la modernità del principe e l’arte della politica
The Princessa: Machiavelli for Women; The Mafia Manager: A Guide to Corporate Machiavelli; Machiavelli in Brussels: The Art of Lobbying the EU (un best-seller con tanto di seguito: More Machiavelli in Brussels); Machiavelli for Moms: Maxims on the Effective Governance of Children... Soprattutto nel mondo anglofono la più famosa opera di Machiavelli continua ad alimentare un vivace filone di imitazioni (a metà strada tra il manuale di self-help e il trattato sulla leadership), chiaramente ispirate dalla fama di cinico consigliere di turpitudini che ancora oggi accompagna il suo autore presso il grande pubblico. Ovviamente, il vero Machiavelli ha ben poco a che spartire con contraffazioni così grossolane. Non è escluso, tuttavia, che l’accumularsi di volumi del genere non abbia anche qualcosa da insegnarci sul vero Principe.
Perché, in altre parole, questo straordinario successo? Al di là della popolarità del brand (negli ultimi anni rilanciato da serie televisive come I Borgia e videogiochi come Assassin’s Creed), occorre riconoscere che nel testo di Machiavelli ci sia qualcosa che non smette di stregare i suoi lettori. Il Principe non offre infatti soltanto una rappresentazione più franca dei rapporti di forza e delle relazioni tra gli uomini di quelle proposte dalla maggior parte degli autori precedenti, ma promette soprattutto di insegnare a guardare i fenomeni più diversi con occhi nuovi. Così, persino quando discute questioni indubbiamente remote dagli interessi della maggior parte degli uomini d’oggi, Machiavelli riesce a trasmettere lo stesso una visione del mondo che è sua e soltanto sua, e che trascende ampiamente i casi empirici chiamati a illustrarla. Il suo insegnamento è, o almeno sembra, applicabile alle situazioni più diverse. Ed è quest’ultimo, evidentemente, il punto decisivo.
Uno dei caratteri fondamentali del mondo di Machiavelli è la costitutiva scissione tra ciò che è e ciò che appare – l’universale dominio dell’illusione, al quale solo pochi saggi sono in grado di sottrarsi. Il Principe non fa che ripeterlo come un mantra: le cose non sono come sembrano, tutti ingannano ma, prima ancora, tutti sono pronti a lasciarsi ingannare, perché gli uomini soffrono di una discutibile tendenza ad accordare valore a beni puramente immaginari. Nemmeno i potenti fanno eccezione a questo generale accecamento. Politico scaltro è invece chi calcola correttamente le forze in campo: il suo sguardo è lungo, perché vede oltre le conseguenze immediate di ogni azione, ma è anche profondo, perché, mentre la gente comune si ferma alla superficie, lui ha imparato a spingersi sino al nocciolo.
L’altro tratto caratteristico dell’universo machiavelliano è la costante mobilità di tutte le cose, il riconoscimento che Stati e persone sono trascinati in un flusso inarrestabile che disorienta e che confonde ma che soprattutto rischia di travolgere chi si fa trovare impreparato dagli eventi. Il politico accorto conosce la potenza degli imprevisti e prepara per tempo le difese, valutando con il dovuto anticipo la loro capacità di resistenza: ha cura del «fondamento», per adoperare un’immagine assai cara a Machiavelli e che nel suo trattato rimanda a ciò è radicato nella terra e che permette all’intero edificio di durare qualsiasi cosa accada, in opposizione alla perenne instabilità della Fortuna che il pensiero rinascimentale associa invece al mondo acquatico. Il principe dovrà essere dunque anzitutto un ingegnere idraulico, che erige per tempo gli opportuni baluardi contro le tempeste prima che queste si abbattano sui suoi possedimenti.
L’instabilità può essere sfruttata però anche a proprio vantaggio. Una volta approntate le difese, occorre apprendere a muoversi in questo mondo di riflessi e fate morgane, dove il pericolo può arrivare da ogni parte. È per questo che una delle figure chiave del suo trattato è il centauro Chirone che – in modo assai diverso dai governanti ideali degli umanisti, completamente indifesi quando parlano le armi e tace la diplomazia – allorché la situazione lo richiede, sa imitare le tecniche di combattimento degli animali feroci e, in particolare ha appreso ad occultare la violenza del leone con l’astuzia della volpe.
Finché si padroneggia il cambiamento, l’instabilità non è necessariamente un male. Solo pochi, certo, sono in grado di farlo, ma è proprio questo sapere prezioso che Machiavelli si appresta a condividere con i suoi potenziali discepoli. Anche chi non sa nulla del contesto nel quale il Principe è stato scritto e non è a suo agio con i suoi riferimenti storici avverte subito chiaramente che qui la posta in gioco è la più alta. La politica è un’arte difficilissima, ma – promette Machiavelli – un’arte che può essere appresa, e che non richiede necessariamente anni e anni di studio per assimilare i classici, come ripetevano invece gli umanisti. Con un maestro del genere anche gli arcani del potere meglio custoditi sembrano di colpo a portata di mano: basterà anzi osservare con scrupolo gli insegnamenti che Machiavelli ha condensato in poche decine di pagine per riuscire a decifrare finalmente i suoi geroglifici e a orientarsi nel suo labirinto. Vera o ingannevole che sia, il successo del Principe dipende anzitutto da questa promessa e dalla singolare euforia che ancora oggi le sue pagine sono in grado di trasmettere a chi legge. Il futuro è aperto: qualsiasi obiettivo è a portata di mano. Si può fare. Ed è guidati da questa speranza che da mezzo millennio, in barba alle innumerevoli condanne, i lettori non smettono di accordare a Machiavelli la propria fiducia.

Nessun commento:
Posta un commento