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mercoledì 19 agosto 2026

Uno smemorato senza ritegno

Claudio Cerasa 
La verità di Maria Falcone. Grazie

Il Foglio, 19 agosto 2026

Bisognerebbe dare un premio a Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone, per aver messo di fronte agli ayatollah del circo mediatico una verità drammatica ma necessaria a lungo rimossa dal dibattito pubblico. Maria Falcone, come sapete, due giorni fa ha risposto a Marco Travaglio, che prendendo spunto da un articolo del Foglio in cui Pietro Grasso, Giuseppe Ayala e Luciano Violante sostenevano che Giovanni Falcone non sarebbe mai andato a cena con Lavitola, ha fatto riemergere una serie di veleni politici riversati contro il fratello magistrato prima della sua morte. Falcone, ha scritto Travaglio, ha fatto di peggio che andare a cena con Lavitola: ha lavorato nel governo di Andreotti. Come a voler dire: se fate i moralisti con Ranucci, che sobriamente giorni fa si era paragonato ad Aldo Moro e Giovanni Falcone, toccherà fare i moralisti anche con Falcone.
A Maria Falcone andrebbe dato un premio non solo per aver ricordato al giornale di Marco Travaglio la differenza tra speculazioni e verità: “Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti ma lavorava per lo Stato italiano” (della sberla data da Maria Falcone a Marco Travaglio, fatto non irrilevante, ieri sul giornale di Travaglio, che fino a prova contraria si chiama il Fatto, nessuna notizia, nessun riferimento, nessun commento, ma siamo certi che oggi Travaglio recupererà).
Un premio, Maria Falcone, lo meriterebbe prima di tutto per altro: per aver ricordato che il partito della gogna che oggi si alimenta di allusioni, di moralismo, di falsità è lo stesso che anni fa contribuì a delegittimare Giovanni Falcone, prima della sua morte, con quel “cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti, e dolorosamente anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi”. Maria Falcone 
fa riferimento ad alcuni fatti precisi. Ricorda, probabilmente, quando nel 1988 il Csm preferì Antonino Meli a Falcone alla guida dell’ufficio istruzione di Palermo. Ricorda, probabilmente, quando il pool antimafia, di Falcone, venne progressivamente smantellato e quando alcune indagini furono sottratte a Falcone. Ricorda quando, tra il 1989 e il 1991, arrivarono le accuse del “corvo” e quelle di Leoluca Orlando sui presunti “cassetti” di Falcone con prove contro politici mafiosi. Ricorda quando Falcone fu accusato di insabbiare indagini, di essere troppo prudente e poi quando, andando al ministero con Martelli, fu accusato di essersi avvicinato al potere. Ricorda quando nel 1991 Falcone dovette difendersi davanti al Csm da queste accuse. Ricorda quando nel 1992 una parte del Csm si oppose anche alla sua nomina a procuratore nazionale antimafia. Ricorda quando alcuni suoi colleghi gli rimproverarono di non aver attribuito la giusta valenza alle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia (Pellegriti e Calderone) che, secondo i critici di Falcone, avrebbero potuto aiutare a combattere con più efficacia Cosa Nostra. A quelle accuse infamanti, costruite su illazioni, false verità, sospetti trasformati in condanne, Falcone rispose punto per punto, il 15 ottobre 1991, non molti mesi prima di essere ucciso a Capaci. I documenti di quell’audizione sono stati desecretati nel maggio del 2017 e raccontano un tratto del pensiero di Giovanni Falcone sistematicamente rimosso da tutti coloro che anni dopo ne ricorderanno la storia celebrandola ma rimuovendone il pensiero.
Fu in quel contesto che Falcone ricordò quello che un Travaglio e un Ranucci non potrebbero mai accettare: compito dei magistrati, disse Falcone, è ricordarsi che “la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”. Fu in quell’occasione che Falcone, pochi mesi prima di essere ucciso, mostrò la sua idea di giustizia demolendo tutto ciò su cui si fonda oggi la dittatura della gogna e la cultura del sospetto, attaccando la politicizzazione dell’azione giudiziaria (“Sono convinto non che la via giudiziaria sia una bella scorciatoia per risolvere i problemi politici ma che la presenza dello Stato è fondamentale in una zona per combattere certi fenomeni che, prima che economici e sociali, sono squisitamente fenomeni di pertinenza criminale…”), ricordando che i magistrati non devono occuparsi dei pettegolezzi ma hanno il dovere di fare attenzione alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (“A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nell’assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede. Perché da queste contestazioni poi derivano conseguenze incalcolabili”), denunciando l’oscenità di chi già all’epoca puntava più sui processi celebrati sui media che sui processi celebrati nelle aule di un tribunale (“L’informazione di garanzia – ricordò Falcone in quella audizione – non è una coltellata che si può infliggere così, è qualcosa che deve essere utilizzata nell’interesse dell’indiziato”). Il Giovanni Falcone che si muoveva contro la cultura del sospetto, considerata l’anticamera del khomeinismo, è un Falcone la cui memoria nel migliore dei casi è stata rimossa (Sigfrido Ranucci), nel peggiore dei casi è stata sfregiata (Marco Travaglio) e nel più grottesco dei casi manipolata (come fece Nicola Gratteri nella celebre puntata di “Dimartedì” quando si inventò una frase di Falcone contro la separazione delle carriere, frase mai pronunciata). E’ il Falcone che denunciava il meccanismo della gogna, in base al quale prima si formula un sospetto, poi il sospetto diventa sentenza mediatica, quindi la sentenza mediatica diventa verità, quindi la verità mediatica produce pressione sul magistrato, quindi il tribunale del popolo trasforma ogni disallineamento dalla verità mediatica in una prova di connivenza con l’indagato di turno. Diceva Falcone, sempre nella stessa audizione, che a forza di legittimare i linciaggi morali, a forza di legittimare i processi costruiti senza prove, a forza di investire nella cultura del sospetto, “l’italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba”. Il Falcone che abbiamo rimosso e che Maria Falcone ci ha meravigliosamente ricordato in questi giorni è il magistrato antimafia che odiava la repubblica del sospetto e che all’antimafia delle chiacchiere preferiva quella dei fatti. Si capisce che il partito dei mozzorecchi oggi, di fronte a quelle lezioni, nel migliore dei casi sia costretto a travisarlo, nel peggiore dei casi a sfregiarlo e nei casi più surreali a manipolarlo. L’anticamera del khomeinismo, quando si parla di giustizia, in fondo si costruisce anche così. Rimuovendo, sporcando, sfregiando, manipolando. Viva Maria Falcone.

martedì 21 luglio 2026

Non odio, ma giustizia

Luca Bortolotti
"Verità e dignità, no all'odio", l'appello della nipote di Fakir. Scontri alla manifestazione

la Repubblica Bologna, 21 luglio 2026 

BOLOGNA –«Non siamo qui a chiedere odio o vendetta, ma verità, giustizia, rispetto, umanità e dignità». Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, l’uomo morto domenica a Bologna durante un intervento di polizia, lo dice con la voce rotta dal dolore e le lacrime agli occhi, abbracciata dai parenti e da una piazza con cinquemila persone arrivate a portare solidarietà alla sua famiglia. Lo dice mentre scrosciano gli applausi a sottolineare quel concetto: «Non vogliamo odio ma giustizia».

Un’ora dopo si verificheranno però anche scontri tra il cordone di polizia davanti alla prefettura e manifestanti appena terminato il corteo: fumogeni e idranti da una parte, bombe carta dall’altra. Ma in piazza Nettuno, prima, nel presidio convocato dal sindaco di Bologna Matteo Lepore, in prima fila accanto al presidente della Regione Michele de Pascale, era stato il momento del raccoglimento e del dolore della famiglia di Fakir. E la nipote Yossra a prendersi il carico di leggere la lettera in cui ha raccolto quel cordoglio. «Abderrahim non era un caso di cronaca, non era un numero. Era una persona. Era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia e chi lo amava profondamente lo sa, e me lo hanno portato via. Un uomo che meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità». E risposte, chieste in piazza dalla famiglia e dalla comunità marocchina di Bologna, ma anche dal sinidaco Lepore.

Certo, per qualcuno dei presenti la definizione non è giusta e urla: «Lo hanno ammazzato, non è morto». Come ripetono gli striscioni esposti sul fondo di piazza Nettuno. C’è scritto: «Assassinio di Stato». Così i cori: «Assassini, assassini», che ripartono ogni volta che dal palco il discorso di YosSra Fakir s’interrompe, rotto dalla commozione. Ma lei chiede di essere ascoltata, risponde agli amici che vogliono intervenire che non è quello il momento.

«La vostra presenza dimostra che non siamo soli, continueremo a chiedere di far luce, chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme, tutelare una vita, soprattutto di chi è vulnerabile: se verranno accertate responsabilità serviranno provvedimenti, chi non ha fatto il proprio dovere non può continuare a ricoprire un ruolo che richiede fiducia, equilibrio e rispetto per la vita umana».

Il dolore della famiglia monopolizza la piazza. Il presidio del resto era iniziato da un malore per la sorella di Fakir, Khadija, accasciatasi sul palco. Aiutata prima da alcuni medici presenti tra il pubblico, poi soccorsa dall’ambulanza. Tra i bolognesi arrivati in piazza, il filosofo Stefano Bonaga dice: «Avrei voluto stare zitto con occhi disperati dopo quel video, non ce l’ho con la polizia ma con quei due che hanno ammazzato una persona». Si fa vedere anche l’attore Alessandro Bergonzoni: «Se è stato seguito un protocollo, il protocollo è da bocciare».

Finiti gli interventi in piazza Nettuno, è partito un corteo eterogeneo composto dalla comunità marocchina bolognese, sindacati, centri sociali, studenti. Sin dal primo passaggio di fronte alla prefettura, un gruppo di manifestanti ha cercato il confronto col cordone di polizia. Sono stati momenti concitati. Tanti altri invitavano alla calma. Finché i più facinorosi tra gli attivisti, al grido di «assassini» e «via lo scudo penale», non sono entrati a contatto con i poliziotti: la situazione è degenerata.

Intorno alle 20.45 gli agenti sono stati costretti a intervenire con idranti e fumogeni per allontanare i manifestanti da piazza Roosevelt, ma gli scontri sono proseguiti per ore. Durissimo l’avvocato Fabio Anselmo, che da ieri difende i Fakir: «Questi scontri sono un attacco alla famiglia della vittima, un comportamento criminale amico di chi vuole negare verità e giustizia». Solo quando scende il buio, nel centro di Bologna torna la quiete.

domenica 7 giugno 2026

Cent'anni di Marilyn


CENT'ANNI DI MARILYN

Questa prima settimana di giugno si è ricordato il centesimo anniversario della nascita di Marilyn Monroe. Forse proprio perché imprendibile, e imprendibile perché in un certo senso tautologica, la sua figura stimola le interpretazioni più sofisticate. Sul mito Marilyn esiste una letteratura molto vasta, e alimentata prima di tutto dagli scrittori. Qui, per l’occasione, vorrei proporre due citazioni da due saggisti italiani non meno misurati che intelligenti. Nella sua recente raccolta di prose intitolata Suicidi imperfetti, Fabrizio Coscia ha dedicato alla Monroe un capitolo in cui l’analisi critica e il racconto biografico si alternano ad alcuni frammenti del diario della protagonista, che risuonano come il monologo di una teatrale e disperata “voix humaine”. Nelle pagine di Coscia, lo spettro cinematografico per eccellenza sembra imprigionato dentro la stessa “campana di vetro” di Sylvia Plath. Marilyn Monroe è un groviglio di relazioni volubili con amanti, psicanalisti, cliniche, cocktail, farmaci. Il set, in tutto ciò, appare come una parentesi - ma una parentesi che risucchia l’anima: “il direttore di fotografia ha detto che i suoi occhi erano troppo annebbiati. Dov’era finita la luce? Per questo non ha voluto primi piani mentre gridava nel deserto le sue battute: ‘Assassini, bugiardi, assassini… siete felici solo quando potete vedere qualcuno morire, perché non vi uccidete voi?’. Non stava recitando. Gridava e diceva finalmente quello che aveva dentro da sempre, gridava il suo schifo, l’odio per gli uomini che l’avevano sempre usata, ferita, violata, fin da quando era una ragazzina indifesa. Quello non era recitare, quello era vivere. E vivere le faceva male”. Coscia allude qui alle scene desolate e abbacinanti degli Spostati, uno di quei film in cui all’improvviso si raccolgono e distribuiscono le sorti, cioè le morti, di diversi attori. “E’ diventata davvero una grande attrice, come prevedeva Strasberg?” si domanda più avanti. “Probabilmente no, benché Billy Wilder, che la diresse in due film, l’abbia definita un ‘genio assoluto come attrice comica’. Ma è stata qualcosa di più e di diverso. La sua peculiarità, meglio di chiunque altro l’ha saputa cogliere forse Constance Collier, attrice britannica e celebre insegnante di recitazione che ebbe fra le sue allieve molte dive hollywoodiane, tra cui la stessa Marilyn. ‘Non credo affatto che sia un’attrice, in senso tradizionale’ ha detto. ‘Ciò che ha – questa presenza, questa luminosità, questa intelligenza a sprazzi – non potrebbe mai emergere su un palcoscenico. E’ così fragile e sottile che solo l’obiettivo può coglierlo. Come il volo di un colibrì: solo una cinepresa può fissarne la poesia’. In tal senso, per questa sua natura tipicamente ninfale, fragile, allo stesso tempo carnale e fantasmatica, è stata l’attrice più cinematografica che sia mai esistita”. Questa diagnosi o autopsia piena di tatto me ne ha fatta tornare in mente un’altra molto simile ma eseguita a cadavere ancora caldo, nel primo autunno del 1962, dal giovane Piergiorgio Bellocchio. “Marilyn era una diva piuttosto che un’attrice” scriveva allora Bellocchio sui neonati “Quaderni piacentini”. “Qualcosa di meno, di più...; qualcosa di essenzialmente diverso. Nessun’arte o spettacolo più del cinema (…) comprime la personalità dei propri autori, dai registi agli attori. Quanto più una massa è numerosa, tanto meno è ciò che la accomuna. Ed è questo minimo comune che il divo deve esprimere perché milioni di spettatori si riconoscano in lui. Un minimo che, ovviamente, è quasi sempre una semplificazione, una falsificazione. Talora però in alcuni divi questo minimo è autentico. (…)
Sono i casi eccezionali di Chaplin, della Garbo e – in minore – anche di un Bogart e d’una Marilyn Monroe. (…) Il suo valore mi sembra consistesse in ciò, che insieme a una notevole coscienza di essere una merce, essa esprimeva anche una naturale incapacità di esserlo in modo completo e soddisfatto. (…) Il candore della sua spregiudicatezza e la spudorata esibizione del suo bisogno di tenerezza, d’amore, attraevano e respingevano, colpivano. (…) Diceva Fitzgerald, l’idolo letterario degli Anni Venti, morto solo e in miseria, distrutto dall’alcool, che nei suoi racconti ‘c’era una piccola goccia di qualcosa – non di sangue, non di pianto, non del mio seme, ma più intimamente mio di questi –, era l’extra che avevo’. Ciò che rendeva unici e indimenticabili molti momenti di Marilyn era che, oltre i personaggi di maniera cui era costretta e che interpretava male (una riprova della sua autenticità), ci trasmetteva qualcosa di intimo, ‘sangue’, ‘pianto’, ‘seme’... Era come toccare qualcosa di vivo, di nudo. Impressione tanto più inquietante quanto meno prevedibile: come se, nel mezzo di una conversazione banale e fortemente truccata, il nostro interlocutore si aprisse all’improvviso a una confidenza estremamente intima e semplice: la vertigine che ci coglierebbe sarebbe in buona parte dovuta alla nostra sorpresa, alla nostra impreparazione”. Mi sembra molto giusto, nel pezzo di Bellocchio, il riferimento all’autore del Grande Gatsby, cantore dell’irrealtà e di quella vulnerabilità senza limite che le è legata a filo doppio. Non a caso un autorevole ritrattista di Marilyn è stato Truman Capote, che si potrebbe definire una parodia di Fitzgerald - e del suo personaggio più famoso.

domenica 12 aprile 2026

L' uguaglianza, la Bibbia e Platone


Nel 1916, in piena guerra mondiale, Henri Barbusse pubblica "Il fuoco", un romanzo per il quale ottiene il premio Goncourt. Oggetto centrale del testo è l'esperienza di una squadra formata da una ventina di soldati schierati al fronte agli ordini di un caporale che si chiama Bertrand. Nel sottotitolo figura la parola "diario", ma in realtà si tratta di una rassegna per situazioni ed episodi, senza un vero ordine cronologico. C'è il fatto che le parti narrative sono scritte al presente e danno quindi una sensazione di immediatezza, di presa diretta. E tuttavia abbiamo a che fare con il resoconto fittizio di un'esperienza fittizia. Nel libro è presente un ampio sviluppo discorsivo con accenti profetici. Alla guerra come evento straordinario viene associato un messaggio sulle sorti future del mondo. La solennità dell'approccio traspare anche dal ricorso a una immagine biblica, tratta dall'Esodo (13, 21-22, traduzione di Giovanni Diodati): "E l'Eterno andava davanti a loro, di giorno in una colonna di nuvola, per guidarli nella via, e di notte in una colonna di fuoco per far loro luce, affinché potessero camminare giorno e notte. La colonna di nuvola non si ritirava mai davanti al popolo di giorno, né la colonna di fuoco la notte".
Torniamo a Barbusse e al suo libro del 1916. Qui siamo solo al prologo del racconto vero e proprio (La visione): "Questi grandi feriti consumati da una piaga interiore abbracciano con lo sguardo la furia degli elementi: guardano sulla montagna le esplosioni del tuono che sollevano la distesa delle nubi come un mare
 con ciascuna che proietta ad un tempo nel crepuscolo una colonna di fumo e una colonna di bruma". Poco più in là si passa al secondo capitolo che si apre con queste parole: "Il vasto cielo pallido si anima di colpi di tuono: ogni esplosione mostra ad un tempo, mentre si staccano da un lampo rossastro, una colonna di fuoco nel resto della notte e una colonna di bruma in quello che c'è già del giorno". Come se non bastasse l'immagine ritorna nel corso della narrazione a proposito di un bombardamento: "Sono veramente la colonna di fuoco e la colonna di bruma che turbinano e tuonano all'unisono".
La parte discorsiva del romanzo ha un andamento corale. Gli scambi tra i soldati della squadra "si rinnovano, si prolungano, si approfondiscono rediprocamente" (Philippe Baudorre). un tema che ritorna è la dura realtà della guerra, tanto necessaria quanto luttuosa, esecrabile e orrenda. Alla fine il racconto sconfina nell'utopia. Dopo una pioggia torrenziale che fa pensare al diluvio biblico, i combattenti approdano a una terra di nessuno dove si trovano anche, disarmati, i nemici. Prefigurazione di ciò che il mondo potrà essere o diventare dopo la guerra: "Tutti gli uomini dovrebbero mettersi d'accordo, attraverso la pelle e sul ventre di quelli che in un modo nell'altro li sfruttano. Tutte le moltitudini dovrebbero mettersi d'accordo. Tutti gli uomini dovrebbero essere uguali". È chiara l'ispirazione socialista dell'auspicio che promana dai soldati e che l'autore commenta in questi termini: "Questa presa di parola sembrava venire a noi come in soccorso". Sulla scia dell'uguagianza vengono richiamate le altre due parole della triade repubblicana, la fratellanza e la libertà. L'autore commenta dicendo che la fratellanza è un sogno, su di essa non si costruisce niente e la stessa cosa vale per la libertà "un concetto troppo relativo in una società in cui tutte le presenze si spezzettano a vicenda": "Ma l'uguaglianza è sempre valida. La libertà e la fraternità sono delle parole, mentre l'uguaglianza è una cosa".  Così il coro delle opinioni trova una direzione unica, quella della parola che "è una risposta a tutto". Ed ecco che il riferimento supremo ritorna in una sorta di esclamazione generale: - L'uguaglianza!...


A questo punto la successione delle battute in replica assume un diverso aspetto, lo sfondo biblico del diluvio e del ricorso celeste si allontana e ci si ritrova in un quadro che irresistibilmente fa pensare ai dialoghi di Platone. Entra in scena la kalogakathia*, la stretta associazione della bellezza e della bontà. 
Queste le sentenze formulate via via dagli aninimi interlocutori: 
"Sarebbe bello! dice l'uno.
Troppo bello per essere vero! dice l'altro.
Ma un terzo dice:
È bello perché è vero. Quindi non ha altre bellezze!... E il fatto che sia bello non garantisce che si avvererà. La bellezza è fuori corso quanto lo è l'amore. Proprio perché è vera agisce in modo fatale". 
La profezia si mantiene su un tono di ambiguità che ne garantisce la forza senza legame con una scadenza o una previsione definita. 

(*) È nota la rilevanza che ha nella filosofia platonica la καλοκαγαθία. In greco antico, il termine  kalokagathìa è una parola composta che fonde la bellezza [καλός (kalòs): "bello"] e [καί (kài)] la bontà [ἀγαθός (agathòs): "buono"]. Per un greco dell'età classica (e per Platone in particolare), queste due qualità non potevano essere separate: la bellezza si presentava come il riflesso di una bontà interiore, mentre la bontà rifulgeva tranquilla nella bellezza.

https://machiave.blogspot.com/2026/04/l-esistenza-labile.html

martedì 10 marzo 2026

Di chi sono i figli

Gianfranco Pellegrino
Tra bimbi nella casa famiglia e ispettori del ministero: il male minore nel caso della famiglia nel bosco
Domani, 10 marzo 2026

Nella vita reale spesso la cosa migliore è scegliere il male minore. Questo sfugge a chi, come Giorgia Meloni e altri del suo governo, si impegna in una sistematica strumentalizzazione delle decisioni di tutti i giudici per sostenere il sì nella campagna referendaria.

La decisione del Tribunale dei minori dell’Aquila di allontanare Catherine Birmingham dalla struttura di Vasto dove i suoi tre figli sono ospitati può sembrare dura. I magistrati con una nota hanno spiegato che, nonostante il clamore mediatico e i «toni aggressivi», le loro scelte sono mirate «a realizzare il benessere del minore». Si può discutere del trauma ulteriore che ciò potrebbe comportare. La rilevanza del legame coi genitori per bimbi così piccoli è ovvia e suffragata dalla psicologia empirica.

Ma non si possono dimenticare i fatti che hanno condotto a questo punto. Non ci sono smentite sul fatto che i tre bambini siano stati messi a rischio di intossicazione mortale dai genitori, né sul fatto che siano stati pressoché del tutto privati di contatti coi pari e della minima istruzione. Né ci sono smentite sui fatti più recenti, per esempio l’atteggiamento apertamente ostile di Catherine Birmingham nei confronti di assistenti sociali e operatori della casa-famiglia. (Se si insulta un membro delle forze dell’ordine, o si osa eccepire sul suo operato, tuoni e fulmini arrivano da esponenti del governo. Se Catherine Birmingham insulta funzionari dello Stato che si prendono cura dei bambini che lei ha esposto a pericoli per la salute, niente.)

In conflitto

Questo tipo di atteggiamento ostile già di per sé costituisce fonte di trauma. Sappiamo che i bimbi si sono acclimatati nella casa famiglia. E molto probabilmente hanno iniziato a sviluppare un legame con varie figure – per esempio l’insegnante. Tutto sommato, si tratta di figure adulte che li hanno accuditi. L’atteggiamento ostile della madre non può che risultare contraddittorio e fonte di confusione per loro, mettendoli in conflitto fra la lealtà ai genitori e la lealtà a queste nuove figure di cura.

E gli altri fatti, non smentiti, che giustificano l’ordinanza sono una conferma evidente (anche senza ricorrere alle lenti della psicologia) di questo conflitto: gli attacchi fisici compiuti da questi bambini contro le operatrici e addirittura un’altra bambina di pochi mesi, attacchi provenienti da bimbi che prima non avevano avuto nessun comportamento violento, sono evidentemente un tentativo di allinearsi al dettato implicito della madre.

Ma la violenza di quest’allineamento tradisce con chiarezza il disagio dei bambini. Quindi, il trauma eventuale dell’allontanamento della madre non è che l’ultimo trauma subito, quello che viene dopo aver passato anni in isolamento, correndo pericoli di vita, e venendo strumentalizzati in una guerra ideologica condotta dai genitori e pure da alcuni membri del mondo politico. Si poteva evitare quest’ultimo trauma? Forse sì, forse no. Ma il sospetto che si tratti del male minore è forte.

Il ministero della Giustizia ha inviato degli ispettori a L’Aquila per approfondire la vicenda, ma bisognerebbe andare oltre la contrapposizione fra chi difende il Tribunale dei Minori e gli assistenti sociali e chi a destra sta riscoprendo gli ideali anarchici della vita nel bosco (Giuli cercherà di annettere al pantheon della destra Thoreau, il cantore della vita nei boschi, ma anche della disobbedienza civile? Speriamo, così la facciamo finita col tormentone Tolkien).

I diritti in gioco

Potrebbe aiutare articolare più chiaramente i diritti che sono in ballo in questa vicenda. I genitori e i figli hanno un diritto di intrattenere relazioni – un diritto che si estende alle molte figure adulte che possono essere rilevanti per la vita dei minori e per i quali i minori sono oggetto di affetto. Ma il diritto di intrattenere relazioni non coincide col diritto di custodia e decisione nei confronti dei minori, né l’uno implica necessariamente l’altro.

Il diritto di decidere delle vite di altre persone – fossero anch’esse minori – va esercitato esclusivamente nell’interesse di chi viene sottoposto a controllo, e va limitato quanto più possibile. Chi dice che i figli non sono dello Stato spesso suggerisce che sono dei genitori. È una disputa sulla proprietà. Ma i tre ragazzi Trevaillon sono esseri umani, non cose. E sono esseri umani che debbono essere autonomi e fare le loro scelte. E, secondo chiunque, per arrivare all’autonomia servono istruzione e buona salute. Quello che i loro genitori avevano messo a rischio.

Questo è sufficiente per far perdere loro i diritti di decidere sulle vite dei figli, pur conservando il diritto di vederli. Come conciliare questi diritti – quello alla relazione e quello all’autonomia: questo è il problema che i giudici, e la società, devono considerare e risolvere. Magari al riparo dalle polemiche e dalle strumentalizzazioni.


lunedì 9 marzo 2026

Le false credenze

 


Pseudoscienze. Mai come oggi manipolare la verità e inventare cause ed effetti inesistenti comporta conseguenze devastanti e dannose in ambito sociale, sanitario, politico

Enrico Bucci e Gilberto Corbellini 
Il Sole 24ore, 8 marzo 2026

Non veniamo al mondo per scoprire la composizione fisica del sole, inventare le geometrie non euclidee, manipolare il Dna o andare sulla Luna. Siamo stati selezionati per sopravvivere e riprodurci in ambienti relativamente stabili nel breve periodo, ma in costante cambiamento. Se siamo qui, è grazie alle capacità cognitive ed emotive vantaggiose nel mondo preistorico. Per moltissimo tempo la specie ha vissuto in piccoli gruppi, in lotta per la sopravvivenza immediata, per le risorse e per difendersi dai predatori e dalle malattie. La selezione naturale ha cablato, nel cervello, euristiche, automatismi e scorciatoie adattive che aiutavano a non soccombere prima di essersi riprodotti, non a valutare prove complesse. Questi bias favorivano statisticamente la sopravvivenza, anche al prezzo di errori individuali. Se “in media” consentivano l’accoppiamento riproduttivo a un numero sufficiente. Bias di conferma, essenzialismo, finalismo, agenticità, overconfidence, pensiero magico: non sono patologie occasionali del pensiero, ma un’architettura cognitiva di base, che favorisce credenze irrazionali e antiscientifiche rispetto all’acquisizione di conoscenza controllata. La pseudoscienza prospera perché parla il linguaggio nativo della mente.

Cadere vittime dei propri bias non dipende dall’intelligenza, che non coincide con la razionalità (non limitata): si può essere brillanti ma sistematicamente irrazionali (peggio che limitatamente razionali). Senza metacognizione, la mente intelligente diventa un avvocato difensore dei propri pregiudizi. L’antidoto non è l’accumulo di nozioni, ma l’addestramento metodologico. Pensiero bayesiano, controllo delle frequenze di base, definizioni operative, distinzione tra correlazione e causalità, attenzione alla falsificabilità, comprensione dell’entropia, del caso, della selezione naturale.

Per limitare gli effetti dannosi delle attitudini cognitive naturali nelle società complesse, non basta «spiegare meglio la scienza ai cittadini», né invocare l’autorità degli esperti (cadremmo in uno dei bias da combattere), né esibire titoli accademici o il consenso istituzionale. Se la pseudoscienza è l’esito di dispositivi cognitivi profondi – ricerca di pattern, paura del caso, intolleranza dell’incertezza, attrazione per narrazioni teleologiche – l’appello all’autorità è un intervento superficiale su un sistema che funziona secondo altre logiche, e finisce per rinforzarle.

Le azioni della comunità scientifica entrano spesso in conflitto con l’identità morale e le narrazioni personali. Se una credenza pseudoscientifica è integrata in un sistema valoriale, l’attacco diretto suscita reattanza e polarizzazione. L’autorità è interpretata come élite arrogante, potere ideologico, «scienza ufficiale», etc. La dinamica è prevedibile, come mostrano le forme del complottismo e la dissonanza cognitiva.

Il rimedio lo conosciamo. Costringiamo i nostri ragazzi a frequentare le scuole e a compiere sforzi non spontanei per acquisire conoscenze biologicamente secondarie – leggere, scrivere, calcolare –, dato che quelle primarie, come parlare una lingua, riconoscere facce ed emozioni o sviluppare abilità sociali di base, le imparano naturalmente, senza sforzo. Così come si sviluppa naturalmente il pensiero pseudoscientifico. Tra le conoscenze secondarie oggi vi dovrebbero essere strumenti per ragionare criticamente. Il pensiero critico non è come imparare ad andare in bicicletta; non si tratta di risolvere test cognitivi né di conoscere la logica. È un metodo metacognitivo per esaminare come pensiamo: un armamentario multiuso per smascherare inganni retorico-linguistici e comprendere gli errori sistematici di giudizio. Richiede di padroneggiare alcuni concetti e metodi della scienza, per proteggerci quando la pseudoscienza usa termini simil-scientifici, svuotandoli del loro significato.

Nel pensiero pseudoscientifico parole come «energia», «quantico», «campo», «frequenza», «informazione», etc. vengono strappate dal loro contesto specifico e reinserite in discorsi vaghi, non falsificabili e immunizzati dalla confutazione. Si conserva l’ombra della semantica scientifica, ma si elimina la definizione operativa. Il risultato è un lessico che suona competente ma non è controllabile. La pseudoscienza non porta prove: evoca suggestioni e sfrutta le scorciatoie mentali che l’evoluzione ha impiantato nei nostri cervelli pleistocenici, opachi a sé stessi (come gli algoritmi dell’Ai!) e capaci di cooperare e di ingannare, non di fare metanalisi.

Società con scarsa alfabetizzazione scientifica e matematica sono più esposte alla manipolazione, alla polarizzazione e alla retorica identitaria, leve di cui si avvantaggiano le propagande politiche per indebolire le democrazie liberali, basate su scelte informate.

Per difendere la democrazia fondata sullo stato di diritto occorre imparare a riconoscere i difetti del nostro pensiero, le retoriche della pseudoscienza e le acquisizioni più importanti sulla realtà del mondo, ottenute attraverso il pensiero volto a superare le limitazioni della nostra razionalità naturale. Lo scopo dovrebbe essere l’igiene cognitiva più che il debunking. Più efficaci sarebbero misure di difesa controllate per sicurezza ed efficienza. Come i vaccini contro gli agenti infettivi. Non è difficile demolire l’omeopatia, l’aura, la memoria dell’acqua o la bioenergetica. È difficile scardinare i meccanismi che le rendono possibili e replicabili in forme sempre nuove. Se si smonta la singola credenza, il sistema la rimpiazzerà; se si interviene sui meccanismi, si riduce la vulnerabilità.

La specie non è mai stata tecnologicamente così potente. Oggi credere a cose false non è più neutro come lo era nel mondo preistorico, quando il peso sociale dell’individuo era poca cosa e inventare cause ed effetti inesistenti aiutava a placare l’ansia di fronte a fatti incomprensibili. Lasciare che il cervello decida senza controlli comporta inevitabilmente conseguenze dannose in ambito sociale, sanitario, politico e ambientale. Senza una pratica sistematica di analisi critica di come pensiamo, la deriva verso spiegazioni magiche, essenzialiste, teleologiche e complottistiche è la traiettoria più probabile. E la libertà personale sarà la prima vittima.


Enrico Bucci,
Gilberto Corbellini

Lessico del pensiero critico. Un rimedio contro le pseudoscienze

Bollati Boringhieri,

pagg. 304, € 24

Gli autori anticipano in questo articolo i contenuti del libro.



martedì 3 marzo 2026

Medioevo immaginario

Giuseppe Sergi
"Non siamo mica nel Medioevo". Viaggio nelle fake news della storia
La Stampa, 3 marzo 2026

«Stiamo tornando al medioevo»: è una frase fatta che, in quanto tale, dovrebbe infastidire tutti, ma è evidente che dispiace soprattutto a chi il medioevo lo studia e tenta di insegnarlo. La si legge o la si ascolta ogni giorno. È un uso indubbiamente irriflesso, di vecchia data. Non si può neppure dire che si sia incrementato negli ultimi decenni, quelli coincidenti con l’“era dell’incompetenza”, né che sia del tutto inseribile nel dibattito attuale sulle fake news, dibattito che ha un padre nobile in Marc Bloch, il più grande storico del Novecento, forse non a caso un medievista, anche se a proposito di “false notizie” si è occupato di Prima guerra mondiale.

Il tempo presente riserva molta attenzione ai luoghi comuni. Da un lato con un atteggiamento diffuso che tende a perdonarli, ricorrendo a una sorta di buon senso teso a valorizzare il fondo di verità che in essi sempre ci celerebbe. Dall’altro con l’accentuarsi delle riflessioni sociologiche e psicologiche sui pregiudizi riscontrabili in vari campi e sulle ragioni della loro permanente tenuta.

I richiami continui e abbondanti al presunto “medioevo” e all’aggettivo “medievale” non contengono invece pressoché mai quel fondo di verità. Ha certamente molto peso la “deformazione prospettica” che, conducendo a incontrare prima ciò che del passato è più vicino a noi, induce a individuare in tutto il lungo medioevo alcuni caratteri del Tre-Quattrocento, cioè del medioevo finale, rispetto al quale l’età moderna appare come sviluppo o rottura. Complessivamente prevale nelle conoscenze correnti un medioevo immaginario che finisce con il cancellare quello reale. In anni relativamente recenti si è sviluppato giustamente, come campo di ricerca a sé stante, lo studio del medievalismo, cioè l’indagine sui fattori che, in particolare dall’Ottocento romantico in poi, hanno determinato e determinano quell’immaginario, sulle mode, le nostalgie, gli esorcismi e le false interpretazioni: è certo un pezzo di storia della cultura che ha una sua autonomia e che è giusto sia approfondito. Di medievalismo le pagine che ho scritto nel mio nuovo libro non si occuperanno, o lo faranno solo incidentalmente. Mi propongo infatti di illustrare, per grandi temi, ciò che il millennio medievale ha davvero contenuto, sfruttando i giudizi spesso unanimi della ricerca medievistica – il dibattito c’è sempre, ma è per lo più su argomenti di dettaglio che arrivano poco al grande pubblico – e partendo dalla correzione degli errori più tenaci, che si possono ascrivere a due grandi categorie.

Individuiamole, trascurando il ricorso alle definizioni medievaleggianti che vogliono indicare tutto ciò che non è attuale ed è giudicato severamente come superato e non riproponibile. Spesso con effetti assurdi e involontariamente comici: è “da medioevo” insistere sul mantenimento delle auto a benzina, creare ostacoli agli scioperi, vietare l’uso dell’intelligenza artificiale nelle scuole, rinunciare ai supporti tecnologici per verificare il fuorigioco nelle partite di calcio o per controllare gli abbonamenti sugli autobus.

La prima categoria è quella del ricorso deformante al millennio medievale voluto e intenzionale: questo ricorso è indubbiamente agevolato anche dall’ignoranza, ma è chiaro che in questo caso lo “stereotipo medioevo” fa comodo così com’è. Da parte di chi? Di istituzioni e individui per valorizzare il progresso successivo, per definire le premesse della modernità, per cercare radici inventate di nazioni o di circoscritti ambiti di civiltà, per organizzare manifestazioni in costume, per rifuggire da un “prima” condannabile oppure, all’opposto, nostalgicamente rievocabile. Non mancano opere dedicate appunto a questa intenzionalità: la falsificazione della storia in generale è ritenuta in gran parte inevitabile perché è giudicato troppo comodo l’uso retorico-dimostrativo di materiale attinto all’idea più sedimentata di passato.

La seconda categoria è la più insidiosa e la più difficile da correggere: quella corrispondente a una cultura diffusa che è ferma a ciò che si sapeva di medioevo nella prima metà del Novecento. È stata perpetuata da divulgatori, da storici locali, in qualche caso anche da studiosi di discipline diverse dalla medievistica e, soprattutto, da troppi manuali scolastici. Nei corsi di storia, quando la parte medievale era aggiornata e ben fatta, è stata spesso sostituita nel giro di pochi anni, perché gli insegnanti lamentavano (con i rappresentanti editoriali, che poi riferivano in casa editrice) la mancanza proprio di ciò che era giusto non ci fosse: ad esempio lo schema della curtis compatta e concentrica, chiusa all’esterno (per giustificare la vecchia idea ottocentesca dell’economia fondata sul baratto), oppure la piramide feudale, ormai da oltre cinquant’anni famigerata per i medievisti professionali.

Entrambe le categorie non comportano solo piccoli vizi lessicali, ma anche insidiose trappole contenutistiche: per questo è doveroso spiegare come stavano davvero le cose, in coerenza con gli intenti della collana «Fact Checking».

domenica 25 gennaio 2026

Trump al dunque

Giovanni Orsina
Il cinismo trumpiano e la sfida all'ipocrisia

La Stampa, 25 gennaio 2026

Sottoporre i discorsi di Donald Trump a un’accurata verifica fattuale è esercizio di gran moda. È facile e gratificante, il presidente americano essendo un bugiardo seriale. Ma non risolve, anzi aggrava, il quesito di fondo: come un mentitore seriale sia mai potuto diventare, e per ben due volte, il leader della più antica e forte democrazia del mondo. Rispondere che agli elettori piacciono i bugiardi non è bello per la democrazia e non aiuta chi voglia difenderla. È invece possibile che al di sotto delle menzogne si annidi una verità e che Trump sia stato votato per questa verità più che per quelle menzogne.

Come nella celebre fiaba di Andersen, Trump mostra che l’imperatore è nudo. L’imperatore in questo caso è il multilateralismo fondato sulle regole, un’idea benevola e civile di ordine globale incistata in una più ampia dottrina liberale egemonica soprattutto dopo il 1989. Quella dottrina faceva forza anche sull’ipocrisia per raddrizzare il legno storto dell’umanità. Partiva da una premessa tipica della tarda modernità, che la realtà possa esser cambiata cambiando i discorsi sulla realtà. Che costruendo e diffondendo, per certi versi imponendo, il racconto di un mondo migliore sia possibile mutare radicalmente il modo in cui gli esseri umani pensano e si comportano arrivando così, infine, a un mondo davvero migliore.

Gli eventi degli ultimi vent’anni hanno mostrato che gli oggetti sono ben più refrattari e gli esseri umani assai meno plasmabili di quanto non si sperasse, che non basta narrare di un mondo incantato perché quello si materializzi. Ha preso forma così la sensazione crescente di un fallimento storico. E poi di uno iato sempre maggiore fra realtà e racconto: quella dominata da potere, ingiustizia, prevaricazione, violenza; questo ricolmo di pace, diritti, tolleranza, dialogo.

La divaricazione tra discorsi pubblici ansiosi di confermare lo spesso velo d’ipocrisia e conversazioni private, fra gli stessi che pronunciavano i discorsi pubblici, ben più realiste quando non ciniche ha rappresentato un segno evidente di questo iato. In ogni civiltà c’è distanza fra quel che si dice in pubblico e quel che si dice in privato, ma nessuna civiltà può tollerare a lungo che la distanza diventi eccessiva, com’è accaduto negli ultimi trent’anni.

La verità di Trump consiste nello squarciare il velo d’ipocrisia. È un’operazione di portata storica che fa impallidire le sue mille bugie. Ed è un’operazione necessaria che prima o poi avrebbe fatto qualcun altro, se non la stesse facendo lui. Possiamo rammaricarci dei modi, ma dobbiamo sapere che quando il tessuto della storia si lacera non lo fa mai in maniera simpatica. Si dice spesso che la politica di potenza trumpiana sia un rigurgito del Novecento, il riemergere dai sepolcri di un cadavere corroso dai decenni che rifiuta di accettare la propria morte. È un errore madornale: non c’è nulla di più contemporaneo del trumpismo, viviamo nell’epoca di Donald Trump. Appaiono semmai disperatamente fuori tempo quanti ne condannano le iniziative richiamandosi invano ai racconti di ieri, com’è avvenuto soprattutto in occasione della deposizione di Nicolás Maduro.

Il trumpismo non è un punto d’arrivo ma un passaggio rivoluzionario, denuncia l’insostenibilità del vecchio ordine ma sul suo brutale cinismo non se ne può costruire uno nuovo. Lo dimostra la babele di opzioni culturali che si affollano oggi intorno alla Casa Bianca, dai conservatori cristiani ai tecnoutopisti, dai nazionalisti ai liberisti, dagli accelerazionisti ai reazionari. Lo dimostra l’impossibilità di conciliare un’interpretazione radicale dell’America first con la manutenzione di un quadro di alleanze del quale gli Stati Uniti sanno bene, in realtà, di aver bisogno.

Se vogliamo preservare nell’ordine futuro una parte almeno dei caratteri liberali dell’ordine passato – e per quel che vale lo vorrei – dobbiamo sapere però che non possiamo difenderli per com’erano ieri ma dobbiamo ripensarli in una forma adeguata al nuovo mondo. Lamentare il tradimento di un diritto internazionale che è sempre vissuto nelle rappresentazioni ipocrite assai più che nella realtà, sperando con l’indignazione di resuscitarlo, è gratificante ma non ci porta da nessuna parte. Il compito ben più difficile che ci affida il nostro tempo è come si possa costruire un nuovo ordine non negando una rivoluzione trumpiana che comunque non possiamo fermare ma prendendone atto, assorbendola e cercando di superarla.

martedì 6 gennaio 2026

Segreti in famiglia

Elise Mignot 
Laurence Joseph, psicoanalista: "Tutti abbiamo dei segreti in famiglia, ma questo non significa che sia consigliabile tenerli nascosti."
Le Monde, 6 gennaio 2026

Laurence Joseph è psicoanalista e psicologa clinica a Parigi. Per questa ex membro dell'Istituto Ospedaliero di Psicoanalisi dell'Ospedale Sainte-Anne, la questione dei segreti e della loro rivelazione solleva chiaramente la questione dell'auto-narrazione e della verità nelle nostre storie familiari. Cita come prova diversi recenti successi letterari, dal romanzo vincitore del Premio Goncourt * La Maison vide * di Laurent Mauvignier (Les Editions de Minuit, 2025) a *  Mon vrai nom est Elisabeth * di Adèle Yon (Sous-sol, 2025).

In che modo la segretezza è un elemento essenziale della famiglia?

Questa è persino una delle definizioni di famiglia: la capacità di mantenere segreti sulla morte, la malattia, le origini, la sessualità... Li rompiamo e iniziamo costantemente a ricrearli, come se ogni essere umano imparasse a percepirsi come imperfetto e vuoto. I segreti sono, del resto, presenti in tutte le mitologie greco-romane, indù e norrene.

Ma più che la creazione di segreti, è l'indicibile a costituire la nostra umanità. Questo indicibile è il corollario della nostra ossessione per la purezza. Con ogni nascita, vogliamo offrire a nostro figlio un patrimonio familiare perfetto e immacolato. Speriamo in questo modo di risparmiargli ogni barbarie umana e ogni fardello che ne appesantirebbe l'esistenza. Ma questi silenzi, intesi come etici e protettivi, a volte possono rivelarsi dannosi. Tutti abbiamo dei segreti in famiglia, ma questo non significa che sia consigliabile mantenerli. Una persona cresciuta con un segreto di cui si vergogna è come se una parte del suo corpo fosse paralizzata, handicappata.

Nel suo libro "I nostri silenzi: imparare ad ascoltarli" (Autrement, 2025), lei richiama l'etimologia latina della parola segreto ("secretus"), che significa "mettere da parte", "vagliare"... Questo traccia una linea di demarcazione tra il grano buono e quello cattivo. Cosa ne deduce?

Per me, il "grano buono" è la bella e già pronta auto-narrazione, completa di un impeccabile albero genealogico. La versione migliore dei nostri familiari... E poi c'è il "grano cattivo", una specie di caverna in cui sono relegati tutti i segreti che ci siamo lasciati alle spalle.

Più passa il tempo, più diventano incompatibili con il resto della nostra narrazione. Nella mia pratica, vedo donne che, ad esempio, vogliono sporgere denuncia perché hanno subito abusi, ma che mi dicono: "Non voglio che i miei figli sappiano che sono stata violentata". Ci sono segreti che temiamo possano contaminare il resto della nostra vita. Come se la loro rivelazione potesse distruggere completamente l'esistenza di qualcuno. Ma a volte, la narrazione repressa ha effetti molto più tossici del segreto stesso.

Ciò significa che è auspicabile rivelare tutti i segreti? Perché non lasciarli in questa grotta?

Il problema non è tanto cosa sia stato nascosto nella caverna, ma come ci conviviamo. Quando il silenzio non viene rotto, la verità viene neutralizzata. Ci ritroviamo con famiglie incapaci di confrontarsi con la verità. Come persona che lavora a lungo sul tema degli abusi sui minori, vedo molto chiaramente come la segretezza possa essere sfruttata per permettere a crimini e abusi di continuare. Rompere il silenzio è la chiave per sfuggire al codice del silenzio.