Chiara Saraceno
La rivolta dei rider sfruttati due volte
La Stampa, 15 marzo 2026
Quello dei rider è uno dei lavori che rappresenta in modo estremo la condizione di lavoro povero e di lavoratore povero oggi: faticoso, sottopagato, a bassissima qualifica, per lo più senza alcuna tutela, dove l’impersonalità dell’algoritmo ha sostituito la catena di montaggio nel definire i riti del lavoro, producendo situazioni di auto-sfruttamento anche intensivo, per di più dovendo anche provvedere al proprio strumento di lavoro. Una sostituzione che, insieme alla assenza di un luogo fisico in cui si lavora e ci si può organizzare insieme, ha sottratto ai lavoratori anche la possibilità di interlocuzione con i propri datori di lavoro e ha anche ostacolato la possibilità di organizzarsi per far valere i propri diritti.
È significativo che la prima importante azione di contrasto ad una inaccettabile situazione di lavoro sfruttato sia venuta dalla magistratura, ovvero sul piano dell’azione penale, non del conflitto organizzato tra lavoratori e datori di lavoro, come avviene di norma. Era già avvenuto a novembre, sempre per i rider, e in precedenza sulla filiera della moda. Il fatto che ci sia stato bisogno dell’intervento della magistratura per mettere un freno a rapporti di lavoro fuori dalla legalità e altamente sfruttatori mostra la grande debolezza contrattuale in cui si trovano questi lavoratori, per difficoltà organizzative, ma soprattutto perché spesso in condizioni di bisogno e mancanza di alternative, per cui la necessità di guadagnare purchessia prevale su tutto, anche sulla propria sicurezza e sui propri diritti, come esseri umani prima ancora che come lavoratori.
Con l’invito allo sciopero dei rider di ieri, la Cgil ha cercato di portare anche sul terreno proprio del conflitto sindacale la questione, invitando i lavoratori ad una protesta collettiva, a costituirsi come soggetto collettivo per trattare da posizioni più forti con i loro datori di lavoro. Ha anche chiesto ai potenziali consumatori di astenersi, nelle ore di sciopero, dall’ordinare la consegna di cibo o altro, come forma di sostegno alle rivendicazioni dei rider. Perché i consumatori non dovrebbero ignorare, quando ci sono, le forme di sfruttamento da cui provengono i prodotti che consumano, che siano prodotti agro-alimentari, vestiti, o, appunto, la pizza o le medicine consegnate a casa da un rider. Nascondersi dietro l’idea che, comprando quei prodotti o quei servizi, tutto sommato si fa lavorare qualcuno, anche se in condizioni di sfruttamento e di pericolo, è pura ipocrisia.
C’è tuttavia una questione che mi sembra lasciata sullo sfondo sia dall’intervento della magistratura, sia dall’azione sindacale. Molti rider, anche se non saprei dire la proporzione, sono letteralmente invisibili perché stranieri privi di permesso di soggiorno, vuoi perché in attesa (lunghissima) di riceverlo, vuoi perché scaduto. L’account con cui lavorano e sono presenti sulle piattaforme non è loro, ma di qualcun altro, per lo più connazionale, che lo cede in cambio di una percentuale sui guadagni. Questi lavoratori sono quindi sfruttati due volte: da un’azienda che paga troppo poco e dal proprietario dell’account che lucra su di loro e minaccia di togliere loro l’account se non guadagnano abbastanza. Lo ha raccontato per la Francia, ma è lo stesso in Italia, il bel film La storia di Souleymane. Questi rider fantasma sono ovviamente i più ricattabili. Non possono permettersi di protestare e tantomeno scioperare, quindi possono essere utilizzati in funzione di “crumiri” in una lotta tra poveri e sfruttati.
È un classico caso in cui la lentezza esasperante delle procedure di accoglimento delle richieste di asilo e/o di permesso di soggiorno, che tengono nel limbo per mesi, quando non per anni, i migranti, creano una forza lavoro di riserva sfruttabile senza vergogna.

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