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giovedì 16 luglio 2026

Quei lavoretti da nulla

Kim Hullot-Guiot
Il mio peggior lavoro estivo: "Quell'estate sono entrata in contatto con una classe sociale che non conoscevo affatto."
Libération, 16 luglio 2026

«L'estate in cui ho compiuto 16 anni, volevo lavorare, ma c'erano pochi posti di lavoro disponibili per i minorenni. Tramite il mio comune, sono riuscita a ottenere due settimane di lavoro. Si trattava di una sorta di tirocinio di servizio alla comunità, per evitare che i giovani della periferia rimanessero inattivi durante l'estate (ride), e per loro era un lavoro a basso costo. Ero pagata 150 euro a settimana.»

"Ho appena iniziato il mio primo lavoro. Consiste nel ridipingere i soffitti dei parcheggi sotterranei vicino alla mia scuola superiore. Siamo in cinque o sei e iniziamo alle 7 del mattino. Armati di barattoli di vernice bianca e tute da lavoro, siamo sottoterra a dipingere per diverse ore. Avevo già dipinto dei muri con i miei genitori, ma mai su una superficie così grande! Non mi aspettavo che fosse così difficile. È incredibilmente faticoso perché le braccia sono sempre in aria. È buio e si suda tantissimo nelle tute. Inoltre, dato che il parcheggio non è ben ventilato, l'odore di vernice è fortissimo. Per fortuna, gli altri ragazzi sono simpatici e riusciamo a farci anche qualche risata. Io persevero perché mi piace finire quello che inizio. Diciamo solo che ha dato un buon allenamento alle mie braccia! Eppure, ne ho un ricordo piuttosto brutto."

"La seconda settimana ci mandano in un asilo nido per una pulizia a fondo. Puliamo i muri, i bagni... Insomma, ci assicuriamo che la scuola sia pronta per l'inizio del nuovo trimestre. È un lavoro incredibilmente faticoso. La prospettiva di guadagnare qualcosa mi motiva. Alla fine, mi compro un paio di scarpe da ginnastica Asics che desideravo da tempo."

“Tutto ciò mi ha chiaramente dimostrato che il lavoro manuale e fisico è difficile ed estenuante. Ero una brava studentessa; sapevo che sarei andato all'università, ma questo ha comunque rafforzato la mia motivazione, la mia idea che studiare non sia poi così male. Tuttavia, lo dico senza alcun disprezzo per questi lavori. I miei genitori non sono privilegiati; mio padre lavorava nell'edilizia, per esempio, quindi tutto ciò mi era già abbastanza familiare. Ciononostante, quando si fa questo tipo di lavoro, si prova ancora più rispetto per le persone che lo fanno per tutta la vita.”

«Poi ho trovato un altro piano, di tutt'altro genere. Tramite un'amica di mia madre, ho saputo che due coppie cercavano qualcuno che si prendesse cura dei loro figli mentre erano in vacanza nel Sud-Ovest. La loro ragazza alla pari si era ammalata e doveva essere sostituita. Mi hanno convinta che fosse un modo per staccare la spina gratis, altrimenti non sarei mai partita dalla mia città natale per l'estate . Entrambe le famiglie mi hanno detto che mi avrebbero pagato il biglietto del treno (come se fosse parte del mio stipendio!), che mi avrebbero ospitata e nutrita, e che mi avrebbero dato 150 euro per dieci giorni. Dato che avevo solo 16 anni, non mi rendevo conto che non era proprio così: calcolando la paga oraria, si trattava di circa 4 euro all'ora...»

"Arrivo in questa splendida casa vacanze nel Sud-Ovest. Le famiglie sono gentili con me, ma è chiaramente il classico modello borghese in cui i padri non si occupano molto dei figli e le madri, durante le vacanze, sono più preoccupate di mangiare tre pomodori per rimanere in forma che di qualsiasi altra cosa. Ci sono quattro bambini di cui occuparmi, nessuno dei quali è autonomo, dato che hanno un'età compresa tra i 3 mesi e i 3 anni. Devo svegliarli verso le 7 del mattino e prendermi cura di loro in modo che i genitori possano dormire un po' di più. Dopodiché, li accudisco senza sosta fino alle 22. Gioco con loro, mangio con loro, faccio loro il bagno più e più volte, li porto in braccio... A seconda del programma della giornata, mi occupo di alcuni di loro mentre i genitori portano i più grandi in spiaggia, oppure accompagno tutto il gruppo in gita. Le madri prendono il sole in pace mentre io fatico a spingere il passeggino nella sabbia. La sera, se i genitori escono, mi occupo dei più piccoli in casa."

«Si parlava di concedermi dei giorni o delle serate libere, ma alla fine, a parte una volta che sono uscita a bere qualcosa con dei ragazzi conosciuti in treno, non ho molto tempo per me stessa. Comunque, non ho soldi, non c'è Google Maps che mi aiuti a orientarmi se vado a fare una passeggiata, quindi le opzioni sono piuttosto limitate. Una volta sono andata in città da sola con la bambina e ho visto come i passanti mi scambiavano per una madre adolescente . Alcuni mi hanno lanciato occhiatacce, altri sono stati più gentili, dicendomi che la bambina era carina, che non si sarebbe detto che avessi partorito solo tre mesi prima (ride di nuovo). Certo, visto che peso circa 50 chili, li avrei persi in fretta!»

«Sono rimasta colpita ancora una volta da quanto sia fisicamente estenuante prendersi cura dei bambini piccoli. Sono sfinita. Mi sento un po' sfruttata, anche se i genitori sono gentili. Sono un po' fuori dal mondo. È strano perché vengo da una famiglia tutt'altro che borghese, dove le cose sono molto meno asettiche. È un ambiente grande e caotico dove siamo tutti insieme, i bambini stanno con i genitori, non c'è una ragazza alla pari che si occupi dei bambini mentre i genitori si riposano. Quell'estate, sono entrata in contatto con una classe sociale che non conoscevo affatto.»“Il lato positivo è stato che durante l'anno scolastico successivo ho potuto fare da babysitter per queste due famiglie, che uscivano spesso. Era un lavoro più rilassante: la sera i bambini erano a letto e io venivo pagata 10 o 12 euro all'ora per stare con loro a guardare la TV o dormire sul loro divano. Questo mi ha permesso di guadagnare qualche soldo fino alla fine del liceo.”


domenica 24 maggio 2026

I medici gettonisti

Alessia Guerrieri
Dovevano sparire, ma sono ancora  tantissimi: così resistono i medici gettonisti

Avvenire, 24 maggio 2026

Sarebbero dovuti sparire, o quasi, da circa tre anni, i medici gettonisti. Il decreto legge 34 del 2023, e le successive modifiche, infatti ne ha limitato il ricorso solo in via temporanea ed eccezionale, con la progressiva eliminazione dei contratti con cooperative di medici e il divieto di nuove forme di esternalizzazioni non giustificate. Eppure a tre anni da quel provvedimento, i gettonisti sono presenti in circa la metà dei Pronto soccorso italiani. Con tutto quel che ne consegue in termini di spesa (il loro costo ora è il doppio se non il triplo di quello di un medico ospedaliero) e, soprattutto, di organizzazione del lavoro. A denunciare la situazione, a cui si lega anche la fuga dei camici bianchi dal Ssn verso il privato e l’estero, è la Federazione medici internisti ospedalieri (Fadoi) in un’indagine in cui riemergono problemi mai affrontati sul serio. Come, ad esempio, lo stato psicologico dei medici, soprattutto quelli d’emergenza. Il 65% dei dottori, difatti, almeno una volta nella carriera lavorativa, è caduto in burnout . E come se non bastasse la carenza costante di medici e infermieri, per i camici bianchi il pensiero ricorrente è la fuga dal Ssn: un medico su 4 pensa così al prepensionamento (uno su due nel Lazio) e il 20% di voltare le spalle al pubblico per il privato, mentre il 10% guarda oltre confine come prospettiva di carriera futura.
Questioni che il ministro della Salute Orazio Schillaci sa bene, come dice lui stesso in collegamento video al congresso Fadoi di Rimini in cui è stata presentata l’indagine. «La valorizzazione del personale è una priorità – sottolinea comunque –, conosciamo i problemi del settore e abbiamo lavorato per invertire la rotta, con interventi concreti per il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale». Inoltre, rivendica il fatto di essere stato il primo ad aver messo mano al problema dei gettonisti. «Non era un modello da difendere e siamo intervenuti con decisione, dando una cornice di regole precise che fino a poco tempo fa non c’erano – aggiunge –. Abbiamo anche aumentato le indennità di chi lavora in Pronto soccorso per ridurre il fenomeno», e «ci sono stati dei controlli attraverso i Nas», che hanno portato a «49 denunce e 39 segnalazioni all’autorità amministrativa per irregolarità». Infine assicura: «Ci saranno altri controlli. Dove si stanno applicando le regole c’è un primo cambiamento».
I numeri emersi dall’indagine, tuttavia, tratteggiano un quadro molto preoccupante che apre la strada, secondo Fadoi, al «rischio desertificazione degli ospedali». Oltre il 57% dei medici infatti sostiene che il principale problema è la carenza dei camici bianchi nei reparti. In più, le condizioni di lavoro vengono giudicate in peggioramento da sette professionisti su dieci. Meno attrattive le “case di comunità”, i nuovi maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi del Pnrr dove dovrebbero lavorare insieme medici di famiglia e specialisti ambulatoriali, ma che la proposta di decreto legge presentata dal ministro della Salute alle Regioni apre anche ai medici dipendenti. Un cambio di casacca che nell’indagine sembra suscitare interesse soltanto nel 18,8% dei medici internisti.
«I risultati dell’indagine – dice il presidente Fadoi, Andrea Montagnani – indicano che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale». Come uscire da questa situazione, prosegue, «ce lo dicono gli stessi medici internisti, che indicano tra le priorità assumere personale, creare un legame più solido tra ospedale e territorio con una regia che strategicamente potrebbe essere affidata alle medicine interne. Ma proprio per gli internisti la priorità delle priorità resta quella di rendere coerente la classificazione delle medicine interne con le sempre più complesse funzioni assistenziali svolte».

domenica 15 marzo 2026

Sfruttati due volte

Chiara Saraceno 
La rivolta dei rider sfruttati due volte

La Stampa, 15 marzo 2026

Quello dei rider è uno dei lavori che rappresenta in modo estremo la condizione di lavoro povero e di lavoratore povero oggi: faticoso, sottopagato, a bassissima qualifica, per lo più senza alcuna tutela, dove l’impersonalità dell’algoritmo ha sostituito la catena di montaggio nel definire i riti del lavoro, producendo situazioni di auto-sfruttamento anche intensivo, per di più dovendo anche provvedere al proprio strumento di lavoro. Una sostituzione che, insieme alla assenza di un luogo fisico in cui si lavora e ci si può organizzare insieme, ha sottratto ai lavoratori anche la possibilità di interlocuzione con i propri datori di lavoro e ha anche ostacolato la possibilità di organizzarsi per far valere i propri diritti.

È significativo che la prima importante azione di contrasto ad una inaccettabile situazione di lavoro sfruttato sia venuta dalla magistratura, ovvero sul piano dell’azione penale, non del conflitto organizzato tra lavoratori e datori di lavoro, come avviene di norma. Era già avvenuto a novembre, sempre per i rider, e in precedenza sulla filiera della moda. Il fatto che ci sia stato bisogno dell’intervento della magistratura per mettere un freno a rapporti di lavoro fuori dalla legalità e altamente sfruttatori mostra la grande debolezza contrattuale in cui si trovano questi lavoratori, per difficoltà organizzative, ma soprattutto perché spesso in condizioni di bisogno e mancanza di alternative, per cui la necessità di guadagnare purchessia prevale su tutto, anche sulla propria sicurezza e sui propri diritti, come esseri umani prima ancora che come lavoratori.

Con l’invito allo sciopero dei rider di ieri, la Cgil ha cercato di portare anche sul terreno proprio del conflitto sindacale la questione, invitando i lavoratori ad una protesta collettiva, a costituirsi come soggetto collettivo per trattare da posizioni più forti con i loro datori di lavoro. Ha anche chiesto ai potenziali consumatori di astenersi, nelle ore di sciopero, dall’ordinare la consegna di cibo o altro, come forma di sostegno alle rivendicazioni dei rider. Perché i consumatori non dovrebbero ignorare, quando ci sono, le forme di sfruttamento da cui provengono i prodotti che consumano, che siano prodotti agro-alimentari, vestiti, o, appunto, la pizza o le medicine consegnate a casa da un rider. Nascondersi dietro l’idea che, comprando quei prodotti o quei servizi, tutto sommato si fa lavorare qualcuno, anche se in condizioni di sfruttamento e di pericolo, è pura ipocrisia.

C’è tuttavia una questione che mi sembra lasciata sullo sfondo sia dall’intervento della magistratura, sia dall’azione sindacale. Molti rider, anche se non saprei dire la proporzione, sono letteralmente invisibili perché stranieri privi di permesso di soggiorno, vuoi perché in attesa (lunghissima) di riceverlo, vuoi perché scaduto. L’account con cui lavorano e sono presenti sulle piattaforme non è loro, ma di qualcun altro, per lo più connazionale, che lo cede in cambio di una percentuale sui guadagni. Questi lavoratori sono quindi sfruttati due volte: da un’azienda che paga troppo poco e dal proprietario dell’account che lucra su di loro e minaccia di togliere loro l’account se non guadagnano abbastanza. Lo ha raccontato per la Francia, ma è lo stesso in Italia, il bel film La storia di Souleymane. Questi rider fantasma sono ovviamente i più ricattabili. Non possono permettersi di protestare e tantomeno scioperare, quindi possono essere utilizzati in funzione di “crumiri” in una lotta tra poveri e sfruttati. 

È un classico caso in cui la lentezza esasperante delle procedure di accoglimento delle richieste di asilo e/o di permesso di soggiorno, che tengono nel limbo per mesi, quando non per anni, i migranti, creano una forza lavoro di riserva sfruttabile senza vergogna.

giovedì 26 febbraio 2026

Schiavi dell'algoritmo


Roberto Ciccarelli
Riders, la procura di Milano smonta anche il sistema Deliveroo

il manifesto, 26 febbraio 2026

La procura di Milano ha emanato ieri un decreto di controllo giudiziario nei confronti di Deliveroo Italy S.r.l., con l’ipotesi di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro di 3 mila rider a Milano e di 20 mila in Italia. Lavoratori che sono retribuiti con paghe da fame e trattati da schiavi. Il 73% dei rider ha percepito cifre inferiori a 1.245 euro lordi al mese, una soglia al di sotto della povertà. L’intervento della procura è arrivato dopo quello analogo su Foodinho-Glovo e sancisce di fatto che il sistema delle consegne di cibo a domicilio (food delivery) in Italia è sotto inchiesta per «caporalato digitale» ed è destinato a essere trasformato per via giudiziaria in mancanza di un vero intervento legislativo. Quanto a Deliveroo, l’azienda si è detta pronta a collaborare con le autorità.

LA MINISTRA del lavoro Marina Calderone ieri era casualmente a un question time alla Camera e ha assicurato che il governo è impegnato a «contrastare caporalato digitale e sfruttamento del lavoro». Con risultati insoddisfacenti, a quanto pare di capire. Calderone ha sostenuto che l’esecutivo è impegnato a recepire la direttiva europea sul lavoro di piattaforma che contiene la «presunzione legale di subordinazione». Il rider sarà considerato un dipendente, a meno che l’azienda non provi il contrario.

L’ONDA D’URTO non sembra fermarsi alle piattaforme: le inchieste milanesi potrebbero coinvolgere anche i marchi della ristorazione e della distribuzione. La Procura ha notificato una «richiesta di consegna» documenti a 7 multinazionali leader della grande distribuzione organizzata e dei fast food: McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai Secom e Kfc (Original Bucket srl) per vagliare i loro modelli organizzativi 231 e verificare se siano realmente idonei a impedire lo sfruttamento lungo tutta la filiera. Su disposizione del pubblico ministero Paolo Storari i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno acquisito organigrammi e attività di «audit» presso queste società per verificare se i sistemi di controllo interni siano idonei ad impedire il reato. L’azione ricalca lo stile di indagine già utilizzata per i grandi gruppi della moda come Armani e Dior. L’ipotesi è che chi beneficia economicamente della consegna a domicilio non possa ignorare le condizioni di sfruttamento di chi materialmente la esegue.

NEL CASO DELLA MODA i giudici milanesi hanno fatto emergere la cecità interessata delle grandi aziende dinanzi a catene di subfornitura dove i laboratori cinesi o conto-terzisti locali sfruttavano manodopera in nero o sottopagata. Nel caso delle piattaforme di “delivery” il committente dovrebbe essere ugualmente responsabile del rispetto dei diritti fondamentali lungo tutta la filiera. In entrambi i casi la visione è la stessa: lo sfruttamento non è un reato isolato, ma una distorsione del “libero mercato” che altera la concorrenza e calpesta i principi di solidarietà sociale sanciti dall’articolo 36 della Costituzione sulla dignità dei lavoratori.

COME PER GLOVO, anche nel caso di Deliveroo l’indagine non si è limitata alla polizia giudiziaria, ma ha fatto ricorso all’inchiesta sociologica per comporre una narrazione corale che squarcia il velo sulla quotidianità dei ciclo-fattorini, in maggioranza cittadini stranieri. Un rider nigeriano ha descritto una giornata lavorativa senza fine: «Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno, la mia paga non è sufficiente. Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria».

HA RACCONTATO Ghafoor Khan: «Mi collego appena esco di casa, lavoro circa 9-10 ore al giorno, faccio circa 50 km al giorno in bicicletta, mando circa 300 euro alla mia famiglia in Afghanistan». Ahmadzai Yarkhan ha descritto il ricatto: «Non posso rifiutare le consegne perché ho bisogno di soldi per la mia famiglia, se non accetto l’ordine non guadagno e l’app mi penalizza». La pressione lo costringe a pedalare «fino a 150 km» al giorno per raggranellare appena «dieci consegne». Amad Shakeel ha descritto gli effetti dei turni estenuanti che iniziano alle 10 e terminano alle 23: «Lavoro circa 12 ore al giorno, faccio circa 15-16 consegne, i guadagni variano molto, ma solitamente sono intorno ai 1.000/1.200 euro al mese». Ahmad Aftab conferma di non avere alternative al lavoro «7 giorni su 7», distribuito sui turni 9-15 e 18-23, per poter sostenere genitori e fratelli in Pakistan. I casi di Munawar Adil e Miah Ruhan confermano come le consegne siano monitorate con una precisione chirurgica al minuto e come i volumi abbiano superato i 100 ordini al mese per singolo rider.

QUESTE TESTIMONIANZE sulle condizioni degradanti del lavoro di piattaforma evidenziano, per i giudici, come la libertà del lavoratore sia annullata dall’eterodirezione esercitata dall’azienda tramite la sua piattaforma. I redditi modestissimi sono annientati dal bisogno alimentare e dall’obbligo di rimesse estere. In queste condizioni il rischio d’impresa. è scaricato interamente sulle spalle dei rider. Questo accade in un’azienda come Deliveroo, che aveva un volume d’affari superiore ai 239 milioni di euro e utili per 3,5 milioni nel 2023.

AL CENTRO DEL SISTEMA c’è l’algoritmo «Frank», a suo modo celebre in tutta Europa e studiato nelle inchieste sociologiche. Nella storia recente del lavoro digitale era già emerso in una sentenza a Bologna nel 2020. Oggi i giudici milanesi lo descrivono come l’apice di un neo-taylorismo digitale che esercita un potere disciplinare invisibile ma totale. Attraverso una metrica punitiva («rejected») ogni scelta del rider viene registrata. Scivolare ai margini del sistema significa essere condannati all’invisibilità e, infine, al «de-platforming». È qui che la procura milanese ha identificato il sintomo di una subordinazione di fatto. Frank non è un software logistico, né solo un supervisore implacabile, ma un caporale digitale.

LA PROCURA ha nominato come amministratore giudiziario di Deliveroo Massimiliano Poppi e mira a garantire il rispetto delle norme e la regolarizzazione dei lavoratori che prestavano attività al momento dell’avvio del procedimento. L’obiettivo è non erogare più retribuzioni sotto la soglia di povertà e s’intende ribadire un principio: a prescindere dalla qualificazione del rapporto — subordinato, etero-organizzato o autonomo — la tutela della dignità conforme alla Costituzione deve essere sempre garantita.

CONFRONTANDO le due inchieste, emerge la logica comune: se in Glovo l’indagine sui file roadrunner.db ha svelato come il punteggio di eccellenza annulli l’autonomia premiando solo chi aderisce a ritmi massacranti, in Deliveroo è la natura punitiva di Frank a trasformare il rifiuto di un ordine in una sanzione invisibile verso l’espulsione. Da questi elementi è possibile ricomporre il quadro storico. Il taylorismo classico frammentava il lavoro manuale in fabbrica; il taylorismo digitale applicato a Deliveroo e Glovo sviluppa un’eterodirezione invisibilizzata: il datore di lavoro scompare dietro l’interfaccia e il controllo è più asfissiante. La piattaforma decide percorsi, tempi e priorità. Le indagini evidenziano inoltre come gli algoritmi sfruttino lo “stato di bisogno” dei migranti, e degli italiani, costretti ad accettare condizioni degradanti. Infine il regime sanzionatorio. In questo mondo non esiste un licenziamento formale, ma un falso automatismo che nega l’accesso ai turni redditizi se il lavoratore non si conforma alla massima efficienza richiesta.




sabato 6 dicembre 2025

Dalla parte degli sfruttatori

 

Deborah Luchetti

Olivier Bonnel
In Italia i subappaltatori dei marchi del lusso "continuano a sfruttare la miseria umana"
Le Monde, 6 dicembre 2025

Per il governo, che ha fatto della difesa del "Made in Italy" una delle sue priorità, la vicenda è a dir poco imbarazzante. Grandi marchi del lusso italiano come Gucci, Versace, Dolce & Gabbana e Ferragamo sono sotto esame da parte dei tribunali per aver collaborato con subappaltatori che non rispettano la dignità di alcuni dei loro dipendenti. Giovedì 4 dicembre, la Procura di Milano ha annunciato l'estensione di un'indagine, aperta nel 2024, a 13 importanti case di moda, tra cui marchi francesi come Yves Saint Laurent e Givenchy, a cui è stato ordinato di presentare valutazioni delle loro catene di fornitura.

Sono state le ispezioni dei Carabinieri nelle fabbriche di abbigliamento di cinque fornitori ad allertare le autorità. Nella zona di Firenze, sede di numerosi laboratori che riforniscono importanti case di moda, lavoratori cinesi, pakistani e senegalesi lavorano a ritmi estenuanti per salari miseri.

«Si tratta di lavoratrici senza contratto, senza diritti, che lavorano dieci o dodici ore al giorno, con orari massacranti, anche il sabato e la domenica », spiega Deborah Luchetti, coordinatrice della campagna “Vestiti Puliti” in Italia. Secondo i sindacati, i salari non superano i 2,5 o 3 euro l’ora. «Alcune lavorano in officine fatiscenti e pericolose, che spesso sono anche il luogo dove mangiano e dormono, a volte sotto sorveglianza perché vittime di ricatti», continua la Luchetti.  .

Lo scandalo mette in luce uno dei problemi del diritto del lavoro italiano: il sistema del caporalato, solitamente associato ai braccianti agricoli del Sud Italia. Questo sistema di reclutamento di manodopera per grandi aziende attraverso intermediari spesso privi di scrupoli in materia di condizioni di lavoro, consente spesso assunzioni senza contratto.

"Il sistema di sfruttamento  non può diventare la norma nel settore della moda, dove i subappaltatori continuano a sfruttare la miseria umana", spiega Alessandro Picchioni, presidente della federazione dei lavoratori tessili presso la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) di Firenze, il più grande sindacato italiano. A fine novembre, il leader sindacale ha organizzato un flash mob davanti alle boutique di lusso del capoluogo toscano, a cui hanno partecipato decine di lavoratori del settore, per denunciare la precarietà delle loro condizioni di lavoro.

"Scudo di punizione"

Questo scandalo, che ha scosso il settore del lusso, si sta svolgendo parallelamente a una battaglia legislativa in Parlamento: la maggioranza di destra e di estrema destra sta proponendo una modifica al codice del lavoro, in particolare alla Legge 231 sulla responsabilità d'impresa. Secondo la legge attuale, i marchi possono essere ritenuti penalmente responsabili per i reati commessi dai loro subappaltatori. Tuttavia, il disegno di legge attualmente in discussione mira, secondo i suoi critici, a limitare la responsabilità sociale delle aziende appaltatrici.

Ciò renderebbe più difficile per i lavoratori o i sindacati intraprendere azioni legali contro queste aziende in caso di subappalto illegale o sfruttamento del lavoro sommerso. I sindacati denunciano questo come uno "scudo legale" dietro il quale i grandi gruppi della moda potrebbero ora nascondersi.

Il Ministro dell'Industria e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha difeso i marchi italiani, sostenendo che "la loro reputazione è sotto attacco " . Federmoda, la federazione italiana dei datori di lavoro che rappresenta il settore, non ha nascosto la sua preoccupazione per l'impatto sull'immagine dei grandi marchi, a poche settimane da Natale. Ma i sindacati non si tirano indietro. "L'industria della moda vive un incredibile stato di schizofrenia " , hanno denunciato i tre principali sindacati del settore in una dichiarazione congiunta. " Da un lato, c'è l'eccellenza del Made in Italy, dall'altro, la ricerca del massimo profitto attraverso la minimizzazione dei costi, lo sfruttamento dei lavoratori e la violazione dei loro diritti".

Al di là del dibattito parlamentare, le associazioni auspicano una presa di coscienza pubblica sulle pratiche dell'industria della moda. "È giusto che una scarpa venduta a 500 euro sia realizzata da operai che guadagnano 3 euro l'ora, lavorando sei giorni alla settimana in magazzini fatiscenti e pericolosi?", chiede la signora Luchetti  di "Vestiti Puliti", in una petizione da lei lanciata insieme a una quarantina di associazioni, chiedendo il ritiro del disegno di legge attualmente in discussione alla Camera dei Deputati.


mercoledì 3 dicembre 2025

Un programma per il futuro del paese

Pierluigi Ciocca
Un programma minimo per il paese fermo

il manifesto, 3 dicembre 2025

L’economia italiana continua a ristagnare. Dalla crisi della lira del 1992 il Pil reale è cresciuto a stento solo dello 0,7% l’anno, il peggior risultato dal tempo di Cavour. È prevedibile che l’intera legislatura si concluda nel 2027 con un simile, deludente, esito.

Nell’arco di un trentennio i politici non hanno provveduto, le imprese hanno investito poco e il progresso tecnico si è pressoché annullato. Dal 2014 l’occupazione è aumentata e la disoccupazione è scesa, ma solo perché i salari sono diminuiti e, essendo carenti gli investimenti, il lavoro ha sostituito capitale. Non è buona occupazione: è mal pagata, a bassa produttività, a scadenza o precaria, inferiore alle aspirazioni dei giovani, che emigrano.

Una azione di governo per la crescita e per la buona occupazione è necessaria, sebbene non sufficiente qualora le imprese non rispondano investendo e innovando. Le linee di tale azione – dopo l’ennesima legge di bilancio irrilevante per dimensione e contenuti – sono riassumibili, anche perché proposte invano, reiteratamente, dai migliori economisti.

Pubbliche finanze. Risparmi nei contratti di appalto e fornitura più esosi per lo Stato, nei trasferimenti della Pubblica amministrazione alle imprese, nelle spese militari, nel costo del debito devono unirsi a maggiori entrate da concessioni non più smaccatamente favorevoli ai concessionari e dal contrasto a una evasione oscena. Aprirebbero ampi spazi di risanamento dei conti della Repubblica, tuttora indebitata per il 140% del Pil.

Investimenti pubblici. Sono drammaticamente diminuiti dal 2009, con scadimento delle infrastrutture. Messa in sicurezza del territorio e dell’ambiente, sanità, istruzione, ricerca li richiedono con priorità assoluta anche perché il Pnrr è stato disperso in mille rivoli con moltiplicatore della attività economica inferiore all’unità ed è prossimo a scadere. Oltre alla utilità immediata questa spesa nel medio periodo può non gravare sui conti. Si autofinanzia, se il moltiplicatore è sufficientemente alto, con conseguenti aumenti di gettito e minori uscite per altre voci.

Distribuzione del reddito. La ripartizione degli averi è sperequata. Quasi sei milioni di italiani sono poveri, 13 milioni rischiano di diventarlo. Un riequilibrio si impone per ragioni di equità. Inoltre la progressività distributiva diffonde professionalità, potenzia il capitale umano, favorisce la crescita.

Concorrenza. Negli ultimi decenni profitti e rendite sono stati cospicui, a scapito dei salari, sebbene le imprese abbiano investito e innovato meno del passato. Se gli utili resteranno «facili» le imprese continueranno a investire poco, innovare poco, sostituire lavoro a capitale, con scarsa dinamica della produttività. Lo stimolo della competizione sulle imprese è presupposto essenziale dello sviluppo economico. Una volta assicurato il pieno utilizzo delle risorse non è compito dello Stato garantire il profitto, spacciando l’intento per una fantomatica «politica industriale» che regala danari pubblici ai privati, come la Confindustria non smette di chiedere.

Mezzogiorno. Il reddito pro capite del Meridione resta quasi la metà di quello del Nord, che pure vorrebbe una autonomia regionale favorevole, detta «differenziata». Il Sud progredirà solo se l’intera economia tornerà a crescere. E tuttavia una specifica azione che ne promuova lo sviluppo è indispensabile. Oltre ai migliori servizi – presupposto anche del turismo – vanno concentrati al Sud gli investimenti pubblici in infrastrutture e un nuovo «Iri», gestito in autonomia dalla politica, dovrebbe effettuarvi gli investimenti produttivi che i privati non realizzassero.

È fondamentale che questi indirizzi siano rivolti alla tutela delle categorie sociali che hanno sofferto e soffrono per il ristagno dell’economia. In una o più vesti si tratta di decine di milioni di cittadini: i salariati, i pensionati, i poveri, i contribuenti, i risparmiatori, gli anziani, i malati. A una tale, potenziale maggioranza va proposto un programma chiaro, in cui essa si riconosca e la induca a tornare al voto nell’interesse proprio e per il progresso generale del Paese.

lunedì 30 dicembre 2024

La sfortuna di essere giovane


Marianna Filandri, Svantaggiati anche al lavoro. Il paradosso dei giovani italiani
La Stampa, 30 dicembre 2024

I giovani in Italia sono pochi e svantaggiati. Questo è, in estrema sintesi, il contenuto del Rapporto Cnel "Demografia e Forza Lavoro" diffuso in questi giorni. Il primo dato è ben noto: riguarda il bassissimo tasso di fecondità che da decenni è inferiore a 1,5 figli per donna e, di recente, è ulteriormente diminuito. Già dagli anni Novanta del secolo scorso in Italia c'erano più anziani che bambini: il numero di under 15 è costantemente inferiore a quello degli over 65. Oggi la popolazione anziana è arrivata a superare anche gli under 25 e le previsioni del Cnel ci dicono che in pochi anni saranno più numerosi persino dell'intera popolazione tra gli 0 e i 35 anni.

 Il secondo elemento evidenziato dal rapporto si riferisce alla condizione di svantaggio dei giovani nel mercato del lavoro. Questi ultimi hanno più probabilità di non lavorare e la loro condizione è peggiorata nel tempo. Il numero di occupati fino a 34 anni è, infatti, sceso in vent'anni di oltre due milioni. È un dato inatteso. Ci troviamo di fronte alla cifra record per l'Italia di 24 milioni di lavoratrici e lavoratori, ma l'occupazione giovanile cala. Significa quindi che ad essere migliorata è la situazione degli over 50, il cui numero tra gli occupati è praticamente raddoppiato. Nello stesso periodo sono passati da circa 4,5 milioni a poco meno di 9 milioni.

Se infatti ci sono molti interventi necessari che richiedono lo stanziamento di ingenti risorse, ci sono due misure che pur non richiedendo risorse, avrebbero un grandissimo impatto sulla vita dei giovani: l'introduzione del salario minimo legale e la limitazione del ricorso ai contratti a tempo determinato. Promuovere l'occupazione stabile e ben pagata è il primo passo per offrire condizioni migliori alle nuove generazioni, evitando di compromettere le basi stesse della sopravvivenza della società.