. Oppure: “Vado a Sorrento perché c’è Renzo Arbore, un tipo molto simpatico”. Finché parlando con Luciano lo abbiamo scoperto».

L’incontro con Mariangela Melato.

«La vidi al Teatro Sistina, un tipo singolare. E la invitai a casa mia. Arrivò con la sorella Anna. Nacque un’amicizia. Poi una sera dovevo andare a una festa da Agostina Belli. E venne a trovarmi Lucio Battisti».

Se lo ritrovava spesso a casa.

«Vivevo a via Castiglione del Lago, nel mio stesso palazzo abitavano Shel Shapiro dei Rokes, i Primitives ma senza Mal, e il “Califfo”, Califano. Lì stava anche il direttore della casa discografica Ricordi, Alberto Durante. E quindi passavano Ornella Vanoni, i Ricchi e Poveri. Battisti andava spesso a mangiare da lui e da sua moglie Anna, ispiratrice di Voglio Anna». Come andò quella sera?

«Bussò Lucio, ma dovevo uscire, gli chiesi di accompagnare me e Mariangela. Lui non voleva: “Non vado da nessuna parte, se no mi chiedono di cantare”. “Non lo permetterò”. Si convinse. A un certo punto, a casa di Agostina, prese una chitarra e attaccò: “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi“(Arbore si commuove). La mia storia con Mariangela è nata lì. Ci siamo amati tutta la vita».

Perché finì?

«Lei si trasferì in America per due anni dopo il successo clamoroso di Travolti da un insolito destino e quando tornò a Roma stupidamente ci siamo lasciati».

È stato un errore?

«Sì».

Come ha incontrato Mara Venier?

«Quando l’ho conosciuta veniva corteggiata furiosamente da Luciano, lui mi ha sempre detto: “Te l’ho servita su un piatto d’argento”». Ma non era vero.

«Mara aveva una simpatia per me. Doveva andare a Foggia per trovare una badante, abbiamo fatto il viaggio insieme ed è nata una bellissima storia d’amore durata anni. Abbiamo girato il mondo, vestendoci come dei matti».

Come mai è finita?

«Mara ha avuto un successo clamoroso, io ero in giro per il mondo con l’orchestra Italiana…»

Ma è vero che avete incontrato Craxi che stava scappando in Tunisia?

«Ero amico di Bettino dai tempi in cui stavo con Mariangela, abitavamo di fronte all’hotel Raphaël. Quando ci incontravamo lui chiedeva: “Vuoi il Tg2? Vuoi Rai2?”. Io: no, no. Dopo il lancio delle monetine, ci telefona Paola Micara: “C’è Bettino che vi vuole salutare, domani parte. Scendete?”. Io e Mara siamo scesi. Craxi ci disse: “Vado via e non torno perché tengo innanzitutto alla mia libertà”».

Ha sfiorato la P2 e le Brigate Rosse.

«Mio padre si ammalò di tumore. Boncompagni mi disse: “C’è un dottore che fa la televisione, molto bravo”. Gli portai le radiografie di papà, scoprii dopo che era uno dei reclutatori della P2».

Provò anche con lei?

«In quel momento per me era una persona importante. Ho sempre pensato che se mi avesse parlato della P2, con tutti i miei amici che ne facevano parte: Tassan Din, Angelo Rizzoli, Giampaolo Cresci, Maurizio Costanzo... c’era pure Claudio Villa».

Avrebbe detto di sì?

«Avrei detto di no solo perché c’era Claudio Villa (Arbore sorride). E comunque non mi ha mai chiesto niente».

Le Br invece?

«All’altra domenica con Ugo Porcelli decidemmo di prendere le telefonate dei telespettatori. Chiamai Andrea Barbato, direttore del Tg2: che faccio se chiamano le Br? “Falli parlare!”».

Non è mai successo.

«No, ma un giorno vennero a casa mia un fotografo e la sua assistente, una bella ragazza. Li invitai a colazione, e mentre mangiavamo lei domanda: “Ma non mi riconosci?”. “Chi sei?”. “Adriana Faranda. Quando stavamo in clandestinità abbiamo pensato di chiamare L’altra domenica, ma non ci siamo riusciti e abbiamo lasciato perdere”».

All’altra domenica fece debuttare Benigni.

«Un giorno andai a prendere un premio con Corrado in un paesino vicino Roma. C’era questo diavoletto che mi zompava attorno: “Renzo, Renzo!”. A me mancava un comico toscano, così gli dissi di venire a casa mia per provare qualcosa».

Come andò?

«Gli chiesi di fare il critico cinematografico. Lui si mise di fronte a me, su una poltrona e improvvisò su La febbre del sabato sera. Alla fine mi fa: “Vabbé, proviamo”. E io: abbiamo già provato, adesso vai in onda».

Quarant’anni fa, Quelli della notte.

«Andai da Minoli: “Voglio fare una trasmissione notturna, Il Tiratardi”. Lui: “Non si può, alle 23.15 abbiamo il monoscopio. Però portami un’idea”. Sono tornato da lui con il titolo, Quelli della notte. E la sigla, Ma la notte no. Quaranta personaggi nuovi, quaranta facce nuove, tranne la mia e quella di Bracardi. Frassica, Ferrini, Marisa Laurito, Simona Marchini, Andy Luotto, Pazzaglia, Roberto D’Agostino… Il successo ci esplose in mano».

Quando telefonò Paolo Guzzanti fingendo di essere Pertini ci ha creduto o sapeva che era uno scherzo?

«Lo sapevo, però finsi meravigliosamente. Il giorno dopo mi chiamò il Quirinale: il presidente non ha mica telefonato…».

A Sanremo arrivò secondo con Il clarinetto.

«Forse avevo vinto, però era una canzone un po’ osé per il Festival».

Poi «Indietro tutta!».

«Alla fine mormorai in diretta: mi rivedrete tra vent’anni. Una stagione era finita».

E comincia l’orchestra Italiana. «Abbiamo girato il mondo: siamo partiti da Napoli e abbiamo fatto 1.600 concerti».

Le manca non aver avuto figli?

«Sì. Però ho accanto mio nipote. E se avessi avuto figli e grandi amori come quello con Mariangela, forse tutte queste imprese non le avrei mai fatte».