Il Sole 24ore, 1 marzo 2026
Ordalia. La parola deriverebbe dall’antico anglosassone Ordal, «giudizio di Dio», e designa quelle prove cui in antico venivano sottoposti gli accusati: gli innocenti salvati dall’Altissimo, gli altri bruciati affogati schiacciati da massi. Di lì viene ogni forma di tortura, ma anche (secondo alcuni giuristi) l’istituto della giuria popolare, nella quale si tradurrebbe l’«orda» col suo barbarico giudizio (vale anche per i premi letterari, certo).
L’ordalia si svolse nel momento più caldo. Sono i primi di giugno del 1968, ma quella sera a Milano si gela. Qualche mese prima è uscito un libro bruciante del napalm che incendia il Vietnam, ma dal titolo d’algida ironia: La Beltà. E sul «Corriere della Sera» è appena uscita, a sorpresa, l’incoronazione di Montale: quella poesia «agisce come una droga sull’intelletto giudicante del lettore». Si può immaginare il clima della serata. Prende la parola un poeta giovane che brilla per acume critico, Giovanni Raboni, e dice cose molto giuste. Dopo di lui è però la volta di Franco Fortini. Non è solo un poeta di rilievo e il critico più ascoltato, cioè temuto, su piazza; in quel momento il suo marxismo eretico, all’improvviso, è à la page. Del lavoro di Zanzotto è stato fra i primissimi testimoni, alternando adesioni entusiastiche a contraggeni laceranti. Non sa però Zanzotto che per Mondadori Fortini ha scritto un parere di lettura che, con sofistica dialettica, ne sconsiglia la pubblicazione. Vittorio Sereni però conosce i suoi polli, e «la conclusione editoriale è SÌ». Mentre il libro-bomba comincia così la sua strada, che oggi ce lo fa considerare il libro di svolta del Novecento italiano, l’ordalia deve comunque prodursi. Chi conosce il rituale lo sa: le presentazioni di poesia sono coatte all’eufemia e, il più delle volte dunque, alla genericità. Invece dal tavolo dei relatori, quella sera, Fortini rincara la dose; e i due non si parleranno, in sostanza, per quasi quattro anni.
L’episodio è il clou di un duello che di anni ne dura più di quaranta, e che ora la bravissima Matilde Manara ha finalmente ricostruito nella sua interezza, aggiungendo il bonus di quegli interventi leggendari, trascritti da un’audiocassetta quasi sessantenne, e dei pareri mondadoriani. Un duello, sì; del resto fra le ordalie c’era in antico anche il «duello di Dio»: che fra i contendenti dava ragione al più forte (un criterio molto basic, questo di Goti e Longobardi, al quale oggi torniamo spensierati). E sarà appunto Zanzotto a definire «ordalie» quelle cui Fortini costringeva gli interlocutori cui era più affezionato (Pasolini e lo stesso Sereni ne sapevano qualcosa).
Alla maniera stilnovistica della tenzone, i due tornano a incrociare le rispettive lame, o piuttosto lime, nel decennio successivo. All’inizio degli anni Sessanta entrambi hanno giocato con una forma, il sonetto, una volta egemone ma finita nel dimenticatoio almeno dai tempi di Leopardi. Autoironico Fortini apre il fuoco inviando a Zanzotto un primo sonetto (non conservato purtroppo), cui il destinatario risponde subito, non sappiamo se «per le rime». Ma sono proprio le rime, il punto: la forma-spettro è deliberatamente inattuale, nei confronti di un mondo contemporaneo che si chiamerà, di lì a poco, postmoderno (anche se i due preferiscono parlare di «convenzionismo», Zanzotto, o «manierismo», più coraggiosamente Fortini). In ogni caso è una svolta decisiva non solo per le rispettive opere in versi, ma per tutto il corso della nostra poesia. Nel Galateo in Bosco di Zanzotto, nel ’78, il fulgido cristallo dell’Ipersonetto sarà composto in gran parte dai materiali della tenzone: e farà scuola presso almeno due generazioni di poeti (non escluso l’altro attore di quella serata di tregenda, Raboni). A più lento rilascio viene di qui pure il sarcasmo civile, arci-sconfitto, del Fortini di Composita solvantur, che nel ’94 con caramellati melismi metastasiani canta le guerre virtualizzate dai media. E la replica di Zanzotto – la poesia LIVE, che due anni dopo segna a dito il «teleschermo» che «dirette erutta e balocchi» – viene a sua volta da una lettera a Fortini.
Una buona metà della loro vita, insomma, questi due facondissimi duellanti l’hanno spesa a rispecchiarsi l’uno nell’altro. Nota acutamente Manara, infatti, come sia a chiasmo il rapporto di forze del loro «duello di Dio»: Zanzotto passa da umile apprendista di provincia al rango, da Fortini accordatogli con formula dantesca in un’intervista, di «suo maggiore nella “gloria della lingua”». Nel ’79 gli chiede una prefazione a Una obbedienza, e Zanzotto descriverà magnificamente il «ponte» che nella poesia di Fortini unisce la sua ideologia alla passione, tutt’altro che razionale, del suo «terremoto del profondo».
Obliquamente eloquente è soprattutto una coppia di sonetti da Fortini mandati a Zanzotto nel ’77. Se il primo ricorda all’interlocutore (da lui sempre incoraggiato al «ragionamento») «che umana è nostra creta», cinque mesi dopo gli si rivolge invocando da Zanzotto «il vero fuoco» che solo lui riesce ancora a «cantare» – mentre chi scrive, su d’esso, sa solo «specolare». Con tipica imagery manieristica Fortini si raffigura prigioniero di una «grotta ove in ombra si invischia» mentre cerca invano, «chimico inetto», di produrre esplosivi «in odio al secolo». Risolutivo potrà forse essere solo il portatore di fuoco – il poeta appunto. Sapevano entrambi, quella metafora, a quale esplosione si riferisse. Nove anni prima l’uno l’aveva fatta brillare; e l’altro aveva provato a soffocarne le fiammate. Ma quel fuoco non s’era mai estinto.
Franco Fortini-Andrea Zanzotto
Una minima ordalia. Carteggio 1952-1994
a cura di Matilde Manara con la collaborazione di Pietro Orlandi
e Jacopo Maria Romano
Quodlibet, pagg. 224, € 20

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