Gianfranco Pellegrino
Tra
bimbi nella casa famiglia e ispettori del ministero: il male minore
nel caso della famiglia nel bosco
Domani, 10 marzo 2026
Nella vita reale spesso la cosa migliore è scegliere il male minore. Questo sfugge a chi, come Giorgia Meloni e altri del suo governo, si impegna in una sistematica strumentalizzazione delle decisioni di tutti i giudici per sostenere il sì nella campagna referendaria.
La decisione del Tribunale dei minori dell’Aquila di allontanare Catherine Birmingham dalla struttura di Vasto dove i suoi tre figli sono ospitati può sembrare dura. I magistrati con una nota hanno spiegato che, nonostante il clamore mediatico e i «toni aggressivi», le loro scelte sono mirate «a realizzare il benessere del minore». Si può discutere del trauma ulteriore che ciò potrebbe comportare. La rilevanza del legame coi genitori per bimbi così piccoli è ovvia e suffragata dalla psicologia empirica.
Ma non si possono dimenticare i fatti che hanno condotto a questo punto. Non ci sono smentite sul fatto che i tre bambini siano stati messi a rischio di intossicazione mortale dai genitori, né sul fatto che siano stati pressoché del tutto privati di contatti coi pari e della minima istruzione. Né ci sono smentite sui fatti più recenti, per esempio l’atteggiamento apertamente ostile di Catherine Birmingham nei confronti di assistenti sociali e operatori della casa-famiglia. (Se si insulta un membro delle forze dell’ordine, o si osa eccepire sul suo operato, tuoni e fulmini arrivano da esponenti del governo. Se Catherine Birmingham insulta funzionari dello Stato che si prendono cura dei bambini che lei ha esposto a pericoli per la salute, niente.)
In conflitto
Questo tipo di atteggiamento ostile già di per sé costituisce fonte di trauma. Sappiamo che i bimbi si sono acclimatati nella casa famiglia. E molto probabilmente hanno iniziato a sviluppare un legame con varie figure – per esempio l’insegnante. Tutto sommato, si tratta di figure adulte che li hanno accuditi. L’atteggiamento ostile della madre non può che risultare contraddittorio e fonte di confusione per loro, mettendoli in conflitto fra la lealtà ai genitori e la lealtà a queste nuove figure di cura.
E gli altri fatti, non smentiti, che giustificano l’ordinanza sono una conferma evidente (anche senza ricorrere alle lenti della psicologia) di questo conflitto: gli attacchi fisici compiuti da questi bambini contro le operatrici e addirittura un’altra bambina di pochi mesi, attacchi provenienti da bimbi che prima non avevano avuto nessun comportamento violento, sono evidentemente un tentativo di allinearsi al dettato implicito della madre.
Ma la violenza di quest’allineamento tradisce con chiarezza il disagio dei bambini. Quindi, il trauma eventuale dell’allontanamento della madre non è che l’ultimo trauma subito, quello che viene dopo aver passato anni in isolamento, correndo pericoli di vita, e venendo strumentalizzati in una guerra ideologica condotta dai genitori e pure da alcuni membri del mondo politico. Si poteva evitare quest’ultimo trauma? Forse sì, forse no. Ma il sospetto che si tratti del male minore è forte.
Il ministero della Giustizia ha inviato degli ispettori a L’Aquila per approfondire la vicenda, ma bisognerebbe andare oltre la contrapposizione fra chi difende il Tribunale dei Minori e gli assistenti sociali e chi a destra sta riscoprendo gli ideali anarchici della vita nel bosco (Giuli cercherà di annettere al pantheon della destra Thoreau, il cantore della vita nei boschi, ma anche della disobbedienza civile? Speriamo, così la facciamo finita col tormentone Tolkien).
I diritti in gioco
Potrebbe aiutare articolare più chiaramente i diritti che sono in ballo in questa vicenda. I genitori e i figli hanno un diritto di intrattenere relazioni – un diritto che si estende alle molte figure adulte che possono essere rilevanti per la vita dei minori e per i quali i minori sono oggetto di affetto. Ma il diritto di intrattenere relazioni non coincide col diritto di custodia e decisione nei confronti dei minori, né l’uno implica necessariamente l’altro.
Il diritto di decidere delle vite di altre persone – fossero anch’esse minori – va esercitato esclusivamente nell’interesse di chi viene sottoposto a controllo, e va limitato quanto più possibile. Chi dice che i figli non sono dello Stato spesso suggerisce che sono dei genitori. È una disputa sulla proprietà. Ma i tre ragazzi Trevaillon sono esseri umani, non cose. E sono esseri umani che debbono essere autonomi e fare le loro scelte. E, secondo chiunque, per arrivare all’autonomia servono istruzione e buona salute. Quello che i loro genitori avevano messo a rischio.
Questo è sufficiente per far perdere loro i diritti di decidere sulle vite dei figli, pur conservando il diritto di vederli. Come conciliare questi diritti – quello alla relazione e quello all’autonomia: questo è il problema che i giudici, e la società, devono considerare e risolvere. Magari al riparo dalle polemiche e dalle strumentalizzazioni.
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