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giovedì 4 giugno 2026

Come cambia Torino

 


Perché a Torino affitti e prezzi delle case sono rimasti così bassi

Sicuramente rispetto a Milano, a meno di un’ora in treno, ma anche alle altre grandi città italiane

Il Post, 3 giugno 2026

Se si scorrono gli annunci immobiliari degli appartamenti in vendita o in affitto a Torino ci si accorge in fretta che i costi sono molto più bassi rispetto a quelli di altre grandi città italiane come Milano, Roma, Firenze, Bologna, Napoli e Bari ma anche rispetto ad alcune città di medie dimensioni del Nord, come Padova o Bergamo. Secondo Immobiliare.it a Torino i prezzi per gli affitti sono in media intorno ai 12 euro al metro quadro, contro i 22,8 di Milano, che dista meno di un’ora di treno; per quanto riguarda le vendite a Torino il prezzo medio al metro quadro è di 2.223 euro, mentre a Milano di 5.653.

È un’anomalia di cui si discute da tempo e che si spiega con una serie di ragioni storiche ed economiche. Infatti, dalla fine degli anni Novanta, Torino ha smesso di essere una città attrattiva ed è stata, per molti anni, soprattutto un posto da cui andarsene.

Che Torino non abbia avuto la stessa crescita immobiliare di altre città italiane può sembrare sorprendente. È la quarta città del paese per popolazione, è stata la prima capitale d’Italia e, nel secondo dopoguerra, fu uno dei principali poli industriali europei grazie all’azienda automobilistica Fiat, che aveva il suo centro produttivo a Mirafiori. Per decenni Torino fu una “one company town”: una città in cui gran parte dell’economia e dell’occupazione dipendevano da una sola grande azienda. Negli anni Settanta superò il milione di abitanti ed era considerata una delle città più importanti del paese.

Quando la Fiat iniziò a ridurre la produzione e a spostare stabilimenti e investimenti altrove, Torino non riuscì a reinventarsi con la stessa rapidità di altre città industriali. A differenza di Milano, che riuscì a costruire un nuovo modello economico fondato sulla moda, sulla finanza, sul design e sui servizi avanzati, Torino rimase indietro.

Dagli anni ’80 la città fu inoltre segnata da un progressivo spopolamento, che si è arrestato solo negli ultimi anni. Questo ha fatto sì che ci fosse una grande disponibilità di case sul mercato e che i loro prezzi rimanessero abbastanza bassi, e fino a poco tempo fa non c’erano molti movimenti nel settore dell’edilizia.

– Leggi anche: Stellantis sta abbandonando Torino

Un tentativo di rilancio della città avvenne nel 2006, in occasione delle Olimpiadi invernali, quando la città si propose come centro culturale e polo turistico. Era un esperimento inedito visto che per gran parte della sua storia novecentesca Torino fu raccontata principalmente come una città industriale.

Per finanziare il rilancio della città il comune di Torino si indebitò gravemente. La crisi del 2008 peggiorò ulteriormente la situazione rendendo molto difficile la ripresa. L’indebitamento ebbe un impatto significativo sulla spesa pubblica del comune: tra il 2005 e il 2018 furono tagliate le spese per le politiche sociali, per l’ambiente e il territorio, per l’istruzione, per i trasporti e per la cultura. «Questo indebitamento ha contribuito ad arrestare quell’ondata di trasformazione (iniziata con il rinnovo del Museo del Cinema e le riqualificazioni olimpiche) che mirava a far diventare Torino una città dei servizi, della cultura e del turismo» dice Sonia Bertolini, docente di sociologia all’Università di Torino.

Secondo i sociologi Arnaldo Bagnasco e Angelo Pichierri e lo storico dell’economia Giuseppe Berta, che hanno raccontato dell’arresto nello sviluppo della città nel libro Chi ha fermato Torino?, in quegli anni Torino attraversò una fase più difficile rispetto ad altre metropoli del Centro e del Nord. Tra il 2004 e il 2018 il numero dei disoccupati aumentò del 49 per cento, contro una media nazionale del 39 per cento. Anche la crescita della disoccupazione giovanile fu più marcata rispetto alle altre grandi città settentrionali.

A peggiorare i problemi finanziari del comune ci fu la mancata transizione di Torino da città industriale a città dei servizi. Non ci sono stati investimenti da parte di grandi aziende (come invece è accaduto a Milano) e il mercato del lavoro è rimasto stagnante. Inoltre, secondo Bertolini, in generale le aziende di Torino non riescono a recepire «le nuove richieste dei lavoratori, che oggi cercano benessere, flessibilità e qualità del lavoro oltre alla stabilità». Molti giovani lavoratori preferiscono un mercato più dinamico e vario, come quello di Milano, anche se questo significa spendere di più.

Il fatto che gli affitti a Torino siano rimasti relativamente bassi mentre in molte altre città italiane crescevano non è dipeso quindi da politiche pubbliche particolarmente efficaci nel contenerli, ma soprattutto dalle difficoltà economiche e dalla minore capacità della città di attrarre investimenti, nuovi residenti e lavoratori qualificati.

Mentre a Milano i prezzi di affitti e immobili aumentavano in modo drastico e continuo, a Torino sono cresciuti molto più lentamente, e questo mentre i collegamenti ferroviari ad alta velocità tra le due città diventavano più numerosi, efficienti e familiari alle persone. Da Porta Susa a Milano Centrale c’è meno di un’ora di viaggio. Per questo nell’ultimo decennio, anche per via della diffusione dello smart working, una parte dei torinesi che si erano trasferiti a Milano per lavoro è tornata a vivere a Torino, facendo il pendolare. Di recente il sito Bloomberg – il cui editore ha un accordo di collaborazione e consulenza con il comune di Torino – ha raccontato le esperienze di alcuni dirigenti che hanno fatto questa scelta.

Il paragone tra Milano e Torino, pur ricorrente nel dibattito pubblico, è comunque fuorviante, perché le due città seguono da decenni percorsi molto diversi. «Milano sta esplodendo di ricchezza, con livelli di occupazione molto elevati, ma anche con forti disuguaglianze interne» spiega Giovanni Semi, sociologo all’Università di Torino. «Torino, invece, resta legata a dinamiche di crisi che rendono difficile qualsiasi confronto diretto».

Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando anche a Torino, e non necessariamente in meglio. Proprio per il fatto che Torino era più conveniente rispetto ad altre città, negli ultimi anni è aumentato il numero di studenti fuorisede: nel 2019 erano 33mila, mentre nel 2024 l’assessore all’urbanistica stimava che fossero oltre 44mila. Questo aumento ha inciso in modo significativo sul mercato immobiliare. Una parte consistente degli alloggi viene oggi affittata agli studenti, una pratica che tende a far salire i prezzi. Alla crescita della domanda, però, non ha fatto seguito un incremento dell’offerta: rispetto a dieci anni fa, quando c’erano molti appartamenti disponibili, oggi trovare casa in città è diventato più difficile.

– Leggi anche: In Italia ormai gli studentati a prezzi accessibili sono rarissimi

Per questo motivo anche i fondi di investimento immobiliare che negli scorsi anni avevano acquistato immobili da trasformare in studentati privati in grandi città universitarie come Milano, Roma e Bologna, ora stanno investendo anche a Torino.

Accanto alla crescita del mercato degli affitti studenteschi c’è stata quella degli affitti brevi, che ha riguardato tutte le grandi città italiane: secondo una ricerca presentata la scorsa estate al Politecnico di Torino, in sette anni è aumentato del 50 per cento il numero di alloggi su Airbnb a Torino. Questo è dovuto anche al fatto che sta diventando una città turistica, anche per via di alcuni grandi eventi che si tengono o si sono tenuti in città come le ATP Finals di tennis o il Salone Internazionale del Libro, le cui presenze sono molto cresciute negli ultimi anni.

domenica 24 maggio 2026

I medici gettonisti

Alessia Guerrieri
Dovevano sparire, ma sono ancora  tantissimi: così resistono i medici gettonisti

Avvenire, 24 maggio 2026

Sarebbero dovuti sparire, o quasi, da circa tre anni, i medici gettonisti. Il decreto legge 34 del 2023, e le successive modifiche, infatti ne ha limitato il ricorso solo in via temporanea ed eccezionale, con la progressiva eliminazione dei contratti con cooperative di medici e il divieto di nuove forme di esternalizzazioni non giustificate. Eppure a tre anni da quel provvedimento, i gettonisti sono presenti in circa la metà dei Pronto soccorso italiani. Con tutto quel che ne consegue in termini di spesa (il loro costo ora è il doppio se non il triplo di quello di un medico ospedaliero) e, soprattutto, di organizzazione del lavoro. A denunciare la situazione, a cui si lega anche la fuga dei camici bianchi dal Ssn verso il privato e l’estero, è la Federazione medici internisti ospedalieri (Fadoi) in un’indagine in cui riemergono problemi mai affrontati sul serio. Come, ad esempio, lo stato psicologico dei medici, soprattutto quelli d’emergenza. Il 65% dei dottori, difatti, almeno una volta nella carriera lavorativa, è caduto in burnout . E come se non bastasse la carenza costante di medici e infermieri, per i camici bianchi il pensiero ricorrente è la fuga dal Ssn: un medico su 4 pensa così al prepensionamento (uno su due nel Lazio) e il 20% di voltare le spalle al pubblico per il privato, mentre il 10% guarda oltre confine come prospettiva di carriera futura.
Questioni che il ministro della Salute Orazio Schillaci sa bene, come dice lui stesso in collegamento video al congresso Fadoi di Rimini in cui è stata presentata l’indagine. «La valorizzazione del personale è una priorità – sottolinea comunque –, conosciamo i problemi del settore e abbiamo lavorato per invertire la rotta, con interventi concreti per il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale». Inoltre, rivendica il fatto di essere stato il primo ad aver messo mano al problema dei gettonisti. «Non era un modello da difendere e siamo intervenuti con decisione, dando una cornice di regole precise che fino a poco tempo fa non c’erano – aggiunge –. Abbiamo anche aumentato le indennità di chi lavora in Pronto soccorso per ridurre il fenomeno», e «ci sono stati dei controlli attraverso i Nas», che hanno portato a «49 denunce e 39 segnalazioni all’autorità amministrativa per irregolarità». Infine assicura: «Ci saranno altri controlli. Dove si stanno applicando le regole c’è un primo cambiamento».
I numeri emersi dall’indagine, tuttavia, tratteggiano un quadro molto preoccupante che apre la strada, secondo Fadoi, al «rischio desertificazione degli ospedali». Oltre il 57% dei medici infatti sostiene che il principale problema è la carenza dei camici bianchi nei reparti. In più, le condizioni di lavoro vengono giudicate in peggioramento da sette professionisti su dieci. Meno attrattive le “case di comunità”, i nuovi maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi del Pnrr dove dovrebbero lavorare insieme medici di famiglia e specialisti ambulatoriali, ma che la proposta di decreto legge presentata dal ministro della Salute alle Regioni apre anche ai medici dipendenti. Un cambio di casacca che nell’indagine sembra suscitare interesse soltanto nel 18,8% dei medici internisti.
«I risultati dell’indagine – dice il presidente Fadoi, Andrea Montagnani – indicano che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale». Come uscire da questa situazione, prosegue, «ce lo dicono gli stessi medici internisti, che indicano tra le priorità assumere personale, creare un legame più solido tra ospedale e territorio con una regia che strategicamente potrebbe essere affidata alle medicine interne. Ma proprio per gli internisti la priorità delle priorità resta quella di rendere coerente la classificazione delle medicine interne con le sempre più complesse funzioni assistenziali svolte».

venerdì 1 maggio 2026

Operaia Rivista

Luciana Cimino 
Operaia Rivista: raccontare il lavoro nell'era della disgregazione

il manifesto, 1 maggio 2026

“Uno svenimento ha interessato l’occidente. La dimenticanza dei suoi figli più numerosi ci lascia senza parole. È per questo che vogliamo offrire dei sussurri. Parleremo della casa di questi figli, della Fabbrica” si legge nel manifesto del numero 0 di Operaia Rivista, pubblicazione bimestrale iniziata nel dicembre 2024 da Lorenzo Gasparini e Domenico Mangiacapra con raro coraggio: creare una rivista che parli esclusivamente di lavoro è una sfida non da poco. Ma è anche un esempio. “Ho deciso di iniziare questo progetto soprattutto per la mia provenienza sociale e personale – spiega Gasperini – mio padre fa l’operaio da 40 anni. Ha iniziato a 16 anni a lavorare in una delle aziende dell’agro pontino, poi si è stabilito in una cava di sabbia. Vedevo in casa, tutti i giorni, gli effetti di un lavoro del genere e, contemporaneamente, un grande vuoto rispetto a queste tematiche, sia nella politica che nella produzione letteraria, ma anche nelle cronache. Il lavoro è una parte fondamentale di ogni società eppure ne parlano poche testate, tra cui il manifesto. Ci siamo resi conto che questo vuoto sistemico andava riempito.

Perché in Italia è scomparsa la questione operaia?

Ci facciamo questa domanda ogni volta che parliamo con i lavoratori. Il sistema è volto alla disgregazione di ogni possibile forma di unità, è orientato verso l’individualismo. Gli operai ci raccontano che non esiste più la mensa, che era un importante luogo di aggregazione e di confronto. I giovani sono tutti interinali, arrivano da altri posti di lavoro o da altri paesi e stanno pochi mesi, molti hanno contratti a tempo determinato, per cui sono persone di passaggio. Quando ero piccolo c’era un orgoglio di classe nell’essere operaio. Prima la fabbrica era una madre, adesso uno spazio infernale in cui non ci si riconosce nemmeno tra compagni. La precarizzazione ha distrutto anche la capacità di organizzarsi e poi quando un imprenditore si mangia i soldi e scappa all’estero licenziando, ad esempio, è difficile trovare persone disposte a mobilitarsi.

La rivista non parla solo di operai ma anche dello sfruttamento tipico dei lavori di oggi.

Il lavoro non è solo quello in fabbrica, diamo la parola a braccianti, precari, insegnanti, partite iva, rider, camerieri ma il titolo è un omaggio alle stagioni di lotta degli anni 70 in cui gli operai erano il carro trainante delle proteste ottenendo diritti sul lavoro per tutti.

Il riferimento a quegli anni è evidente anche nella grafica e nella scelta iconografica.

Volevamo ricostruire quell’immaginario. Le foto sono quasi tutte le nostre, scattate in analogico principalmente quando andiamo a parlare con i lavoratori.

Vi aspettavate di avere da subito un piccolo seguito, anche sui social?

Tutti noi per riuscire a produrre questo bimestrale dobbiamo fare altri lavori ma c’era evidentemente bisogno. La sinistra non riesce più a parlare con queste persone, a usarne il linguaggio. Non sono animali strani, qualcuno in passato ci ha parlato ma non possiamo continuare a pensare a Berlinguer come una cosa mitologica. Se qualche politico volesse ricominciare a farlo, qualcosa si scuoterà.


sabato 4 aprile 2026

Quello che dicono i numeri

Roberto Ciccarelli
Lavoro: per Meloni finiscono i record "dal tempo di Garibaldi"

il manifesto, 4 aprile 2026

Quando, il prossimo nove aprile, Giorgia Meloni andrà alle Camere per inaugurare la «fase due» di un governo azzoppato dalla sconfitta al referendum sulla giustizia parlerà dei record sull’occupazione «sin dai tempi di Garibaldi». Userà anche i dati di febbraio 2026 comunicati ieri dall’Istat come paravento per coprire il proprio fallimento politico. Praticherà la consueta distorsione cognitiva basata sul segno + messo davanti a un numero e cercherà di farlo passare come la prova di un’avanzata della «Nazione».

L’impresa non sarà semplice. Per l’Istat a febbraio l’occupazione è diminuita di 29 mila unità, il tasso disoccupazione è salito a 5,3%, quello dell’occupazione è calato al 62,4%. Il primo + al quale la presidente del Consiglio potrà aggrapparsi è quello messo accanto al numero degli occupati nell’ultimo anno: sono 13 mila in più. Quello che Meloni però non farà è la comparazione tra la media dell’ultimo anno (febbraio 2025-2026) e quella dell’anno precedente (febbraio 2024-2025). Da questa semplice operazione emerge un fatto politico che smentisce l’impianto propagandistico della sua «comunicazione». A febbraio 2025 l’occupazione era aumentata di 351 mila unità rispetto all’anno precedente. Dodici mesi dopo l’aumento è diminuito a sole 13 mila unità.

Questo significa che la crescita del lavoro povero, sia pure con il contratto a tempo indeterminato, si sta fermando. E il governo si ritrova in una congiuntura economica negativa che si è fatta ostile nel momento in cui l’«amico americano» Trump ha lanciato una guerra contro l’Iran insieme a Netanyahu.

La «fase due» del governo è il vestito da fare indossare a un mercato del lavoro stanco e squilibrato. In un anno la disoccupazione è diminuita, ma non si è trasformata in nuova disoccupazione, bensì in «inattività»: la condizione di scoraggiamento in cui si smette di cercare un impiego. In questo stato si troverebbero 259 mila persone. I «tempi di Garibaldi» sono lontani.

Ciò su cui Meloni non si soffermerà, il prossimo 9 aprile, sarà il deterioramento dell’occupazione che ha colpito i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, che sono diminuiti di 26 mila unità in trenta giorni. Mancherà una riflessione anche sulla composizione generazionale del mercato del lavoro. L’unica crescita reale che ha retto, fino a ieri, i «record» vantati da Palazzo Chigi riguarda gli over 50, che superano la quota di 10,4 milioni di occupati, una cifra più che raddoppiata nell’ultimo ventennio, mentre nello stesso periodo la fascia tra i 15 e i 34 anni è crollata, passando dai 7,3 milioni di occupati del 2006 ai 5,2 milioni attuali, con una riduzione di quasi 2,15 milioni di unità.

L’ultima rilevazione è impietosa per i giovani: tra i 15 e i 24 anni sono spariti 118mila occupati. Non si tratta di una semplice fluttuazione statistica, ma di un esodo dal mercato del lavoro. Molto si è scritto sui «giovani» che hanno votato «No» al referendum. Saranno gli stessi che si trovano nel precariato e per i quali il governo non ha fatto nulla?
Rispetto ai dati Istat c’è anche da rilevare il fatto che la fascia d’età più tartassata è quella tra i 35 e i 49 anni, teoricamente l’età della maturità professionale (in un’altra società, si direbbe). Nell’arco di soli dodici mesi sono scomparsi 267mila occupati. Il lieve aumento dell’occupazione registrato su base annua è ascrivibile alla dinamica dei lavoratori autonomi, spesso frutto di una scelta forzata in assenza di alternative stabili. Inoltre, l’Italia resta ultima in Europa per occupazione femminile, con un differenziale di 16,8 punti percentuali rispetto agli uomini. è la conferma del fallimento delle politiche di inclusione, per di più nel mandato della prima presidente del consiglio donna che si fa chiamare con il neutro: «il» presidente.

La situazione è talmente grave che, per il governo, vale la pena di fare un altro decreto ornamentale sul lavoro il prossimo primo maggio. Data ideale per una provocazione simile a quella fatta, nello stesso giorno, del 2023. Ieri, dal Palazzo, si è avuto cura di segnalare un incontro tra Meloni e una dei ministri più impalpabili dell’esecutivo: Marina Calderone. Stanno pensando «a contrastare» il lavoro povero, quello che è cresciuto negli ultimi tre anni e mezzo.

domenica 15 marzo 2026

Sfruttati due volte

Chiara Saraceno 
La rivolta dei rider sfruttati due volte

La Stampa, 15 marzo 2026

Quello dei rider è uno dei lavori che rappresenta in modo estremo la condizione di lavoro povero e di lavoratore povero oggi: faticoso, sottopagato, a bassissima qualifica, per lo più senza alcuna tutela, dove l’impersonalità dell’algoritmo ha sostituito la catena di montaggio nel definire i riti del lavoro, producendo situazioni di auto-sfruttamento anche intensivo, per di più dovendo anche provvedere al proprio strumento di lavoro. Una sostituzione che, insieme alla assenza di un luogo fisico in cui si lavora e ci si può organizzare insieme, ha sottratto ai lavoratori anche la possibilità di interlocuzione con i propri datori di lavoro e ha anche ostacolato la possibilità di organizzarsi per far valere i propri diritti.

È significativo che la prima importante azione di contrasto ad una inaccettabile situazione di lavoro sfruttato sia venuta dalla magistratura, ovvero sul piano dell’azione penale, non del conflitto organizzato tra lavoratori e datori di lavoro, come avviene di norma. Era già avvenuto a novembre, sempre per i rider, e in precedenza sulla filiera della moda. Il fatto che ci sia stato bisogno dell’intervento della magistratura per mettere un freno a rapporti di lavoro fuori dalla legalità e altamente sfruttatori mostra la grande debolezza contrattuale in cui si trovano questi lavoratori, per difficoltà organizzative, ma soprattutto perché spesso in condizioni di bisogno e mancanza di alternative, per cui la necessità di guadagnare purchessia prevale su tutto, anche sulla propria sicurezza e sui propri diritti, come esseri umani prima ancora che come lavoratori.

Con l’invito allo sciopero dei rider di ieri, la Cgil ha cercato di portare anche sul terreno proprio del conflitto sindacale la questione, invitando i lavoratori ad una protesta collettiva, a costituirsi come soggetto collettivo per trattare da posizioni più forti con i loro datori di lavoro. Ha anche chiesto ai potenziali consumatori di astenersi, nelle ore di sciopero, dall’ordinare la consegna di cibo o altro, come forma di sostegno alle rivendicazioni dei rider. Perché i consumatori non dovrebbero ignorare, quando ci sono, le forme di sfruttamento da cui provengono i prodotti che consumano, che siano prodotti agro-alimentari, vestiti, o, appunto, la pizza o le medicine consegnate a casa da un rider. Nascondersi dietro l’idea che, comprando quei prodotti o quei servizi, tutto sommato si fa lavorare qualcuno, anche se in condizioni di sfruttamento e di pericolo, è pura ipocrisia.

C’è tuttavia una questione che mi sembra lasciata sullo sfondo sia dall’intervento della magistratura, sia dall’azione sindacale. Molti rider, anche se non saprei dire la proporzione, sono letteralmente invisibili perché stranieri privi di permesso di soggiorno, vuoi perché in attesa (lunghissima) di riceverlo, vuoi perché scaduto. L’account con cui lavorano e sono presenti sulle piattaforme non è loro, ma di qualcun altro, per lo più connazionale, che lo cede in cambio di una percentuale sui guadagni. Questi lavoratori sono quindi sfruttati due volte: da un’azienda che paga troppo poco e dal proprietario dell’account che lucra su di loro e minaccia di togliere loro l’account se non guadagnano abbastanza. Lo ha raccontato per la Francia, ma è lo stesso in Italia, il bel film La storia di Souleymane. Questi rider fantasma sono ovviamente i più ricattabili. Non possono permettersi di protestare e tantomeno scioperare, quindi possono essere utilizzati in funzione di “crumiri” in una lotta tra poveri e sfruttati. 

È un classico caso in cui la lentezza esasperante delle procedure di accoglimento delle richieste di asilo e/o di permesso di soggiorno, che tengono nel limbo per mesi, quando non per anni, i migranti, creano una forza lavoro di riserva sfruttabile senza vergogna.

giovedì 9 ottobre 2025

I bassi salari


Salvatore Rossi
Così i nostri salari restano i più bassi
La Stampa, 9 ottobre 2025

Ha fatto scalpore una recente analisi comparativa sui salari reali (cioè sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti depurate dall’inflazione) contenuta nell’ultimo bollettino economico della Banca centrale europea. Mostra come l’Italia sia il fanalino di coda in Europa, con una variazione delle retribuzioni reali negli ultimi quattro anni fortemente negativa e uno scarto dai 2 ai 5 punti percentuali (a seconda del deflatore utilizzato) rispetto al complesso dell’area dell’euro. È stato notato (Federico Fubini sul Corriere della Sera) come questo impoverimento dei dipendenti si sia accompagnato con un arricchimento degli azionisti delle imprese, soprattutto banche e grandi società a partecipazione pubblica. In altri termini, nell’eterna lotta fra salario e profitto quest’ultimo in Italia avrebbe in anni recenti trionfato, diversamente da ogni altro grande Paese europeo. Degno di nota che a beneficiarne sia anche lo Stato azionista!

Questa osservazione è sacrosanta e rinvia al ruolo controverso dei sindacati italiani, che sembrano più inseguire emozioni popolari suscitate da fatti esterni che applicarsi al compito per cui sono nati, difendere le ragioni del lavoro nel conflitto col capitale. Ma non esaurisce il problema. Le retribuzioni reali non crescono anche perché non cresce la produttività del lavoro. In un’economia di mercato le due variabili vanno grosso modo di pari passo. La produttività è anzi un’importante determinante della crescita economica.

Da quasi tre decenni, ogni volta che l’economia italiana ha cercato di spiccare un salto che la portasse su una più alta traiettoria di crescita è stata ricacciata indietro dall’andamento stagnante della produttività oraria del lavoro. Essa misura quanto in media un singolo lavoratore produce in un’ora del suo lavoro. La precisazione “in media” è essenziale. Quando si misura la produttività oraria di un’intera economia nazionale si fa la somma di quanto producono in un’ora tutti i lavoratori occupati in quell’economia, in qualunque settore operino, qualunque sia il loro status giuridico e contrattuale, e la si divide per il loro numero: in Italia parliamo di oltre 24 milioni di persone, secondo la più recente rilevazione dell’Istat.

Per rivolgere al problema uno sguardo lungo, mi avvalgo di un saggio pubblicato meno di due anni fa da un’economista della Banca d’Italia (R. Greco). Dal 2000 al 2022 l’economia italiana è rimasta sostanzialmente al palo, crescendo di un miserando 0,3% l’anno in media. In confronto, Paesi come la Germania, la Francia, la Spagna, che pure non hanno brillato in questi anni quanto a dinamismo economico rispetto sia al loro stesso passato sia ad altri Paesi fuori dell’Europa, hanno fatto quattro volte meglio di noi, con tassi annui medi di crescita dell’1,2% e più. Il gracile risultato italiano in termini di crescita del prodotto interno lordo riflette da presso quello della produttività oraria: sempre dal 2000 al 2022 quest’ultima è cresciuta in Italia dello 0,25% l’anno in media, mentre è salita dallo 0,6 all’1% l’anno negli altri tre Paesi.

Non stupisce che nei quattro principali Paesi dell’Europa continentale la crescita economica l’abbia determinata nei 22 anni considerati principalmente l’efficienza produttiva. Le altre possibili determinanti - quantità di lavoratori occupati e di ore lavorate - hanno avuto tendenze simili in tutti e quattro.

Come mai questa inferiorità italiana nell’efficienza con cui si producono beni e servizi? Una possibile risposta potrebbe stare proprio nel fatto che stiamo facendo la media di mele con pere, ovvero, giusto per fare un esempio, di miscroscopi elettronici con servizi di pulizia. Diversi settori produttivi possono avere strutturalmente diverse produttività. Ha l’Italia una composizione settoriale più sfavorevole rispetto al resto d’Europa? No, conclude quella ricerca. Dobbiamo allora indagare altre cause.

L’efficienza produttiva consta di tre componenti: l’abilità dei lavoratori, frutto dell’educazione e dell’istruzione che hanno ricevuto e accumulato in loro stessi (capitale umano); l’efficacia degli strumenti, dei mezzi fisici messi a loro disposizione (capitale fisico); la capacità di coloro che organizzano il lavoro, manager o imprenditori che siano (capitale organizzativo). Il divario maggiore a sfavore dell’Italia si osserva nella terza componente, l’accumulazione di capitale organizzativo, detta anche “produttività totale dei fattori”.

Non che le prime due componenti siano irrilevanti: la prima chiama in causa il sistema educativo e la propensione dei cittadini a dedicare risorse alle conoscenze proprie e dei propri figli; la seconda la possibilità e la voglia di investire sia delle imprese private sia delle organizzazioni pubbliche. Ma la terza agisce da tempo come una zavorra sulla crescita della produttività del lavoro e al tempo stesso è sfuggente, difficile da catturare. Ha a che fare con la tecnologia che si sceglie, con l’inventiva commerciale, con la funzionalità e l’intelligenza delle prassi aziendali e con tante altre qualità ancora.

Dal 2022 a oggi la situazione della produttività in Italia è lievemente migliorata, ma - sostiene un’altra recentissima ricerca della Banca d’Italia (A. Accetturo e altri) - prevalentemente per merito delle imprese con migliori politiche retributive, tipicamente produttrici di servizi tecnologici e professionali. Si conferma il nesso fra retribuzioni e produttività del lavoro.

Resta il fatto che la produttività di tutta l’economia è meno dinamica in Italia che negli altri grandi Paesi europei. A spiegarlo concorre probabilmente la più ridotta scala dimensionale del nostro sistema di imprese, che limita e vincola le scelte tecnologiche e organizzative. È un problema che risale ormai a vari decenni fa, molto citato e dibattuto. È davvero alla base, io credo, del problema di crescita economica del nostro Paese e merita ogni attenzione da parte della politica e dell’opinione pubblica, molto più di quanto normalmente avvenga.

domenica 28 settembre 2025

Infermieri in fuga


Francescapaola Iannaccone
Infermieri cercasi tra carriere bloccate e turni massacranti: la fuga dagli ospedali impoverisce la sanità

Domani, 28 settembre 2025

Negli ospedali italiani mancano gli infermieri. Non è un fenomeno improvviso, ma un logoramento che affonda le radici ben prima della pandemia. La professione, colonna portante della sanità pubblica, è sempre meno attrattiva: turni massacranti, carriere bloccate e stipendi tra i più bassi d’Europa hanno reso difficile trovare chi scelga di indossare il camice.

La conferma arriva dai dati universitari: nel 2025, per la prima volta, i posti messi a bando per Scienze infermieristiche superano le domande di iscrizione, con un calo dell’11 per cento rispetto al 2024. «È un dato che ci preoccupa, anche se previsto – spiega Daniel Pedrotti, vicepresidente Commissione albo infermieri della Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche (Fnopi) –. Oggi ci sono circa 19.000 domande, a fronte di 20.699 posti. I dati sono provvisori, perché bisognerà considerare gli effetti del semestre di Medicina: oltre il 20 per cento degli iscritti ha indicato Infermieristica come prima scelta. Resta però che, per la prima volta, i posti non sono tutti coperti. Al Sud si riesce ancora a fare selezione, mentre al Centro-Nord i posti restano vacanti. Ci saranno rientri dalle graduatorie e riversamenti da Medicina, ma la tendenza è chiara».

Secondo la Corte dei Conti, mancano oggi circa 65 mila infermieri. Il rapporto con i medici è squilibrato: 1,5 infermieri per ogni medico, contro una media Ocse di 2,6. In concreto significa più camici bianchi ma meno professionisti dell’assistenza, con conseguenze dirette sulla qualità e la sicurezza delle cure. L’Italia conta 6,5 infermieri ogni mille abitanti, contro gli 8,4 della media Ue e gli 8,9 dell’Ocse. «Sono numeri molto preoccupanti – aggiunge Pedrotti –.

A questi 65.000 infermieri mancanti si aggiunge il fatto che i bisogni di salute della popolazione stanno crescendo: l’aspettativa di vita aumenta, il che è positivo, ma comporta anche un maggior carico di assistenza. Dobbiamo inoltre rafforzare la prevenzione per rallentare l’insorgenza delle malattie».

Verso il pensionamento

Il quadro è aggravato dal fattore generazionale. L’età media cresce, mentre i giovani scelgono altre strade. «Il Paese sta invecchiando e, con esso, i nostri infermieri: nei prossimi 8-10 anni ne andranno in pensione circa 100.000 – avverte Pedrotti –. Senza interventi strutturali non saremo in grado di garantire i livelli essenziali di assistenza. Serve rendere la professione più attrattiva, con una visione di lungo periodo».

Le ragioni del calo di iscrizioni sono note. Studi comparativi europei confermano che la retribuzione media italiana è più bassa di circa il 20 per cento rispetto a quella dei colleghi dell’Ue. Le prospettive di carriera sono scarse, i turni gravosi e la vita privata difficile da conciliare. In un Paese già segnato dal calo demografico, la professione appare poco sostenibile. Il problema non riguarda solo la formazione. «La situazione è molto eterogenea: alcune regioni bandiscono concorsi regolarmente, altre hanno ripreso solo di recente.

Oggi il vero problema non è il concorso, bensì la carenza di infermieri disponibili. Il tasso di occupazione a un anno dalla laurea supera l’85 per cento», ricorda Pedrotti, citando i dati Istat e Almalaurea. Per il vicepresidente di Fnopi la soluzione non è rinviabile: «Occorre una cabina di regia interministeriale e investimenti strutturali già dalla prossima legge di bilancio. Servono percorsi di carriera chiari, valorizzazione delle lauree magistrali, benessere organizzativo, politiche abitative, aumento dell’indennità di specificità infermieristica e modelli assistenziali innovativi».

Nel frattempo, migliaia di infermieri scelgono l’estero. «All’estero le prospettive di carriera sono più ampie, le competenze riconosciute e le retribuzioni adeguate. Tutto questo porta a maggiore soddisfazione professionale e personale», conclude Pedrotti. Dal fronte sindacale il monito è ancora più netto: «Il rischio è che, senza interventi rapidi, il sistema collassi.

Già oggi interi reparti lavorano sotto organico cronico, con turni insostenibili e professionisti che scelgono di lasciare il Ssn. Non si tratta solo di salari, ma di riconoscimento: servono percorsi di carriera, valorizzazione delle competenze e, soprattutto, rispetto per un lavoro che regge la sanità pubblica», avverte Romina Iannuzzi, infermiera e dirigente nazionale NurSind.

Senza infermieri, gli ospedali non funzionano. I medici da soli non bastano, la tecnologia non colma il vuoto. La sanità pubblica rischia di diventare un sistema svuotato dall’interno se la più numerosa delle professioni sanitarie continua a impoverirsi.

domenica 21 settembre 2025

L' ultima consegna

 


Valeria D'Autilia
Nicola, lo studente morto in bici a 18 anni ad  Andria. "Era l'ultima consegna"
La Stampa, 21 settembre 2025

Si divideva tra la scuola e le consegne a domicilio. Studente al quarto anno e rider per arrotondare. Nicola Casucci era stato assunto da meno di un mese. La mattina in classe e poi in sella alla sua bicicletta per consegnare cibi pronti. E venerdì sera è morto così, sull’asfalto, nell’impatto con un’auto. Ad Andria, in pieno centro. Aveva appena compiuto 18 anni.

«Un destino crudele» commenta la dirigente scolastica del Polo tecnico liceale “Carafa”, Palma Pellegrini, dove Nicola studiava. Era arrivato l’anno scorso. Nonostante il carattere introverso, era riuscito ad integrarsi. «Volenteroso, responsabile, il classico bravo ragazzo. Nella classe era un po’ più grande degli altri e riusciva ad essere un modello positivo per tutti».

È stata lei a raccogliere il dolore dei suoi compagni che, ieri mattina, hanno lasciato sul banco vuoto un mazzo di fiori bianchi. Poi un minuto di silenzio. Tra rabbia e incredulità. Molti di loro avevano trascorso la notte in ospedale: appena la notizia era rimbalzata nelle chat, avevano iniziato ad affollare la camera ardente. Per sentirsi vicini a quel compagno che, come dicevano, «faceva il fattorino» per guadagnare qualcosa e aiutare la famiglia.

Nicola, venerdì sera, era alla sua ultima consegna. Da lì a poco sarebbe dovuto tornare a casa. Ma, prima di mezzanotte, lo scontro fatale tra la sua bici e un’auto. Ad un incrocio che in città tutti considerano pericoloso. L’impatto non gli ha lasciato scampo: è rimasto a terra, privo di sensi. Poi il decesso in ospedale. La donna alla guida della Panda, una 28enne, è sotto shock. È risultata negativa ai test alcolemici e tossicologici.

La procura di Trani ha aperto un’inchiesta per omicidio stradale e sequestrato i mezzi coinvolti nell’incidente. In corso le indagini dei carabinieri. Per ricostruire dinamica e responsabilità potrebbero essere determinanti le telecamere di videosorveglianza della zona.

Nicola Casucci lavorava da poche settimane per la Godez, un servizio locale di consegne a domicilio con sede a Trani e ad Andria. Serrande abbassate in segno di lutto.

Accarezzava l’idea di una laurea e poi, da grande, di un’attività in proprio. Economia era la sua materia preferita e l’anno scorso aveva dato vita ad una start up, ma poi non aveva avuto il tempo di seguirla. Con il resto della classe, aveva partecipato ad un concorso per un disegno di legge in Senato sull’eutanasia.

«Sarebbe riuscito a fare qualsiasi cosa- racconta una delle sue professoresse - era così tenace da far diventare anche un sassolino una pietra preziosa».

La sindaca di Andria, Giovanna Bruno, ha fatto sapere che la comunità, che in questi giorni si appresta a vivere la festa patronale, dedicherà momenti di silenzio per ricordare Nicola.

Martedì ci sarà l’ultimo saluto. I suoi compagni lo ricordano con parole commosse: «Sei andato via troppo presto, troppo in fretta. Eri uno di quei ragazzi che non hanno bisogno di fare rumore per farsi notare: bastava il tuo modo di essere sincero, rispettoso, buono. Ci hai insegnato che si può lasciare un segno anche senza volerlo, solo essendo se stessi. Con infinito affetto e dolore la tua 4E».

La tragedia di Nicola ne segue altre accadute di recente. Nel Padovano, il mese scorso, Shahzad Baluch, 35 anni, era morto in un incidente mentre lavorava per una piattaforma di delivery. Sempre nel Veneto, un anno prima, Alì Jamat, 31 anni, era stato investito durante l’ultima consegna. A Milano, a fine 2024, il 44enne Muhammad Ashfaq aveva perso la vita in sella alla sua bici. I dati diffusi dall’Inail raccontano di 1.364 incidenti denunciati, in un triennio, che hanno coinvolto lavoratori delle consegne a domicilio. E sette di loro sono morti.