martedì 3 marzo 2026

Medioevo immaginario

Giuseppe Sergi
"Non siamo mica nel Medioevo". Viaggio nelle fake news della storia
La Stampa, 3 marzo 2026

«Stiamo tornando al medioevo»: è una frase fatta che, in quanto tale, dovrebbe infastidire tutti, ma è evidente che dispiace soprattutto a chi il medioevo lo studia e tenta di insegnarlo. La si legge o la si ascolta ogni giorno. È un uso indubbiamente irriflesso, di vecchia data. Non si può neppure dire che si sia incrementato negli ultimi decenni, quelli coincidenti con l’“era dell’incompetenza”, né che sia del tutto inseribile nel dibattito attuale sulle fake news, dibattito che ha un padre nobile in Marc Bloch, il più grande storico del Novecento, forse non a caso un medievista, anche se a proposito di “false notizie” si è occupato di Prima guerra mondiale.

Il tempo presente riserva molta attenzione ai luoghi comuni. Da un lato con un atteggiamento diffuso che tende a perdonarli, ricorrendo a una sorta di buon senso teso a valorizzare il fondo di verità che in essi sempre ci celerebbe. Dall’altro con l’accentuarsi delle riflessioni sociologiche e psicologiche sui pregiudizi riscontrabili in vari campi e sulle ragioni della loro permanente tenuta.

I richiami continui e abbondanti al presunto “medioevo” e all’aggettivo “medievale” non contengono invece pressoché mai quel fondo di verità. Ha certamente molto peso la “deformazione prospettica” che, conducendo a incontrare prima ciò che del passato è più vicino a noi, induce a individuare in tutto il lungo medioevo alcuni caratteri del Tre-Quattrocento, cioè del medioevo finale, rispetto al quale l’età moderna appare come sviluppo o rottura. Complessivamente prevale nelle conoscenze correnti un medioevo immaginario che finisce con il cancellare quello reale. In anni relativamente recenti si è sviluppato giustamente, come campo di ricerca a sé stante, lo studio del medievalismo, cioè l’indagine sui fattori che, in particolare dall’Ottocento romantico in poi, hanno determinato e determinano quell’immaginario, sulle mode, le nostalgie, gli esorcismi e le false interpretazioni: è certo un pezzo di storia della cultura che ha una sua autonomia e che è giusto sia approfondito. Di medievalismo le pagine che ho scritto nel mio nuovo libro non si occuperanno, o lo faranno solo incidentalmente. Mi propongo infatti di illustrare, per grandi temi, ciò che il millennio medievale ha davvero contenuto, sfruttando i giudizi spesso unanimi della ricerca medievistica – il dibattito c’è sempre, ma è per lo più su argomenti di dettaglio che arrivano poco al grande pubblico – e partendo dalla correzione degli errori più tenaci, che si possono ascrivere a due grandi categorie.

Individuiamole, trascurando il ricorso alle definizioni medievaleggianti che vogliono indicare tutto ciò che non è attuale ed è giudicato severamente come superato e non riproponibile. Spesso con effetti assurdi e involontariamente comici: è “da medioevo” insistere sul mantenimento delle auto a benzina, creare ostacoli agli scioperi, vietare l’uso dell’intelligenza artificiale nelle scuole, rinunciare ai supporti tecnologici per verificare il fuorigioco nelle partite di calcio o per controllare gli abbonamenti sugli autobus.

La prima categoria è quella del ricorso deformante al millennio medievale voluto e intenzionale: questo ricorso è indubbiamente agevolato anche dall’ignoranza, ma è chiaro che in questo caso lo “stereotipo medioevo” fa comodo così com’è. Da parte di chi? Di istituzioni e individui per valorizzare il progresso successivo, per definire le premesse della modernità, per cercare radici inventate di nazioni o di circoscritti ambiti di civiltà, per organizzare manifestazioni in costume, per rifuggire da un “prima” condannabile oppure, all’opposto, nostalgicamente rievocabile. Non mancano opere dedicate appunto a questa intenzionalità: la falsificazione della storia in generale è ritenuta in gran parte inevitabile perché è giudicato troppo comodo l’uso retorico-dimostrativo di materiale attinto all’idea più sedimentata di passato.

La seconda categoria è la più insidiosa e la più difficile da correggere: quella corrispondente a una cultura diffusa che è ferma a ciò che si sapeva di medioevo nella prima metà del Novecento. È stata perpetuata da divulgatori, da storici locali, in qualche caso anche da studiosi di discipline diverse dalla medievistica e, soprattutto, da troppi manuali scolastici. Nei corsi di storia, quando la parte medievale era aggiornata e ben fatta, è stata spesso sostituita nel giro di pochi anni, perché gli insegnanti lamentavano (con i rappresentanti editoriali, che poi riferivano in casa editrice) la mancanza proprio di ciò che era giusto non ci fosse: ad esempio lo schema della curtis compatta e concentrica, chiusa all’esterno (per giustificare la vecchia idea ottocentesca dell’economia fondata sul baratto), oppure la piramide feudale, ormai da oltre cinquant’anni famigerata per i medievisti professionali.

Entrambe le categorie non comportano solo piccoli vizi lessicali, ma anche insidiose trappole contenutistiche: per questo è doveroso spiegare come stavano davvero le cose, in coerenza con gli intenti della collana «Fact Checking».

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