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venerdì 26 giugno 2026

L'asilo notturno Umberto I


Alessio Torre
Asili Notturni Umberto I, pasti in aumento del 54% A Torino cresce la povertà

Corriere Torino, 26 giugno 2026

«Io pensavo che gli Asili Notturni fossero un luogo dove le mamme che lavoravano di notte lasciavano i bambini a dormire. Ma mi sbagliavo…».

Sergio Rosso riavvolge il nastro della memoria e racconta come è iniziata la sua avventura da presidente degli Asili Notturni Umberto I. Una storia che ha dato vita anche ad un libro appena uscito per Feltrinelli, Il Filo Rosso della solidarietà .E nella sede di via Ormea, parla di quanto sia sempre più estesa e ramificata l’attività della fondazione torinese che fin dal 1886 offre assistenza gratuita a persone in condizione di povertà.

«Aspettandovi, ho avuto tempo di fermarmi a parlare con qualcuno dei nostri ospiti. Preso dai mille impegni, riesco a farlo raramente. Ciò mi ha riportato ad ascoltare le loro storie, ve ne sono grato». Rosso ha 79 anni, ma l’entusiasmo e l’energia di un trentenne. La voglia di aiutare gli altri non si è mai spenta, nemmeno quando capì cosa erano gli Asili Notturni.

Percorrendo i corridoi della struttura, si capisce il perché Sergio Rosso sia un uomo così impegnato. Sono sempre di più, infatti, le persone che si presentano alle 18 per usufruire dei pasti caldi messi a disposizione. Nei primi quattro mesi del 2026 sono stati serviti mediamente 160 pasti al giorno, contro i 104 dello stesso periodo dell’anno precedente. L’aumento è quasi del 54%. «Ci sono giorni in cui non riusciamo a far sedere tutti in mensa. Allora forniamo comunque sacchetti con panini e acqua».

Rosso mise piede in via Ormea per la prima volta nel 1995. Trovò un edificio caduto in degrado, con uno stanzone in cui venivano ammassate una cinquantina di persone, senza corrente elettrica e riscaldamento. Oggi l’edificio è una struttura moderna e ottimamente arredata, con 34 posti letto. Ha una sala mensa e offre servizi sanitari come odontoiatria, podologia e oculistica, grazie a medici e operatori che prestano opera di volontariato sotto la guida del direttore sanitario, Piero De Girolamo. Con il tempo, alla sede di via Ormea si sono aggiunti il polo di via Ravenna 12 (un housing sociale che ospita sino a 25 persone inaugurato a inizio 2025) e i distaccamenti regionali di Pinerolo, Alessandria, Biella e Ivrea, dove ad aprile è stato aperto un ambulatorio oculistico con il sostegno dell’associazione Ippocrate. A Torino c’è pure il Piccolo Cosmo, in via Cosmo: «Lì abbiamo 14 alloggi per famiglie in disagio abitativo». Sergio Rosso non si vuole fermare: «Con il supporto di Fondazione Azimut abbiamo acquistato un intero isolato che si affaccia nella piazza centrale di Chieri. Realizzeremo 12 alloggi per ragazze madri, la scuola di sartoria, l’ambulatorio oculistico e quello dentistico».

Tra i professionisti e i volontari della cui collaborazione Sergio Rosso si avvale, a Biella c’è anche l’ex assessore regionale Chiara Caucino. «Ho conosciuto Sergio Rosso durante il mio incarico da assessore e rimasi molto colpita dalla sua voglia di fare. Così decisi che, una volta terminata quell’avventura, avrei iniziato a collaborare», dice Caucino, che si occupa, da volontaria, dell’ambulatorio oculistico di Biella.

«Noi siamo una fondazione apartitica — spiega Rosso — . Anche per questo abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto con le istituzioni, il cui supporto è sempre stato fondamentale». Il presidente ha mille impegni e poco tempo per riflettere. Ma quando lo fa, sorride: «In trent’anni di impegno, le gratificazioni più belle sono stati i casi in cui le persone che abbiamo ospitato sono riuscite a ritrovare uno spazio nella società. Ma il beneficiario principale sono io. Non fossi qui, starei a guardare i cantieri per strada. Mi definiscono volontario, ma sono io che traggo linfa vitale dagli Asili Notturni».

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 11:13 Nessun commento:
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Etichette: assistenza, povertà, Torino

domenica 15 marzo 2026

Sfruttati due volte

Chiara Saraceno 
La rivolta dei rider sfruttati due volte

La Stampa, 15 marzo 2026

Quello dei rider è uno dei lavori che rappresenta in modo estremo la condizione di lavoro povero e di lavoratore povero oggi: faticoso, sottopagato, a bassissima qualifica, per lo più senza alcuna tutela, dove l’impersonalità dell’algoritmo ha sostituito la catena di montaggio nel definire i riti del lavoro, producendo situazioni di auto-sfruttamento anche intensivo, per di più dovendo anche provvedere al proprio strumento di lavoro. Una sostituzione che, insieme alla assenza di un luogo fisico in cui si lavora e ci si può organizzare insieme, ha sottratto ai lavoratori anche la possibilità di interlocuzione con i propri datori di lavoro e ha anche ostacolato la possibilità di organizzarsi per far valere i propri diritti.

È significativo che la prima importante azione di contrasto ad una inaccettabile situazione di lavoro sfruttato sia venuta dalla magistratura, ovvero sul piano dell’azione penale, non del conflitto organizzato tra lavoratori e datori di lavoro, come avviene di norma. Era già avvenuto a novembre, sempre per i rider, e in precedenza sulla filiera della moda. Il fatto che ci sia stato bisogno dell’intervento della magistratura per mettere un freno a rapporti di lavoro fuori dalla legalità e altamente sfruttatori mostra la grande debolezza contrattuale in cui si trovano questi lavoratori, per difficoltà organizzative, ma soprattutto perché spesso in condizioni di bisogno e mancanza di alternative, per cui la necessità di guadagnare purchessia prevale su tutto, anche sulla propria sicurezza e sui propri diritti, come esseri umani prima ancora che come lavoratori.

Con l’invito allo sciopero dei rider di ieri, la Cgil ha cercato di portare anche sul terreno proprio del conflitto sindacale la questione, invitando i lavoratori ad una protesta collettiva, a costituirsi come soggetto collettivo per trattare da posizioni più forti con i loro datori di lavoro. Ha anche chiesto ai potenziali consumatori di astenersi, nelle ore di sciopero, dall’ordinare la consegna di cibo o altro, come forma di sostegno alle rivendicazioni dei rider. Perché i consumatori non dovrebbero ignorare, quando ci sono, le forme di sfruttamento da cui provengono i prodotti che consumano, che siano prodotti agro-alimentari, vestiti, o, appunto, la pizza o le medicine consegnate a casa da un rider. Nascondersi dietro l’idea che, comprando quei prodotti o quei servizi, tutto sommato si fa lavorare qualcuno, anche se in condizioni di sfruttamento e di pericolo, è pura ipocrisia.

C’è tuttavia una questione che mi sembra lasciata sullo sfondo sia dall’intervento della magistratura, sia dall’azione sindacale. Molti rider, anche se non saprei dire la proporzione, sono letteralmente invisibili perché stranieri privi di permesso di soggiorno, vuoi perché in attesa (lunghissima) di riceverlo, vuoi perché scaduto. L’account con cui lavorano e sono presenti sulle piattaforme non è loro, ma di qualcun altro, per lo più connazionale, che lo cede in cambio di una percentuale sui guadagni. Questi lavoratori sono quindi sfruttati due volte: da un’azienda che paga troppo poco e dal proprietario dell’account che lucra su di loro e minaccia di togliere loro l’account se non guadagnano abbastanza. Lo ha raccontato per la Francia, ma è lo stesso in Italia, il bel film La storia di Souleymane. Questi rider fantasma sono ovviamente i più ricattabili. Non possono permettersi di protestare e tantomeno scioperare, quindi possono essere utilizzati in funzione di “crumiri” in una lotta tra poveri e sfruttati. 

È un classico caso in cui la lentezza esasperante delle procedure di accoglimento delle richieste di asilo e/o di permesso di soggiorno, che tengono nel limbo per mesi, quando non per anni, i migranti, creano una forza lavoro di riserva sfruttabile senza vergogna.

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 13:41 Nessun commento:
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Etichette: lavoro, povertà, salario

lunedì 17 novembre 2025

Via da Cuba

Chiara Vitali
Viaggio a Cuba, dove continua la grande fuga

Avvenire, 16 novembre 2025

La corrente salta. All’improvviso la luce non c’è più. In casa ci si muove solo con le torce del telefono ma bisogna fare attenzione e risparmiare la batteria: per ore non sarà possibile ricaricare. Si attende e si spera che gli alimenti in frigorifero non vadano a male. Sono i blackout, e a Cuba fanno parte della quotidianità. A volte è l’intera isola a rimanere senza elettricità: nel 2025 ci sono stati 4 blackout totali. Nelle singole città la corrente salta più volte a settimana, anche per 20 ore. «Chi ha in casa un generatore riesce a resistere – spiega Ben, 50 anni, che vive a L’Avana – Io, ad esempio, non ce l’ho. Costa almeno mille dollari e dovrei farmelo spedire dagli Stati Uniti, non è possibile». I generatori sono soprattutto nelle case particulares, le abitazioni di cittadini cubani che accolgono anche i turisti. Una sorta di airbnb locale, ma iper-tassato. Lì, di solito, ai visitatori si garantisce l’aria condizionata.

Ma la corrente che manca è solo uno dei tanti aspetti che hanno reso le condizioni di vita molto dure a Cuba. L’isola si sta spopolando: tra il 2022 e il 2023, un milione di cubani ha lasciato il Paese. «Qui rimane solo chi non può andare via – dice Rosa, che fa la guida turistica nella capitale .– Io ho sempre amato Cuba e non ho mai pensato di andarmene. Da quando è nato mio figlio però ho cambiato idea: non voglio che lui viva quello che tutti noi stiamo patendo». Lo stipendio medio oggi varia dal corrispettivo di 7-10 euro al mese per un addetto alle pulizie, ai 30 per un medico, cifre che «non sono sufficienti per vivere nemmeno due settimane». Mentre parla, Rosa accompagna i turisti per le vie del centro storico: racconta con entusiasmo la storia cubana, le sue conquiste. Sulle facciate degli edifici risaltano i volti e le parole di Che Guevara e Fidel Castro. Attorno, però, spesso i muri cadano a pezzi. I cubani paragonano la situazione a quella del periodo especial, i mesi che seguirono il crollo dell’Unione sovietica, negli anni Novanta. Fu uno dei momenti più drammatici per Cuba, e per questo il paragone è significativo. Dal 2019 diversi problemi si sono sommati: la crisi Covid ha annullato i flussi di vacanzieri, una delle principali fonti di guadagno per i cubani. Ha poi peggiorato la situazione sanitaria. «Non abbiamo antibiotico o tachipirina, non riusciamo più a produrli né a importarli», spiega ancora Rosa. Le sue parole vengono confermate più volte soprattutto allontanandosi dalla capitale: le persone chiedono l’elemosina, non in denaro ma in farmaci. È un’altra delle grandi contraddizioni cubane: «La nostra sanità è gratuita e di altissimo livello. Se io avessi bisogno di un trapianto, potrei andare in ospedale e riceverlo gratuitamente. Ma intanto ci mancano le medicine di base». Così come il carburante: uno dei principali importatori è il Venezuela, ma la catena di approvvigionamento è diventata molto instabile.

Lo racconta Adrian, un autista di sessant’anni che guida un pulmino 20 posti. «Ogni mattina vado dal benzinaio e mi metto in coda. Non so quanto dovrò attendere, né se il carburante arriverà. In più, ogni mezzo può prelevare solo una quantità fissa di benzina». Fuori dalle città, molti si muovono con carretti trainati dai cavalli. Anche altre azioni sono diventate molto complesse: comprare al supermercato, ad esempio. I cubani parlano di “dollarizzazione” dell’economia: nel Paese la valuta ufficiale è il peso cubano ma la moneta forte è il dollaro, che arriva soprattutto sotto forma di rimesse dall’estero e dai turisti. Negli ultimi anni lo Stato ha di fatto ammesso la dollarizzazione: le catene di supermercati statali aperti dal 2019, ad esempio, ammettono solo pagamenti in dollari o euro, monete che servono alle casse governative per rendersi più credibili a livello internazionale. A discapito, però, della gente. «Noi veniamo pagati in pesos – dice Jose, 35 anni, che per mantenere la sua famiglia viaggia ai quattro angoli del Paese –. Tutti i mesi io devo prendere il mio stipendio, andare al mercato nero e acquistare i dollari».
La vita quotidiana, così, è una corsa a ostacoli. Le motivazioni vanno cercate sia all’interno che all’esterno del Paese.
Gli Stati Uniti distano solo 150 chilometri in linea d’aria, e da lì passano molti dei problemi: con la presidenza di Donald Trump, le speranze per i cubani si sono ridotte. Il Paese è stato ricollocato tra gli “sponsor del terrorismo”; agli statunitensi è vietato viaggiare a Cuba per mero turismo; è stato rafforzato l’embargo, cioè l’insieme dei limiti e divieti imposti al commercio tra Usa e Cuba; il processo di apertura iniziato nell’era Obama è stato sostanzialmente azzerato. I cubani sanno che il loro territorio è una preda ambita per gli Usa. «Prima della rivoluzione, qui volevano costruirci Las Vegas. Cuba doveva essere il parco giochi degli americani. Poi per fortuna questo non è avvenuto, ma non sappiamo che cosa potrà accadere nel futuro».
All’interno, invece, si punta il dito soprattutto contro la «corruzione» di chi è al potere. «Vedi? Quelli del governo abitano tutti lì. Con Fidel sarebbe stato impensabile» dice ancora Jose, mentre indica la parte più ricca della città, su una collina con vista mare e ville di epoca coloniale. Manca trasparenza sulla gestione dei fondi statali, in particolare sul patrimonio del Gaesa, il gruppo legato alle Forze armate rivoluzionarie che controlla decine di imprese, banche, negozi: nelle sue casse ci sarebbero, secondo report giornalistici, miliardi. E intanto la manutenzione delle strade e delle infrastrutture non avviene. «Qui siamo rimasti fermi a quarant’anni fa – conclude Adrian –. Invece dovremmo andare avanti. Sarebbe bello tenere ciò che ci siamo conquistati, come i diritti sociali, la sanità e l’università gratuite, e aprirci di più agli investimenti privati».
Ciò che rimane di Cuba, allora, lo si deve soprattutto ai cubani che ogni giorno provano a portare avanti una propria attività. Santiago, 50 anni, è un musicista e pittore. «Al mio pianoforte mancano due tasti, ma qui a Cuba non sono disponibili ricambi, dovrei farmeli spedire dall’estero». La sua musica, però, incanta. Santiago scuote la testa e sorride: «Qui dobbiamo fare tutto con passione – insiste –, dobbiamo essere appassionati di ciò che facciamo perché sappiamo che da questo dipende la nostra intera sopravvivenza».
Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 12:46 Nessun commento:
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Etichette: comunismo, povertà, welfare

lunedì 3 novembre 2025

Piccoli criminali


Ashifa Kassam
Il furto di gioielli del Louvre è opera di piccoli criminali, non di professionisti

The Guardian 2 novembre 2025

La sfacciata rapina diurna al Louvre è stata perpetrata da piccoli criminali e non da professionisti del mondo della criminalità organizzata, ha affermato il procuratore di Parigi , descrivendo due dei sospettati come una coppia con figli.

L'affermazione arriva due settimane dopo che i ladri hanno parcheggiato un camion rubato fuori dal museo più visitato al mondo, hanno utilizzato un montacarichi per raggiungere il primo piano e si sono fatti strada in una delle sale più decorate del museo. Meno di sette minuti dopo, sono fuggiti a bordo di scooter con gioielli della corona per un valore stimato di 88 milioni di euro (76 milioni di sterline).

L'audace furto, compiuto una domenica in pieno giorno, ha portato alla resa dei conti in Francia. Quattro persone sono state incriminate , ma le gemme rubate, tra cui una collana di smeraldi e diamanti che Napoleone I regalò alla sua seconda moglie, Maria Luisa, e un diadema incastonato con 212 perle e quasi 2.000 diamanti appartenuto a Eugenia, moglie di Napoleone III, devono ancora essere recuperate.

Almeno un altro colpevole è ancora in libertà, ha dichiarato domenica il procuratore di Parigi, Laure Beccuau, alla radio Franceinfo.

I media francesi hanno ipotizzato che i ladri fossero dei dilettanti dopo che è emerso che avevano perso il gioiello più prezioso, la corona dell'imperatrice Eugenia, fatta di oro, smeraldi e diamanti, durante la fuga e avevano lasciato sulla scena attrezzi e altri oggetti che potenzialmente recavano tracce del loro DNA.

Laure Beccuau parla durante una conferenza stampa: è seduta a un lungo tavolo dietro un microfono e indossa una giacca nera e una camicetta nera con un motivo bianco; ha circa 65 anni e i capelli rosso acceso.
Laure Beccuau, procuratore di Parigi, ha dichiarato domenica di non escludere che possano esserci altri complici coinvolti oltre alle persone già incriminate. Fotografia: Sadak Souici/EPA

"Non si tratta di delinquenza propriamente detta... ma è un tipo di delinquenza che generalmente non associamo ai vertici della criminalità organizzata", ha detto Beccuau. Ha descritto gli imputati come persone del posto, affermando che provenivano tutti dalla Senna-Saint-Denis, un dipartimento a nord di Parigi che è uno dei più poveri di Francia.

Sabato, i pubblici ministeri hanno dichiarato che una donna di 38 anni e un uomo di 37 anni sono stati incriminati e posti in custodia cautelare in quanto il loro DNA sarebbe stato trovato nell'ascensore utilizzato durante il furto.

L'uomo è stato accusato di furto organizzato e associazione a delinquere, mentre la sua compagna è stata accusata di complicità in furto organizzato e associazione a delinquere.

Beccuau li ha descritti come una coppia con figli. Hanno "negato qualsiasi coinvolgimento", ha aggiunto. La donna era in lacrime quando è comparsa in tribunale a Parigi sabato, affermando di temere per i suoi figli e per se stessa.

Giorni prima, la polizia aveva arrestato altre due persone in relazione al raid: un algerino di 34 anni residente in Francia dal 2010 e un trentanovenne già sottoposto a sorveglianza speciale per furto aggravato. Gli uomini, accusati di furto e associazione a delinquere, hanno "parzialmente ammesso" il loro coinvolgimento, ha dichiarato Beccuau la scorsa settimana.


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Etichette: Francia, furto, povertà

sabato 9 agosto 2025

Il lavoro e la vita

Chiara Saraceno
Dignità e sicurezza, la lezione di Marcinelle

La Stampa, 9 agosto 2025

La tragedia di Marcinelle, in Belgio, dove persero la vita 262 uomini, di cui più della metà, 136, italiani, 95 belgi, 31 di altre nazionalità, fu una tragedia del lavoro, ma anche della emigrazione causata dalla povertà e dalla mancanza di opportunità. Nel caso del lavoro nelle miniere di carbone, come a Marcinelle, stante il crescente rifiuto dei belgi di fare uno dei lavori più pericolosi e comunque insalubre, l’emigrazione era persino l’esito di un accordo formale tra governo italiano e governo belga, il Protocollo italo-belga del giugno 1946. Esso impegnava l’Italia a inviare (quindi reclutare tra i contadini poveri, soprattutto nel Mezzogiorno) 50.000 lavoratori in cambio di carbone.

Non so dire quanto lo scambio fosse vantaggioso per l’economia e il bilancio pubblico italiano, o per chi doveva acquistare il carbone sul mercato (sono abbastanza vecchia per ricordare che ancora dopo la guerra a Milano in molte case ci si scaldava con stufe a carbone o legna). Per quei minatori migranti, così come per molti altri lavoratori che dalle campagne o dalle montagne migravano come manovali in Francia o Svizzera e più tardi anche in Germania, spesso stagionalmente, dall’autunno alla primavera, perché il magro raccolto non bastava a far fronte alle necessità delle famiglie, significava lunghi mesi, quando non anni, lontani dalle proprie famiglie, per fare un lavoro faticoso e non sempre con le adeguate protezioni, cercando di risparmiare il più possibile per avere un gruzzolo consistente da portare a casa.

Ne parla anche Donatella Pietrantonio a proposito della famiglia dei nonni paterni della voce narrante, in Mia madre è un fiume. Trattati da estranei, insieme un po’ inferiori e un po’ pericolosi, dalla popolazione locale, vivevano spesso tutti insieme in baracche con servizi al minimo, in una sorta di mondo a parte, per lo più tutto maschile, spesso diviso al proprio interno per luogo di provenienza, per altro un po’ come succedeva anche per i migranti interni. La responsabilità nei loro confronti da parte del paese da cui venivano per lo più si fermava alla frontiera e per il paese dove lavoravano l’importante era che non dessero fastidio.

Lavoro duro, spesso pericoloso, povertà e necessità di migrare altrove non sono cose del passato, anche se oggi l’emigrazione da parte di italiani ha cambiato forma e riguarda sempre più lavoratori altamente qualificati, non costretti dalla povertà, consapevoli dei propri diritti ed in grado di scegliere tra le alternative disponibili. Ma quel nesso, che riduce non solo le possibilità di scelta, ma anche il potere di contrattare le stesse condizioni di sicurezza e dignità del lavoro, continua a esistere, per alcuni italiani e soprattutto per chi arriva da paesi poveri o in conflitto.

Ne è testimonianza la forte presenza di stranieri tra i morti sul lavoro a causa di condizioni di sicurezza non osservate, in rapporti di lavoro spesso irregolari. Insieme all’edilizia, il settore più pericoloso per un lavoratore/lavoratrice con scarsa o nulla possibilità di contrattazione oggi è quello più lontano dalla miniera: il lavoro di raccolta in agricoltura. All’aria aperta, sì, senza timori di corti circuiti, gas, incendi, frane nelle gallerie, ma sotto il sole cocente, curvi/e per molte ore e con abitazioni rispetto alle quali le baracche in cui vivevano i migranti italiani negli anni Quaranta e Cinquanta sembrerebbero quasi da invidiare.

Nelle parole di Mattarella, la tragedia di Marcinelle, per l’enormità del numero delle vittime e del modo in cui sono morte, «evoca il dovere di promuovere la dignità del lavoro in tutte le sue manifestazioni, affinché quanto accaduto non debba ripetersi in futuro». Ecco, non dimenticarla significa non solo operare sistematicamente e costantemente perché la sicurezza sul lavoro non sia solo un auspicio, o un insieme di norme, di cui non si cura l’attuazione.

Significa anche operare concretamente perché non vi siano lavoratori e lavoratrici privi delle condizioni che consentono loro di rivendicare condizioni di lavoro dignitoso e in cui la loro vita non sia esposta ad incuria e svalutazione. Significa anche essere consapevoli che la condizione di migrante di necessità (per motivi politici, di persecuzione, o economici) pone le persone, i lavoratori/lavoratrici in condizioni di particolare vulnerabilità, che va protetta e non aggravata da norme e procedure che ne ostacolano la regolarità. Significa, infine, che anche quando l’immigrazione è concordata con lo stato di provenienza, non si accolgono solo braccia, strumenti di lavoro. Si accolgono persone cui va riconosciuta non solo la dignità del lavoro, ma anche quella della vita, nella sua interezza e complessità. Marcinelle: "Quella miniera ci ha rubato l'amore"



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Etichette: lavoro, migranti, povertà

giovedì 27 marzo 2025

L'esclusione sociale



Cinzia Arena, Redditi corrosi dall'inflazione: una famiglia su quattro è a rischio povertà, Avvenire, 27 marzo 2025


L’onda lunga dell’inflazione continua a corrodere i redditi delle famiglie italiane, spingendo una fetta sempre più consistente verso la povertà e l’esclusione sociale. Quasi un nucleo su quattro, il 23,1% con un lieve incremento dello 0,3% rispetto all’anno prima, si è trovato in difficoltà economica. Il report dell’Istat sulle condizioni di vita e di reddito delle famiglie diffuso oggi non è una doccia fredda ma semmai la conferma di un continuo e consistente impoverimento del ceto medio. L’Italia, ha detto appena qualche giorno fa l’Ilo, è maglia nera tra i Paesi del G20 quando si parla di perdita di potere d’acquisto dei salari, pari alll’8,7% rispetto al 2008. Dato confermato dall’Istat che certifica come anche in tempi recenti la situazione non sia cambiata. Se i redditi familiari in termini nominali sono cresciuti del 4,2% l’indice dei prezzi al consumo (Ipca) ha fatto un balzo del 5,9% traducendosi in una perdita di valore dell1,6%, analoga a quella precedente. Un effetto che è maggiore per i lavoratori autonomi o dipendenti mentre è più attenuato per i pensionati.

Reddito medio sale a 37.500 euro Il reddito medio nel 2023 è di 37.500 euro, ma il valore mediano scende a poco più di 30mila euro. Le differenze a livello geografico sono ampie, con il Nord-Est più ricco e il Mezzogiorno più povero, così come quelle legate al numero di figli con le famiglie numerose che hanno in media redditi inferiori a quelli di chi ha uno o due figli. Penalizzati gli stranieri che possono contare in media di 5400 euro in meno.

Quasi una famiglia su quattro a rischio povertà ed esclusione sociale Le condizioni di vita sono praticamente invariate: la popolazione a rischio è pari a 13,5 milioni (il 23,1%) le persone con un picco del 39,2% nel Mezzogiorno. La quota di persone in condizione di grave deprivazione materiale e sociale rimane stabile (dal 4,7% al 4,6%) così come quella degli individui a rischio povertà (18,9%), in aumento invece coloro che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (meno di un quinto del tempo): sono 9,2% rispetto all’8,9% dell’anno precedente. Tra loro spiccano gli under 35 e i genitori soli mentre sono le coppie senza figli quelle ad avere meno problemi.

Redditi diseguali: i più poveri hanno un quinto della ricchezza dei più ricchi. Il rapporto segnala un aumento la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, parametro calcolato ordinando in cinque fasce di reddito la popolazione. Il primo quinto comprende il 20% degli individui con i redditi equivalenti più bassi, l'ultimo quinto il 20% di individui con i redditi più alti. Il rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dall'ultimo quinto e quello ricevuto dal primo quinto (rapporto noto come s80/s20) fornisce una misura sintetica della disuguaglianza. Se si fa riferimento alla distribuzione dei redditi equivalenti netti senza affitti figurativi, nel 2023, l'indicatore è pari a 5,5, in lieve peggioramento rispetto al 2022 (quando era pari a 5,3), ma al di sotto del valore pre-pandemia del 2019 (5,7).

Nel 2023 il 21% dei lavoratori è a basso reddito. Cresce il numero di lavoratori poveri: quelli che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale sono pari al 21% del totale, un valore pressoché invariato rispetto all’anno precedente. Il rischio di essere un lavoratore a basso reddito è decisamente più alto per le donne rispetto agli uomini (26,6% contro 16,8%), per gli occupati appartenenti alle classi di età più giovani (29,5% per i lavoratori con meno di 35 anni contro un valore minimo pari al 17,7% per quelli nella classe 55-64), per gli stranieri rispetto agli italiani (35,2% contro 19,3%). La condizione di basso reddito è associata anche a bassi livelli di istruzione a determinati settori (come quello dell'assistenza alla persona). Nel periodo pre-crisi 2007 era pari al 16,7%.

https://www.ilsole24ore.com/art/nuovi-poveri-fenomeno-crescita-aiuto-concreto-dall-8xmille-chiesa-cattolica-AFBjjzsC

 

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 10:04 Nessun commento:
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Etichette: ceto medio, Donne, inflazione, povertà, stranieri

martedì 25 marzo 2025

I bassi salari




Elsa Fornero, Quei numeri più forti della propaganda
La Stampa, 25 marzo 2025

Lasciando riposare in pace i grandi che hanno ideato, reso possibile e iniziato il percorso verso l’Europa Unita e a cui l’Italia deve grande rispetto, parliamo, per esempio, dei dati sull’occupazione/disoccupazione e sui salari, anch’essi oggetto di aspre controversie, spesso strumentali, per l’appunto, alla propaganda. Cominciamo con il «tasso di occupazione», ossia la percentuale di persone «occupate» (secondo la definizione ISTAT, che include tutti i tipi di lavoro, anche quelli a tempo molto parziale, spesso involontario e perciò con retribuzione insufficiente a garantire un’autonomia finanziaria) sulla popolazione in età di lavoro (15-64 anni, anche se in Europa è ora più frequente riferirsi alle classi 20-65). Il tasso di occupazione è aumentato nel nostro Paese toccando, nel gennaio 2025, il 62,8%: un dato certo positivo anche se è difficile sostenere che sia «il livello più alto dai tempi di Garibaldi» quando quasi tutti gli italiani (non «aristocratici») dovevano lavorare per vivere, troppo spesso informalmente e senza alcuna garanzia. Il tasso di disoccupazione, a sua volta, si è ridotto scendendo al 6, 5% e anche in questo caso potremmo essere felici e contenti.

Questi due dati non bastano, però, a definire un quadro complessivo soddisfacente e meno che mai un quadro di cui essere «fieri». Perché? In primo luogo, perché se l’occupazione è migliorata da noi, è migliorata un po’ di più negli altri Paesi UE, con il risultato di un (sia pur lieve) aumento del differenziale a nostro sfavore rispetto alla media europea (8,7 punti percentuali) e con l’amarezza di trovarci agli ultimi posti in Europa per rapporto tra occupati e popolazione in età attiva. Ci troviamo, invece, tra i primi in classifica nel lavoro a tempo parziale, che sembra divenuto la forma di flessibilità preferita dalle imprese in luogo del lavoro a tempo determinato e di altri contratti «atipici».

In secondo luogo, perché, se è bene che la disoccupazione sia scesa, è ancora patologico il differenziale a sfavore dei giovani, che hanno una percentuale di disoccupati pari a 3 volte quella media (20% contro il 6,5 sopra ricordato). In terzo luogo, perché rimane stabile la percentuale di persone, soprattutto giovani e donne, in età di lavoro ma «inattive», cioè non occupate e neppure in cerca di lavoro perché dedite ad attività domestiche (le «casalinghe», termine spesso usato con scherno) o perché così scoraggiate da neppure cercarlo un posto di lavoro (neanche dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza). Ebbene, insieme alla Romania, abbiamo il primato in Europa tasso di inattività: una percentuale che, pur essendo diminuita negli ultimi decenni, non sembra non riuscire a scendere sotto il 33%. Riuscire a portare stabilmente e dignitosamente nel mondo del lavoro giovani e donne che ne sono ai margini o esclusi, è una grande sfida. Ancor più se vinta senza ricorrere ai pensionamenti anticipati come si è fatto troppo spesso, anche nel recente passato, sulla base della convinzione – rivelatasi, come prevedibile, errata – che così se ne sarebbe facilitata l’occupazione. Naturalmente è ben possibile che una buona parte di queste persone lavorino in nero, il che ne riduce indubbiamente il rischio di povertà ma le rende vulnerabili a ogni azzardo della vita attiva e, naturalmente, alla scarsità di risorse nell’età anziana, dato lo stretto collegamento (via contributi sociali) tra i redditi da lavoro nel corso della vita e la pensione. Sappiamo dalle stime sull’evasione fiscale (circa 85 miliardi nel 2021, in diminuzione negli ultimi anni), che l’economia sommersa è uno dei mali storici dell’Italia; l’Istat l’ha stimata in circa 170 miliardi di euro nel 2022, soldi che avrebbero potuto generare qualche decina di miliardi di redditi da lavoro in più, maggiori entrate per lo stato e maggiore benessere e sicurezza economica per le famiglie. Il collegamento tra lavoro nero ed evasione fiscale sembra però sfuggire ai politici più propensi a ogni forma di condono.

E c’è, infine, la grande questione salariale, complessa ma non più rinviabile. Com’è ormai risaputo, l’Italia è l’unico Paese in Europa e tra i pochi nell’area OCSE che negli ultimi decenni ha sperimentato una diminuzione dei salari reali (ossia corretti per l’inflazione): – 3, 5% contro un più 30% e oltre di Paesi come la Francia e la Germania. Qui il discorso dovrebbe allargarsi ai cambiamenti del sistema produttivo: meno industria, più servizi «poveri»; prevalenza di piccole imprese, poco innovative, competitive solo con salari bassi, spesso incompatibili con l’istruzione e le competenze di lavoratori giovani e istruiti, che così emigrano. E alle difficoltà, in un Paese con alto debito pubblico, alta evasione e fisco gravante in misura sproporzionata sul lavoro dipendente, di utilizzare la leva fiscale per alzare i salari netti di imposta.

E così il cerchio si chiude, svelando una complessità reale sulla quale la propaganda, che spezza il tutto in frammenti di «pseudo-verità» con i quali illudere gli elettori, ha buon gioco, almeno nel breve termine. Si chiama «populismo» ma si dovrebbe chiamare «inganno». Naturalmente, finché dura.


Giovanni Turi, "Due lavori per 900 euro, sopravviviamo a fatica, da anni niente ristorante", La Stampa, 25 marzo 2025

"Lo faccio soltanto per i miei figli". Voce rotta dall'emozione, Nunzia Calzone, 52 anni, ha due lavori part-time. Nata a Briatico (provincia di Vibo Valentia), da poco più di 24 anni a Torino. A fine mese appena 900 euro. Di mattina Nunzia lavora per due ore e mezza in un'impresa di pulizia: giusto 280 euro. Poi corre nelle mensa scolastiche e si infila il camice. Per 4 ore e mezza prepara e distribuisce i pasti alle materne. Due ditte separate, due Certificazioni Uniche diverse da presentare al termine dell'anno. "Una mazzata, quel poco che mi resta lo verso tutto lì". Subito dopo la voce riprende forza. E va a fondo della sua situazione. "In pratica lavoro per pagare le bollette e le spese alimentari - dice -. Ho un mutuo che divido con mio marito che è docente. I nostri stipendi insieme ci permettono di sopravvivere".
Nunzia fa spallucce. "Non mi piango addosso, ma mi arrangio come posso", sospira. Come? "I miei figli frequentano l'università e uno dei due va avanti con una borsa di studio che finanzia completamente il corso di laurea". I toni si scaldano. "Se per caso c'è una spesa dal dentista, ci penso 50 volte prima di andarci - sottolinea-. Le bollette di luce e gas sono ormai un salasso. E in casa razioniamo il cibo: prima del Covid riuscivamo a mangiare con 100 euro a settimana. Oggi con la stessa cifra, a parità di acquisti, la spesa dura appena tre giorni". Sono le 19. Nunzia riabbassa i toni. Parla di nuovo a fil di voce, mentre pulisce le pentole in casa. Lei ha "la terza media", confessa con un misto di orgoglio e di vergogna. "Appena ho preso il diploma, mio padre è morto e noi figli, che eravamo in 8, ci siamo rimboccati le maniche". Da allora, Nunzia non ha mai detto di no a qualsiasi proposta occupazionale. Qualsiasi lavoretto fosse nei campeggi o nei locali nelle zone di Vibo Valentia: dai bagni ai fornelli. "Arrivata a Torino con mio marito ancora precario, ho accettato di fare la cuoca nelle mense - dice -. Poi sono diventata mamma. Senza appoggi familiari sono dovuta uscire dal lavoro per poi rientrarci. E adesso mi ritrovo così. E pensare che mi ero ripromessa di riprendere gli studi...". Gli studi che sostiene con forza ai suoi "ragazzi". "Lo meritano, devono vivere il loro percorso con serenità", continua a ribadire. Ma le difficoltà economiche restano. "ci scherzo su con le colleghe - dice - anche se c'è poco da ridere. Molte di loro hanno figli piccoli. Facciamo rinunce di ogni genere: ottimizzo gli acquisti dei vestiti. Una cena fuori con mio marito non rientra nei nostri piani da anni". Vacanze? "Non è nel nostro vocabolario. Spero sempre di tornare a riabbracciare i miei fratelli. Prendermi un mese di vacanza nella mia terra. Ma è davvero dura".-

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Etichette: bassi salari, lavoro nero, povertà

sabato 18 novembre 2023

Il messaggio dello sciopero

 
 

 
Marco Revelli, Se i dimenticati battono un colpo, La Stampa, 18 novembre 2023
 
Lo sciopero generale è pienamente riuscito. «Piazze strapiene come non si vedevano da anni», ha detto dal palco a Roma Maurizio Landini, comprensibilmente soddisfatto. Cortei affollati non solo di lavoratori, ma anche di cittadini comuni, e si sono rivisti persino gli studenti. Evidentemente il tentativo del ministro delle Infrastrutture nonché vice-premier Matteo Salvini di indebolire la mobilitazione con un atto d'imperio non è riuscito, e anzi forse ha ottenuto il risultato opposto, spingendo a scendere in piazza anche chi normalmente non lo fa, aggiungendo alle motivazioni economiche quella, evidentemente sentita, di difendere un diritto costituzionalmente garantito come quello di sciopero.
I Grandi Dimenticati hanno battuto un colpo. Non solo contro una manovra finanziaria abborracciata e considerata priva di responsabilità sociale, ma più in generale come risposta a una condizione di disagio economico ed esistenziale diffuso, tra chi lavora e chi il lavoro non ce l'ha, tra i giovani senza futuro e gli anziani senza riconoscimenti: un piano inclinato lungo il quale si è scivolati per anni, e che ora sembra aver raggiunto un punto non più sopportabile in silenzio. Per una combinazione non certo voluta, ma significativa, nello stesso giorno della mobilitazione sindacale la Caritas Italiana, potremmo chiamarla il Sindacato dei Poveri, ha diffuso il proprio rapporto annuale 2023 sulle povertà intitolato "Tutto da perdere". Ed è una drammatica conferma di uno stato di degrado "sistemico" non più ignorabile. Apprendiamo non solo (dato ufficiale Istat) che le persone in condizione di povertà assoluta (cioè prive del minimo indispensabile per condurre una "vita dignitosa") sono salite a 5 milioni e 674mila, 357mila in più rispetto all'anno scorso (la popolazione di una città come Firenze). E che di queste 1 milione e 270mila sono minori, vittime innocenti di una clamorosa ingiustizia sociale. Ma apprendiamo anche, e la cosa costituisce uno scandalo nello scandalo, che quasi la metà dei nuclei famigliari in condizioni di povertà assoluta (un totale di 2,7 milioni di persone) risulta avere il capofamiglia occupato, cioè un classico working poor, uno che pur lavorando, tuttavia rimane povero "assoluto", non può offrire ai propri figli due pasti regolari al giorno, una casa decente, il riscaldamento e la cura delle malattie.
Nel meridione il 20% degli occupati è in questa condizione, nelle Isole lo è il 21,9%! E i dati non tengono ancora conto dell'impatto prodotto dalla cancellazione, per molte di queste famiglie, di quel piccolo rivolo di risorse che era offerto dal Reddito di cittadinanza, su cui si è accanito nei mesi scorsi il governo. Alla luce di tutto ciò, come giustificare la guerra da tempo dichiarata da parte della maggioranza, e non solo, a un istituto come quello del salario minimo, che non sanerebbe certo tutte queste piaghe, ma permetterebbe di contenerne, sia pur in piccola parte, gli aspetti più devastanti? E dall'altra parte come stupirsi che, alla chiamata delle grandi organizzazioni sindacali, vi sia una risposta così robusta, nonostante le tante delusioni subite in questi anni, le troppe prove di divisione e d'incertezza, gli impacci le lungaggini e le inerzie delle ottuse burocrazie d'organizzazione centrali e periferiche? Lo si può considerare non solo come la denuncia di un disagio a cui la politica, tutta, è chiamata a dare risposte serie, ma anche come un segno di vitalità della nostra società e della nostra malconcia democrazia. Le democrazie vivono della partecipazione e della mobilitazione dei propri cittadini (una sofferenza senza segni di reazione genera necrosi dell'organismo). E nessuna precettazione di questo o quel ministro potrà mai spegnerle, pena la caduta in un limbo autoritario.

 

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 19:15 Nessun commento:
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Etichette: Marco Revelli, povertà, sciopero
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