giovedì 12 marzo 2026

Hanno saputo adattarsi


Vincenzo Leone
Le strategie di guerra degli iraniani spiazzano Usa e Israele

Domani, 12 marzo 2026

Bloccare lo Stretto di Hormuz con le stesse tattiche degli anni Ottanta, lanciare continue ondate - 37 in tutto - di attacchi combinati con droni e missili su obiettivi mai centrati e cercati prima d’ora. L’Iran in dodici giorni di guerra ha adattato e continua ad adattare metodi e strategie delle sue rappresaglie contro Stati Uniti e Israele. E se la guerra – secondo Donald Trump – è «praticamente conclusa» e viene raccontata dal presidente Usa come un trionfo di supremazia militare, la situazione nel Golfo presenta ogni giorno una variabile nuova.

I generali statunitensi se ne sono accorti, e lo hanno anche detto pubblicamente. «Si stanno adattando, proprio come noi», ha detto il 10 marzo il generale Dan Caine, capo dello stato Maggiore congiunto degli Usa. Non specificando cosa li preoccupa maggiormente «per motivi di sicurezza operativa», ma parafrasando addirittura un celebre generale prussiano e il suo «No plans survives first contact with enemy». Come dice Caine e come diceva von Moltke già nell'800, nessun piano sopravvive dopo il contatto con il nemico. Gli iraniani stanno facendo dell'imprevedibilità la loro arma migliore.

Guerriglia marina

L'ultima tattica messa in atto è quella di minare lo stretto di Hormuz, per rendere impossibile e molto rischiosa la navigazione a navi militari e a quelle cargo, che trasportano merci e petrolio. Usando navi posamine, ma anche piccole imbarcazioni che possono portare – e gettare in mare – tre mine alla volta. L'Iran ha usato una strategia simile negli anni Ottanta nella guerra con l'Iraq, minando le acque del Golfo e quelle dello Stretto di Hormuz.

Una tattica nuova è quella di attaccare sistemi radar e stazioni di osservazione. Sostanzialmente per “accecare” i lanciatori statunitensi. L'Iran usa soprattutto droni Shahed, il primo marzo ne ha lanciati 332 in un solo giorno, dimostrando di avere capacità di attacco – e scorte – di alto livello e colpendo quasi tutti i giorni con più di 100 droni in varie sortite. Più che un adattamento, può anche essere interpretato come un errore di valutazione di Usa e Israele.

Per Keir Giles – analista della Chatham House di Londra – si tratta al contrario «di un fallimento degli Usa e dei loro partner del Golfo nell’adattarsi. Le tecniche di assalto con droni che abbiamo visto da parte dell’Iran sono già maturate sul fronte ucraino, ma non tutti i paesi sono stati disposti a imparare da quell’esperienza», spiega a Domani.

Lanci “ciechi”

Un'altra novità è quella di non sapere – e non avvertire – dove finiranno i lanci, come invece successo per rispondere agli Usa nei mesi scorsi. Colpendo ovunque nel Golfo. Sono stati centrati sistemi di difesa aerea, antenne e radar in Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania.

È stata colpita anche una stazione di early-warning in Qatar, ad Al-Udeid. È una delle più avanzate e sofisticate, un sistema può costare fino a 1 miliardo di dollari. Colpiti anche radar in Giordania che attivano intercettori e batterie Thaad. Tutti obiettivi strategici che infliggono danni molto seri per sistemi di cui gli Usa dispongono in numero limitato.


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