![]() |
| Gianni Celati |
Il Sole 24ore, 8 marzo 2026
Nel 1987, una mattina di marzo, è suonato il campanello di casa mia (stavo allora in Strada Maggiore 37) ed è comparso Celati, che a suo dire s’era appena licenziato dall’università, era ancora tutto irritato dal preside di facoltà che non aveva voluto dargli l’anno sabbatico per andare in America dove l’avevano invitato a insegnare. Avevano discusso e, di fronte al rifiuto, Celati s’era inalberato, aveva alzato la voce, niente da fare; la sua libertà! aveva detto, l’altro niente, sordo, irremovibile, al che aveva dato le dimissioni, lì, sul momento, con una dichiarazione che gli era uscita di bocca senza premeditazione, forse un po’ breve per i loro usi e costumi, ha detto, ma decisa e precisa anche da un punto di vista amministrativo. Basta! mi dimetto da subito, seduta stante. Cui il preside ha risposto: Va bene. E quindi se n’era andato da libero, secondo lui, non più da dipendente, stipendiato e obbligato.
Ma, gli ho chiesto, e adesso cosa fai? E lui ha pronunciato questa memorabile frase: Voglio guadagnarmi il pane onestamente.
Sono rimasto perplesso. Guadagnarsi il pane voleva dire, credo, fare i lavori occasionali che capitano, fare fatica a sbarcare il lunario, anche, credo, con l’idea di andare a piedi da una città all’altra, ramingo, con una sacca e i suoi libri, per offrire in giro quello che lui sapeva, come le maestranze vaganti di un tempo, che si fermavano con i loro arnesi a costruire una cattedrale, o scolpire qualche faccia immaginaria di patriarca, o qualche favoloso animale allegorico sulle chiese romaniche, e poi via, qualche anno in un posto e poi via, altrove, sempre con i propri attrezzi e eventualmente una carriola per tenerceli dentro, in un altro clima, a fare un ponte, una cinta muraria, una torre d’avvistamento, un affresco. E tirare su un po’ di soldi per avere da campare, senza lussi ma anche senza avarizie, questo era il concetto di onestamente. Il contrario della stabilità che vogliono i sindacati, cioè essere in un posto inamovibili, e che sembra l’ideale del giorno d’oggi. Ne avevamo parlato spesso. Nell’antichità c’erano gli schiavi volontari, che si davano schiavi a un padrone, e quindi ne avevano tutti i vantaggi, alloggio, vitto, vestiario, niente preoccupazioni per il futuro, erano garantiti, come un dipendente statale di ruolo, o come promettono le società comuniste, dove è lo Stato che ti prende in carico, pensa a te e provvede in teoria, e in cambio tu devi sottostare; ma di fatto quanto al provvedere va sempre male, e invece funziona benissimo perfino troppo la sottomissione.
Poi è successo che licenziarsi non era immediato né facile, ci voleva il suo tempo, secondo le procedure, e intanto l’invito in America è saltato, per cui s’è trovato disoccupato e deluso, e andare a piedi di città in città con la carriola di libri non era come per un muratore medioevale.
Poi per fortuna l’hanno chiamato a insegnare per un po’ in Normandia, dove si è trovato benissimo; mi ha raccontato poi che insegnava in campagna, all’aperto, nei prati, e alle lezioni assistevano anche le mucche che pascolavano attorno e si incuriosivano, mi diceva Celati, o a lui sembrava che si incuriosissero. In particolare una mucca pezzata si avvicinava ogni mattina e stava fissa a guardarlo parlare, ruminando fra sé; e lui la citava come esempio agli studenti di propensione ad apprendere, tanto che per l’assiduità era venuta a far parte ormai della classe.
Il mondo, secondo Celati, era pieno di suggestioni che era un peccato lasciarle svanire. Il mondo ne offre continuamente. Ce le raccontavamo, cose accadute e idee, e Celati si sentiva subito in dovere di scriverle, o scriverle assieme, o distribuircele come compiti da fare a casa. Diceva che il mondo precipita continuamente nell’inesistenza, cioè c’è l’adesso, come un lampo di luce, e tutto il resto è già perduto, non solo i fatti osservati di quella che si chiamerebbe realtà, ma anche tutti quelli sentiti dire, immaginati, fantasticati, che quelli pure sono realtà, come anche i sogni. Il rimedio è scriverli. E gli prendeva la smania di correre a scriverli, o di scriverli lì seduta stante, anche in collaborazione. Con la tua scrittura minuscola, mi diceva, da zanzara alfabetizzata. Perché noi eravamo semplicemente i conservatori del mondo, che lo salvavamo dal precipizio; anche le cose normali a cui nessuno bada, perché anche quelle vanno perdute. È vero, dicevo io, però secondo me ci sono cose che vale la pena. Secondo lui tutto valeva.
Scrittore italiano (Sondrio 1937 - Brighton 2022). Traduttore e saggista (Finzioni occidentali. Fabulazione, comicità e scrittura, 1975), ha insegnato letteratura angloamericana all'univ. di Bologna. Dopo una prima fase di ricerca, in cui riusciva a rendere narrativamente plausibili le proposte di sperimentazione linguistica della neoavanguardia (Comiche, 1971; Le avventure di Guizzardi, 1973; La banda dei sospiri, 1976; Lunario del paradiso, 1978; gli ultimi tre riuniti in Parlamenti buffi, 1989), si è volto a una narrativa più distesa e di secca essenzialità (Narratori delle pianure, 1985; Quattro novelle sulle apparenze, 1987; Verso la foce, 1989; Lunario del paradiso, 1996; La banda dei sospiri. Romanzo d'infanzia, 1998; Fata Morgana, 2005). Nel 1998 alla New York University gli è stato assegnato lo Zerilli-Marimò Prize for Italian Fiction. Tra le sue ultime opere: Vite di pascolanti. Tre racconti (2007); Costumi degli italiani (2008); Sonetti del Badalucco nell'Italia odierna (2010); Conversazioni del vento volatore (2011); Selve d'amore (2013). Nel 2016 è stato edito il volume Romanzi, cronache e racconti, che ne raccoglie quasi per intero la produzione narrativa, mentre è del 2022 Il transito mite delle parole. Conversazioni e interviste 1974-2014. (Treccani)

Nessun commento:
Posta un commento