domenica 8 marzo 2026

Haiku al femminile

l’emancipazione inizia con gli «haiku»

Cultura giapponese

Una pagina bianca, solo tre versi per 17 sillabe (more) è lo spazio a misura di haiku per far respirare il cuore. E la Collana bianca di Einaudi che ospita il raffinato lavoro di Cristina Banella Haiku al femminile diventa un prato di crochi in cui stendersi alla luce di primavera. La studiosa, docente alla Tokyo University of Foreign Studies, propone i versi di quindici poetesse dalla fine dell’Ottocento agli anni 10 del Duemila per mostrare come «l’attività delle donne nell’ambito dello haiku è stata, insieme allo sperimentalismo dello Shinkō haiku (le nuove tendenze dello haikundr), il vero momento di crescita e di rinnovo del genere nel periodo dal Novecento ai nostri giorni».

La colta e minuziosa introduzione è un viaggio sociale, culturale e poetico nell’emancipazione femminile: innanzitutto, spiega la pioniera del femminismo, Hiratsuka Raichō (1886-1971), la società giapponese è fondata sul mito di una dea creatrice, Amaterasu Ōmikami, e non su quello di un essere supremo maschile. Inoltre, il capolavoro della letteratura classica giapponese Genji monogatari (Storia di Genji, 1001 d.C.) nasce dal pennello di Murasaki Shikibu, dama di corte dell’epoca Heian, ma le guerre e il neo confucianesimo, che impongono rigide stratificazioni alla società, zittiscono le voci femminili. È come il nostro Medioevo con le donne che «non erano destinate a lasciare un nome neanche sulle pietre tombali o negli alberi genealogici delle famiglie dove, al loro posto, compariva semplicemente l’ideogramma donna». Tutto comincia a muoversi nella seconda metà dell’Ottocento con la Restaurazione Meiji del 1868, quando il Giappone riapre il territorio (e la cultura) all’Occidente, assorbendo quanto arrivava da lontano e recuperando allo stesso tempo il proprio passato. In questa temperie, anche lo haiku, nato nel XVII secolo, trova nuove strade, prima di tutto attraverso i lavori di quelle che si possono considerare le pioniere, come Sugita Hisajo o Hasegawa Kanajo, per dare spazio a figure che aprono la strada alla più ampia presenza femminile tipica dello haiku contemporaneo, «fin quasi a ribaltare le percentuali di presenza rispetto agli uomini».

In Giappone arrivano i fremiti femministi, le campagne si svuotano, alcune donne, come Tsuda Umeko (1864-1929), studiano all’estero e fanno aprire gli occhi alle giapponesi, nel 1911 viene fondato il primo giornale femminista «Seitō». Due anni dopo, la rivista «Hototogisu» apre alla partecipazione femminile. Scrivere significa affermarsi, cercare un ruolo oltre le pareti di casa e il “cantare fiori e uccelli” per migliorare la società stessa. Certo, le poetesse (haijin) sono disprezzate e subiscono forti attacchi ma difendono i temi quotidiani, del focolare. Lo “haiku delle cucine” è spazio vitale, è un modo per entrare in un mondo dominato dagli uomini e, come ricorda la poetessa Uda Kiyoko, «la scelta del genere haiku è frutto di un’inclinazione naturale: le donne hanno sentito per intuito nel corpo e nello spirito che lo haiku era all’altezza della loro condizione: non gli è stato insegnato da nessuno che per loro quella poesia era facile».

Lo haiku moderno diventa mezzo di espressione individuale e mantiene «un collegamento con la cultura del passato: occuparsi di piccole cose, come quelle connesse a un universo domestico, nasconde la presenza dello zen; ogni parte richiama il tutto e quindi, anche trattando soggetti e temi inerenti a uno spazio limitato, le donne riuscirono ad affrontare i grandi temi della vita e della morte, dell’amore e dell’odio, la discriminazione, la religione, la scienza, l’ambiente». Sono Takeshita Shizunojo (1887-1951), costretta dalla morte del marito a confrontarsi con il mondo del lavoro per provvedere ai figli, e Sugita Hisajo (1890-1946) a spalancare le porte poetiche alle donne. Poi, negli anni 20, è il tempo delle “quattro T” dalle iniziali dei loro nomi: Teijo (Nakamura Teijo, 1900-1988), Tatsuko (Hoshino Tatsuko, 1903-1984), Takajo (Mitsuhashi Takajo, 1899-1972) e Takako (Hashimoto Takako, 1891-1963). Si intrecciano temi e toni, dalla passione all’ironia: Hashimoto Takako è nelle foto d’epoca dei convegni poetici e ammette il suo desiderio: «Un cervo maschio: / tumultuoso e anche / il mio respiro». La brevità dello haiku si adatta alle forze che sfumano e si abbandonano a dubbi della malattia e della morte: «Il mirto crespo: / alcuni anni passano e / saremo vecchie» (Mitsuhashi Takajo) o «La medicina / per l’influenza prendo / e chiedo un domani» (Nakamura Teijo).

Sfogliate queste pagine così bianche piene di spazi infiniti e pensieri compiuti. Troverete pace, un raggio di sole e la primavera che verrà: «Ma perché / piangere? Guardo questi / splendidi fiori…» (Hoshino Tatsuko). E tanto basta per avere luce.

Haiku al femminile

A cura di Cristina Banella

Einaudi, pagg. XCIV - 282, € 17 

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