Alessandro Trocino Popstar della cultura. La parabola del sionista Erri De Luca, venerabile maestro. Facebook
sabato 13 giugno 2026
Ve lo meritate Erri De Luca
martedì 3 marzo 2026
Medioevo immaginario
Giuseppe Sergi
"Non siamo mica nel Medioevo". Viaggio nelle fake news della storia
La Stampa, 3 marzo 2026
«Stiamo tornando al medioevo»: è una frase fatta che, in quanto tale, dovrebbe infastidire tutti, ma è evidente che dispiace soprattutto a chi il medioevo lo studia e tenta di insegnarlo. La si legge o la si ascolta ogni giorno. È un uso indubbiamente irriflesso, di vecchia data. Non si può neppure dire che si sia incrementato negli ultimi decenni, quelli coincidenti con l’“era dell’incompetenza”, né che sia del tutto inseribile nel dibattito attuale sulle fake news, dibattito che ha un padre nobile in Marc Bloch, il più grande storico del Novecento, forse non a caso un medievista, anche se a proposito di “false notizie” si è occupato di Prima guerra mondiale.
Il tempo presente riserva molta attenzione ai luoghi comuni. Da un lato con un atteggiamento diffuso che tende a perdonarli, ricorrendo a una sorta di buon senso teso a valorizzare il fondo di verità che in essi sempre ci celerebbe. Dall’altro con l’accentuarsi delle riflessioni sociologiche e psicologiche sui pregiudizi riscontrabili in vari campi e sulle ragioni della loro permanente tenuta.
I richiami continui e abbondanti al presunto “medioevo” e all’aggettivo “medievale” non contengono invece pressoché mai quel fondo di verità. Ha certamente molto peso la “deformazione prospettica” che, conducendo a incontrare prima ciò che del passato è più vicino a noi, induce a individuare in tutto il lungo medioevo alcuni caratteri del Tre-Quattrocento, cioè del medioevo finale, rispetto al quale l’età moderna appare come sviluppo o rottura. Complessivamente prevale nelle conoscenze correnti un medioevo immaginario che finisce con il cancellare quello reale. In anni relativamente recenti si è sviluppato giustamente, come campo di ricerca a sé stante, lo studio del medievalismo, cioè l’indagine sui fattori che, in particolare dall’Ottocento romantico in poi, hanno determinato e determinano quell’immaginario, sulle mode, le nostalgie, gli esorcismi e le false interpretazioni: è certo un pezzo di storia della cultura che ha una sua autonomia e che è giusto sia approfondito. Di medievalismo le pagine che ho scritto nel mio nuovo libro non si occuperanno, o lo faranno solo incidentalmente. Mi propongo infatti di illustrare, per grandi temi, ciò che il millennio medievale ha davvero contenuto, sfruttando i giudizi spesso unanimi della ricerca medievistica – il dibattito c’è sempre, ma è per lo più su argomenti di dettaglio che arrivano poco al grande pubblico – e partendo dalla correzione degli errori più tenaci, che si possono ascrivere a due grandi categorie.
Individuiamole, trascurando il ricorso alle definizioni medievaleggianti che vogliono indicare tutto ciò che non è attuale ed è giudicato severamente come superato e non riproponibile. Spesso con effetti assurdi e involontariamente comici: è “da medioevo” insistere sul mantenimento delle auto a benzina, creare ostacoli agli scioperi, vietare l’uso dell’intelligenza artificiale nelle scuole, rinunciare ai supporti tecnologici per verificare il fuorigioco nelle partite di calcio o per controllare gli abbonamenti sugli autobus.
La prima categoria è quella del ricorso deformante al millennio medievale voluto e intenzionale: questo ricorso è indubbiamente agevolato anche dall’ignoranza, ma è chiaro che in questo caso lo “stereotipo medioevo” fa comodo così com’è. Da parte di chi? Di istituzioni e individui per valorizzare il progresso successivo, per definire le premesse della modernità, per cercare radici inventate di nazioni o di circoscritti ambiti di civiltà, per organizzare manifestazioni in costume, per rifuggire da un “prima” condannabile oppure, all’opposto, nostalgicamente rievocabile. Non mancano opere dedicate appunto a questa intenzionalità: la falsificazione della storia in generale è ritenuta in gran parte inevitabile perché è giudicato troppo comodo l’uso retorico-dimostrativo di materiale attinto all’idea più sedimentata di passato.
La seconda categoria è la più insidiosa e la più difficile da correggere: quella corrispondente a una cultura diffusa che è ferma a ciò che si sapeva di medioevo nella prima metà del Novecento. È stata perpetuata da divulgatori, da storici locali, in qualche caso anche da studiosi di discipline diverse dalla medievistica e, soprattutto, da troppi manuali scolastici. Nei corsi di storia, quando la parte medievale era aggiornata e ben fatta, è stata spesso sostituita nel giro di pochi anni, perché gli insegnanti lamentavano (con i rappresentanti editoriali, che poi riferivano in casa editrice) la mancanza proprio di ciò che era giusto non ci fosse: ad esempio lo schema della curtis compatta e concentrica, chiusa all’esterno (per giustificare la vecchia idea ottocentesca dell’economia fondata sul baratto), oppure la piramide feudale, ormai da oltre cinquant’anni famigerata per i medievisti professionali.
Entrambe le categorie non comportano solo piccoli vizi lessicali, ma anche insidiose trappole contenutistiche: per questo è doveroso spiegare come stavano davvero le cose, in coerenza con gli intenti della collana «Fact Checking».
venerdì 13 febbraio 2026
La diseducazione sentimentale
Fabrizio Dividi
Valeria Golino: «Volevo essere Gloria Rosboch»
Corriere Torino, 13 febbraio 2026
Con La Gioia, il caso Rosboch torna in prima pagina e, nel giorno dell’anteprima nazionale di Torino, Valeria Golino, Saul Nanni e il regista Nicolangelo Gelormini lo ripropongono con dolente realismo. «Quando mi sono imbattuta nel caso — spiega Golino — mi sono sentita così turbata e addolorata da immaginarne un film da regista. Poi, vengo a sapere che esisteva già una sceneggiatura che aveva vinto il Premio Solinas e con i produttori Viola Prestieri e Nicola Giuliano decidiamo di acquistarne i diritti. La scelta di Nicolangelo Gelormini alla regia è stata conseguente e obbligata. Prima da attrice, poi da co-regista ne L’arte della Gioia, ci siamo conosciuti e stimati, e se c’era una persona che poteva partecipare al progetto, questo era lui».
Su come abbia saputo interpretare uno dei personaggi più teneri e sofferti della sua carriera, rinunciando completamente al suo esuberante fascino, rivela: «Ho riflettuto molto su come potevo farmi ispirare da Gloria, magari sognandola, e pensando continuamente a lei. Molto è stato fatto con il trucco, perfino con una protesi che mi faceva sporgere il mento; poi, con la capigliatura giusta e vestiti adatti, abbiamo costruito un personaggio senza farne una maschera». Non manca quella cadenza piemontese dalle note discrete e realistiche: «Grazie per averlo notato. Sono una secchiona e ho voluto “essere” il più possibile Gloria anche grazie alla coach Tatiana Lepore che mi ha fatto da “insegnante di piemontese”. Perché un dialetto ti fa entrare in una persona, e ti fa capire come pensa e come vive». E sulla regione che ha ospitato parte delle riprese con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte e i contributi Fesr, Golino scherza con un aneddoto recente: «Sto girando a Roma con Gianni Amelio e ogni volta che c’è un intoppo si lamenta: “Lo sapevo, dovevo girare a Torino”».
La parola passa a Saul Nanni che ne La Gioia interpreta il torbido «corruttore» Alessio. «Quando abbiamo girato in piazza Carignano, mi sono sentito sdoppiare: avevo appena interpretato Tancredi ne Il Gattopardo e mi trovavo nel ruolo di un ragazzo immerso in una vicenda di squallore e devastazione culturale. La cosa certa è che Torino poteva essere un set perfetto per entrambe le situazioni e io mi ci sono sempre trovato benissimo». Sul ruolo del ragazzo che prima sedusse e poi uccise la povera Gloria Rosboch, aggiunge:« Conoscevo il caso e la pièce teatrale e mi sono preparato in modo che quel manipolatore camaleontico che era, facesse vedere anche il suo punto di vista. Inutile dire che io faccio l’attore e qui non c’è nulla di me, ma devo ammettere che mentre si avvicinava la sequenza del tragico epilogo, io non volevo nemmeno leggerla. Mi metteva ansia anche solo immaginarla e quel giorno lo ricordo con disagio e dolore».
Infine, è Nicolangelo Gelormini a commentare la sua ultima regia: «Sarò sincero, non ricordavo il caso Rosboch, ma è stato un bene perché non volevo una mera ricostruzione della cronaca ma muovermi in un ambito puramente cinematografico. Mi interessava piuttosto il racconto universale sulla “diseducazione sentimentale”, quel particolare aspetto che riguarda intimamente tutti noi e dice molto sul nostro vivere».
Sulla frase manifesto «per un attimo di felicità, darei la vita intera» che fotografa lo stato della protagonista, precisa: «Non parlerei di ingenuità ma di desiderio di vera gioia, anche solo per un istante». E Torino? «È città magica per il cinema. Avevo espresso il desiderio di girare al Lingotto ed è stata una delle giornate migliori. Ma oltre al Valentino, ricordo il set del Bar Elena in piazza Vittorio Veneto: in quel locale antico, era come se la luce che volevo esistesse già in natura».
lunedì 22 dicembre 2025
Chiara Saraceno su Askatasuna
Chiara Saraceno
Askatasuna: la violenza, la criminalizzazione e chi ha tradito i bisogni del quartiere
La Stampa, 22 dicembre 2025
C'è una vittima certa delle violenze scatenate da e attorno ad Askatasuna in queste settimane, culminate, per ora, con la messa a ferro e fuoco del centro di Torino ieri. È la popolazione del quartiere, in particolare coloro che avevano visto in Askatasuna e nel patto firmato con la città e garantito da un comitato la possibilità di avere uno spazio di incontro e confronto, un luogo gratuito e auto-gestito in cui svolgere attività di vario tipo ed anche trovare risposte a bisogni di informazione, di servizi minimi. Una domanda, un desiderio semplice, che dovrebbe essere raccolto da una amministrazione pubblica come parte normale del proprio operare, ma che in troppi luoghi, non solo a Torino, non trova risposta e deve essere conquistato con la forza, anche se non necessariamente con la violenza, occupando spazi dismessi e spesso lasciati al degrado.
La reazione della cittadinanza dopo le violenze
Non stupisce che, come era già successo dopo lo sgombero del Leoncavallo a Milano, centinaia di famiglie, anche con bambini e anziani, siano scese in piazza a manifestare la loro protesta e solidarietà: non per difendere le violenze, l’attacco alle Ogr e la vandalizzazione de La Stampa, ma per difendere una opportunità, un luogo che li aveva accolti. Salvo essere cancellati - dalla narrazione pubblica e dall’immaginario collettivo - dalle immagini di violenza urbana, se non identificati tout court con essa.
Il patto di collaborazione: opportunità mancata
Askatasuna forse non era il soggetto più adatto cui l’amministrazione comunale avrebbe potuto rivolgersi per rispondere a questo bisogno, data la sua storia, legittimamente, antagonista e la non trasparenza della sua composizione. Forse, come suggeriva ieri Cacciari su questo giornale, sarebbe stato meglio fare un bando aperto a tutti i soggetti interessati. Ma una volta deciso, per cercare di uscire da una situazione di illegalità protratta da decenni e pericolo fisico data la fatiscenza dell’edificio, di stipulare un patto con loro, sia il Comune, sia i partiti che si erano spesi perché si arrivasse a questa soluzione, sia il comitato dei garanti avrebbero dovuto osservare meglio che esso fosse osservato in tutte le sue parti: non solo a difesa della legalità, ma la difesa del diritto degli abitanti del quartiere ad usare quel luogo secondo i propri bisogni e interessi, senza che questi diventassero la copertura di progetti di iniziative violente e di reclutamento di nuovi soggetti per le stesse. Ciò che non è avvenuto, in uno scambio tacito tra inganno e cecità intenzionale.
Il silenzio di Comune e garanti
È diventato chiaro e per molti versi irrimediabile soprattutto dall’assalto alle Ogr in poi, che hanno visto sostanzialmente silenti e inattivi sia l’amministrazione comunale sia il comitato dei garanti, fino alla patetica individuazione della causa della rottura del patto, non nella violenza, ma nel fatto che qualcuno aveva continuato ad abitare nelle parti dichiarate inagibili dell’edificio.
Le conseguenze della criminalizzazione
Il risultato è la definitiva criminalizzazione di un esperimento difficile, ma per certi versi necessario almeno negli obiettivi, la sottrazione di uno spazio di incontro libero e gratuito agli abitanti di un quartiere dove non ce ne sono altri, l’ulteriore rafforzamento dell’area dura e violenta di Askatasuna e probabilmente anche la radicalizzazione di parte degli abitanti che in ciò che è avvenuto ritengono di trovare conferma che anche per avere spazi di socialità non di mercato e un minimo di servizi di prossimità è necessario agire con la forza. Che non sia sempre vero, come dimostrano altri spazi di prossimità in giro per la città nati e gestiti in modo diverso, temo non sia di conforto per chi ha perso quello che aveva e stava costruendo con i propri vicini e simili.
Responsabilità collettiva nel tradimento del patto
Di questo tradimento e creazione di sfiducia non porta la responsabilità solo un clima politico che in nome della legge e dell’ordine criminalizza ogni dissenso, e neppure solo quella parte di Askatasuna che sembra aver identificato nella lotta violenta purchessia la propria identità antagonista. La portano anche, se non soprattutto, coloro che avrebbero dovuto stare dalla parte dei cittadini, dei loro bisogni e desideri di socialità e di essere ascoltati, tanto più perché se ne erano fatti garanti.
mercoledì 15 ottobre 2025
Postverità
Franca D'Agostini
Nuove avventure della verità
Parole del XXI secolo, Treccani 2019
C’è davvero qualcosa di nuovo che riguardi il concetto di verità? Questa novità rappresenta
una rottura rispetto al passato? La prima prevedibile risposta è negativa. Concetti «primi» come ‘verità’
difficilmente subiscono svolte storiche significative. Il modo in cui li usiamo, l’importanza che vi
assegniamo possono mutare, ma con tempi molto lunghi e non lineari, con accelerazioni e ritorni.
Questo significa che l’espressione ‘post-verità’ è particolarmente infelice, dal punto di vista filosofico.
La definizione dell’Oxford Dictionary ci dice che con questo termine dobbiamo intendere una speciale
condizione del linguaggio e del pensiero pubblico, tale per cui altri concetti-valori prendono
sistematicamente il sopravvento sulla verità. Per esempio, nella valutazione e nelle strategie dei politici
la ricerca del consenso prende il sopravento sulla ricerca di soluzioni realmente efficaci; nella
valutazione e nella scelta elettorale dei cittadini le emozioni prendono il sopravvento sulla
considerazione dei fatti. In un altro significato, generalmente accolto nella letteratura più recente,
l’espressione indicherebbe il successo delle nuove forme di inganno, manipolazione, distorsione delle
credenze, attive nella società digitalizzata, e i nuovi modi tecnologici di utilizzare tali risorse.
In entrambi i significati (subordinazione della verità ad altri valori – dilagare dell’inganno e
dell’autoinganno) non sembra che il ‘post’ in ‘post-verità’ offra un’adeguata (vera) descrizione dei fatti.
Gli esseri umani sono sempre stati sostanzialmente indifferenti alla verità, hanno sempre subito inganni
di ogni sorta e hanno sempre amato ingannare se stessi. Condizioni molto simili a quelle descritte sono
già state notate agli albori della democrazia: le «disavventure della verità», intese in questo senso (v.
D’Agostini 2002), incominciano con il nichilismo e il relativismo dei sofisti, nel V e IV secolo a. C.
Esse ricompaiono poi in età tardo-moderna, alla fine dell’Ottocento, quando Nietzsche lancia l’idea del
«nichilismo» come «fine del mondo vero». Quindi si ripresentano verso la metà del secolo successivo,
quando ci si accorge che i media distorcono sistematicamente la realtà e Guy Debord proclama
l’avvento della «società dello spettacolo» (Debord 1967). Infine culminano nella «Nietzsche-
Renaissance» degli ultimi decenni del secolo, da cui è sorto il postmodernismo, come un movimento di
interpretazione del presente che tentava di dare una valutazione ‘affermativa’ della crisi della modernità
(Vattimo 1985).
martedì 16 settembre 2025
La distorsione del linguaggio
Francesca Mannocchi
Medio Oriente, se anche le parole vanno in guerra
La Stampa 16 settembre 2025
Ieri il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha pubblicato sui suoi social un video che mostra una torre bombardata nella Striscia di Gaza, e la didascalia: «la torre del terrore al Ghafri si schianta in mare. Stiamo soffocando i focolai di terrorismo». Il giorno prima aveva pubblicato un video che mostra la distruzione dell’Università Islamica a Gaza City, la cui didascalia recita: eliminare le fonti di incitamento e terrorismo.
L'esercito israeliano si prepara a un’occupazione su vasta scala di Gaza City, intensificando le operazioni nel cuore urbano della Striscia, distruggendo torri residenziali e sedi universitarie che fungevano da rifugio per gli sfollati, emerge con sempre maggiore chiarezza che anche il linguaggio usato dal governo israeliano è un tassello dell’arsenale.
Un linguaggio che non si limita, cioè, ad accompagnare l’avanzata militare ma la precede, ne costruisce la narrazione, ne plasma la legittimità e ne previene il dissenso, un linguaggio che è dispositivo della guerra in grado di tradurre un’invasione annunciata in una misura difensiva, e la distruzione sistematica di un’intera città in un’operazione chirurgica di “sicurezza”. Un linguaggio per cui ogni crimine è nascosto dietro la retorica della guerra al terrore.
Sempre due giorni fa, sempre il ministro della Difesa Katz, pubblicando il video dell’ennesimo palazzo residenziale disintegrato dalle bombe israeliane, aveva scritto: «House of cards. The skyline of Gaza is changing». Il profilo urbano di Gaza, ci dice Katz, sta cambiando. Un messaggio (all’opinione pubblica interna e agli alleati) che va oltre la retorica bellica: Gaza non è più una città, ma un obiettivo da demolire, non più spazio urbano abitato, ma materiale da spianare. Quella che Katz chiama «trasformazione» è in realtà l’annientamento di Gaza City e il cambiamento dello «skyline» è la distruzione della sua identità.
«House of cards. The skyline of Gaza is changing» è una frase che sintetizza la brutalità della strategia militare, un lessico che non è un sottoprodotto della violenza, una sua conseguenza, al contrario è essa stessa azione bellica, non accidentale ma sofisticata, pervasiva. Precede l’attacco, lo legittima e lo spettacolarizza.
Chi controlla le parole, controlla la realtà percepita, lo sa bene Netanyahu come lo sapevano i suoi predecessori. Negli anni, ma con particolare spudoratezza negli ultimi 23 mesi, la politica israeliana - guidata da Benjamin Netanyahu e sostenuta da alcune delle frange più estreme del suo governo - ha operato una sistematica manipolazione linguistica con un obiettivo preciso: piegare il linguaggio per giustificare atti di occupazione, di repressione e sfollamento.
Questo uso strategico della parola, che non è neutro, rappresenta una forma sofisticata di violenza simbolica: serve cioè a ridefinire la realtà in termini accettabili per l'opinione pubblica interna ed esterna, dissimulando la portata morale e giuridica delle azioni compiute e – nel caso dell'offensiva a Gaza – cercando di mascherare i veri obiettivi della guerra, non liberare la Striscia da Hamas, ma occuparla militarmente e sfollare forzatamente i palestinesi che la abitano.
È sullo slittamento tra parole e realtà che si gioca da anni la legittimazione della condotta di Israele, uno slittamento che ha paralizzato la comunità internazionale, incapace troppo a lungo di trovare il coraggio per smascherare un inganno.
Nella narrazione israeliana dominante, da decenni, i territori palestinesi occupati sono territori “contesi”, così da delegittimare lo status giuridico dell’occupazione, le barriere di separazione sono “muri di sicurezza” per i cittadini israeliani, la detenzione senza processo diventa “arresto amministrativo” per rendere l’abuso un tecnicismo, le aggressioni dei coloni diventano incidenti per rimuovere la disparità di potere, celare la violenza unilaterale e creare l’impressione di una simmetria che, però, non esiste. La parola uccidere viene sostituita da “neutralizzare”, per disumanizzare l’avversario e rendere accettabile, persino neutro, l'uso della forza.
Per decenni questa torsione del linguaggio ha reso accettabile l'inaccettabile, trasformando la segregazione, l'annessione, gli abusi e l'uso sproporzionato della forza in necessità. Oggi Netanyahu, che si rivolge a due pubblici diversi - quello interno, sempre più radicalizzato, e quello internazionale, sempre più scettico - modula la sua retorica in modo bifronte.
Parla internamente di «diritto storico» di «conquista biblica» mentre all’esterno, ripete gli slogan della «lotta al terrorismo», della «legittima difesa». Ma entrambi i registri hanno lo stesso obiettivo: normalizzare l’eccezione, rendere dicibile l’indicibile e far apparire inevitabile ciò che è, in realtà, una scelta politica precisa: il controllo permanente di Gaza, la cancellazione della prospettiva di uno Stato palestinese, l’annientamento dell’autodeterminazione.
Le parole definiscono ciò che è normale, ciò che è deviante, ciò che è accettabile, ed è soprattutto in tempi di crisi che il potere accentua il controllo discorsivo, che non si limita a bombardare ma costruisce prima l’idea che ciò che sta bombardando sia il male assoluto. Così e solo così il campo semantico si può restringere (e con lui la morale), chi muore non è più un bambino ma un danno collaterale, chi fugge non più un profugo ma un potenziale scudo umano. Michel Foucault, filosofo della genealogia del sapere e del potere, ci ha insegnato che non c'è verità innocente, che ogni discorso è l’effetto di una relazione di potere, e che ciò che chiamiamo realtà è, spesso, una costruzione linguistica.
Questo vale anche - forse soprattutto - in tempo di guerra. Quando Netanyahu o i portavoce dell’Idf parlano di «zona umanitaria» per riferirsi a un’area bombardata e poi destinata a ricevere migliaia di civili sfollati, stanno manipolando il linguaggio: non è una zona umanitaria, è una zona di deportazione forzata, spesso non sicura.
Quando si parla di «migrazione volontaria» da Gaza, si omette deliberatamente che i civili vengono indotti con la minaccia della morte a lasciare le proprie case. Quando si definisce ogni struttura ospedaliera come «centro operativo terroristico», si disumanizza la funzione medica per legittimare il bombardamento. In questa cornice, Gaza City è stata recentemente descritta come un «rifugio di terroristi». In realtà, è una città con oltre mezzo milione di abitanti, molti dei quali civili, donne, bambini.
Definirla solo come un «nido di Hamas» serve a costruire una narrazione in cui ogni colpo sparato è giustificato. È la teoria foucaultiana del potere: si tratta di produrre una verità, una verità che autorizzi l’abuso, che neutralizzi il dissenso e che, venendo ai nostri giorni, trasformi una campagna militare in una missione moralmente legittima. Il linguaggio del potere agisce così: costruendo categorie morali, creando gerarchie di umanità, e distinguendo tra chi può essere ucciso e chi va protetto. È questo il cuore del potere discorsivo. E non metterlo in discussione significa esserne complici.
martedì 8 aprile 2025
Trump come piace a me
Claudio Cerasa
La scorciatoia del trumpismo percepito per non parlare del Trump reale
Il Foglio, 8 aprile 2025
La percezione è accettabile, la realtà no. Nel variegato e scombinato mondo dei follower trumpiani, vi sono alcune categorie particolarmente gustose che vale la pena mettere a fuoco per provare a capire qualcosa di più rispetto a quelli che sono i satelliti che ruotano attorno all’orbita trumpiana. Tra le cinquanta sfumature di trumpismo, oggi, si trovano i trumpiani più realisti del re, modello Laura Loomer, consigliera del presidente, complottista a tal punto da far sembrare Donald Trump un sincero moderato. Si trovano i trumpiani che provano a dare un senso alle strategie del re, come Scott Bessent, il segretario al Tesoro, che ogni giorno cerca un modo, senza riuscirci, per dare una dignità di mercato alle politiche anti mercato del presidente. Si trovano i trumpiani che provano a borbottare nelle orecchie del presidente, come i valenti editorialisti del Wall Street Journal, imbufaliti con Trump per le sue scelte sui dazi, e come alcuni miliardari che lo hanno finanziato in campagna elettorale, come Bill Ackman, secondo cui “imponendo dazi massicci e sproporzionati su amici e nemici e promuovendo una guerra economica contro il mondo stiamo distruggendo la fiducia nel nostro paese come partner commerciale, come luogo in cui fare affari e come mercato in cui investire”. Tra le cinquanta sfumature di trumpismo, poi, si potrebbero aggiungere anche le sfumature modello Musk (sfascisti per Marte) o le sfumature modello Bannon (xenofobi per il mercato). Ma tra le sfumature più interessanti, e da valorizzare, ci sono certamente quelle emerse negli ultimi mesi in un paese speciale per il presidente americano, come l’Italia, dove si sta facendo strada con forza un’altra forma di trumpismo: quello percepito. Il trumpismo italiano, da questo punto di vista, è un esercizio stilistico di una certa raffinatezza perché punta a normalizzare il trumpismo negando l’essenza reale del trumpismo e descrivendo l’azione dell’amico Trump non per quella che è, per come si presenta di fronte ai nostri occhi, ma per quella che potrebbe essere, se solo volessimo vedere Trump senza fermarci alle apparenze. E dunque Trump, quando dice che vorrebbe prendersi la Groenlandia, non fa sul serio, figuriamoci, è un modo di dire, perché quelle di Trump “non sono intenzioni reali di annessione, ma sono messaggi rivolti ad altre grandi potenze globali, in particolare alla Cina” (Giorgia Meloni, 9 gennaio 2025). Nel corso dei mesi, poi, il trumpismo percepito ha raggiunto vette di una qualche rilevanza sul fronte geopolitico, sul fronte politico, sul fronte economico. Sul fronte geopolitico, in Italia, il trumpismo percepito è emerso con chiarezza in tutte le occasioni in cui la linea del nostro paese, in politica estera, si è andata manifestare sulla base non del Trump reale ma del Trump possibile. Esempio: Trump minaccia di lasciare l’Ucraina al suo destino, minaccia di allontanare l’America dalla difesa dell’ucraina, minaccia di costruire una pace in Ucraina che somiglia a una resa, e piuttosto che prendere sul serio le parole del presidente americano il trumpismo fondato sulla percezione e non sulla realtà sceglie di muoversi sullo scacchiere geopolitico non sulla base di ciò che Trump ha detto che farà (niente America in Ucraina) ma sulla base di quello che potrebbe fare (sì America in Ucraina).
E dunque: da una parte vi sono i volenterosi in Europa che cercano di avere un piano alternativo nel caso in cui il piano A di Trump (disimpegno americano) dovesse concretizzarsi. E dall’altra parte vi sono i meno volenterosi in Europa che si rifiutano di avere un piano alternativo perché convinti che il piano annunciato da Trump sia solo chiacchiere e nulla di più. Sul piano politico, stessa storia, e quando Trump dice che l’Europa è fatta di “parassiti”, quando J. D. Vance dice che la minaccia più grave per l’Europa “non è la Russia ma è la stessa Ue”, quando Musk dice che in Europa si augura che trionfino partiti neonazisti come l’Afd, la reazione del partito del trumpismo percepito è più o meno sempre la stessa: ma no, non voleva dire quello che ha detto, voleva solo dire che l'Europa deve essere più aperta al mercato e più incline a trattare con gli americani. Sul piano economico, infine, stessa storia. Trump, da mesi, promette di infliggere duri dazi all'Europa, e dunque anche anche all'Italia, e mentre gli avversari di Trump, in questi mesi, hanno cercato un modo di poter arrivare al più presto a questo appuntamento inevitabile, gli amici di Trump, nello stesso arco temporale, hanno sempre sostenuto che alla fine i dazi non si sarebbero fatti, che le minacce di Trump altro non sono che tentativi di negoziare con l'Europa e che alla fine se pure Trump avesse scelto di mettere in campo i dazi, avrebbe risparmiato l'Italia, al pari degli altri paesi dell'Unione europea. Cosa che ovviamente non è avvenuta considerato il fatto che l'Italia è stata colpita da tariffe del 20 per cento – e in fondo anche Elon Musk, quando sostiene di considerare non impossibile un mondo all’interno del quale America e Europa hanno dazi pari a zero, sceglie di iscriversi al partito del trumpismo percepito, diverso da quello reale e infinitamente lontano dal modello di difesa di libero mercato contenuto nelle parole di Milton Friedman postate ieri su X dal miliardario americano. Il trumpismo percepito non è solo una scorciatoia comunicativa e cognitiva attraverso la quale i follower del trumpismo tendono ad approcciarsi al trumpismo in modo retorico descrivendo un Trump razionale, gestibile, che esiste solo nella propria immaginazione. E’ qualcosa di più. E’ la spia di una difficoltà strutturale e oggettiva a gestire le conseguenze del trumpismo nella consapevolezza in fondo genuina che l’unica forma di trumpismo digeribile per l’Europa e per il mondo non è il trumpismo che si presenta di fronte a noi in modo crudo, quello reale, ma è il trumpismo che ciascun trumpiano, con molte sfumature, sogna di poter gestire: quello costruito sulla base della propria sensibilità, dei propri desideri, dei propri sogni. Un trumpismo percepito, e dunque irreale. A dimostrazione del fatto che a vivere in un universo parallelo non è solo il presidente americano, ma anche i suoi follower che riescono a considerare Trump un alleato costruttivo non per quello che fa, e promette di fare, ma per quello che potrebbe fare, e che disgraziatamente non fa e chissà se davvero farà.
martedì 10 dicembre 2024
Come funziona la memoria
Barbara Gallavotti, La memoria talvolta ci imbroglia, Oggi, 5 dicembre 2024
Dalla prima interrogazione a scuola in poi, la memoria sembra non bastarci mai. Ma fino a che punto è normale non ricordare qualcosa, e soprattutto, possiamo fidarci di ciò che ricordiamo? La risposta a queste domande non è scontata. Intanto, capita già dai trent’anni di avere l’impressione che la memoria non sia più quella di un tempo, e soprattutto dai quaranta succede di frugare nella mente nel tentativo di recuperare un nome, una data o una parola che sfugge. Per quanto frustrante, non c’è da preoccuparsi: si chiama “difficoltà a recuperare il ricordo” e avviene perché si è stanchi, o si hanno troppe cose in mente e anche troppi ricordi, come accade sempre più con il passare degli anni. La memoria però spesso è sempre al suo posto, e infatti prima o poi emerge. Secondo alcuni, il fatto che ad esempio ci venga in mente solo l’iniziale di una parola, è il modo in cui il cervello segnala che l’informazione che ci interessa è presente anche se al momento inaccessibile.
LE EMOZIONI SONO DI GRANDE AIUTO
Dal punto di vista biologico, lo stabilirsi di un ricordo corrisponde alla formazione di contatti fra cellule nervose del cervello. Malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, uccidono quelle cellule, distruggendo per sempre i loro contatti. In assenza di patologie però dimenticare qualcosa non è preoccupante. Il nostro cervello poi gestisce in modo diverso la memoria a breve termine e quella a lungo termine ed è normale che memorie poco rilevanti svaniscano rapidamente: evaporano i volti che incrociamo, il momento in cui poggiamo la tazzina del caffè e anche il posto dove distrattamente abbiamo poggiato le chiavi di casa… perché il ricordo si consolidi, occorre che venga rinforzato, richiamandolo alla memoria come si fa quando si impara una lezione, o ripetendo il gesto come avviene quando mettiamo le chiavi nel posto abituale. E poi ricordiamo molto meglio ciò che è legato a una emozione: se il volto incrociato per strada urla e mi spaventa, allora lo ricorderò a lungo. Però quanto è affidabile la memoria? Questo è un punto delicatissimo. Tendiamo a immaginare i ricordi come fotografie in un cassetto, da recuperare identiche a loro stesse, ma non è così: ogni volta che ricordiamo qualcosa attiviamo diverse zone del cervello e ricostruiamo la memoria, aiutandoci anche con le nuove esperienze. Fra gli studi che lo confermano uno ha riguardato alcune persone alle quali era stato chiesto di ricordare una visita a Disneyland. Prima però erano state mostrate loro alcune immagini di pupazzi, e fra Topolino e Cenerentola compariva anche Bugs Bunny. Ebbene, diversi degli intervistati hanno poi riportato di aver incontrato a Disneyland proprio Bugs Bunny, cosa però impossibile perché non essendo un personaggio Disney il coniglio non è nel parco. Il loro cervello aveva semplicemente mescolato i ricordi di quanto davvero vissuto con l’immagine proposta dai ricercatori… E non facciamoci illusioni, qualcosa di analogo può avvenire a ciascuno di noi, in assoluta buona fede.
Paul Fussell, La Grande Guerra e la memoria moderna, traduzione di Giuseppina Panzieri
Il Mulino, Bologna 1984, pp. 37-38
Il ricordo di Williamson è reso più vivo proprio dal modulo ironico che la visione a posteriori ha impresso sugli avvenimenti. Lo stesso fenomeno lo si ritrova sempre leggendo altre memorie: applicando al passato un paradigma di ironica azione scenica, chi scrive i suoi ricordi riesce a individuare, a enucleare e infine a dare espressione ad un avvenimento o ad un momento che, diversamente, resterebbe confuso e insignificante nel gran mare indifferenziato dei ricordi.
Irony, Oxford Languages
- the expression of one's meaning by using language that normally signifies the opposite, typically for humorous or emphatic effect."‘Don't go overboard with the gratitude,’ he rejoined with heavy irony"Similar:sarcasmsardonicismdrynesscausticitysharpnessacerbityacidbitternesstrenchancymordancycynicismmockerysatireridiculederisionscornsneeringwrynessbackhandednesssarkinessOpposite:sincerity
- a state of affairs or an event that seems deliberately contrary to what one expects and is often wryly amusing as a result.plural noun: ironies"the irony is that I thought he could help me"Similar:paradoxparadoxical natureincongruityincongruousnesspeculiarityOpposite:logic
- a literary technique, originally used in Greek tragedy, by which the full significance of a character's words or actions is clear to the audience or reader although unknown to the character.noun: dramatic irony; plural noun: tragic irony







