domenica 29 marzo 2026

No Kings, la politica ritrova il suo posto


No Kings, no party, verrebbe da dire. Party come partito, in questo caso. Un corteo imponente, anche se la cifra di 300mila è esagerata. Forse 50mila si avvicina di più alla consistenza reale. E il Manifesto sceglie come titolo del giorno Realpolitik. Come dire che è questa la politica vera. Per carità, è vera pure la politica dei palazzi romani, anche se non sembra avere lo stesso respiro e soprattutto è malata di senescenza acuta, lontana da ogni freschezza. Ezio Mauro oggi nel suo editoriale sulla Repubblica chiama in causa "lo spirito repubblicano residuo del paese, quel patriottismo costituzionale che ci tiene insieme, in una storia comune". Gli fa eco, sullo stesso giornale, Giuliano Amato quando scrive: "L'ingresso dei più giovani nell'arena politica è un cambiamento davvero importante per la nostra asfittica e fragile democrazia. Contro il populismo della destra ma anche contro il populismo di sinistra. Schiacciata sui sondaggi, la nostra politica ha perso il futuro. E possono restituirglielo solo i giovani che il futuro ce l'hanno dentro, sensibili più di tutti gli altri ai temi della sostenibilità del pianeta e alla difesa della pace". Messaggio ricevuto (e trasmesso), in fin dei conti. La verità, come la menzogna, è contagiosa. Una volta emersa, si diffonde, si espande, guadagna proseliti cammin facendo. Prima o poi è destinata a raggiungere anche i piani alti del potere costituito. La persistente popolarità del presidente Mattarella era già un segnale premonitore del cambiamento in atto. Altri seguiranno per via di una svolta che ormai si impone alla luce del sole. Altro che primarie, altro che campo largo. Campo aperto agli istinti vitali della democrazia. 

Fabrizio Caccia
"No Kings", in migliaia alla sfilata contro le guerre. Gli attacchi a Meloni
Corriere della Sera, 29 marzo 2026

Da piazza della Repubblica a San Giovanni, a Roma, è sfilato il corteo Nokings Italy, la manifestazione internazionale «contro i re e le loro guerre». E anche per dire «no all’autoritarismo, no alla guerra, no al riarmo, no al genocidio e no alla repressione», e «no al governo». Bloccata la tangenziale. A poche ore dall’inizio della manifestazione l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis è stata «controllata» dalla polizia nella sua camera d’albergo. «L’Italia è ormai un regime» ha commentato Salis. «Un atto dovuto in base agli obblighi internazionali» per una richiesta arrivata dalla Germania, la replica della Questura.

ROMA «Questa è la piazza del No al referendum», dice il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, dalla testa del corteo dei No Kings Italia, con lo striscione «Per un mondo libero dalle guerre» dietro cui sfilano 700 sigle tra partiti, sindacati, associazioni (Anpi, Arci), pacifisti, pro Pal. È la tappa nazionale della mobilitazione globale, da Londra a Minneapolis, intitolata «Together: contro i Re e le loro guerre». Così, la piazza intona slogan contro Trump, Netanyahu, Orbán, ma anche contro la nostra premier («Giorgia Meloni vattene») perché il sottotesto del grande corteo romano, il primo dopo il referendum, è proprio quello di «mandare a casa il governo» nel 2027. In piazza, oltre a Landini e alla Fiom, ci sono anche Angelo Bonelli («un’altra Italia è possibile») e Nicola Fratoianni di Avs.

Davvero, come dice Landini, sembra la piazza dei No: ci sono i giovanissimi della Genz, ma anche i nuovi e vecchi leader dei movimenti. C’è Andrea Alzetta, detto «Tarzan», dello spazio romano occupato Spin Time a rischio sgombero e a pochi metri sfila Luca Casarini dell’ong Mediterranea. Nel 2000 militavano insieme nei Disobbedienti. E poi ecco Piero Bernocchi dei Cobas («l’anno prossimo compirò 80 anni, abbiamo perso un sacco di volte, ora godiamoci il momento») e il veneziano no global Tommaso Cacciari, nipote di Massimo, che mette in guardia il centrosinistra: «La potenzialità per mandare a casa Meloni ci sarebbe, ma questi partiti non riescono a intercettare la grande voglia di cambiamento, hanno dietro vecchie logiche, invece dovrebbero mettersi in ascolto, al servizio dei movimenti».

Si temevano violenze, mille agenti mobilitati, per l’arrivo dei torinesi di Askatasuna, bloccati però in partenza dal debutto del «fermo preventivo». Lo striscione verde «Il consenso è sexy! Fermiamo il ddl Bongiorno» dell’associazione Non una di meno regala invece un sorriso. Restano però impresse brutte immagini: bruciati due cartelloni con le bandiere di Usa e Israele. E poi le foto di Meloni, del presidente del Senato La Russa e del ministro della Giustizia Nordio a testa in giù. Alla loro destra una lugubre ghigliottina di cartone. «Quanto odio», s’indigna Simonetta Matone, deputata della Lega. E Stefania Craxi, neo presidente dei senatori FI, parla di «segnali di regressione democratica».

È il 28 marzo, per gli anarchici l’anniversario del suicidio di «Baleno», Edoardo Massari, a Torino nel 1998. Ci sono anche loro a Roma (i milanesi del Ponte della Ghisolfa hanno portato pure una bandiera del Leonka) e all’esquilino viene srotolato uno striscione per Alfredo Cospito («contro il 41bis, lo Stato tortura, Alfredo libero») e un altro per Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti a Roma preparando un ordigno («se viviamo è per far saltare la testa dei re»).

Sventolano bandiere della Palestina, dell’iran, di Cuba e del Venezuela, insieme a quelle della Pace. «Siamo 300 mila», annunciano gli organizzatori. Così tanti, anche se la Questura non conferma, che il percorso inizialmente previsto, da piazza Esedra a San Giovanni, si allunga fino al Verano passando per la tangenziale est: «Blocchiamo la tangenziale, blocchiamo il governo», si grida dal carro di testa.

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